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    July 01

    NUCLEARE O RINNOVABILI?

    LE INCOGNITE DELL'ENERGIA CHE VERRA' 
     
    Vista l'insostenibilità a lungo termine della dipendenza dal petrolio, si fa sempre più largo l'ipotesi di un rilancio del nucleare, tra le proteste di chi preferirebbe puntare su un'energia apparentemente ecocompatibile
     
    di Emanuela Melchiorre
     
    pubblicato su
    CHARTA minuta
    nuova serie anno III - n. 16
    maggio giugno 2009
     
     
     

    Questi ultimi tre anni della prima decade del secolo saranno ricordati come quelli che hanno visto lo scoppio della crisi finanziaria ed economica più grave nella storia, ancor più della Grande Depressione degli anni Trenta, per la vastità degli effetti negativi, diretti e indiretti, che la speculazione selvaggia ha prodotto in tutti i paesi, siano essi industrializzati o emergenti, e in tutti i settori produttivi. Infatti, nell’agosto del 2007 vi è stato lo scoppio della bolla speculativa detta erroneamente dei subprime, ma che in realtà ha avuto radici nella speculazione del mercato immobiliare e, a onor del vero, ancora più remote nel tempo e risalenti alla bolla speculativa clintoniana della new economy negli anni Novanta. Nell’autunno del 2008 vi è stato poi lo scoppio delle bolle speculative del petrolio e dei generi alimentari con il progressivo avvitamento finanziario, fino al fallimento e il salvataggio di alcuni grandi istituti d’affari, assicurazioni comprese, con ripercussioni a livello mondiale in tutti i sistemi finanziari e creditizi. Naturale quindi che la crisi abbia colpito l’economia reale, partendo dal settore automobilistico e dall’industria edilizia, con i loro indotti, per proseguire ad altri rami dell’attività economica.

    Non è dato sapere quanto la recessione ancora durerà o se si trasformerà in depressione con milioni e milioni di disoccupati. I più ottimisti sostengono che solo durante l’ultimo trimestre del 2009 si cominceranno a vedere i primi segnali di ripresa. È vero che, a differenza di quanto avvenne nella crisi del 1929-34, questa volta i governi dei paesi del G7 hanno reagito prontamente alla crisi, con interventi diretti a sostegno del settore creditizio, con la nazionalizzazione a più riprese e a più livelli delle banche nazionali, eccezion fatta per l’Italia, e, in seconda battuta, a sostegno del settore automobilistico in forte crisi in tutto il mondo. Tali interventi però sono stati compiuti in modo disorganico, nonostante i ripetuti appelli al coordinamento internazionale delle politiche economiche nazionali fatti in occasione dei numerosi incontri internazionali, che in pochi mesi si sono susseguiti a vari livelli. La disorganicità degli interventi rischia di creare spinte protezionistiche, di cui si scorgono segnali negli Stati Uniti con la loro clausola «buy american», e in Francia con il sostegno pubblico al settore automobilistico alla condizione che le industrie non localizzino gli impianti in altri paesi.

    Se la crisi economica ha avuto e continua ad avere effetti negativi molto vasti e oggi di difficile determinazione, dal canto loro i governi dei paesi avanzati hanno iniziato a improntare politiche economiche di sostegno e di sviluppo che altrimenti sarebbero state disattese. In certo qual modo si può dire che, come recita il noto detto, che “non tutto il male vien per nuocere”, la cris odierna ha indotto i governi ad approntare con una certa enfasi politiche di diversificazione della produzione di energia. Si è preso atto che la dipendenza dal petrolio sia divenuta ormai una situazione difficilmente sostenibile, perché soggetta a repentine e frequenti crisi dovute, non già alla mancanza di disponibilità della materia prima, che al contrario si trova in quantità abbondante sul nostro pianeta, quanto piuttosto all’atteggiamento speculativo al quale il mercato del greggio è soggetto periodicamente. È fuori di dubbio che senza una regolamentazione dei mercati finanziari che scoraggi o, ancor meglio, che impedisca ogni forma di speculazione, non sarà possibile uscire dall’attuale fragile situazione che vede il formarsi di bolle speculative finanziarie a ripetizione che investono di volta in volta mercati e prodotti con ripercussioni a livello globale. Vale infatti la pena citare l’attuale rigonfiamento della bolla speculativa sul mercato dell’oro e quella appena esplosa nel mercato delle opere d’arte.

    In attesa che il Fondo Monetario Internazionale, le Banche centrali, quelle nazionali e il Financial Stability Forum, pongano in essere una serie di regole e di controlli che impediscano la speculazione (come ad esempio il divieto delle operazioni in borsa allo scoperto), è importante fin da subito rimettere in moto i sistemi produttivi anche attraverso nuovi rapporti di collaborazione tra i vari paesi, come ad esempio ha fatto il governo Berlusconi, che ha firmato, nell’agosto scorso, l’accordo con la Libia per garantirsi quantitativi di greggio e di gas abbondanti e a prezzi costanti.

     

    Il piano energetico europeo

    A livello sovrannazionale, l’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, aveva elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto non sono stati soddisfatti. Lo slogan 20-20-20, come è noto, sta a indicare che con tale piano si intende:

    - aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili;

    - aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020;

    - ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.

    Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato.

