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GEOPOLITICA - Il Blog di economia politica, politica economica e relazioni internazionaliSono qui raccolti articoli pubblicati su testate giornalistiche registrate al fine di proporre spunti di riflessione e per invitare i visitatori a lasciare il proprio contributo (anche via email all'indirizzo: emanuelamelchiorre@hotmail.com) |
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Benvenuto nel mio Spaces!
camaio holdingwrote:
sei grande
June 12
alessandro zucconwrote:
sto facendo una tesina sulla crisi economica! ti ringrazio per le informazioni!
Apr. 23
Loriswrote:
Complimenti per il blog, è davvero raro trovarne uno come il suo che parli di questioni importanti per tutto il Paese. Mi dispiace averlo scoperto così tardi, ma da oggi verrò spesso a visitarlo quando ne avrò la possibilità. Passi a trovarmi sul mio blog quando vuole. Qualche tempo fa ho scritto un articolo sull'energia nucleare e sulle fonti alternative (http://redazionemlr.spaces.live.com/blog/cns!8B0E7ACB257C8DB1!294.entry) e mi piacerebbe molto vedere, col suo aiuto, la questione anche dal punto di vista puramente economico. Ancora complimenti!
Oct. 3
Samuelwrote:
il tuo space è molto bello gli articoli sono davvero interessanti.
July 15
*venerevv*
wrote:
Complimenti per il tuo space, io studio scienze politiche e il tuo modo di informare attraverso con questo sistema è molto interessante!!!
ne darò una bella lettura, visto che il mio prossimo esame è geopolitica! speriamo bene.... ciao
June 29
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July 01 NUCLEARE O RINNOVABILI?LE INCOGNITE DELL'ENERGIA CHE VERRA'
Vista l'insostenibilità a lungo termine della dipendenza dal petrolio, si fa sempre più largo l'ipotesi di un rilancio del nucleare, tra le proteste di chi preferirebbe puntare su un'energia apparentemente ecocompatibile
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su
CHARTA minuta
nuova serie anno III - n. 16
maggio giugno 2009
Questi ultimi tre anni della prima decade del secolo saranno ricordati come quelli che hanno visto lo scoppio della crisi finanziaria ed economica più grave nella storia, ancor più della Grande Depressione degli anni Trenta, per la vastità degli effetti negativi, diretti e indiretti, che la speculazione selvaggia ha prodotto in tutti i paesi, siano essi industrializzati o emergenti, e in tutti i settori produttivi. Infatti, nell’agosto del 2007 vi è stato lo scoppio della bolla speculativa detta erroneamente dei subprime, ma che in realtà ha avuto radici nella speculazione del mercato immobiliare e, a onor del vero, ancora più remote nel tempo e risalenti alla bolla speculativa clintoniana della new economy negli anni Novanta. Nell’autunno del 2008 vi è stato poi lo scoppio delle bolle speculative del petrolio e dei generi alimentari con il progressivo avvitamento finanziario, fino al fallimento e il salvataggio di alcuni grandi istituti d’affari, assicurazioni comprese, con ripercussioni a livello mondiale in tutti i sistemi finanziari e creditizi. Naturale quindi che la crisi abbia colpito l’economia reale, partendo dal settore automobilistico e dall’industria edilizia, con i loro indotti, per proseguire ad altri rami dell’attività economica. Non è dato sapere quanto la recessione ancora durerà o se si trasformerà in depressione con milioni e milioni di disoccupati. I più ottimisti sostengono che solo durante l’ultimo trimestre del 2009 si cominceranno a vedere i primi segnali di ripresa. È vero che, a differenza di quanto avvenne nella crisi del 1929-34, questa volta i governi dei paesi del G7 hanno reagito prontamente alla crisi, con interventi diretti a sostegno del settore creditizio, con la nazionalizzazione a più riprese e a più livelli delle banche nazionali, eccezion fatta per l’Italia, e, in seconda battuta, a sostegno del settore automobilistico in forte crisi in tutto il mondo. Tali interventi però sono stati compiuti in modo disorganico, nonostante i ripetuti appelli al coordinamento internazionale delle politiche economiche nazionali fatti in occasione dei numerosi incontri internazionali, che in pochi mesi si sono susseguiti a vari livelli. La disorganicità degli interventi rischia di creare spinte protezionistiche, di cui si scorgono segnali negli Stati Uniti con la loro clausola «buy american», e in Francia con il sostegno pubblico al settore automobilistico alla condizione che le industrie non localizzino gli impianti in altri paesi. Se la crisi economica ha avuto e continua ad avere effetti negativi molto vasti e oggi di difficile determinazione, dal canto loro i governi dei paesi avanzati hanno iniziato a improntare politiche economiche di sostegno e di sviluppo che altrimenti sarebbero state disattese. In certo qual modo si può dire che, come recita il noto detto, che “non tutto il male vien per nuocere”, la cris odierna ha indotto i governi ad approntare con una certa enfasi politiche di diversificazione della produzione di energia. Si è preso atto che la dipendenza dal petrolio sia divenuta ormai una situazione difficilmente sostenibile, perché soggetta a repentine e frequenti crisi dovute, non già alla mancanza di disponibilità della materia prima, che al contrario si trova in quantità abbondante sul nostro pianeta, quanto piuttosto all’atteggiamento speculativo al quale il mercato del greggio è soggetto periodicamente. È fuori di dubbio che senza una regolamentazione dei mercati finanziari che scoraggi o, ancor meglio, che impedisca ogni forma di speculazione, non sarà possibile uscire dall’attuale fragile situazione che vede il formarsi di bolle speculative finanziarie a ripetizione che investono di volta in volta mercati e prodotti con ripercussioni a livello globale. Vale infatti la pena citare l’attuale rigonfiamento della bolla speculativa sul mercato dell’oro e quella appena esplosa nel mercato delle opere d’arte. In attesa che il Fondo Monetario Internazionale, le Banche centrali, quelle nazionali e il Financial Stability Forum, pongano in essere una serie di regole e di controlli che impediscano la speculazione (come ad esempio il divieto delle operazioni in borsa allo scoperto), è importante fin da subito rimettere in moto i sistemi produttivi anche attraverso nuovi rapporti di collaborazione tra i vari paesi, come ad esempio ha fatto il governo Berlusconi, che ha firmato, nell’agosto scorso, l’accordo con la Libia per garantirsi quantitativi di greggio e di gas abbondanti e a prezzi costanti.
Il piano energetico europeo A livello sovrannazionale, l’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, aveva elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto non sono stati soddisfatti. Lo slogan 20-20-20, come è noto, sta a indicare che con tale piano si intende: - aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili; - aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020; - ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato. Partendo dalla considerazione, però, che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di CO2 rischia di compromettere la crescita di un paese. In particolare, come si è scritto sulla rivista Finanzia Italiana[1], posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie con diversi livelli di sviluppo e dinamicità, si è sostenuto che imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali. In virtù di tale valutazione e con l’incalzare della crisi finanziaria, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stata contrastata dal governo Berlusconi, che riteneva tale piano inadatto all’evolversi degli eventi finanziari ed economici, e proprio grazie all’intervento italiano il piano europeo è stato riesaminato e i suoi parametri sono stati resi flessibili e soggetti a revisione nel tempo.
Il piano energetico del presidente Hussein Obama Il presidente Usa Barack Hussein Obama aveva promesso in campagna elettorale la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009. L’obiettivo finale sarebbe dovuto essere quello di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Come ha dimostrato nei due mesi che sono intercorsi dal momento del suo insediamento ad oggi, con i dazi all’import dell’acqua minerale (poi revocati), dell’acciaio e di alcuni generi alimentari di interesse europeo (ancora attivi), il nuovo presidente americano ha dimostrato di prediligere di gran lunga l’autarchia al libero commercio. Non stupisce, quindi, che anche e soprattutto nel campo energetico, settore tra i più strategici se non il più strategico di un qualsiasi sistema economico, egli abbia l’ambizione di produrre entro i confini federali la quantità di energia per l’intero fabbisogno nazionale. Secondo il piano menzionato, negli Stati Uniti l’occupazione dovrebbe aumentare in virtù del fatto che le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali (per produrre energia da eolico o fotovoltaico occorre, come dicono gli esperti, un numero di addetti dieci volte superiore a quello che occorre per la produzione da carbone o nucleare). Incentivando, quindi, le “fonti verdi”, secondo la visione del presidente Hussein Obama si dovrebbe stimolare l’occupazione. Questo assunto però perde di qualsiasi significato, come ha fatto notare Franco Battaglia in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, assicurare la produzione nazionale di energia utilizzando fonti che presentano costi più alti rispetto a quelle tradizionali, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda che perderebbe, quindi, la sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni. In definitiva, come lo stesso Battaglia[2] sottolinea, si può affermare che lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico e del solare termico che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili, in assenza di sussidi pubblici (tabella 1).
Tabella 1
Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente autosufficiente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere una caratteristica sufficiente per concentrare le risorse prelevate dai contribuenti.
Gli inconvenienti e il potere inquinante delle fonti rinnovabili Come è ampiamente illustrato da Michael C. Lynch, nel suo volume “The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels?”[3] vi è un’ampia varietà di problemi che solitamente viene ignorata quando si considerano le fonti rinnovabili: occorre una immensa disponibilità di terreni per il fotovoltaico; l’impatto sulla produzione alimentare con il bioetanolo; l’intermittenza della fornitura con l’eolico e il fotovoltaico; e, infine, i loro effetti inquinanti. L’etanolo, ad esempio, secondo quanto sostiene Lynch, ha una serie di conseguenze negative, fra le quali l’elevato fabbisogno energetico sia per i fertilizzanti, sia per la sua trasformazione e sia ancora per il suo trasporto. Inoltre, il biofuel, secondo l’autore, ha un impatto sui prezzi dei prodotti alimentari, anche se non lo si può considerare la causa dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2007 che ha creato serie difficoltà alle economie avanzate e ha rafforzato il problema della fame nei paesi poveri. Per di più, il carburante a etanolo, sempre secondo l’autore, porta con sé una varietà di sostanze inquinanti (elevati livelli di acetaldeide e formaldeide, maggiori rispetto alla benzina normale, ma anche maggiori composti organici volatili). Le celle fotovoltaiche, dal canto loro, conclude l’autore, possono contenere dei materiali pericolosi che possono essere rilasciati in caso di incidenti, mentre gli impianti per la concentrazione del solare di solito usano petrolio o sali fusi, e quasi tutti gli impianti richiedono sostanze come lubrificanti e fluidi idraulici. Inoltre, le fonti energetiche alternative, oltre che essere tutt’ora antieconomiche (Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, afferma, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro, mentre un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre 24 gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro, ossia appena un dodicesimo degli impianti eolici[4]), presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, come più volte sostenuto dal franco Battaglia in numerosi articoli pubblicati su Il Giornale, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è invece da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi. Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione e ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972 aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli “esperti” catastrofisti, che secondo alcuni erano interessati a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento del giacimento di Tupi, nella Baia di Santos, in Brasile, che si estende per 350mila chilometri quadrati (più della superficie dell’Italia) di fronte alla costa brasiliana che va da Curitiba, a San Paolo a Rio de Janeiro. Il giacimento, scoperto recentemente, ha dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa. Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. Era nell’ordine naturale delle cose che la bolla speculativa scoppiasse e che si intervenisse in borsa vietando, ad esempio, le vendite allo scoperto e disciplinando i futures, per ricondurre il prezzo del greggio a un livello coerente con il potere d’acquisto del dollaro, tenuto conto del suo deterioramento, vale a dire un prezzo odierno tra i 40 e i 50 dollari al barile[5]. Per superare la grave empasse mondiale occorre, oltre che bloccare per tempo l’insorgere delle bolle speculative, elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, come più volte chiesto dall’Associazione Italiana Nucleare (AIN), che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di CO2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso a un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse e i termoconvertitori, ma anche potenziando il sistema idroelettrico, già presente in larga parte anche sul territorio italiano e il sistema geotermico, presente in Toscana fin dalla metà dell’Ottocento, con le centrali geotermiche di Pisa, Siena e Grosseto.
La fusione nucleare, la sfida del terzo millennio Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, ossia utilizzando lo stesso processo presente nelle stelle e nel Sole, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA). La costruzione durerà almeno dieci anni e produrrà energia a partire dal 2035. La fusione nucleare, si dice con un certo ottimismo, potrebbe diventare una realtà non prima della seconda metà di questo secolo. Il Progetto Iter è l’ultimo passo di una lunga serie di sperimentazioni scientifiche iniziata nei primi anni Novanta. Le sperimentazioni sulla fusione nucleare hanno avuto un importante contributo dalla ricerca italiana, specie grazie agli istituti INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e ENEA con sedi in Frascati (Roma). Questo testimonia il fatto che in Italia vi siano ancora le eccellenze nell’ambito della ricerca che resistono all’impulso di andare all’estero, presso istituti maggiormente finanziati e noti, per preservare un livello di conoscenza e di ideazione entro i confini nazionali. Il problema della “fuga dei cervelli” non riguarda esclusivamente il settore della sperimentazione nucleare, ma tutti gli ambiti della ricerca scientifica ad alti e altissimi livelli. La sfida per il nostro paese e per l’attuale governo non sarà soltanto quella di reintrodurre il nucleare come produzione energetica, dopo il disastroso referendum del 1987, ma anche e soprattutto quella di favorire l’insieme delle condizioni economiche e relazionali essenziali per conservare il patrimonio nazionale di conoscenze tecniche e scientifiche, e quello di attirare dall’estero i ricercatori italiani emigrati in tempi precedenti. Inoltre, la ricerca tecnica e scientifica non può prescindere dalla sua immediata applicazione industriale. A tal fine l’Università e i centri di ricerca nazionali dovranno agire in sinergia con le imprese utilizzatrici.