    Partendo dalla considerazione, però, che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di CO2 rischia di compromettere la crescita di un paese. In particolare, come si è scritto sulla rivista Finanzia Italiana[1], posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie con diversi livelli di sviluppo e dinamicità, si è sostenuto che imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali. In virtù di tale valutazione e con l’incalzare della crisi finanziaria, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stata contrastata dal governo Berlusconi, che riteneva tale piano inadatto all’evolversi degli eventi finanziari ed economici, e proprio grazie all’intervento italiano il piano europeo è stato riesaminato e i suoi parametri sono stati resi flessibili e soggetti a revisione nel tempo.

     

    Il piano energetico del presidente Hussein Obama

    Il presidente Usa Barack Hussein Obama aveva promesso in campagna elettorale la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009. L’obiettivo finale sarebbe dovuto essere quello di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Come ha dimostrato nei due mesi che sono intercorsi dal momento del suo insediamento ad oggi, con i dazi all’import dell’acqua minerale (poi revocati), dell’acciaio e di alcuni generi alimentari di interesse europeo (ancora attivi), il nuovo presidente americano ha dimostrato di prediligere di gran lunga l’autarchia al libero commercio. Non stupisce, quindi, che anche e soprattutto nel campo energetico, settore tra i più strategici se non il più strategico di un qualsiasi sistema economico, egli abbia l’ambizione di produrre entro i confini federali la quantità di energia per l’intero fabbisogno nazionale.

    Secondo il piano menzionato, negli Stati Uniti l’occupazione dovrebbe aumentare in virtù del fatto che le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali (per produrre energia da eolico o fotovoltaico occorre, come dicono gli esperti, un numero di addetti dieci volte superiore a quello che occorre per la produzione da carbone o nucleare). Incentivando, quindi, le “fonti verdi”, secondo la visione del presidente Hussein Obama si dovrebbe stimolare l’occupazione. Questo assunto però perde di qualsiasi significato, come ha fatto notare Franco Battaglia in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, assicurare la produzione nazionale di energia utilizzando fonti che presentano costi più alti rispetto a quelle tradizionali, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda che perderebbe, quindi, la sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni.

    In definitiva, come lo stesso Battaglia[2]  sottolinea, si può affermare che lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico e del solare termico che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili, in assenza di sussidi pubblici (tabella 1).

     

    Tabella 1

     

    Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente autosufficiente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere una caratteristica sufficiente per concentrare le risorse prelevate dai contribuenti.

     

    Gli inconvenienti e il potere inquinante delle fonti rinnovabili

    Come è ampiamente illustrato da Michael C. Lynch, nel suo volume “The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels?[3] vi è un’ampia varietà di problemi che solitamente viene ignorata quando si considerano le fonti rinnovabili: occorre una immensa disponibilità di terreni per il fotovoltaico; l’impatto sulla produzione alimentare con il bioetanolo; l’intermittenza della fornitura con l’eolico e il fotovoltaico; e, infine, i loro effetti inquinanti.

    L’etanolo, ad esempio, secondo quanto sostiene Lynch, ha una serie di conseguenze negative, fra le quali l’elevato fabbisogno energetico sia per i fertilizzanti, sia per la sua trasformazione e sia ancora per il suo trasporto. Inoltre, il biofuel, secondo l’autore, ha un impatto sui prezzi dei prodotti alimentari, anche se non lo si può considerare la causa dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2007 che ha creato serie difficoltà alle economie avanzate e ha rafforzato il problema della fame nei paesi poveri. Per di più, il carburante a etanolo, sempre secondo l’autore, porta con sé una varietà di sostanze inquinanti (elevati livelli di acetaldeide e formaldeide, maggiori rispetto alla benzina normale, ma anche maggiori composti organici volatili). Le celle fotovoltaiche, dal canto loro, conclude l’autore, possono contenere dei materiali pericolosi che possono essere rilasciati in caso di incidenti, mentre gli impianti per la concentrazione del solare di solito usano petrolio o sali fusi, e quasi tutti gli impianti richiedono sostanze come lubrificanti e fluidi idraulici.

    Inoltre, le fonti energetiche alternative, oltre che essere tutt’ora antieconomiche (Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, afferma, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro, mentre un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre 24 gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro, ossia appena un dodicesimo degli impianti eolici[4]), presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, come più volte sostenuto dal franco Battaglia in numerosi articoli pubblicati su Il Giornale, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è invece da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi.

    Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione e ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972 aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli “esperti” catastrofisti, che secondo alcuni erano interessati a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento del giacimento di Tupi, nella Baia di Santos, in Brasile, che si estende per 350mila chilometri quadrati (più della superficie dell’Italia) di fronte alla costa brasiliana che va da Curitiba, a San Paolo a Rio de Janeiro. Il giacimento, scoperto recentemente, ha dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.

    Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. Era nell’ordine naturale delle cose che la bolla speculativa scoppiasse e che si intervenisse in borsa vietando, ad esempio, le vendite allo scoperto e disciplinando i futures, per ricondurre il prezzo del greggio a un livello coerente con il potere d’acquisto del dollaro, tenuto conto del suo deterioramento, vale a dire un prezzo odierno tra i 40 e i 50 dollari al barile[5].

    Per superare la grave empasse mondiale occorre, oltre che bloccare per tempo l’insorgere delle bolle speculative, elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, come più volte chiesto dall’Associazione Italiana Nucleare (AIN), che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di CO2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso a un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse e i termoconvertitori, ma anche potenziando il sistema idroelettrico, già presente in larga parte anche sul territorio italiano e il sistema geotermico, presente in Toscana fin dalla metà dell’Ottocento, con le centrali geotermiche di Pisa, Siena e Grosseto.