Il nucleare italiano Il recente accordo sottoscritto dal governo Berlusconi con il presidente francese Sarkosy permetterà lo scambio di know how tra il nostro paese e la Francia per implementare 4 centrali nucleari di terza generazione sul territorio italiano. Attualmente, occorrono almeno dieci anni per la costruzione di una centrale nucleare di terza generazione. Tramite l’accordo sottoscritto si vuole tentare di accorciare tale periodo e di ridurre, quindi, il ritardo italiano. Il governo, per costruire le nuove centrali nucleari ha elaborato un modello di finanziamento capace di attirare gli investitori grazie a un consorzio di imprese che costruiscano e gestiscano le centrali e gruppi di grandi consumatori che possano beneficiare di forniture concordate sulla base di un contratto pluriennale a prezzi prefissati. Introdurre il nucleare in Italia significa agire fin da subito indirizzando l’opinione pubblica, ossia, come si usa dire, gestendo il consenso sia a livello nazionale, sia a livello locale, mediante una corretta informazione sui rischi connessi alla produzione energetica e allo stoccaggio delle scorie radioattive. Inoltre, poiché gli investimenti in materia di produzione nucleare hanno una ricaduta in termini economici e di rischi che travalica l’arco di una singola legislatura, introdurre il nucleare in Italia significa anche impegnarsi a livello intergenerazionale, come ha fatto notare l’onorevole Adolfo Urso intervenuto al convegno “Presupposti per il programma elettronucleari nazionale” del 19 marzo scorso, considerando tale scelta come una opzione ormai necessaria e irreversibile. Ripensamenti comporterebbero costi estremamente elevati in termini di efficienza economica e di credibilità a livello internazionale. Pertanto, la gestione del consenso non dovrà essere solamente riferita all’elettorato, ma anche rivolta a tutta la classe politica, al fine di consolidare una coscienza sociale stabile nel tempo. Utile a tal proposito sarà l’operato delle associazioni ambientaliste che si sono mostrate favorevoli al nucleare in Italia, allargando le fila del “nuovo ambientalismo”, che solo di recente ha cominciato a muovere i suoi primi passi. A proposito della tutela della sicurezza della popolazione e dell’ambiente e per facilitare anche il consenso nei confronti di una transizione dalla produzione energetica da idrocarburi a quella nucleare, sarà utile individuare e realizzare per tempo un sito di stoccaggio nazionale che convogli i residui di produzione dei quattro reattori programmati e, al tempo stesso, implementare l’Agenzia della Sicurezza Nucleare che si avvalga dell’autorevolezza di un avallo governativo[6]. In materia di sicurezza nucleare, interverrà anche la direttiva comunitaria, ancora in corso di ideazione [SEC 2008 2892 2893]. È comunque illusorio credere che la produzione di energia nucleare in Italia possa essere realizzata in modo del tutto autarchico. È essenziale, invece, inserirsi a pieno titolo nella ricerca a livello europeo. Infine, realizzare centrali nucleari per sostituire le importazioni di prodotti energetici, la cui bolletta italiana, ossia il valore delle importazioni nazionali relative ai prodotti energetici, si ricordi è come ben tutti sanno molto “salata”, è un processo vantaggioso in termini economici e che allarga il quadro delle relazioni internazionali, concernenti in particolare l’uranio (grafico 1e 2 e Mappa 1). I paesi maggiormente produttori di uranio sono, in primo luogo, Canada e Australia. L’uranio è presente anche in Russia e in alcuni paesi dell’Africa, in Asia centrale e in Estremo Oriente. Anche la Germania e la Francia possiedono riserve di uranio di una certa entità. Variando il mix di produzione energetica italiano, diminuendo la produzione di elettricità da petrolio a favore della produzione nucleare, si ridurrebbe la dipendenza da fonti energetiche controllate da cartelli e da monopoli consolidati nel tempo. [1] Finanza Italiana Anno XXVII 5° anno nuova serie, n. 1 e 2, gennaio febbraio 2009 [2] Franco Battaglia, L’illusione dell’energia dal sole, presentazione di Silvio Berlusconi, Edizioni 21mo Secolo, 2007 Milano [3] Michael C. Lynch, The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels? in Peter M. Haas et al. (a cura di), Controversies in Globalization: Contending Approaches to International Relations, Washington DC, CQ Press, 2008 [4] Franco Battaglia, Ruberie eoliche, Il Giornale, 6 novembre 2006 [5] Finanza Italiana, Anno XXVI, 4° anno, nuova serie, numero 11-12, novembre dicembre 2008 [6] Proposta quest’ultima avanzata dall’Associazione Italiana Nucleare durante il convegno organizzato da 21mo SECOLO dal titolo Presupposti per il programma elettronucleari nazionale che ha avuto luogo il 19 marzo 2009 a Palazzo Marini a Roma Troppi esperti, nessun colpevoledi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 giugno 2009 Il governo, con la recente manovra finanziaria, ha voluto incentivare l’economia sia dal lato dell’offerta, sia dal lato della domanda. Allo stesso tempo ha chiesto a ogni operatore economico, sia esso impresa, sia esso banca o consumatore finale, di assolvere alle proprie funzioni, rispettivamente investendo, concedendo credito e consumando. Di fronte all’unica ricetta semplice ed efficace, il ripetersi quasi giornaliero delle dichiarazioni fatte da esponenti di organismi internazionali o di banche centrali riguardanti l’aggravarsi della crisi e l’alternarsi a ritmo altrettanto frequente di dichiarazioni che vanno nella direzione opposta, ossia che la crisi sia a un punto di svolta, non fanno altro che contribuire al caos e al senso di disorientamento generale.
Ironia della sorte è che coloro che si affannano oggi a dare la loro versione della realtà economica mondiale siano spesso le stesse persone che in passato non hanno saputo vigilare durante il rigonfiamento delle bolle speculative che dagli anni Novanta hanno contagiato incessantemente i mercati, dalla new economy alla bolla speculativa nel mercato immobiliare, dalla speculazione sulle materie prime, specie alimentari e dei prodotti energetici a quella nel mercato dell’oro.
Stupisce che in questo gioco di previsioni errate e di analisi manchevoli e insufficienti non ci sia ancora stato alcun cambiamento nei giocatori. I medesimi restano seduti sulle stesse poltrone, elaborando modelli econometrici lontani dalla realtà, ignorando che l’economia è una scienza sociale e non una scienza esatta, che non rispetta quindi le rigide regole matematiche di un modello studiato a tavolino. Ne era cosciente il Keynes quando aveva formulato la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta partendo dallo studio della realtà e dall’osservazione delle politiche economiche applicate con metodi diversi dagli statisti di allora.
Il modello economico e sociale ormai prevalente, le cui origini forse risalgono alla «scoperta» della Cina ad opera di Henry Kissinger, si è diffuso in ogni paese avanzato ed è tale che la specializzazione verso i servizi finanziari dei paesi industrializzati sia stata perseguita a discapito dei paesi poveri o emergenti. Si è delineato con l’avvento della new economy e ha dilagato senza che le autorità preposte (le banche centrali, le società di controllo delle borse, come la Consob italiana e la Sec americana, il Fondo Monetario Internazionale, le agenzie di rating e via dicendo) siano intervenute. È emblematico il fatto che se si chiede all’uomo della strada quale concetto egli abbia del significato della parola investimento, senza esitazione egli penserà all’acquisto di titoli finanziari, preferibilmente indicizzati, per combattere la perdita del potere d’acquisto della moneta. Così non era prima che la new economy arrivasse e sconvolgesse la finanza e l’economia.
Ma il policy maker non deve farsi fuorviare da tale concetto errato di investimento, come invece è avvenuto nell’euforia di questi anni e ha fatto gridare a Vittorio Feltri «sindaci biscazzieri» dalle pagine del suo giornale. L’acquisto di titoli, ovvero il cosiddetto investimento finanziario, non è altro che un «trasferimento», ossia un investimento per un soggetto e un disinvestimento per un altro. Il concetto di investimento al quale occorre fare riferimento nel momento in cui si formulano le politiche economiche di sviluppo e di crescita è solamente quello «netto», ossia la creazione di nuovo capitale reale (infrastrutture, macchine utensili, mezzi di trasporto, bonifiche, ecc.). Solo incentivando l’investimento netto, il mercato dal lato dell’offerta e la produttività del lavoro si potrà realmente raggiungere la fine del tunnel della crisi economia attuale.
Sarà necessario anche provvedere alla riduzione delle imposte, considerata giustamente parte integrante dell’armamentario del policy maker per combattere la crisi. Tanto più è valida questa ipotesi in Europa se si considera che in essa la pressione fiscale e contributiva in media è superiore a quella statunitense di oltre dieci punti percentuali. Allo stato attuale, poiché la crisi è ancora di difficile soluzione, occorre pensare a tutte le misure utili da adottare. È opportuno affrontare l’aspetto delle relazioni internazionali, siano esse di carattere politico, che economico. Occorre riscrivere le regole a livello internazionale degli scambi commerciali, del sistema dei cambi monetari basati sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti, come l’esperienza degli accordi di Bretton Woods ha dimostrato, ed elaborare una nuova disciplina delle borse valori e delle borse merci.
Ma prima di tutto occorre un certo cambiamento, anzi una pulizia generale dei vertici, compresi quelli delle società di rating e delle banche d’affari. Non è possibile permettere che la ricostruzione dell’economia reale avvenga sotto la guida di chi ha provocato i disastri economici o non ha saputo scongiurarli. Fino a che non verranno sostituiti i personaggi che hanno operato tale disastro economico è improbabile che si possa giungere ad un cambiamento radicale e duraturo delle regole fino ad ora tacitamente seguite, se non incentivate.
È quanto mai necessario che si introducano regole di tutela e di sorveglianza dei mercati, il Global standard di Tremonti e gli stress test. Facendo tesoro della crisi del 1929-33, è necessario non far fallire le banche, ma ciò non significa non procedere a una pulizia generale dei loro bilanci. Una volta, quando una società perdeva quote di capitale in borsa, le dimissioni dei responsabili erano date per scontate. Incredibilmente, in questa crisi, che rimane la più grave degli ultimi decenni, sembra invece che la ricerca dei responsabili non rientri più tra gli obbiettivi da perseguire. June 28 DECRETO ANTI-CRISI: UN AIUTO CONCRETOdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 giugno 2009 La manovra d'estate varata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 26 giugno ha previsto, fra le molte disposizioni, numerose misure di sostegno alle imprese e alle famiglie che mirano a combattere le difficoltà imposte dall'attuale crisi economica. È sempre presente nell'azione del governo lo slogan «people first», ossia quel principio con il quale si erano conclusi i lavori degli scorsi G8 dei ministri finanziari e dei ministri del lavoro, secondo il quale in questa crisi economica «nessuno sarà lasciato solo». Il messaggio che con la Finanziaria il governo vuole lanciare sia alle imprese sia alle famiglie è quello di non lasciarsi andare al pessimismo e di continuare a investire nell'economia, di non ridurre le proprie decisioni di consumo e di guardare con ottimismo a futuro. Per questo motivo, ancor prima di cominciare a illustrare punto per punto la complessa architettura della manovra, il premier ha voluto dare spazio alle considerazioni politiche che aveva già fatto in passato e in più occasioni. Si è, infatti, rivolto agli economisti che a più riprese si sono espressi riguardo alle previsioni economiche sull'immediato e il prossimo futuro, chiedendo loro di interrompere il flusso di dichiarazioni pessimistiche. Senza scomodare gli animal spirits di keynesiana memoria, è intuitivo che diffondere il pessimismo non giova alle iniziative imprenditoriali e ai piani di investimenti e di sviluppo. Mentre è proprio questo il momento in cui gli imprenditori devono assolvere il loro ruolo precipuo, che consiste nell'assumersi il rischio di impresa e nell'introdurre le innovazioni. Per fare ciò occorre da un lato che i loro piani di investimento non siano ostacolati o disincentivati da considerazioni errate o allarmistiche; dall'altro lato occorre che anche le banche svolgano il loro ruolo principale, che consiste nel raccogliere il risparmio e nell'accordare credito alle imprese. Se le aspettative che esse nutrono per quanto riguarda la solvibilità delle imprese sono negative, infatti, esse non concederanno o ridurranno il loro credito alla produzione. Infine i consumatori, ossia le famiglie e l'uomo della strada, dunque i soggetti che più degli altri operatori economici sono disinformati e soggetti a umori, potrebbero comprimere ulteriormente le loro scelte di consumo in seguito a considerazioni funeste riguardo all'immediato futuro. Le aspettative sono, quindi, alla base di tutto il complesso meccanismo di mercato. Per sensibilizzare gli analisti nei confronti degli effetti immediati che le loro affermazioni possono provocare sull'economia reale il ministro Tremonti non molto tempo addietro aveva chiesto fortemente «che gli economisti tacciano!». Allo stesso tempo, però, oltre ad agire sulla leva dell'ottimismo, occorre agire tempestivamente nell'economia per incentivare le giuste scelte di investimento e di consumo. A tale scopo precipuo mira, in sostanza, la manovra d'estate. Per quanto riguarda le aziende, il contributo più importante del decreto appena varato è stato quello di introdurre la detassazione degli utili che saranno reinvestiti nell'azienda in beni strumentali e soprattutto in macchinari inscritti nell'elenco dei beni ammortizzabili. Si vuole per tale via incentivare gli investimenti tecnologici delle aziende per aumentarne l'efficienza e la produttività, nonché dare impulso al mercato incentivando gli investimenti in beni durevoli e allo stesso tempo semplificando il calcolo del valore del reddito soggetto a detassazione. Seguendo questa stessa logica è stato previsto «l'acceleramento dell'ammortamento» dei beni durevoli strategici nella produzione. È aumentata anche la svalutazione fiscale dei crediti che entrano in sofferenza. Tale misura è stata introdotta in quanto è a vantaggio delle banche che concedono nuovi crediti alle imprese. Nell'ambito del credito alle imprese, inoltre, sulla scia dell'esperienza di altri grandi paesi europei come Francia, Germania e Spagna, è interessante l'introduzione della «export banca», ossia di una combinazione tra la Cassa Depositi e Prestiti e la Sace, per la concessione del credito all'esportazione e al contempo l'assicurazione del credito all'export in una unica soluzione a costi bancari contenuti. Sono previste, inoltre, sempre nel capitolo delle misure anticrisi della Finanziaria, agevolazioni per quelle aziende che impiegano gas nel loro ciclo produttivo e che ricorreranno alla costituzione di consorzi per l'acquisto all'estero di approvvigionamenti di gas a prezzi competitivi rispetto al mercato nazionale. Per sostenere l'occupazione il decreto prevede che le aziende che assumeranno lavoratori precedentemente sospesi dall'attività lavorativa o che non ricorreranno alla cassa integrazione guadagni riceveranno un «bonus», ossia un premio per le loro scelte di preservare il «capitale umano» precedentemente assunto e formato. È stato previsto, inoltre, il potenziamento degli ammortizzatori sociali con l'accantonamento di ulteriori vaste risorse finanziarie (25 milioni di euro) per la cassa integrazione guadagni. Il premier ha detto in conferenza stampa che «il governo non lascerà nessuno solo e senza salario. Aiuteremo con aiuti economici fino all'80% del salario e garantiremo una formazione per il reimpiego delle professionalità nei settori del lavoro». Sono previsti incentivi, inoltre, per quei lavoratori cassaintegrati o che percepiscono un sussidio di disoccupazione che avviano un'attività in proprio, ossia liberoprofessionale o imprenditoriale. Per alleviare la situazione disagiata delle famiglie, la Finanziaria prevede che il blocco degli sfratti sia prorogato al 31 dicembre di quest'anno. Sono state anche «allentate le maglie» del bonus energia alle famiglie per includere un numero più elevato di beneficiari. Sono state semplificate le procedure e velocizzati i tempi di concessione delle prestazioni di invalidità civile. Sono state semplificate le dichiarazioni richieste ai pensionati per il mantenimento delle prestazioni previdenziali ed è stato abolito il ticket sulla medicina specialistica. D'altro canto, sono in elaborazione nuove norme per impedire alle banche di aggirare la stretta sulla commissione sul massimo scoperto, eliminata in occasione del precedente «decreto sviluppo» e dalle banche abilmente reintrodotta, come si legge nel commento di Cellino sul Sole 24 Ore di ieri, mediante il cambio della denominazione del balzello. L'intervento governativo per incentivare le banche a ridurre l'onere delle loro commissioni, secondo quanto affermato dal ministro Tremonti in conferenza stampa, va a vantaggio delle famiglie che usufruiscono dei servizi bancari, ma anche a favore delle banche stesse, che avranno un migliore rapporto con la propria clientela. Con tale decreto si è agito in «maniera spintanea», citando le parole del ministro Tremonti, per raggiungere un risultato che il gioco della concorrenza avrebbe comunque prodotto.
Nuovi fondi, che andranno a integrare la copertura del cosiddetto decreto terremoto, sono poi stati stanziati a favore degli sfollati dell'Abruzzo per la ricostruzione delle case nei centri storici danneggiati dal sisma del 6 aprile scorso. Il presidente Berlusconi ha annunciato l'apertura di un cantiere di vastissime dimensioni nel territorio aquilano, che sarà possibile grazie all'intervento del governo sul cosiddetto «eccesso di burocrazia», ossia snellendo e smantellando una serie di ostacoli burocratici che hanno fino ad ora impedito l'apertura di questo e di molti altri cantieri e quindi l'inizio dei lavori di numerose opere pubbliche. In netta contrapposizione con l'approccio del precedente governo Prodi che aveva propagandato le proprie misure di allungamento dei tempi di regolazione delle fatture ai fornitori della PA come uno strumento di risanamento dei debiti pubblici, l'attuale decreto ha previsto, al contrario, alcune formule di snellimento e di aumento dell'efficienza della Pubblica Amministrazione, che, dal canto suo, sarà chiamata a regolare i propri pagamenti ai fornitori in tempi più rapidi e a smaltire gli arretrati rapidamente, semplificando le procedure e i meccanismi per compensare i crediti e i debiti. Per quanto riguarda il capitolo fiscale, l'evasione e l'elusione fiscale nazionale e internazionale, in attesa del nulla osta dell'istruttoria Ue sullo «scudo fiscale», il decreto introduce alcune disposizioni per l'individuazione dei depositi non dichiarati nei paradisi fiscali, invertendo l'onere della prova. Tremonti sostiene infatti che qualora siano identificati depositi bancari in tali paradisi non dichiarati, essi saranno considerati ai fini fiscali come tentativo di evasione e il titolare sarà chiamato a giustificare il mancato obbligo di dichiarazione. Il decreto darà inoltre il via alla stretta sulle compensazioni, a partire da quelle Iva. Sono previsti, inoltre, ulteriori coinvolgimenti degli enti locali per la lotta all'evasione fiscale che con questo decreto si arricchisce di nuovi interventi antievasione. Gli stimoli all'economia non daranno effetti positivi immediati. Di questo ne è pienamente cosciente il Presidente Berlusconi, che ha detto in conferenza stampa che tali stimoli «non sono un interruttore che appena acceso fa illuminare l'ambiente», ma al contrario richiederanno del tempo. Il governo, con la manovra estiva, si muove tempestivamente aiutando le imprese che investono, premia le aziende che non riducono gli organici, salda una parte del debito della Pubblica Amministrazione verso i fornitori delle aziende pubbliche, ossia verso le imprese italiane che subiscono il momento recessivo dell'economia. In conclusione, tale decreto riducendo le tasse e introducendo e aumentando i bonus, secondo le parole del premier, «alleggerisce la mano dello stato sulle imprese, così da metterle in condizione di raccogliere i primi effetti di ripresa, quando essi arriveranno». June 22 I "BRIC"? COLOSSI DAI PIEDI D’ARGILLAIl cambio della leadership economica è di là da venire: occorrerà più di un secolo prima che Cina e India raggiungano il reddito pro capite degli Stati Uniti
di Emanuela Melchiorre pubblicato su Finanza Italiana Bimestrale economico - finanziario Anno XXVII - 5° anno nuova serie - numero 3-4 marzo aprile 2009
Un argomento che fa tendenza tra gli studi di geopolitica degli istituti e fondazioni più in vista riguarda l’eventuale prossimo capovolgimento della leadership mondiale a favore dei paesi cosiddetti del “Sud del Mondo”, a causa degli elevati tassi di crescita del Pil sperimentati negli ultimi tempi. Il paese che dovrebbe essere candidato alla presidenza della leadership mondiale dovrebbe essere la Cina, seguita dall’India e poi da altri paesi come il Brasile e la Russia, ossia i cosiddetti “BRIC”, secondo l’acronimo del noto studio firmato nel 2003 dagli economisti della Goldman Sachs, Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050”. Ci sono invece molti aspetti dell’evoluzione dell’economia di tali paesi che non permettono ancora di dare tanto spazio all’ottimismo e che impediscono di fatto a tali paesi di riscattarsi finalmente dalla loro antica depressione economica. La Cina, in primo luogo, è popolata da 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo stime ufficiali, alle quale occorre aggiungere anche tutti quegli individui, probabilmente residenti nelle zone rurali e impervie dell’arretrato entroterra, del tutto sconosciuti all’anagrafe, per sfuggire alla regola ferrea del controllo demografico che facilita la pratica odiosa degli aborti selettivi. Altrettanto si può dire per l’India, il cui carico di popolazione è di un miliardo e cento milioni. Un’esercitazione può essere utile per capire il divario che esiste attualmente tra i paesi asiatici e gli Stati Uniti. Con una semplice formula matematica si può calcolare il periodo di tempo al termine del quale un paese a basso reddito può porsi alla pari con un altro paese a reddito più elevato. In base agli ultimi dati disponibili, come risulta dall’apposita tabella, il Pil della Cina è appena il 27% di quello degli Stati Uniti. Se ipotizziamo per il lungo periodo un tasso di crescita del 5% l’anno per la Cina e uno del 2% per gli Stati Uniti risulta che il pil cinese raggiungerebbe il valore di quello statunitense in 56 anni. Il confronto con l’India perde di significato, perché il tempo si avvicina al secolo (93 anni). Ma il confronto più significativo è quello con riferimento al pil pro capite. Ipotizziamo che nel lungo periodo il reddito pro capite degli Usa, che nel 2006 è stimato in 44.190 dollari, cresca al ritmo del 2% a prezzi costanti l’anno. Per contro, poniamo che il reddito pro capite della Cina, che nel 2006 e stato di 2.001 dollari l’anno, cresca nel lungo periodo al tasso del 5%.
(1) Valori arrotondati Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2008
Partendo da questi dati risulta che la Cina dovrebbe raggiungere il reddito pro capite degli Stati Uniti tra 107 anni. Nello stesso arco di tempo l’India, il cui reddito pro capite è stato calcolato sempre per il 2006 in 797 dollari l’anno, raggiungerebbe gli Stati Uniti tra 138 anni. Tutto ciò, a condizione che i tassi di crescita dei paesi considerati rimangano costanti. Se, invece, si ipotizza un tasso di crescita sempre di lungo periodo inferiori al 5% ipotizzato e, quindi, più plausibile per il lungo periodo, i tempi si allungano notevolmente, tanto da perdere di significato. Occorre anche considerare che elevare i redditi pro-capite anche di pochi dollari l’anno per circa un miliardo e trecento milioni di cinesi appare un’impresa molto ardua, che, escludendo l’autarchia, richiede oltre che appropriate politiche, anche flussi imponenti di importazioni, per pagare le quali è necessario approntare un corrispondente flusso di esportazioni, che il resto del Mondo non potrebbe assorbire, anche facendo ricorso a pratiche scorrette, come il dumping, i premi alle esportazioni, eccetera. Posto in questi termini, il confronto fra le aree sviluppate e la regione emergente asiatica è sconfortante. Il lungo periodo è un grande banco di prova. Lo si è visto con il Giappone che, grazie agli aiuti americani, aveva sperimentato tassi di crescita del 10% in media l’anno. Poi la crescita si è fermata ed ora è di fatto bloccata e annaspa nella “trappola della liquidità”. Le ipotesi fin qui considerate per quanto di prima approssimazione, dovranno comunque essere riviste alla luce della crisi finanziaria ed economica, che sembra produrre molti più danni nei paesi emergenti che non in quelli industrializzati. È molto plausibile che non si potrà tornare alla situazione in essere prima dello scoppio della bolla speculativa. Il commercio internazionale difficilmente tornerà a crescere a ritmi sostenuti come quelli del passato e soprattutto si verificherà la tendenza a ripianare i disavanzi commerciali dei paesi a più forte sbilancio. In particolare, gli Stati Uniti non potranno non tendere alla riduzione del loro disavanzo commerciale di 1.967 miliardi di dollari, di cui un settimo verso la Cina. Indipendentemente dalle prime affermazioni del nuovo presidente Obama all’indomani della sua elezione e l’invito a comperare by american, è da dare per scontato una riduzione del flusso delle esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti. Inoltre, modificazioni nelle correnti di scambio si potranno notare anche verso l’Europa, sia verso i paesi dell’eurozona, sia degli altri, tra cui la Gran Bretagna, che si trova in una situazione di grande difficoltà come testimonia la perdita del potere di acquisto della sterlina. Né si può trascurare un eventuale ritiro delle multinazionale e del loro rientro in patria. La Francia ha già preso provvedimenti significativi in proposito. Ha infatti negato gli aiuti alle industrie che hanno delocalizzato. D’altra parte, la stessa globalizzazione che sotto molti punti di vista ha creato molti sconquassi perché il Mondo non era pronto a gestire un mercato globale, non potrà non essere profondamente rivista. Alla luce degli avvenimenti, una globalizzazione sostenuta dalla speculazione finanziaria non è più proponibile. Con la crisi odierna il problema di un ritorno a un equilibrio nei cambi monetari non potrà essere più eluso, anche senza ipotizzare un ritorno a Bretton Woods, ossia a un sistema di cambi basato sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Ne deriverebbero difficoltà a eludere le sane regole della concorrenza. Intanto e per molto tempo Cina e India rimangono giganti con i piedi d’argilla. June 19 Obama e la riforma del mercato finanziariodi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 giugno 2009 C'è chi sostiene che, in tempo di crisi, non si dovrebbe procedere alle riforme, ma solamente riflettere su strategie da applicare una volta che si sia usciti dal tunnel. C'è poi chi sostiene, invece, che proprio in periodi di crisi si ha lo stimolo giusto e la necessità per fare riforme radicali che potrebbero essere risolutive. Infine, in un contesto globalizzato, qualcuno sostiene che le riforme vanno concertate a livello internazionale per evitare distorsioni tra i mercati. È però univoca ormai l'opinione che occorra restare comunque vigili ed essere pronti a individuare e impedire sul nascere le nuove spinte speculative in tutti i mercati, soprattutto in quello dei prodotti energetici, delle materie prime e dei prodotti alimentari, che svolgono una funzione essenziale e strategica per i sistemi economici e per il benessere dell'umanità. Il presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi, in occasione del Wirtschafstag 2009 di Berlino del 16 giugno scorso, ha sintetizzato lo status quo dell'economia mondiale. Egli ha affermato, usando un linguaggio criptico e ripetendo sostanzialmente quanto già sostenuto in occasione dell'Assemblea dei partecipanti della Banca d'Italia di maggio, che le «radici della crisi sono essenzialmente riconducibili alle gravi carenze della regolamentazione». In particolare, «gli incentivi forniti dai requisiti di capitale e dagli standard contabili all'attività di cartolarizzazione fuori bilancio; la rimozione nel 2004 del limite sul leverage per le banche di investimento; la possibilità per gli enti con rating a tripla A di sottoscrivere credit default swap senza costituire alcun collaterale» hanno causato conseguenze fortemente negative. Draghi sostiene che, sebbene sia prematuro pensare di essere fuori dal tunnel della crisi economica, il momento è comunque maturo per cominciare a delineare le strategie di uscita dalla crisi, le «exit strategy» che dovranno essere concentrate sui sistemi di rientro dal deficit di bilancio e dal debito pubblico, sull'inversione delle politiche monetarie attualmente espansive, per evitare future spinte inflazionistiche e sull'uscita dalle micro-politiche a sostegno delle banche. A sua volta, il presidente degli Stati Uniti è tra quelli che sostengono che le crisi si risolvono approntando e realizzando le riforme durante il corso della crisi stessa. Obama, infatti, ha elaborato con il suo staff un documento di 85 pagine che descrive un quadro di riforme del mercato finanziario statunitense che sarà presentato al Congresso per la sua legittimazione attraverso la promulgazione di leggi specifiche. Il percorso della riforma è ancora lungo, ma il governo americano ha reso noto che sta già lavorando su «iniziative essenziali per restituire la fiducia nel mercato finanziario e che queste saranno operative entro l'anno». Secondo le prime indicazioni, le linee essenziali della riforma riguardano:
Non sono mancati i commenti - alcuni a favore, altri fortemente critici - a tale riforma che, stando alle parole del presidente Obama, dovrebbe essere «la più grande riforma dal ‘29». Il progetto è stato accusato di non aver sufficientemente semplificato il quadro delle numerose agenzie che già operano nell'ambito della vigilanza del mercato finanziario e che, al contrario, ne abbia solamente aumentato il numero rimescolando alcune competenze. Allo stesso tempo, però, la riforma prevede una attenta regolamentazione dei derivati che hanno avuto un ruolo importante nel creare la crisi finanziaria. Inoltre, gli hedge fund, i private equity e i venture capital saranno vigilati dalla Sec. Molto probabilmente i prossimi mesi saranno utili per chiarire il futuro dei mercati finanziari e per valutare i primi effetti che la riforma avrà prodotto ai fini della stabilità del mercato finanziario, che dovrà essere vigilato per impedire il ripetersi di bolle speculative a danno dei cittadini, sia come risparmiatori, sia come consumatori, sia, soprattutto, come lavoratori. June 17 Crisi economica e parametri di Maastrichtdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 giugno 2009 Non suscita eccessivo stupore la notizia secondo cui ben 24 paesi sui 27 che compongono l'Unione Europea si trovano nella condizione di avere un forte disavanzo di bilancio in rapporto al reddito. Come è noto, per i paesi dell'euro-zona questo disavanzo non può superare il 3% del Pil, come impone il Trattato di Maastricht.