     

    La fusione nucleare, la sfida del terzo millennio

    Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, ossia  utilizzando lo stesso processo presente nelle stelle e nel Sole, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA). La costruzione durerà almeno dieci anni e produrrà energia a partire dal 2035. La fusione nucleare, si dice con un certo ottimismo, potrebbe diventare una realtà non prima della seconda metà di questo secolo. Il Progetto Iter è l’ultimo passo di una lunga serie di sperimentazioni scientifiche iniziata nei primi anni Novanta.

    Le sperimentazioni sulla fusione nucleare hanno avuto un importante contributo dalla ricerca italiana, specie grazie agli istituti INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e ENEA con sedi in Frascati (Roma). Questo testimonia il fatto che in Italia vi siano ancora le eccellenze nell’ambito della ricerca che resistono all’impulso di andare all’estero, presso istituti maggiormente finanziati e noti, per preservare un livello di conoscenza e di ideazione entro i confini nazionali. Il problema della “fuga dei cervelli” non riguarda esclusivamente il settore della sperimentazione nucleare, ma tutti gli ambiti della ricerca scientifica ad alti e altissimi livelli. La sfida per il nostro paese e per l’attuale governo non sarà soltanto quella di reintrodurre il nucleare come produzione energetica, dopo il disastroso referendum del 1987, ma anche e soprattutto quella di favorire l’insieme delle condizioni economiche e relazionali essenziali per conservare il patrimonio nazionale di conoscenze tecniche e scientifiche, e quello di attirare dall’estero i ricercatori italiani emigrati in tempi precedenti. Inoltre, la ricerca tecnica e scientifica non può prescindere dalla sua immediata applicazione industriale. A tal fine l’Università e i centri di ricerca nazionali dovranno agire in sinergia con le imprese utilizzatrici.

     

    Il nucleare italiano

    Il recente accordo sottoscritto dal governo Berlusconi con il presidente francese Sarkosy permetterà lo scambio di know how tra il nostro paese e la Francia per implementare 4 centrali nucleari di terza generazione sul territorio italiano. Attualmente, occorrono almeno dieci anni per la costruzione di una centrale nucleare di terza generazione. Tramite l’accordo sottoscritto si vuole tentare di accorciare tale periodo e di ridurre, quindi, il ritardo italiano. Il governo, per costruire le nuove centrali nucleari ha elaborato un modello di finanziamento capace di attirare gli investitori grazie a un consorzio di imprese che costruiscano e gestiscano le centrali e gruppi di grandi consumatori che possano beneficiare di forniture concordate sulla base di un contratto pluriennale a prezzi prefissati.

    Introdurre il nucleare in Italia significa agire fin da subito indirizzando l’opinione pubblica, ossia, come si usa dire, gestendo il consenso sia a livello nazionale, sia a livello locale, mediante una corretta informazione sui rischi connessi alla produzione energetica e allo stoccaggio delle scorie radioattive. Inoltre, poiché gli investimenti in materia di produzione nucleare hanno una ricaduta in termini economici e di rischi che travalica l’arco di una singola legislatura, introdurre il nucleare in Italia significa anche impegnarsi a livello intergenerazionale, come ha fatto notare l’onorevole Adolfo Urso intervenuto al convegno “Presupposti per il programma elettronucleari nazionale” del 19 marzo scorso, considerando tale scelta come una opzione ormai necessaria e irreversibile. Ripensamenti comporterebbero costi estremamente elevati in termini di efficienza economica e di credibilità a livello internazionale. Pertanto, la gestione del consenso non dovrà essere solamente riferita all’elettorato, ma anche rivolta a tutta la classe politica, al fine di consolidare una coscienza sociale stabile nel tempo. Utile a tal proposito sarà l’operato delle associazioni ambientaliste che si sono mostrate favorevoli al nucleare in Italia, allargando le fila del “nuovo ambientalismo”, che solo di recente ha cominciato a muovere i suoi primi passi.

    A proposito della tutela della sicurezza della popolazione e dell’ambiente e per facilitare anche il consenso nei confronti di una transizione dalla produzione energetica da idrocarburi a quella nucleare, sarà utile individuare e realizzare per tempo un sito di stoccaggio nazionale che convogli i residui di produzione dei quattro reattori programmati e, al tempo stesso, implementare l’Agenzia della Sicurezza Nucleare che si avvalga dell’autorevolezza di un avallo governativo[6]. In materia di sicurezza nucleare, interverrà anche la direttiva comunitaria, ancora in corso di ideazione [SEC 2008 2892 2893]. È comunque illusorio credere che la produzione di energia nucleare in Italia possa essere realizzata in modo del tutto autarchico. È essenziale, invece, inserirsi a pieno titolo nella ricerca a livello europeo.

    Infine, realizzare centrali nucleari per sostituire le importazioni di prodotti energetici, la cui bolletta italiana, ossia il valore delle importazioni nazionali relative ai prodotti energetici, si ricordi è come ben tutti sanno molto “salata”, è un processo vantaggioso in termini economici e che allarga il quadro delle relazioni internazionali, concernenti in particolare l’uranio (grafico 1e 2 e Mappa 1). I paesi maggiormente produttori di uranio sono, in primo luogo, Canada e Australia. L’uranio è presente anche in Russia e in alcuni paesi dell’Africa, in Asia centrale e in Estremo Oriente. Anche la Germania e la Francia possiedono riserve di uranio di una certa entità. Variando il mix di produzione energetica italiano, diminuendo la produzione di elettricità da petrolio a favore della produzione nucleare, si ridurrebbe la dipendenza da fonti energetiche controllate da cartelli e da monopoli consolidati nel tempo.