Il ministro Tremonti si è affrettato a evidenziare che il dato italiano corretto con riferimento all'andamento del ciclo economico riconduce il valore di tale rapporto al di sotto del 3%, ossia entro il margine stabilito dal Trattato. In ogni modo, secondo le ultime notizie tutti i paesi dell'euro-zona, con l'eccezione di Malta, Cipro e Finlandia, riceveranno a breve la comunicazione dell'apertura della procedura anti-deficit eccessivo sottoscritta dal commissario Ue Joaquin Almunia. Tale situazione non può meravigliare, in quanto dal momento dello scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare si è assistito ad un tonfo di tutte le maggiori economie mondiali e di quelle emergenti.
Si prevede che per quest'anno la Germania subirà un forte rallentamento della sua economia (il Pil decrescerà di ben il 6%, secondo le stime più ottimistiche). L'Italia ha visto una forte contrazione del Pil (del 5,9%). In Francia, la caduta del Pil risulta essere del 3,2% e nella Spagna di Zapatero del 3%, mentre il tasso di disoccupazione spagnolo è salito al 20%, con cinque milioni di disoccupati. Nel paese iberico, anche in seguito al declino del mercato immobiliare e delle costruzioni, si attende in tutti i settori economici un'ondata di fallimenti e il modello di crescita spagnolo, tanto decantato in questi anni, alla luce dei fatti economici è stato messo in seria discussione. Nel Regno Unito la caduta del reddito è stata misurata del 4,1% nel primo trimestre di quest'anno, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Fra tutte le maggiori economie europee, la situazione di quella britannica è di gran lunga la più preoccupante, poiché la City di Londra (il cuore finanziario inglese), che ha progressivamente aumentato la sua attività speculativa a discapito dell'economia reale, si è eccessivamente esposta e sembra essere del tutto schiacciata dal peso dei titoli tossici. Infine, nell'ambito delle grandi economie mondiali, negli Stati Uniti il crollo del Pil è stato di oltre il 6% per due trimestri consecutivi, mentre il disavanzo pubblico ha superato il 12% del Pil. In Giappone la Toyota ha subìto forti perdite, per la prima volta nella sua storia, dando un inequivocabile segnale della gravità della crisi di quel paese. Nel Sol Levante, infatti, la teorizzata «Trappola della liquidità» ha trovato la sua espressione concreta e il debito pubblico ha raggiunto il 175% del Pil. Il quadro di riferimento internazionale è, quindi, critico e preoccupante anche in prospettiva. Forse l'Italia, come afferma Tremonti e come sembra confermare anche l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), sarà il primo paese a uscire dalla crisi, perché il suo tessuto di piccole e medie imprese è più reattivo rispetto ai colossi industriali di altri paesi ricchi del G7, mentre il suo sistema bancario si è esposto in minor misura alle insidie dei titoli tossici rispetto a quello di altri paesi industrializzati. La buona notizia sta nel fatto che, secondo le promesse del ministro Tremonti a settembre la finanziaria, che è già in cantiere, non nasconderà insidie e sorprese per rientrare nei margini del deficit imposti dal Trattato. Ossia non ci sarà, per usare le parole del ministro, la consueta «stangata», come più volte è successo in passato. Inoltre, le procedure europee di rientro dal deficit eccessivo si sono adeguate ai tempi difficili che corrono, nel senso che non verranno imposte penali e sanzioni ai governi non virtuosi. Intanto, il Trattato di Maastricht sembra che stia scricchiolando sotto il peso della crisi economica mondiale. Infatti, la commissaria francese Christine Lagarde ha presentato la proposta di fare una distinzione tra deficit strutturale e «deficit di crisi». Non stupisce che tale proposta sia stata bocciata senza dare spazio a repliche, ma è probabile che rappresenti comunque un prima «prova tecnica» di smantellamento di un Trattato che, dal momento della sua sottoscrizione, ha agito negativamente sulle politiche anticicliche, legando le mani ai governi sottoscrittori. June 12 L'Ocse, il Superindice e la fine della crisidi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 giugno 2009 Il Samuelson, nel suo manuale di economia, sosteneva, negli anni Cinquanta, in seguito agli studi sull'evoluzione della crisi del '29, che i cicli commerciali, per le loro fluttuazioni e per le loro irregolarità, «assomigliano alle fluttuazioni delle malattie epidemiche, ai capricci del tempo o alle variazioni nella temperatura infantile», nel senso che non esiste un ciclo economico identico ad un altro. I movimenti del reddito non sono così regolari e prevedibili come le orbite dei pianeti o le oscillazioni di un pendolo. Tutti i cicli hanno caratteristiche comuni. Ma nessuna formula esatta può predire l'inizio o la fine, o il ritmo dei cicli economici futuri o presenti. Certi analisti, per tentare di misurare in anticipo le oscillazioni del reddito, prendono in considerazione l'andamento di alcuni indici (i prezzi delle azioni, i prezzi all'ingrosso, la produzione dell'acciaio o di energia elettrica, le compensazioni bancarie e via dicendo), ritenuti di volta in volta indicatori chiave della salute del sistema economico. Altre volte si calcola una media ponderata di molte serie storiche statistiche e la si combina in un «barometro» del ciclo economico. Ci sono anche alcune eccentricità, inoltre, che coloriscono la narrazione delle fatiche di alcuni economisti divenuti noti, tra cui Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve. Egli cominciò il suo mandato sotto Reagan e lo proseguì sotto Bush padre, sotto Clinton ai tempi della bolla speculativa della new economy e, da ultimo, sotto Bush figlio. Il suo mandato è scaduto nel 2006 ed è stato sostituito da Ben Bernanke. Si vocifera che Greenspan volesse avere sulla sua scrivania tutte le mattine i dati relativi all'andamento delle vendite dei cartoni da imballaggio, considerandolo un indice informale dell'andamento dell'economia statunitense. Si racconta tutto ciò per significare quanto aleatori possano essere gli indici di volta in volta considerati e fino a che punto siano soggetti alla discrezionalità degli analisti stessi. Tale premessa è necessaria quando si citano i risultati di calcoli complessi e previsionali sull'andamento del ciclo economico, come quelli pubblicati martedì scorso dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. L'OCSE è giunta ai risultati del calcolo del cosiddetto «Superindice», il leading indicator, ossia lo strumento che secondo gli econometrici dell'organizzazione parigina dovrebbe misurare l'inversione del ciclo economico. Le conclusioni a cui è giunta l'organizzazione hanno attribuito all'Italia il vantaggio di aver superato il punto di minimo del periodo recessivo: il nostro paese pare aver intrapreso la via di stabilità per poi - ci si augura - ricominciare a crescere. Merito - si legge nel rapporto - dell'atteggiamento prudente che il sistema bancario italiano ha assunto nei confronti della distribuzione dei titoli tossici. Oltre all'Italia, secondo l'istituto economico, anche la Francia, il Regno Unito e il Canada dovrebbero aver superato il punto più basso della parabola, mentre la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti si dovrebbero trovare ancora lungo il ramo discendente della parabola. Indubbiamente, un atteggiamento ottimista è più utile di uno pessimista e giova anche constatare che rispetto agli anni Trenta, ossia a quel periodo al quale faceva riferimento il Samuelson, l'armamentario a disposizione del policy maker per contrastare la recessione si è arricchito in qualità e in quantità. L'ottimismo di chi sostiene che il peggio sia passato si può accogliere e lodare, ma ciò non basta. Occorre, tra l'altro, fare chiarezza riguardo alla effettiva diffusione dei titoli tossici che hanno contaminato i bilanci delle banche. Inoltre, bisognerà attendere i risultati degli «stress test», fortemente voluti da Tremonti anche in Europa, dopo il loro primo esperimento negli Usa. Solo allora sarà possibile fare una valutazione circa il raggiungimento dell'obiettivo della pulizia dei bilanci bancari, ritenuto una condicio sine qua non per risolvere la crisi. Occorre non perdere l'occasione, inoltre, del prossimo G8 a L'Aquila per delineare le linee-guida per ricomporre un ordine monetario internazionale che, come insegna A. Forzoni, uno dei massimi storici della moneta, in Finanza Italiana, è una premessa indispensabile per la crescita economica diffusa e duratura. Allo stesso tempo, però, occorre identificare e stroncare sul nascere ogni forma di speculazione. I cicli economici rappresentano una sfida per le nazioni democratiche, nel senso che o si impara a controllore o contrastare le recessioni e i periodi inflazionistici, oppure la struttura della società corre gravi rischi, non ultimi i conflitti veri e propri. June 10 L'ingresso della Russia nel Wto entro la fine dell'annodi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it l'8 giugno 2009
A San Pietroburgo, dove si è svolto il Forum economico internazionale lo scorso 4 giugno, il commissario europeo al Commercio, Catherine Aston, dopo un incontro con il ministro dello sviluppo economico russo, Elvira Nabiullina, ha detto che l'Unione europea e la Russia hanno raggiunto un accordo sull'ingresso della Federazione russa nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), affinché il processo di adesione venga completato per la fine dell'anno. L'iter per l'ingresso della Russia nell'Omc è cominciato nel 1993. Da allora il gruppo di lavoro interno all'Organizzazione, costituitosi nello stesso anno, si è riunito ben 30 volte, ossia almeno tre volte tanto rispetto agli altri gruppi di lavoro relativi ai 28 processi di adesione che sono ancora in attesa di conclusione.
Il ruolo della Federazione russa nell'interscambio internazionale è di un certo rilievo, in quanto contribuisce per il 3% circa al commercio mondiale e per il 3,3% alla formazione della ricchezza mondiale (dati World Economic Outlook, aprile 2009 del Fondo Monetario Internazionale). Al suo interno, comunque, presenta una disoccupazione elevata, che ha raggiunto il 10% circa quest'anno, mentre si prevede che il Pil abbia una caduta dell'8% in seguito all'attuale crisi economica mondiale. La Russia rappresenta l'ultima grande economia dei paesi emergenti ancora esclusa dal circolo dei 153 paesi che appartengono all'Omc. La Cina, infatti, ha fatto il suo ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio nel dicembre del 2001, mentre l'India e il Brasile vi sono entrati ancor prima, nel gennaio del 1995.
Dopo la guerra in Georgia e dopo l'adesione di quest'ultimo paese e dell'Ucraina alla Nato, i rapporti tra Est e Ovest, ossia tra Russia, Ue e Usa si erano congelati. Anche il nuovo partenariato orientale, vale a dire l'accordo tra Ue e Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina, che è stato fortemente voluto dai governi di Svezia e Polonia, ha contribuito a complicare ulteriormente la situazione delle relazioni tra Europa e Russia. Tuttavia, si sono avuti in questi ultimi mesi i primi segnali di disgelo.
Come ha affermato il ministro Frattini in un suo recente intervento pubblico, la Russia rappresenta per l'Europa e per l'Italia, un partner strategico con il quale si è «legati a doppio filo». A sua volta, anche il mercato europeo, e quello italiano in particolare, rappresentano partners commerciali e politici importanti per la Federazione russa. Gli scambi commerciali riguardano soprattutto i prodotti energetici. È sufficiente ricordare che in Europa circa il 50% delle sue importazioni di gas e il 30% di quelle di petrolio provengono dalla Russia, nonostante i tentativi dell'Unione di diversificazione delle fonti. Fra il 2000 e il 2008, inoltre, il commercio bilaterale Ue-Russia di merci è quasi triplicato, raggiungendo il valore, nel 2008, di 278 miliardi di euro. Infine, è emblematico il fatto che circa l'80% del capitale straniero in Russia provenga dall'Ue.
La grande richiesta di prodotti energetici russi da parte della Cina preoccupa l'Unione europea e si è fatta più stringente l'esigenza di affrontare la tematica di un nuovo partenariato strategico Ue-Russia. I lavori sono iniziati nel luglio 2008, sulla scia del partenariato Ue-Russia avviato già nel 1994 (entrato in vigore nel 1997) e seguito, nel 2005, da un ulteriore accordo volto alla realizzazione di quattro «spazi comuni»: 1) lo spazio economico; 2) lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia; 3) lo spazio di sicurezza esterna; 4) e lo spazio di ricerca e istruzione.
La Russia è un ponte tra l'Europa occidentale e l'Asia, ma anche un interlocutore per le problematiche politiche e diplomatiche mediorientali. Il processo di partnership Ue-Russia, ossia il futuro accordo di partenariato strategico i cui tempi di negoziato non sono stati definiti, porterà sul tavolo dei negoziati, oltre ai temi degli scambi commerciali, anche quelli della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell'instabilità nelle regioni del Caucaso e dei Balcani, delle relazioni con i paesi detti emergenti, in particolare Cina e India, e dei rapporti con il Medio Oriente, l'Iran e l'Afghanistan.
L'ingresso della Russia nell'Omc potrebbe giocare un ruolo importante, nei processi di integrazione di area, ma anche nello sbloccare il Doha Round, ossia i negoziati per l'armonizzazione e per la rimozione degli ostacoli agli scambi internazionali. Restano aperte alcune questioni che la Russia dovrebbe ancora risolvere: i sussidi riservati all'agricoltura; i dazi imposti sull'importazione dall'Ue di automobili e di legname e la regolamentazione delle compagnie statali. Inoltre, secondo Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, il mercato russo presenta attualmente alcuni problemi di accesso per le aziende straniere. In particolare, la legge russa su alcuni appalti prevede costi maggiori del 20-30% per le imprese estere. È auspicabile quindi che, attraverso la creazione di un contesto di regole chiare, uniformi e riconosciute a livello internazionale, sia possibile in futuro facilitare i nuovi investimenti delle imprese europee e in particolare di quelle italiane. May 29 Come frenare la fluttuazione del prezzo del greggio?di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 maggio 2009 Si è concluso lunedì 25 maggio scorso il G8 dell'Energia, realizzato sotto la presidenza italiana, che ha visto il Ministro Scajola in prima linea per la sottoscrizione di accordi strategici sia per il futuro del nostro paese e dei maggiori paesi industrializzati, sia per la lotta alla scarsa disponibilità di energia che penalizza le economie emergenti. Seguendo le relazioni finali e le notizie pubblicate sulla stampa ufficiale, sono stati sottoscritti durante il summit tre accordi internazionali che riguardano, in primo luogo, l'efficienza energetica e la lotta contro il cambiamento climatico. A tal proposito è stato realizzato anche un protocollo che ha come fine l'identificazione delle regole comuni tra i paesi sottoscrittori e degli incentivi agli investimenti nel settore. Gli altri accordi riguardano la lotta alla «povertà» energetica dei paesi emergenti e, in particolare, gli incentivi che verranno concessi al continente africano, affinché, secondo alcuni opinionisti, possa affrancarsi dalla crescente dipendenza da altri continenti e paesi per la produzione nel settore energetico. Last but not least si è ampiamente discusso della fluttuazione del prezzo del petrolio e le imprese, tra le quali, in particolare l'Eni per voce dell'ad Scaroni, hanno proposto la costituzione di una Agenzia internazionale, l'Ipeec (International Partnership for Energy Efficiency Cooperation), che vigili e che operi con diversi strumenti, affinché il prezzo quotato del greggio oscilli tra un massimo e un minimo considerati efficienti per coprire i costi di produzione e per garantire un margine di profitto alle imprese produttrici. Le oscillazioni del prezzo, secondo i disegni dell'azienda italiana, dovrebbero essere tra i 60 e i 80 dollari al barile, che ad alcuni osservatori sono sembrati elevati. Indubbiamente l'impennata dei prezzi del greggio, che ha caratterizzato la scorsa estate (a luglio del 2008 il barile di petrolio era quotato 145 dollari) e che è stato il risultato di una vasta azione speculativa, ha fatto riflettere e ha messo sull'avviso le imprese che importano e trasformano il greggio in prodotti energetici finiti. Altrettanto chiaro è il fatto che i prodotti energetici sono strumentali a qualsiasi tipo di prodotto e pertanto incidono sul costo di produzione e sull'andamento dell'intera economia nazionale. Non altrettanto evidente e lineare è la via che si vuole seguire per controllare le oscillazioni di prezzo sui mercati internazionali. Come più volte scritto su questo giornale, ogni forma di speculazione che infetti qualsiasi mercato, da quello dei prodotti energetici o dei prodotti alimentari a quello dell'oro, deve essere contrastata sul nascere e con ogni mezzo da autorità chiamate alla vigilanza internazionale. Quindi, non soltanto il mercato del greggio dovrebbe essere soggetto a controlli e a interventi diretti per raggiungere lo scopo, ma tanti altri prodotti, specie gli alimentari. Secondo quanto si legge, l'Agenzia internazionale per il controllo del prezzo del petrolio dovrebbe vigilare sui mercati e dovrebbe essere in grado di elaborare rilevazioni statistiche, sui flussi di estrazione e di trasformazione e sulle quantità scambiate, che siano da considerare univoche e autorevoli. Dovrebbe, inoltre, essere in grado di produrre previsioni affidabili e, infine, dovrebbe finanziare le sovraccapacità di estrazione di petrolio al fine di equilibrare le quotazioni a livello internazionale. Si potrebbe sorvolare sulla fallimentare esperienza italiana di un organismo pubblico chiamato proprio ad agire sul livello dei prezzi in tempi di inflazione (si ricorderà il c.d. «Mr Prezzi», istituìto dal Governo Prodi con fondi pubblici, che oltre a produrre annunci vaghi non ha sortito e non sortisce tuttora, come era prevedibile sin dal primo giorno, alcun risultato sul livello dei prezzi). Le oscillazioni di prezzo, in un libero mercato, dipendono, come insegna la scienza economica, dal flusso di domanda e di offerta e, in tempi di crisi economica e di calo della domanda, il rischio impellente non è tanto l'inflazione, quanto piuttosto la deflazione. È stato poi proprio per il timore del rischio di deflazione che, ai primi cenni di crescita del prezzo del petrolio, è stato gridato da alcuni colleghi che la crisi economica globale era passata in virtù di una fantasiosa correlazione diretta tra l'aumento del prezzo del greggio e quello del prodotto nazionale. Oltre all'Agenzia internazionale, sarà necessario percorrere la via, anche se lunga, della diversificazione della produzione di energia (dalla produzione di idrocarburi, petrolio e gas, a quella nucleare e da fonti alternative come la geotermica, l'idroelettrica e via dicendo). È essa stessa a permettere il contenimento dei prezzi, seguendo i meccanismi di mercato e, quindi, evitando interventi deus ex machina di organismi internazionali, inutili e controproducenti. A tal proposito sembrano di grande interesse gli accordi sottoscritti al margine del summit dal ministro Scajola con il Ministro dell'Economia, Commercio e Industria giapponese Toshihiro Nicai per formare personale tecnico nel settore nucleare e con il segretario Usa per l'Energia Steven Chu relativo alle cooperazione Italia-Usa nella produzione di energia da carbone pulito e dal nucleare. May 27 IL SUMMIT DELL'ENERGIAdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 maggio 2009 Si è svolto tra domenica 24 e lunedì 25 maggio scorsi, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, il Meeting dei Ministri dell'Energia del G8, dal titolo «Oltre la crisi: verso un nuovo ordine mondiale dell'energia». Il fine dell'incontro è quello di definire e ottenere il consenso sulle politiche energetiche tra i paesi partecipanti che nell'insieme rappresentano oltre l'80% dell'energia prodotta e scambiata nel globo. Sono intervenuti accanto ai paesi membri del G8, quelli rappresentanti le principali economie emergenti, come Cina, India, Sud Africa, Brasile, Messico, Egitto, Corea e Arabia Saudita. Alla discussione sugli investimenti energetici e sulla scarsità energetica si sono uniti, inoltre, l'Australia, l'Indonesia, la Turchia, l'Algeria, la Libia, la Nigeria e il Ruanda. In seno al meeting si sono volute individuare quelle politiche energetiche che possano avere un effetto propulsivo sullo sviluppo economico e che siano strumentali al superamento dell'attuale crisi economica e finanziaria globale nel più breve tempo possibile. Le conclusioni dell'incontro saranno presentate al Summit dei Capi di Stato e di Governo in programma a L'Aquila nel prossimo mese di luglio. Gli obbiettivi del Summit hanno riguardato, in primo luogo, la definizione delle regole e dei principi che sanciscano una nuova leadership energetica mondiale, poiché il problema della sicurezza energetica travalica i confini nazionali e diviene un tema comune a tutti i paesi, sia industriali che emergenti. Ampie difficoltà si incontrano, infatti, nell'elaborare una regolamentazione efficace da parte dei singoli governi nell'ambito dell'energia in assenza di un orientamento comune tra i diversi Stati. Come si evince dalle relazioni presentate, il G8 dell'Energia è un luogo dove poter porre le basi per una armonizzazione dell'aspetto regolamentativo a livello planetario. Ancora più difficile è che il quadro normativo, una volta armonizzate le esigenze dei diversi paesi, mantenga caratteristiche di stabilità. È essenziale, infatti, evitare cambiamenti radicali nel tempo, come ad esempio quello seguito al referendum sul nucleare realizzato nel 1987 in Italia, poiché, prima di dare i primi frutti e cominciare ad essere incisivi sul sistema produttivo nazionale, gli investimenti nel settore energetico richiedono un arco di tempo molto lungo, spesso ultra-decennale. Un quadro normativo armonico e stabile nel tempo è il presupposto più importante affinché si incentivino gli investimenti nel settore. Ma occorre dare anche altri stimoli agli stessi investimenti, stabilendo ad esempio forme di partnership tra privati o miste, tra pubblico e privato, per lo sviluppo di sistemi energetici efficienti, innovativi e a basso contenuto di carbonio. Il Summit, oltre a rilevare le esigenze di regole efficienti, condivise e stabili, sia la necessità di trovare nuovi incentivi agli investimenti pubblici e privati e di prediligere forme di energia poco inquinanti, il Summit ha sottolineato l'urgenza di lanciare anche un piano d'azione volto a ridurre la penuria energetica in Africa. Una caratteristica innovativa di questo G8 dell'energia, avvenuto sotto la presidenza italiana, è rappresentata dal fatto che le imprese del settore energetico sono state coinvolte direttamente. Per la prima volta, infatti, l'apertura dei lavori ministeriali è stata preceduta dall'Energy Business Forum, ossia il Forum tra i Ministri dei paesi del G8 e delle economie emergenti e i vertici delle più importanti imprese energetiche del mondo. Si è voluto, in tal modo, creare un clima imprenditoriale favorevole agli investimenti energetici «responsabili» e alle politiche di sviluppo nel settore energetico ed economico. È chiaro che il presupposto affinché si crei un simile clima è la comprensione reciproca degli aspetti peculiari della realtà economica: governo e imprese. I governi devono tenere conto delle esigenze industriali delle imprese e le imprese, dal canto loro, devono tener conto delle priorità politiche, nazionali e internazionali e della tutela dei consumatori. È evidente, quindi, la centralità delle imprese nella creazione di un nuovo sistema energetico e la conseguente necessità di coinvolgerle politicamente e di promuovere il loro contributo al dibattito internazionale. A margine del Summit c'è stato l'incontro tra l'Italia e gli Stati Uniti, ovvero tra il Ministro Scajola e il Segretario Usa per l'Energia Steven Chu per un accordo di cooperazione in materia di tecnologie per il carbone pulito e per la «cattura» e il «sequestro» dell'anidride carbonica. La collaborazione riguarderà anche il settore nucleare, poiché il Ministro Scajola ha rimarcato che verrà costituito un «gruppo di lavoro per la collaborazione Italia-Usa per il rilancio del nucleare italiano» sulla scia dell'accordo, firmato in febbraio dal premier Berlusconi e il presidente francese Sarkozy, relativo, appunto, alla collaborazione e allo scambio di know how nell'ambito dell'energia nucleare. Alla chiusura dei lavori del Summit si svolgerà un incontro tra il Ministro Scajola e il Ministro dell'Economia, Commercio e Industria giapponese Toshihiro Nikai. Verrà firmato in quella sede un memorandum di cooperazione sul nucleare. Si tratterebbe di un intesa che porrebbe le premesse per includere anche il Giappone tra i partner strategici per lo sviluppo nucleare italiano e permetterebbe al paese asiatico di penetrare nel mercato europeo con alleanze industriali e investimenti nel nostro paese e nei principali stati dell'Ue. May 20 I NUOVI GASDOTTI GALSI E ITGIdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 maggio 2009 L'80% della capacità elettrica prodotta da nuovi impianti in Europa negli ultimi dieci anni è alimentata a gas. L'Europa consuma quasi il 20% del gas mondiale, ma la sua produzione è pari solamente al 7% di quella mondiale, mentre le riserve europee sono appena il 2% di quelle mondiali. Ne consegue che l'Ue è fortemente dipendente dalle importazioni extra-Ue di gas naturale, che risultano essere circa il 60% dei consumi europei. In Italia, la situazione è accentuata rispetto al resto d'Europa. Infatti, circa l'80% delle abitazioni è riscaldato a gas, altrettanto fa il 66% degli ospedali e degli alberghi. Pertanto la forte dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento del gas ha portato l'attuale governo ad affrontare seriamente la questione delle infrastrutture di distribuzione (gasdotti e rigassificatori) con l'obbiettivo di diversificare i paesi fornitori e ottenere per tale via prezzi di fornitura più vantaggiosi. Il progetto più recente che l'Italia ha approntato in collaborazione con altri paesi prende il nome di gasdotto Galsi. È in via di realizzazione e dovrebbe essere ultimato entro il 2011. La costruzione del gasdotto ha subìto però un ritardo di un anno rispetto alla sua tabella di marcia in seguito al recente ritrovamento della corazzata francese Danton sui fondali al largo del sud della Sardegna. La corazzata era stata affondata il 19 marzo del 1917, nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale da un sottomarino tedesco. Il ritrovamento, grazie a potenti robot subacquei, ha riportato alla mente i fatti storici e ha permesso altresì di commemorare i 295 caduti francesi che tuttora giacciono nelle stive della nave nelle profondità degli abissi. Il Consorzio societario, costituito nel 2003 con un capitale di 10.000.000 euro, è composto da diverse società, di cui il 50% italiana. Il tratto italiano del metanodotto sarà realizzato da Snam Rete gas, società dell'Eni, che si occuperà anche della gestione della nuova infrastruttura. La stima dei costi complessivi è tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. Bruxelles considera il progetto Galsi tra le quattro grandi infrastrutture energetiche prioritarie italiane e contribuirà, con 120 milioni di euro, al finanziamento del progetto. Il pregio del progetto Galsi è quello di assicurare la fornitura di una quantità notevole di gas naturale (8 miliardi di metri cubi l'anno, pari al 10% della capacità installata di importazione nazionale). Tale progetto, unitamente alla realizzazione di rigassificatori (l'ultimo realizzato è stato quello di Rovigo nell'autunno del 2008) e del gasdotto Itgi che collegherà l'Italia alla Grecia (v. Mappa), dovranno aumentare la disponibilità nazionale di gas e garantire il nostro paese rispetto all'eventualità di ulteriori «emergenze gas», che hanno invece caratterizzato gli inverni passati. Il gasdotto Itgi, come accennato, collegherà Italia, Grecia e Turchia. La Turchia si approvvigionerà, infine, dal giacimento dell'Azerbaigian. L'importanza strategica di tale progetto risiede nel fatto che l'Azerbaigian è un paese che appartiene dell'Area del Mar Caspio e del Medio Oriente, ossia a quell'area che detiene circa il 20% delle riserve mondiali di gas naturale, ma che non dispone di alcun collegamento indipendente con i consumatori europei. Il gasdotto Itgi permetterà, quindi, un collegamento diretto e indipendente dalla Russia. L'importanza del progetto è tale che la Russia e gli Stati Uniti hanno deciso di presenziare in qualità di osservatori alla conferenza sul «Corridoio meridionale» del gas che la presidenza ceca dell'Ue ha organizzato a Praga per l'8 maggio 2009. Anche il progetto Itgi trasporterà circa 8 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno e dovrebbe essere ultimato entro il 2012. Il progetto richiede il potenziamento della rete turca e la realizzazione degli Interconnector tra Turchia e Grecia (Progetto ITG) e tra Grecia e Italia (Progetto IGI). La Commissione europea ha deciso lo scorso gennaio di contribuire al finanziamento del gasdotto Itgi con 100 milioni di euro classificandolo Progetto di Interesse Europeo per l'apertura di un grande corridoio di approvvigionamento che colleghi l'Europa del Sud con l'Asia Centrale. È ancora lunga la strada da percorrere per raggiungere l'ambizioso obbiettivo per il nostro paese di divenire un esportatore netto o, come si usa dire, un «hub» del gas, ossia un paese capace di coprire interamente il proprio fabbisogno di gas, mediante la produzione nazionale e le importazioni, e capace altresì di esportare gas verso altri paesi Ue ed extra-Ue a prezzi competitivi. Al momento attuale ciò che più conta è l'aver intrapreso la via con energia e con coraggio.