    [1] Finanza Italiana Anno XXVII 5° anno nuova serie, n. 1 e 2, gennaio febbraio 2009

    [2] Franco Battaglia, L’illusione dell’energia dal sole, presentazione di Silvio Berlusconi, Edizioni 21mo Secolo, 2007 Milano

    [3] Michael C. Lynch, The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels? in Peter M. Haas et al. (a cura di), Controversies in Globalization: Contending Approaches to International Relations, Washington DC, CQ Press, 2008

    [4] Franco Battaglia, Ruberie eoliche, Il Giornale, 6 novembre 2006

    [5] Finanza Italiana, Anno XXVI, 4° anno, nuova serie, numero 11-12, novembre dicembre 2008

    [6] Proposta quest’ultima avanzata dall’Associazione Italiana Nucleare durante il convegno organizzato da 21mo SECOLO dal titolo Presupposti per il programma elettronucleari nazionale che ha avuto luogo il 19 marzo 2009 a Palazzo Marini a Roma

     

    Troppi esperti, nessun colpevole

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 giugno 2009

    Il governo, con la recente manovra finanziaria, ha voluto incentivare l’economia sia dal lato dell’offerta, sia dal lato della domanda. Allo stesso tempo ha chiesto a ogni operatore economico, sia esso impresa, sia esso banca o consumatore finale, di assolvere alle proprie funzioni, rispettivamente investendo, concedendo credito e consumando. Di fronte all’unica ricetta semplice ed efficace, il ripetersi quasi giornaliero delle dichiarazioni fatte da esponenti di organismi internazionali o di banche centrali riguardanti l’aggravarsi della crisi e l’alternarsi a ritmo altrettanto frequente di dichiarazioni che vanno nella direzione opposta, ossia che la crisi sia a un punto di svolta, non fanno altro che contribuire al caos e al senso di disorientamento generale.

     

    Ironia della sorte è che coloro che si affannano oggi a dare la loro versione della realtà economica mondiale siano spesso le stesse persone che in passato non hanno saputo vigilare durante il rigonfiamento delle bolle speculative che dagli anni Novanta hanno contagiato incessantemente i mercati, dalla new economy alla bolla speculativa nel mercato immobiliare, dalla speculazione sulle materie prime, specie alimentari e dei prodotti energetici a quella nel mercato dell’oro.

     

    Stupisce che in questo gioco di previsioni errate e di analisi manchevoli e insufficienti non ci sia ancora stato alcun cambiamento nei giocatori. I medesimi restano seduti sulle stesse poltrone, elaborando modelli econometrici lontani dalla realtà, ignorando che l’economia è una scienza sociale e non una scienza esatta, che non rispetta quindi le rigide regole matematiche di un modello studiato a tavolino. Ne era cosciente il Keynes quando aveva formulato la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta partendo dallo studio della realtà e dall’osservazione delle politiche economiche applicate con metodi diversi dagli statisti di allora.

     

    Il modello economico e sociale ormai prevalente, le cui origini forse risalgono alla «scoperta» della Cina ad opera di Henry Kissinger, si è diffuso in ogni paese avanzato ed è tale che la specializzazione verso i servizi finanziari dei paesi industrializzati sia stata perseguita a discapito dei paesi poveri o emergenti. Si è delineato con l’avvento della new economy e ha dilagato senza che le autorità preposte (le banche centrali, le società di controllo delle borse, come la Consob italiana e la Sec americana, il Fondo Monetario Internazionale, le agenzie di rating e via dicendo) siano intervenute. È emblematico il fatto che se si chiede all’uomo della strada quale concetto egli abbia del significato della parola investimento, senza esitazione egli penserà all’acquisto di titoli finanziari, preferibilmente indicizzati, per combattere la perdita del potere d’acquisto della moneta. Così non era prima che la new economy arrivasse e sconvolgesse la finanza e l’economia.

     

    Ma il policy maker non deve farsi fuorviare da tale concetto errato di investimento, come invece è avvenuto nell’euforia di questi anni e ha fatto gridare a Vittorio Feltri «sindaci biscazzieri» dalle pagine del suo giornale. L’acquisto di titoli, ovvero il cosiddetto investimento finanziario, non è altro che un «trasferimento», ossia un investimento per un soggetto e un disinvestimento per un altro. Il concetto di investimento al quale occorre fare riferimento nel momento in cui si formulano le politiche economiche di sviluppo e di crescita è solamente quello «netto», ossia la creazione di nuovo capitale reale (infrastrutture, macchine utensili, mezzi di trasporto, bonifiche, ecc.). Solo incentivando l’investimento netto, il mercato dal lato dell’offerta e la produttività del lavoro si potrà realmente raggiungere la fine del tunnel della crisi economia attuale.