May 08 A DON GIANNICaro Don Gianni,
ti ringrazio di ogni premura, di ogni attenzione, di ogni singola telefonata che mi hai fatto
che provvidenzialmente arrivava nel momento in cui sentivo il bisogno di un sostegno spirituale
in questo difficile cammino che è la vita.
E' grazie al tuo entusiasmo e alla tua acuta e inesauribile curiosità che io ho continuato a scrivere,
nonostante le difficoltà tipiche di chi è solo all'inizio e si vuole fare strada con tutte le insicurezze
dettate dalla giovinezza e dall'inesperienza. E' grazie a te che sono diventata giornalista.
Come me ce ne sono tanti di giovani tra le fila di Ragionpolitica che hanno gli stessi entusiasmi
e le mie stesse difficoltà. Io ho avuto la fortuna di conoscerti e di sentire vicina la tua amicizia.
Resterà vivo in me il tuo ricordo e il tuo entusiasmo.
Ho solo una parola per salutarti: grazie.
EM
May 04 DALLA CRISI SI ESCE ABBASSANDO LE TASSESubito riqualificazione della spesa pubblica e abolizione delle province
Dalla crisi si esce
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| Costo in centesimi di dollaro Usa per kW/h della generazione di elettricità | ||||
| fonte per fonte | ||||
| con i sussidi | senza i sussidi | |||
| Idroelettrico | 2 | |||
| Carbone | 4,3 | |||
| Geotermico | 4,4 | |||
| Gas naturale | 4,7 | 6 - 7 | ||
| Eolico | 4,8 | 8 - 9 | ||
| Biomassa | 5,1 | 7 | ||
| Nucleare | 6 | |||
| Petrolio | 8 - 11 | |||
| Solare termico | 12,6 | |||
| Fotovoltaico | 21 | 36-45 | ||
Ci aveva già provato anche Jimmy Carter
La politica “verde” di Obama non è nuova. Nell’aprile del 1977, il presidente Jimmy Carter, più bravo – si disse – a produrre noccioline che a fare politica, proponeva varie misure come risposta, fra le quali l’istituzione della Synthetic Fuels Corporation, per promuovere le energie alternative (ad esempio incentivando la gassificazione del carbone) e l’erogazione di sussidi per l’energia solare ed eolica. Come ricorda Michael C. Lynch nel suo recente articolo dal titolo “Crocifissi su una croce di biomassa?”, in seguito al piano varato si moltiplicarono negli Stati Uniti i pannelli solari termici e gli impianti per l’energia eolica e fu finanziata la ricerca in una varietà piuttosto ampia di fonti di energia. Si disse che l’auto elettrica era prossima a fare il suo ingresso nel mercato, e la Chrysler rivide la propria offerta produttiva a favore di vetture di dimensioni più contenute. Il piano di Carter non sortì i risultati sperati e i prezzi di mercato non crebbero tanto quanto era stato ipotizzato dagli analisti di allora. I pannelli per il solare termico e le turbine eoliche ebbero numerosi problemi tecnici e gli americani tornarono ad acquistare le auto tradizionali, premiando la Ford e la General Motors, che avevano mantenuto la gamma delle loro produzioni, e penalizzando la Chrysler, mentre le auto elettriche solamente di recente hanno fatto una timida comparsa.
Le previsioni degli "esperti"
Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che, se la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione, questa fonte è ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972, che fu considerato un’offesa all’intelligenza dell’uomo, aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli esperti catastrofisti, interessati però a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e, a marzo di quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento di un giacimento brasiliano di recente scoperta, dalle dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.
Come nel 1973-'79 rincari originati dalla speculazione
Ma allora perchè assistiamo a ricorrenti "fiammate" nelle quotazioni del greggio? Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. È stato sufficiente tagliare gli artigli degli speculatori (come, ad esempio, limitando fortemente il ricorso alle vendite allo scoperto) per ricondurre il prezzo del greggio a un problema fisiologico.
Quindi ancora una volta, come è successo ai tempi del presidente Carter, anche oggi le aspettative di prezzi crescenti dell’energia saranno fortunatamente disattese. Come infatti già argomentato nel precedente articolo del numero 11-12 (novembre dicembre 2008) di Finanza Italiana, il prezzo del petrolio, dopo l’impennata di luglio scorso (in cui aveva superato i 140 dollari al barile), è crollato ai valori compresi fra i 30 e i 40 dollari attuali. Ciò è avvenuto a causa dello scoppio della bolla speculativa e delle misure prese per le nuove direttive delle contrattazioni di borsa, specie di Chicago e di Londra relativamente ai futures.
Le correlazioni tra finanza e prezzo del petrolio
Appare pacifico che tra il mondo finanziario e il mondo energetico vi sia una stretta correlazione, complice anche l’Opec. Per superare la grave empasse mondiale occorre, in primo luogo, agire sulla regolamentazione degli strumenti finanziari al fine di tagliare gli artigli alla speculazione. Allo stesso tempo, occorre elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di Co2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso ad un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse con i relativi termoconvertitori. Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA).
Il pacchetto dell'Ue clima-energia
Occorre ricordare che lo stesso indirizzo in gran parte ipotetico che ha fatto proprio il nuovo presidente americano riguardo alle energie rinnovabili è stato intrapreso ancor prima dall’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, allorquando ha elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto (che per l’Italia imponevano di ridurre del 6,9% le emissioni di co2 rispetto al 1990, ma oggi siamo al +12) non sono stati soddisfatti. Come è noto, lo slogan 20-20-20 sta a indicare che con tale piano si intende: aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili; aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020; ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato. Però partendo dalla considerazione che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di Co2 rischia di compromettere la crescita di un paese. Inoltre, altre critiche sono state sollevate al piano europeo da molti osservatori indipendenti. In particolare, posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie che corrono a diverse velocità, imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia indiscriminato e uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali a economie differenti. In virtù di tale valutazione, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stato contrastato dal governo Berlusconi ed è stato riesaminato rendendo i parametri flessibili e soggetti a revisione nel tempo.
La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi. Le altre fonti energetiche, oltre che essere tutt’ora antieconomiche, presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. Ma Obama sa che le fonti tradizionali forniscono circa il 90 per cento dell’energia prodotta?
Nota: * comprende geotermica, solare, eolica ecc.
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di Emanuela Melchiorre pibblicato su www.ragionpolitica.it il 6 marzo 2009
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Ancor prima che scoppiassero le bolle speculative sulle case, sui prodotti petroliferi e sui generi alimentari, si gonfiava già da tempo la bolla sull'oro, il bene rifugio per eccellenza. Infatti, un semplice sguardo al diagramma della quotazione del metallo prezioso fa sorgere fortemente il sospetto che siano in atto vaste azioni speculative a far data almeno dal 2002, ossia in seguito allo scoppio della bolla speculativa della new economy (grafico 1), con una rivalutazione del prezzo di mercato di oltre il 340% negli ultimi sei anni, che è cresciuto in media di oltre il 50% l'anno. Come è ormai noto, agli inizi del nuovo millennio i capitali speculativi che fuggivano dai mercati della new economy si sono diretti verso altri mercati: prima verso quello immobiliare, il cui scoppio della bolla nell'agosto del 2007 ha portato all'attuale crisi finanziaria; in seguito quello del petrolio e dei generi alimentari, le cui bolle sono scoppiate a novembre del 2008 e hanno contribuito notevolmente ad aggravare la situazione economica mondiale; quindi, verso quello dei metalli preziosi, dell'oro in primo luogo, che diversamente dagli esiti delle altre bolle continua a gonfiarsi, comportando l'innalzamento del prezzo dell'oro molto vicino ai 1000 dollari per oncia di fino. Oggi, quindi, in seguito allo scoppio ravvicinato delle bolle sulle materie prime e con i settori economici in crisi, agli speculatori non resta altra via da seguire se non dirigersi verso il mercato dell'oro e dei metalli preziosi che ancora può garantire loro lauti guadagni.