     

    Sarà necessario anche provvedere alla riduzione delle imposte, considerata giustamente parte integrante dell’armamentario del policy maker per combattere la crisi. Tanto più è valida questa ipotesi in Europa se si considera che in essa la pressione fiscale e contributiva in media è superiore a quella statunitense di oltre dieci punti percentuali. Allo stato attuale, poiché la crisi è ancora di difficile soluzione, occorre pensare a tutte le misure utili da adottare. È opportuno affrontare l’aspetto delle relazioni internazionali, siano esse di carattere politico, che economico. Occorre riscrivere le regole a livello internazionale degli scambi commerciali, del sistema dei cambi monetari basati sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti, come l’esperienza degli accordi di Bretton Woods ha dimostrato, ed elaborare una nuova disciplina delle borse valori e delle borse merci.

     

    Ma prima di tutto occorre un certo cambiamento, anzi una pulizia generale dei vertici, compresi quelli delle società di rating e delle banche d’affari. Non è possibile permettere che la ricostruzione dell’economia reale avvenga sotto la guida di chi ha provocato i disastri economici o non ha saputo scongiurarli. Fino a che non verranno sostituiti i personaggi che hanno operato tale disastro economico è improbabile che si possa giungere ad un cambiamento radicale e duraturo delle regole fino ad ora tacitamente seguite, se non incentivate.

     

    È quanto mai necessario che si introducano regole di tutela e di sorveglianza dei mercati, il Global standard di Tremonti e gli stress test. Facendo tesoro della crisi del 1929-33, è necessario non far fallire le banche, ma ciò non significa non procedere a una pulizia generale dei loro bilanci. Una volta, quando una società perdeva quote di capitale in borsa, le dimissioni dei responsabili erano date per scontate. Incredibilmente, in questa crisi, che rimane la più grave degli ultimi decenni, sembra invece che la ricerca dei responsabili non rientri più tra gli obbiettivi da perseguire.

    June 28

    DECRETO ANTI-CRISI: UN AIUTO CONCRETO

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 giugno 2009

    La manovra d'estate varata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 26 giugno ha previsto, fra le molte disposizioni, numerose misure di sostegno alle imprese e alle famiglie che mirano a combattere le difficoltà imposte dall'attuale crisi economica. È sempre presente nell'azione del governo lo slogan «people first», ossia quel principio con il quale si erano conclusi i lavori degli scorsi G8 dei ministri finanziari e dei ministri del lavoro, secondo il quale in questa crisi economica «nessuno sarà lasciato solo». Il messaggio che con la Finanziaria il governo vuole lanciare sia alle imprese sia alle famiglie è quello di non lasciarsi andare al pessimismo e di continuare a investire nell'economia, di non ridurre le proprie decisioni di consumo e di guardare con ottimismo a futuro.

    Per questo motivo, ancor prima di cominciare a illustrare punto per punto la complessa architettura della manovra, il premier ha voluto dare spazio alle considerazioni politiche che aveva già fatto in passato e in più occasioni. Si è, infatti, rivolto agli economisti che a più riprese si sono espressi riguardo alle previsioni economiche sull'immediato e il prossimo futuro, chiedendo loro di interrompere il flusso di dichiarazioni pessimistiche. Senza scomodare gli animal spirits di keynesiana memoria, è intuitivo che diffondere il pessimismo non giova alle iniziative imprenditoriali e ai piani di investimenti e di sviluppo. Mentre è proprio questo il momento in cui gli imprenditori devono assolvere il loro ruolo precipuo, che consiste nell'assumersi il rischio di impresa e nell'introdurre le innovazioni. Per fare ciò occorre da un lato che i loro piani di investimento non siano ostacolati o disincentivati da considerazioni errate o allarmistiche; dall'altro lato occorre che anche le banche svolgano il loro ruolo principale, che consiste nel raccogliere il risparmio e nell'accordare credito alle imprese. Se le aspettative che esse nutrono per quanto riguarda la solvibilità delle imprese sono negative, infatti, esse non concederanno o ridurranno il loro credito alla produzione. Infine i consumatori, ossia le famiglie e l'uomo della strada, dunque i soggetti che più degli altri operatori economici sono disinformati e soggetti a umori, potrebbero comprimere ulteriormente le loro scelte di consumo in seguito a considerazioni funeste riguardo all'immediato futuro.

    Le aspettative sono, quindi, alla base di tutto il complesso meccanismo di mercato. Per sensibilizzare gli analisti nei confronti degli effetti immediati che le loro affermazioni possono provocare sull'economia reale il ministro Tremonti non molto tempo addietro aveva chiesto fortemente «che gli economisti tacciano!». Allo stesso tempo, però, oltre ad agire sulla leva dell'ottimismo, occorre agire tempestivamente nell'economia per incentivare le giuste scelte di investimento e di consumo. A tale scopo precipuo mira, in sostanza, la manovra d'estate.

    Per quanto riguarda le aziende, il contributo più importante del decreto appena varato è stato quello di introdurre la detassazione degli utili che saranno reinvestiti nell'azienda in beni strumentali e soprattutto in macchinari inscritti nell'elenco dei beni ammortizzabili. Si vuole per tale via incentivare gli investimenti tecnologici delle aziende per aumentarne l'efficienza e la produttività, nonché dare impulso al mercato incentivando gli investimenti in beni durevoli e allo stesso tempo semplificando il calcolo del valore del reddito soggetto a detassazione. Seguendo questa stessa logica è stato previsto «l'acceleramento dell'ammortamento» dei beni durevoli strategici nella produzione. È aumentata anche la svalutazione fiscale dei crediti che entrano in sofferenza. Tale misura è stata introdotta in quanto è a vantaggio delle banche che concedono nuovi crediti alle imprese.