Grafico 1 - quotazione del prezzo dell'oro in dollari usa per oncia troy, dal 1992 a oggi
Fonte: Financial Times
Anche in seguito all'attuale crisi mondiale, che ha investito tutti i paesi sia avanzati che meno avanzati, con ripercussioni che si protrarranno ancora a lungo, è ormai diffuso il convincimento che la speculazione permette di arricchire pochi furbi a spese di tutta l'economia mondiale. Finalmente, le conclusioni a cui sono giunti i numerosi incontri internazionali (dal Financial Stability Forum, ai vari G7+1 e infine all'incontro dei grandi europei di Berlino del 22 ultimo scorso, in preparazione del G20 di Londra) si è arrivati alla conclusione che le azioni speculative vanno ostacolate con ogni mezzo. Gli ostacoli alla speculazione chiamano necessariamente in causa la vigilanza su tutti i mercati, nessuno escluso, da parte degli organismi finanziari internazionali preposti, quali il Fondo Monetario Internazionale e il Financial Stability forum, ma anche le banche centrali nazionali, la Bce e la Federal Reserve e, infine, le agenzie di controllo delle borse. Però la vigilanza non è sufficiente, poiché al momento in cui si identifica una dinamica speculativa, la si deve contrastare sul nascere con azioni sì tempestive, ma soprattutto coordinate a livello mondiale. Infatti, azioni scollegate e schizofreniche non farebbero altro che creare comportamenti protezionistici deleteri, che non produrrebbero comunque gli effetti desiderati sulla speculazione. L'identificazione di una bolla speculativa passa per l'osservazione delle variabili economiche fondamentali. Se l'andamento della domanda (in aumento) e dell'offerta (in diminuzione) non sono tali da giustificare un incremento repentino del prezzo di mercato, in quel caso occorre vigilare con attenzione in quanto può annidarsi un andamento speculativo. Ciò è avvenuto nel mercato dell'oro dai primi anni del secondo millennio. Se si considera la produzione mineraria mondiale (grafico 2), infatti, è evidente che non si è affatto in presenza di un crollo dell'offerta, che potrebbe giustificare un aumento repentino del prezzo di mercato. Al contrario essa è andata via via crescendo nel tempo rallentando leggermente e non significativamente negli ultimi anni in cui è aumentato più rapidamente il prezzo di mercato. Secondo il World Gold Council (WGC), la produzione mineraria (che nel 2007 era pari a 2.380 tonnellate) rappresenta il 60% della disponibilità di oro sul mercato, alla quale contribuiscono anche per il 14% le vendite delle riserve auree delle banche centrali e la vendita di «oro riciclato», ossia riutilizzato, per il 26%. Grafico 2 - Produzione mineraria mondiale di oro ( in tonnellate l'anno)
Passando alla domanda, sempre secondo il WGC, essa è costituita in gran parte (circa il 70%) dalla quota destinata alla produzione di monili e gioielli. Una componente minore (circa il 10%) è per uso industriale (l'oro è utilizzato prevalentemente per i componenti elettronici, data la sua elevata conduttività e resistenza alle corrosioni) e sanitario-dentistico, mentre la quota rimanente (del 20% circa) è relativa agli investimenti. Se si analizza l'andamento di tutte le componenti di domanda si evince che in questi anni recenti si è ridotta la domanda per usi industriali (dal 2007 al 2008 del 7%) e ancor di più si è contratta la domanda di oro destinato alla produzione della gioielleria (-11%). Al contrario è aumentata sensibilmente la domanda di oro per investimenti (+64%), ossia da destinare alla tesorizzazione privata in lingotti (con l'esclusione delle riserve delle banche centrali), per il conio ufficiale di monete e per la produzione di medaglie. Un ruolo a parte rivestono le riserve auree delle banche centrali (grafico 3). Attualmente la Federal Reserve detiene la maggior quantità di oro tra i paesi industrializzati del G7+1, seguita dalla Germania, dalla Francia e dall'Italia. Il ruolo delle riserve auree è andato modificandosi col tempo. Durante il Gold exchange standard il dollaro doveva mantenere una convertibilità esterna con l'oro e la banca centrale americana doveva detenere una quantità di riserve tale da poter garantire la conversione esterna della sua moneta. Nell'agosto del 1971 Richard Nixon sospese la convertibilità esterna con l'oro e la moneta americana divenne completamente fiduciaria. Il sistema dei cambi valutari fissi stabilito a Bretton Woods nel 1944 saltò e quindi la circolazione monetaria di ogni paese non ebbe più il vincolo di equilibrio della bilancia dei pagamenti. Da allora la moneta è divenuta ovunque del tutto fiduciaria e le sue variazioni quantitative sono demandate ai governi e per essi alle banche centrali. Unica eccezione è la Banca centrale europea, indipendente dai parlamenti e dai governi. In seguito alla rottura del sistema dei cambi fissi, le riserve auree hanno cessato il loro ruolo di garanzia per la convertibilità del circolante e sono diventate un capitale a disposizione delle Banche centrali. Pertanto, in questo momento, potrebbero anche essere utilizzate come uno strumento per la lotta alla speculazione, oltre che come mezzo efficace per ridurre sensibilmente il debito pubblico. Grafico 3
L'insieme delle riserve auree delle banche centrali, secondo il World Gold Council, è pari a circa il 18% dello stock di oro esistente nel mondo. Se ne deduce che le Banche centrali potrebbero incidere fortemente sull'andamento del prezzo di mercato dell'oro e potrebbero agire, quindi, per contrastare la crescente speculazione, mediante un accordo tra loro. Infatti, la vendita di parte delle riserve auree di tutte o delle principali banche centrali farebbe crollare repentinamente il prezzo. Al limite, non sarebbe nemmeno necessario effettuare materialmente la vendita, in quanto l'effetto sul prezzo si avrebbe già dal momento dell'annuncio dell'accordo. L'effetto che si vorrebbe ottenere dovrebbe essere quello di una riduzione del prezzo dell'oro, e quindi un crollo dei guadagni da speculazione, fino al punto che il prezzo di mercato ritorni ad essere espressione della domanda e dell'offerta reali. Il prezzo dell'oro coerente con tale obbiettivo potrebbe essere quello precedente alla bolla speculativa, attualizzato per gli anni intercorsi per tenere conto della perdita del potere d'acquisto della moneta di riferimento, ossia del dollaro. Un semplice calcolo di prima approssimazione indica che il prezzo dell'oro dovrebbe aggirarsi al massimo intorno ai 150 dollari per oncia di fino. |
di Emanuela Melchiorre
pubblicato il 21 febbraio 2009 su www.ragionpolitica.it
Come tutti i paesi avanzati, il Giappone si trova ad affrontare oggi una crisi economica profonda tanto da non essere confrontabile con quella subita in seguito alla crisi petrolifera del 1973. Specie le banche e l'industria sono in questi ultimi mesi in forte rallentamento, con ripercussioni a livello sociale. Non sono certamente le immagini del ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa al vertice G7, forse ubriaco o forse sotto l'effetto di farmaci, che hanno fatto in poco tempo il giro del mondo, a ledere l'immagine del Sol Levante agli occhi dei grandi paesi industrializzati, anche se, per tale motivo, il ministro è stato costretto a dimettersi. Ciò che preoccupa è il disorientamento circa il modello di crescita fino ad ora seguito e che ha modificato il rapporto tra l'uomo e la fabbrica. Il tasso di disoccupazione non rivela il dramma dei vecchi che non possono, come fino a poco tempo fa, andare in fabbrica. Torneremo su questo aspetto sociale che in Occidente non è ben compreso. Intanto, si può rilevare che il Pil giapponese, nel quarto trimestre 2008, si è ridotto del 12,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente e del 3,3% su base trimestrale. Si tratta del terzo trimestre consecutivo in cui il Pil si riduce in termini reali e ora gli analisti si aspettano un ulteriore calo della produzione del 10% nel primo trimestre del 2009.
Le aspettative pessimistiche trovano fondamento nell'andamento delle esportazioni giapponesi che, da ottobre a dicembre, sono calate del 13,9% rispetto al precedente trimestre, a causa della crisi globale che ha portato a forti tagli alla produzione delle aziende nipponiche, soprattutto di quelle automobilistiche e dell'elettronica (la produzione industriale giapponese a dicembre si è ridotta del 9,8% sul mese precedente e del 20,8% su base annua). Gli investimenti delle imprese e la spesa immobiliare, inoltre, sono diminuiti mentre il tasso di disoccupazione è aumentato di mezzo punto percentuale da novembre a dicembre, passando da 3,9% a 4,4%. I disoccupati sono 2,7 milioni, cioè 390 mila in più rispetto a un anno prima. I consumi delle famiglie continuano a calare e, di conseguenza, i prezzi al consumo sono aumentati soltanto dello 0,2% in un anno, facendo temere ad alcuni l'inizio di una deflazione.
Il governo giapponese ha elaborato un ulteriore pacchetto di incentivi di 20 mila miliardi di yen (pari a 170 miliardi di euro) per rilanciare l'economia e si appresta a presentarlo per l'approvazione. Si tratta del quarto piano di sostegno pubblico in pochi mesi dopo quelli di agosto, di ottobre e di dicembre, in gran parte finanziati ricorrendo all'aumento del debito pubblico, di per sé già piuttosto elevato. Infatti, dalla fine degli anni Novanta ha raggiunto e superato il 100% del Pil (grafico 1) e oggi ne è pari al 175% circa. L'attuale manovra complessiva a favore dell'economia, se quest'ultimo pacchetto verrà approvato, sarà pari a 100.000 miliardi di yen, quasi 840 miliardi di euro.
Grafico 1
Per comprendere l'attuale crisi giapponese occorre, però, partire da lontano e non soffermarsi solamente su dati congiunturali. Il Giappone, dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, ha già affrontato alcune crisi economiche di un certo rilievo, anche se quella attuale sembra essere notevolmente più vasta e di difficile soluzione.
Oltre alla crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il paese all'inizio degli anni Novanta aveva visto rallentare fortemente i ritmi elevati di crescita che avevano caratterizzato il decennio precedente. I due periodi della fine del secolo scorso (dal 1991 al 1995 e dal 1997 al 1999) sono stati contraddistinti da bassi livelli di crescita, che hanno sfiorato anche momenti recessivi. Ulteriori rallentamenti dell'economia giapponese, profondamente dipendente dalle esportazioni, sono stati causati, infine, dalla crisi economica mondiale, in seguito allo scoppio della bolla speculativa della new economy (dal 2001 in poi) (grafico 2).
Grafico 2
Il Sol Levante ha saputo raggiungere in pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale un invidiabile livello di sviluppo, sia in termini assoluti di prodotto interno lordo (grafico 3), sia a livello di Pil pro capite (grafico 4). È divenuto ben presto la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti. E questo grazie anche e soprattutto ai numerosi aiuti sia economici e finanziari, sia organizzativi e di riforme degli Stati Uniti, che hanno considerato il Giappone una frontiera da difendere per opporsi alla Cina e agli altri paesi asiatici retti da regimi comunisti.
Grafico 3
Grafico 4
L'economia giapponese, dopo la crisi petrolifera del 1973, si trasformò per orientarsi fortemente all'esportazione e seguire, in tal modo, le sorti dell'economia americana, sua partner commerciale preferenziale. Gli anni Ottanta sono stati caratterizzati dal boom economico, ma anche della crescente bolla speculativa di borsa (dal 1985 al 1989 i valori di borsa erano cresciuti del 170%). Era il periodo della piena occupazione e della crescita dei profitti delle aziende. Le banche giapponesi si sono via via progressivamente esposte al rischio d'impresa, finanziando le attività delle aziende. E le imprese, dal canto loro, ricorrevano più frequentemente al finanziamento bancario che all'emissione di capitale e di azioni da quotare in borsa. Inoltre, le banche finanziavano anche i privati nell'acquisto di immobili e di beni di consumo durevole. All'inizio degli anni Novanta, però, con la rivalutazione dello yen e con il conseguente rallentamento delle esportazioni, si innescò lo scoppio delle bolle speculative della borsa (con perdite di valori borsistici dell'ordine del 47%) e del mercato immobiliare. Le banche ridussero il credito alle imprese che, a loro volta, contrassero gli investimenti. Le famiglie, impoverite dalle perdite di borsa in cui avevano investito i loro risparmi e dal crollo dei valori immobiliari, non erano in grado di onorare i loro debiti e ridussero i loro consumi. Il sistema bancario giapponese si trovò esposto a molte insolvenze.
La misura di politica economica che il governo giapponese adottò per contrastare la crisi fu quella di ridurre il tasso ufficiale di sconto per stimolare gli investimenti. Nel 1991 il tasso ufficiale di sconto giapponese era circa del 5%, mentre nel 1995 era sceso allo 0,7% (grafico 5). Da allora non ha più superato il punto percentuale.
Grafico 5
Gli effetti positivi di una simile politica si sono avuti solo con un lag temporale e dal 1995 al 1997 l'economia ricominciò a crescere. Il rischio però è stato notevole, in quanto una politica di bassi tassi di interesse può indurre un sistema economico a ritrovarsi nell'ambito della «trappola della liquidità» della teoria keynesiana, in cui sia i depositi bancari che le emissioni del debito pubblico non sono più remunerativi e comportano una migrazione dei capitali verso mercati più remunerativi, come ad esempio quello americano, e riducono la liquidità nel sistema nazionale. Infatti, ciò accadde proprio in concomitanza della crisi economica giapponese della seconda metà del 1997 dovuta, questa volta, non già al sistema bancario nazionale, ma a una contrazione della domanda estera a causa della crisi internazionale, connessa alle gravi difficoltà delle «tigri asiatiche». In quel caso, l'economia giapponese non poteva essere sostenuta da ulteriori ribassi nei tassi di interesse, già prossimi allo zero, e si ricorse allora all'aumento della spesa pubblica (nella misura del 3% del Pil), finanziata in gran parte tramite il debito.
Gli effetti positivi di questa politica di sostegno furono meno duraturi rispetto a quelli avuti in seguito alla riduzione del tasso di sconto. La crescita del Pil fu modesta e durò solamente dal 1999 al 2000 per poi precipitare nuovamente nella recessione del 2001. Durante quest'ultimo periodo depressivo il governo giapponese ha sussidiato il sistema bancario per incentivarlo ad accordare finanziamenti alle imprese via via in misura maggiore e per facilitare, quindi, gli investimenti.
Il Giappone, per contrastare l'attuale crisi economica, dovuta in gran parte al crollo della domanda estera e alla crisi economica del settore automobilistico a livello mondiale ed elettronico, si trova con molte armi spuntate. Non può ricorrere alla riduzione del tasso di sconto per le motivazioni anzidette e l'aumento della spesa pubblica comporterà un ulteriore aumento del debito pubblico, che è già a livelli allarmanti. Il consumo interno è già piuttosto elevato e aiutarlo con misure di sgravi fiscali non gioverebbe in modo determinante, poichè da solo non può sostenere la produzione nazionale. In definitiva il paese del Sol levante presenta le caratteristiche di una economia matura che ha sperimentato uno sviluppo accelerato e che ora vede la propria crescita rallentare progressivamente, con crisi economiche periodiche.
Inoltre, in questi ultimi decenni si è fatta sempre più forte la concorrenza con la produzione cinese e indiana. È lecito pensare che nel momento in cui la domanda estera, soprattutto quella americana, comincerà nuovamente a crescere anche l'economia del Sol levante riprenderà a prosperare, ma il momento e la misura in cui tale evoluzione si verificherà dipenderanno da un numero elevato di fattori, e in primo luogo dalle sorti dell'economia dei concorrenti diretti asiatici.
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 febbraio 2009
Al margine del G7 finanziario di Roma Mario Draghi, nella sua veste di presidente del Financial Stability Forum (FSF), ha affermato ancora una volta che la chiarezza sui bilanci delle banche sia una priorità, al fine di ripristinare la stabilità nel sistema finanziario mondiale. A simili affermazioni non vi è nulla da eccepire, poiché in linea di principio sono del tutto corrette. Individuare e confinare i titoli «tossici» in modo da stimare correttamente le perdite patrimoniali è senza alcun dubbio la via da perseguire e, per di più, occorre farlo in tempi molto rapidi. Alle affermazioni di principio dovrebbe però seguire in tempi altrettanto rapidi uno sistema pratico da attuare per la rimozione degli asset «tossici», che, invece, è ancora da iniziare.
In primo luogo, non è ancora chiaro come si possa imporre alle banche di individuare, ma soprattutto confinare, i propri titoli in perdita, poichè gli istituti bancari hanno tutto l'interesse a mantenere il più stretto riserbo sulla loro situazione patrimoniale. In caso contrario, infatti, renderebbero evidenti le loro perdite e, quindi, la relativa riduzione del patrimonio. Di conseguenza, vedrebbero ridursi i cosiddetti «ratios», ossia i parametri per concedere il credito e, in definitiva, il loro livello di affidabilità. Tali auto-denunce sembra possano essere raggiunte, pertanto, solo tramite la coercizione della legge.
Inoltre, la rimozione dei titoli in perdita comporterebbe una immediata riduzione del patrimonio delle banche, con le relative conseguenze sul piano operativo. Infatti, tali banche dovrebbero essere ricapitalizzate se si vuole sostenere il sistema bancario, pena altrimenti un suo forte ridimensionamento. La ricapitalizzazione può avvenire prevalentemente con fondi pubblici e in piccola parte con quelli privati. Se la ricapitalizzazione poi assume grandi dimensioni si raggiunge il livello delle nazionalizzazioni e, quindi, di una partecipazione notevole della pubblica amministrazione nel sistema finanziario e bancario a spese dei contribuenti, come è avvenuto ad esempio in Gran Bretagna, in Belgio e in altri paesi con l'esclusione dell'Italia.