    Nell'ambito del credito alle imprese, inoltre, sulla scia dell'esperienza di altri grandi paesi europei come Francia, Germania e Spagna, è interessante l'introduzione della «export banca», ossia di una combinazione tra la Cassa Depositi e Prestiti e la Sace, per la concessione del credito all'esportazione e al contempo l'assicurazione del credito all'export in una unica soluzione a costi bancari contenuti. Sono previste, inoltre, sempre nel capitolo delle misure anticrisi della Finanziaria, agevolazioni per quelle aziende che impiegano gas nel loro ciclo produttivo e che ricorreranno alla costituzione di consorzi per l'acquisto all'estero di approvvigionamenti di gas a prezzi competitivi rispetto al mercato nazionale.

    Per sostenere l'occupazione il decreto prevede che le aziende che assumeranno lavoratori precedentemente sospesi dall'attività lavorativa o che non ricorreranno alla cassa integrazione guadagni riceveranno un «bonus», ossia un premio per le loro scelte di preservare il «capitale umano» precedentemente assunto e formato. È stato previsto, inoltre, il potenziamento degli ammortizzatori sociali con l'accantonamento di ulteriori vaste risorse finanziarie (25 milioni di euro) per la cassa integrazione guadagni. Il premier ha detto in conferenza stampa che «il governo non lascerà nessuno solo e senza salario. Aiuteremo con aiuti economici fino all'80% del salario e garantiremo una formazione per il reimpiego delle professionalità nei settori del lavoro». Sono previsti incentivi, inoltre, per quei lavoratori cassaintegrati o che percepiscono un sussidio di disoccupazione che avviano un'attività in proprio, ossia liberoprofessionale o imprenditoriale.

    Per alleviare la situazione disagiata delle famiglie, la Finanziaria prevede che il blocco degli sfratti sia prorogato al 31 dicembre di quest'anno. Sono state anche «allentate le maglie» del bonus energia alle famiglie per includere un numero più elevato di beneficiari. Sono state semplificate le procedure e velocizzati i tempi di concessione delle prestazioni di invalidità civile. Sono state semplificate le dichiarazioni richieste ai pensionati per il mantenimento delle prestazioni previdenziali ed è stato abolito il ticket sulla medicina specialistica.

    D'altro canto, sono in elaborazione nuove norme per impedire alle banche di aggirare la stretta sulla commissione sul massimo scoperto, eliminata in occasione del precedente «decreto sviluppo» e dalle banche abilmente reintrodotta, come si legge nel commento di Cellino sul Sole 24 Ore di ieri, mediante il cambio della denominazione del balzello. L'intervento governativo per incentivare le banche a ridurre l'onere delle loro commissioni, secondo quanto affermato dal ministro Tremonti in conferenza stampa, va a vantaggio delle famiglie che usufruiscono dei servizi bancari, ma anche a favore delle banche stesse, che avranno un migliore rapporto con la propria clientela. Con tale decreto si è agito in «maniera spintanea», citando le parole del ministro Tremonti, per raggiungere un risultato che il gioco della concorrenza avrebbe comunque prodotto.

     

    Nuovi fondi, che andranno a integrare la copertura del cosiddetto decreto terremoto, sono poi stati stanziati a favore degli sfollati dell'Abruzzo per la ricostruzione delle case nei centri storici danneggiati dal sisma del 6 aprile scorso. Il presidente Berlusconi ha annunciato l'apertura di un cantiere di vastissime dimensioni nel territorio aquilano, che sarà possibile grazie all'intervento del governo sul cosiddetto «eccesso di burocrazia», ossia snellendo e smantellando una serie di ostacoli burocratici che hanno fino ad ora impedito l'apertura di questo e di molti altri cantieri e quindi l'inizio dei lavori di numerose opere pubbliche.

    In netta contrapposizione con l'approccio del precedente governo Prodi che aveva propagandato le proprie misure di allungamento dei tempi di regolazione delle fatture ai fornitori della PA come uno strumento di risanamento dei debiti pubblici, l'attuale decreto ha previsto, al contrario, alcune formule di snellimento e di aumento dell'efficienza della Pubblica Amministrazione, che, dal canto suo, sarà chiamata a regolare i propri pagamenti ai fornitori in tempi più rapidi e a smaltire gli arretrati rapidamente, semplificando le procedure e i meccanismi per compensare i crediti e i debiti.

    Per quanto riguarda il capitolo fiscale, l'evasione e l'elusione fiscale nazionale e internazionale, in attesa del nulla osta dell'istruttoria Ue sullo «scudo fiscale», il decreto introduce alcune disposizioni per l'individuazione dei depositi non dichiarati nei paradisi fiscali, invertendo l'onere della prova. Tremonti sostiene infatti che qualora siano identificati depositi bancari in tali paradisi non dichiarati, essi saranno considerati ai fini fiscali come tentativo di evasione e il titolare sarà chiamato a giustificare il mancato obbligo di dichiarazione. Il decreto darà inoltre il via alla stretta sulle compensazioni, a partire da quelle Iva. Sono previsti, inoltre, ulteriori coinvolgimenti degli enti locali per la lotta all'evasione fiscale che con questo decreto si arricchisce di nuovi interventi antievasione.

    Gli stimoli all'economia non daranno effetti positivi immediati. Di questo ne è pienamente cosciente il Presidente Berlusconi, che ha detto in conferenza stampa che tali stimoli «non sono un interruttore che appena acceso fa illuminare l'ambiente», ma al contrario richiederanno del tempo. Il governo, con la manovra estiva, si muove tempestivamente aiutando le imprese che investono, premia le aziende che non riducono gli organici, salda una parte del debito della Pubblica Amministrazione verso i fornitori delle aziende pubbliche, ossia verso le imprese italiane che subiscono il momento recessivo dell'economia. In conclusione, tale decreto riducendo le tasse e introducendo e aumentando i bonus, secondo le parole del premier, «alleggerisce la mano dello stato sulle imprese, così da metterle in condizione di raccogliere i primi effetti di ripresa, quando essi arriveranno».

    June 22

    I "BRIC"? COLOSSI DAI PIEDI D’ARGILLA

    Il cambio della leadership economica è di là da venire: occorrerà più di un secolo prima che Cina e India raggiungano il reddito pro capite degli Stati Uniti

     

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su Finanza Italiana

    Bimestrale economico - finanziario

    Anno XXVII - 5° anno nuova serie - numero 3-4 marzo aprile 2009

     

    Un argomento che fa tendenza tra gli studi di geopolitica degli istituti e fondazioni più in vista riguarda l’eventuale prossimo capovolgimento della leadership mondiale a favore dei paesi cosiddetti del “Sud del Mondo”, a causa degli elevati tassi di crescita del Pil sperimentati negli ultimi tempi.

    Il paese che dovrebbe essere candidato alla presidenza della leadership mondiale dovrebbe essere la Cina, seguita dall’India e poi da altri paesi come il Brasile e la Russia, ossia i cosiddetti “BRIC”, secondo l’acronimo del noto studio firmato nel 2003 dagli economisti della Goldman Sachs,  Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050. Ci sono invece molti aspetti dell’evoluzione dell’economia di tali paesi che non permettono ancora di dare tanto spazio all’ottimismo e che impediscono di fatto a tali paesi di riscattarsi finalmente dalla loro antica depressione economica.

    La Cina, in primo luogo, è popolata da 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo stime ufficiali, alle quale occorre aggiungere anche tutti quegli individui, probabilmente residenti nelle zone rurali e impervie dell’arretrato entroterra, del tutto sconosciuti all’anagrafe, per sfuggire alla regola ferrea del controllo demografico che facilita la pratica odiosa degli aborti selettivi. Altrettanto si può dire per l’India, il cui carico di popolazione è di un miliardo e cento milioni.

    Un’esercitazione può essere utile per capire il divario che esiste attualmente tra i paesi asiatici e gli Stati Uniti. Con una semplice formula matematica si può calcolare il periodo di tempo al termine del quale un paese a basso reddito può porsi alla pari con un altro paese a reddito più elevato.

    In base agli ultimi dati disponibili, come risulta dall’apposita tabella, il Pil della Cina è appena il 27% di quello degli Stati Uniti. Se ipotizziamo per il lungo periodo un tasso di crescita del 5% l’anno per la Cina e uno del 2% per gli Stati Uniti risulta che il pil cinese raggiungerebbe il valore di quello statunitense in 56 anni. Il confronto con l’India  perde di significato, perché il tempo si avvicina al secolo (93 anni).

    Ma il confronto più significativo è quello con riferimento al pil pro capite. Ipotizziamo che nel lungo periodo il reddito pro capite degli Usa, che nel 2006 è stimato in 44.190 dollari, cresca al ritmo del 2% a prezzi costanti l’anno. Per contro, poniamo che il reddito pro capite della Cina, che nel 2006 e stato di 2.001 dollari l’anno, cresca nel lungo periodo al tasso del 5%.

     

    Paesi

    Popolazione

    Pil

    %

    Tempo

    in anni (1)

    Pil

    %

    Tempo

    in anni (1)

    in milioni

    pro capite

    Stati Uniti

    299

    13.245

    100

     

    44.190

    100

     

    Cina

     1.300

    2.630

    19,9

    56

    2.001

    4,5

    107

    India

    1.100

    887

    6,7

    93

    797

    1,8

    138

    Brasile

     186

    1.067

    8,1

    87

    5.717

    12,9

    70

    Russia

    142

    979

    7,4

    90

    6.856

    15,5

    64

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    (1) Valori arrotondati

    Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2008

     

    Partendo da questi dati risulta che la Cina dovrebbe raggiungere il reddito pro capite degli Stati Uniti tra 107 anni. Nello stesso arco di tempo l’India, il cui reddito pro capite è stato calcolato sempre per il 2006 in 797 dollari l’anno, raggiungerebbe gli Stati Uniti tra 138 anni. Tutto ciò, a condizione che i tassi di crescita dei paesi considerati rimangano costanti. Se, invece, si ipotizza un tasso di crescita sempre di lungo periodo inferiori al 5% ipotizzato e, quindi, più plausibile per il lungo periodo, i tempi si allungano notevolmente, tanto da perdere di significato.