Inoltre, le banche che si sono mostrate vulnerabili da un punto di vista patrimoniale si espongono al pericolo dell'ingresso dei fondi sovrani nel loro capitale, così come è già avvenuto, in alcuni casi, in Italia. I fondi sovrani, che sono finanziati dall'avanzo della bilancia commerciale dei paesi di appartenenza, soprattutto di quei paesi esportatori di petrolio, hanno la caratteristica di essere fortemente volatili. Infatti, una drastica riduzione degli avanzi di bilancia commerciale, specie in seguito al crollo del prezzo del petrolio, farà sì che tali fondi si esauriscano in breve tempo, con le conseguenze che ne possono derivare per la banca ricapitalizzata.
Il presidente del Financial Stability Forum Draghi presenterà al prossimo G20 di Londra i risultati delle azioni che si è impegnato a porre in essere, riassumibili in: maggiore vigilanza sulla governance degli istituti, sulle remunerazioni dei manager e sull'atteggiamento al rischio delle banche; e una elaborazione di standard finanziari più rigorosi sui quali vigilare. Un ruolo di maggior rilievo avrà il Fondo Monetario Internazionale che, in seguito al summit di domenica scorsa, vedrà attribuirsi maggiori competenze in termini di vigilanza finanziaria sui bilanci bancari, comprese ispezioni periodiche presso gli istituti bancari.
Resta il fatto che la situazione finanziaria mondiale non è ancora del tutto chiara. Fino ad ora le perdite nel settore bancario sono state stimate, secondo quanto ha detto Draghi, tra i 1.400 miliardi e i 2.000 miliardi di dollari. Tali valutazioni sono però necessariamente affette da un elevato grado di discrezionalità e, comunque, destinate a essere riviste al rialzo. Intanto gli interventi pubblici, e in parte privati, che sono stati posti in essere fino ad ora per tamponare le perdite si aggirano intorno agli 800 miliardi di dollari di ricapitalizzazione, che in gran parte sono stati bruciati dall'alternarsi dei risultati negativi delle sedute di borsa. È lecito attendersi che si avranno ulteriori perdite di borsa al momento in cui le banche seguiranno l'invito di Draghi o saranno comunque costrette a esporsi, dichiarando l'ammontare dei propri asset «tossici».
Infine, ancora nessuna conclusione è stata raggiunta riguardo alla definitiva ideazione della «bad bank», che rimane per il momento sospesa tra l'eventualità di finanziamenti pubblici, nazionali o comunitari che siano, e il finanziamento da parte delle singole banche esposte alle perdite. In definitiva, quindi, si evince che gli interrogativi posti sono tuttora attuali e che occorre aspettare ulteriori incontri internazionali per ottenere le attese risposte esaurienti.
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 febbraio 2009
In seguito alla crisi finanziaria internazionale e per fare fronte all'immensa mole di titoli «tossici» che si è diffusa in ogni angolo del pianeta, si è fatta strada in questi giorni in Europa e negli Stati Uniti l'ipotesi di costituire una banca del tutto particolare, una specie di contenitore denominato, appunto, «bad bank», dove versare i cosiddetti titoli «tossici», cioè quelli che hanno perduto il loro valore. In tal modo sarebbe possibile ripulire i bilanci delle banche, delle società finanziarie e delle imprese di assicurazione e consentirebbe loro di riprendere la normale attività. Si ridarebbe, pertanto, stabilità ai sistemi bancari. Quest'ipotesi non è però fino ad oggi sfociata in iniziative concrete.
Il problema di fondo è che il sistema bancario, in tutti i paesi e a livello internazionale, è ormai affetto da una vasta crisi di fiducia. Ossia le banche nutrono un elevato grado di diffidenza le une verso le altre, perché dato l'elevato grado di «opacità» dei bilanci bancari è piuttosto difficile valutare l'effettiva solvibilità degli istituti di credito. Ne consegue, dunque, che il credito interbancario è andato via via ingessandosi e con esso anche il credito alle imprese e alle famiglie. È il fenomeno del «credit crunch».
Premesso ciò, occorre innanzitutto trovare una via adeguata per uscire dalla pericolosa china in cui il sistema bancario e con esso le economie nazionali si sono avviati. Infatti, la scarsa disponibilità del credito non permette alle aziende di affrontare, senza grosse difficoltà, nuovi investimenti, ma nemmeno è possibile per le piccole e medie imprese fare fronte alle necessità di liquidità, tra cui, soprattutto, il pagamento degli stipendi per i dipendenti.
Una serie di considerazioni a favore e contro la bad bank è stata posta all'attenzione di tutti i paesi e ancora si discute se e come tale istituto debba essere realizzato. In primo luogo, occorre stabilire il livello in cui tale «banca cattiva» dovrebbe operare. Ossia, ancora non è stato deciso se la banca ad hoc debba essere istituita da ciascun istituto di credito, il quale provvederà poi a dirottarvi i propri «titoli tossici». Oppure, un'altra ipotesi è quella che prevede che la banca sia istituita a livello nazionale e con fondi pubblici. Infine, la terza via prevedrebbe la costituzione di una bad bank a livello di aree economiche, ad esempio l'eurozona, l'area del dollaro e l'area dello yen.
Il problema centrale è quello della stima dei titoli e, quindi, del loro eventuale valore residuale. Inoltre, occorre stabilire se l'acquisizione dei titoli tossici debba essere a carico dello stato e, in definitiva, dei contribuenti, o se piuttosto la bad bank debba essere solo un mero contenitore, senza spese per lo stato, destinato a essere riaperto tra un certo numero di anni, forse non prima del 2030, quando - si spera - la ricchezza nazionale nei vari paesi o a livello internazionale sarà adeguatamente aumentata. Occorre fare riferimento alla ricchezza, che è un fondo, e non al reddito, che è un flusso, perché i titoli tossici sono stati emessi a valere sul patrimonio delle banche e delle imprese. Anche i mutui edilizi sono stati contratti a valere sul patrimonio, ossia sul valore delle abitazioni. Nel caso di un rimborso dei titoli per effetto dell'aumento della ricchezza, anche i cittadini privati che sono stati indotti a investire in titoli tossici avrebbero il diritto di recuperare i loro risparmi.
Dati questi problemi non è difficile comprendere perchè tali ipotesi siano fortemente contrastate dall'opinione pubblica in generale. La Germania, in particolare, è stata categorica nell'escludere l'istituzione di una bad bank comunitaria, in quanto non intende affrontare la crisi finanziaria in cui si trova il suo paese ridistribuendo risorse finanziarie a favore di altri stati. Sotto questa ottica l'ipotesi più coerente sarebbe, quindi, quella di istituire una banca depositaria dei titoli tossici per ciascun paese obbligando ogni banca a depositare i titoli tossici nel suddetto contenitore. Senza un tale obbligo le banche tenderanno a nascondere i titoli tossici, perché la loro denuncia comporterebbe effetti devastanti sulle azioni intestate all'istituto quotate in borsa. Comunque la si voglia guardare, la questione della bad bank presenta difficoltà che per ora sembrano insormontabili.
Infine, occorre fare un'altra considerazione a proposito, questa volta, delle banche virtuose. Infatti, tali banche non si sono esposte in investimenti rischiosi, o si sono esposte in misura molto minore, e non hanno richiesto aiuti e finanziamenti pubblici per la loro gestione. Pertanto, gli aiuti a favore delle banche non virtuose potrebbero ledere il gioco della concorrenza e produrre danni proprio alle banche più prudenti. Perciò, nel momento in cui si pensa a una soluzione per uscire dall'empasse bancaria, salvando le banche speculatrici, occorre pensare anche alla tutela della concorrenza e a non danneggiare le banche più avvedute.
In seguito, occorrerà però procedere, altresì, a una attribuzione delle responsabilità dell'attuale crisi e a una rigenerazione di tutta la classe dirigente che ha operato nella speculazione, che non ha provveduto alla corretta valutazione dei rischi e che, infine, non ha sorvegliato l'agire dei diversi istituti di credito. In ultima analisi, dovrà essere chiaro che la responsabilità dell'attuale situazione va attribuita anche agli istituti di sorveglianza, alle società di controllo delle borse, ecc., al Fondo monetario internazionale, alle banche centrali e anche alle agenzie di rating, ossia di valutazione della solidità delle imprese. Sarebbe del tutto naturale attendersi le dimissioni in massa, ancora però di là da venire, di tutte le figure chiave che hanno agito in questi ultimi anni a vario titolo nella speculazione, a far data dall'origine della crisi stessa, ossia dall'inizio della new economy clintoniana.
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 febbraio 2009
Tra i grandi paesi europei, quello che sembra pagare il prezzo più caro per lo scoppio delle bolle speculative è il Regno Unito. Fin dal 7 ottobre scorso, a pochi giorni dall'inizio della crisi di borsa, il governo inglese aveva annunciato un vasto piano di ricapitalizzazione del sistema bancario, mediante finanziamenti e garanzie pubbliche. Sono state nazionalizzate, dopo aver subito ingenti perdite nel patrimonio, le otto principali banche: Abbey, Barclays, Hsbc, Bank of Ireland, Northern Rock, Bradford, Lloyds Tsb, Bank of Scotland. Sono ancora vive nella memoria le immagini della «corsa agli sportelli», quando i correntisti inglesi si recavano alla Northern Rock, creando file lunghe fin fuori la banca, per prelevare i contanti nel timore di perdere i risparmi.
La sterlina inglese, che fin dalla creazione dell'euro nel 2001 aveva sempre avuto un valore molto superiore alla parità con la moneta comunitaria, ha perso da settembre a dicembre del 2008, circa il 30% del suo valore. In quei giorni si sono moltiplicati i servizi giornalistici che esaltavano la convenienza per i turisti dei paesi dell'area dell'euro nel visitare la Gran Bretagna e acquistare i beni di consumo e i regali di Natale. Nonostante ciò, la domanda interna in Inghilterra in quegli ultimi mesi dell'anno e in gennaio non sembra sia riuscita a sostenere i livelli produttivi. Infatti, nel quarto trimestre del 2008 il Pil inglese si è ridotto dell'1,5%, secondo le dichiarazioni di fine gennaio dell'ufficio di statistica inglese.
Grafico 1 - Cambio sterlina/euro dal gennaio 2001 a febbraio 2009
Circa 500.000 piccole imprese sono state costrette a limitare la loro produzione. In particolare, il settore automobilistico è in forte crisi: nel mese di dicembre la produzione ha avuto un calo del 48,7%. Sembra siano sul lastrico le grandi aziende automobilistiche Land Rover, Jaguar e Aston Martin. Anche il settore delle costruzioni presenta grandi difficoltà e il prezzo delle abitazioni si è ridotto del 21% nel 2008. I disoccupati nel loro complesso, nel Regno Unito, a gennaio, sempre secondo l'ufficio statistico, sono 1,92 milioni. Le previsioni ufficiali dell'istituto di rilevazione statistica inglese per il 2009 stimano una contrazione del Pil del 2,1%. Quelle del Fondo Monetario Internazionale, invece, sono più allarmanti e indicano una riduzione del 2,8%. Forse il Fondo è stato ancora ottimista rispetto ai futuri eventi, in quanto occorre considerare che la produzione di petrolio inglese del Mare del Nord (grafico 2) è in forte calo già da diversi anni.
Molti opinionisti hanno attribuito la causa dell'attuale crisi economica del paese alla rivoluzione thatcheriana. Ma tale giudizio, a nostro avviso, sembra piuttosto semplicistico. Infatti, il progressivo slittamento della struttura economica inglese dalle produzioni industriali verso l'economia dei servizi, in seguito alla rivoluzione operata dalla «Lady di ferro» è un passaggio necessario di ogni economia matura. In definitiva, il primo ministro aveva operato, dal 1979 al 1990, un insieme di scelte per ammodernare la struttura economica del paese anglosassone che può essere considerato rivoluzionario nei modi, ma che è stato del tutto coerente con il processo di industrializzazione e di sviluppo di un paese avanzato. A tale rivoluzione, tuttavia, è seguita purtroppo la new economy clintoniana, con la specializzazione verso i servizi finanziari non strumentali all'economia e fortemente speculativi, a discapito di tutte le tradizionali forme di produzione. È stato questo orientamento verso la finanza speculativa che ha comportato le conseguenze più devastanti e probabilmente durature. Fin dai tempi dell'amministrazione Clinton, infatti, la City di Londra si è dedicata alla speculazione di borsa, che è sembrata essere la via più rapida per ottenere facili e forti guadagni. La cosiddetta «ingegneria finanziaria» ha trionfato, facilitando la proliferazione in tutto il mondo dei titoli ora detti »tossici«. Tra i titoli speculativi figurano per cifre ingenti i futures sulle materie prime, in primo luogo sul petrolio e sui generi alimentari.
Lo scoppio delle bolle speculative (quella sul mercato immobiliare, quella sui prodotto alimentari e quella petrolifera) ha fatto sì che l'intero castello di carte delle società finanziarie inglesi sia crollato rapidamente, con ripercussioni su tutta l'economia nazionale. Il governo laburista ha cercato di tamponare le falle, ma fino ad ora, nonostante la nazionalizzazione delle banche giunte sull'orlo del fallimento, non ha ottenuto i risultati sperati. Anche in Gran Bretagna si cercano, in modo quasi drammatico, nuove vie per rimettere in stato l'economia. C'è chi propone di entrare nell'euro e fare il funerale alla gloriosa sterlina, ma questa sembra essere un'ipotesi non convincente. Un'altra proposta riguarda l'accantonamento dei titoli tossici nascosti ora nelle pieghe dei bilanci bancari in un unico contenitore detto «bad bank». Quest'idea però non ha ancora trovato applicazione, perché i contribuenti inglesi, come del resto quelli del continente europeo, non sono disposti a pagare il conto della pulizia dei bilanci bancari attraverso le imposte, come sembra debba avvenire con le nazionalizzazioni. Intanto, l'Inghilterra è sprofondata in una crisi che non ha confronti nella storia e la City ha perduto arroganza e presunzione.
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