    Occorre anche considerare che elevare i redditi pro-capite anche di pochi dollari l’anno per circa un miliardo e trecento milioni di cinesi appare un’impresa molto ardua, che, escludendo l’autarchia, richiede oltre che appropriate politiche, anche flussi imponenti di importazioni, per pagare le quali è necessario approntare un corrispondente flusso di esportazioni, che il resto del Mondo non potrebbe assorbire, anche facendo ricorso a pratiche scorrette, come il dumping, i premi alle esportazioni, eccetera. Posto in questi termini, il confronto fra le aree sviluppate e la regione emergente asiatica è sconfortante. Il lungo periodo è un grande banco di prova. Lo si è visto con il Giappone che, grazie agli aiuti americani, aveva sperimentato tassi di crescita del 10% in media l’anno. Poi la crescita si è fermata ed ora è di fatto bloccata e annaspa nella “trappola della liquidità”.

    Le ipotesi fin qui considerate per quanto di prima approssimazione, dovranno comunque essere riviste alla luce della crisi finanziaria ed economica, che sembra produrre molti più danni nei paesi emergenti che non in quelli industrializzati. È molto plausibile che non si potrà tornare alla situazione in essere prima dello scoppio della bolla speculativa. Il commercio internazionale difficilmente tornerà a crescere a ritmi sostenuti come quelli del passato e soprattutto si verificherà la tendenza a ripianare i disavanzi commerciali dei paesi a più forte sbilancio. In particolare, gli Stati Uniti non potranno non tendere alla riduzione del loro disavanzo commerciale di 1.967 miliardi di dollari, di cui un settimo verso la Cina.

    Indipendentemente dalle prime affermazioni del nuovo presidente Obama all’indomani della sua elezione e l’invito a comperare by american, è da dare per scontato una riduzione del flusso delle esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti. Inoltre, modificazioni nelle correnti di scambio si potranno notare anche verso l’Europa, sia verso i paesi dell’eurozona, sia degli altri, tra cui la Gran Bretagna, che si trova in una situazione di grande difficoltà come testimonia la perdita del potere di acquisto della sterlina. Né si può trascurare un eventuale ritiro delle multinazionale e del loro rientro in patria. La Francia ha già preso provvedimenti significativi in proposito. Ha infatti negato gli aiuti alle industrie che hanno delocalizzato. D’altra parte, la stessa globalizzazione che sotto molti punti di vista ha creato molti sconquassi perché il Mondo non era pronto a gestire un mercato globale, non potrà non essere profondamente rivista. Alla luce degli avvenimenti, una globalizzazione sostenuta dalla speculazione finanziaria non è più proponibile.

    Con la crisi odierna il problema di un ritorno a un equilibrio nei cambi monetari non potrà essere più eluso, anche senza ipotizzare un ritorno a Bretton Woods, ossia a un sistema di cambi basato sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Ne deriverebbero difficoltà a eludere le sane regole della concorrenza. Intanto e per molto tempo Cina e India rimangono giganti con i piedi d’argilla.

    June 19

    Obama e la riforma del mercato finanziario

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 giugno 2009

    C'è chi sostiene che, in tempo di crisi, non si dovrebbe procedere alle riforme, ma solamente riflettere su strategie da applicare una volta che si sia usciti dal tunnel. C'è poi chi sostiene, invece, che proprio in periodi di crisi si ha lo stimolo giusto e la necessità per fare riforme radicali che potrebbero essere risolutive. Infine, in un contesto globalizzato, qualcuno sostiene che le riforme vanno concertate a livello internazionale per evitare distorsioni tra i mercati. È però univoca ormai l'opinione che occorra restare comunque vigili ed essere pronti a individuare e impedire sul nascere le nuove spinte speculative in tutti i mercati, soprattutto in quello dei prodotti energetici, delle materie prime e dei prodotti alimentari, che svolgono una funzione essenziale e strategica per i sistemi economici e per il benessere dell'umanità.

    Il presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi, in occasione del Wirtschafstag 2009 di Berlino del 16 giugno scorso, ha sintetizzato lo status quo dell'economia mondiale. Egli ha affermato, usando un linguaggio criptico e ripetendo sostanzialmente quanto già sostenuto in occasione dell'Assemblea dei partecipanti della Banca d'Italia di maggio, che le «radici della crisi sono essenzialmente riconducibili alle gravi carenze della regolamentazione». In particolare, «gli incentivi forniti dai requisiti di capitale e dagli standard contabili all'attività di cartolarizzazione fuori bilancio; la rimozione nel 2004 del limite sul leverage per le banche di investimento; la possibilità per gli enti con rating a tripla A di sottoscrivere credit default swap senza costituire alcun collaterale» hanno causato conseguenze fortemente negative. Draghi sostiene che, sebbene sia prematuro pensare di essere fuori dal tunnel della crisi economica, il momento è comunque maturo per cominciare a delineare le strategie di uscita dalla crisi, le «exit strategy» che dovranno essere concentrate sui sistemi di rientro dal deficit di bilancio e dal debito pubblico, sull'inversione delle politiche monetarie attualmente espansive, per evitare future spinte inflazionistiche e sull'uscita dalle micro-politiche a sostegno delle banche.

    A sua volta, il presidente degli Stati Uniti è tra quelli che sostengono che le crisi si risolvono approntando e realizzando le riforme durante il corso della crisi stessa. Obama, infatti, ha elaborato con il suo staff un documento di 85 pagine che descrive un quadro di riforme del mercato finanziario statunitense che sarà presentato al Congresso per la sua legittimazione attraverso la promulgazione di leggi specifiche. Il percorso della riforma è ancora lungo, ma il governo americano ha reso noto che sta già lavorando su «iniziative essenziali per restituire la fiducia nel mercato finanziario e che queste saranno operative entro l'anno».

    Secondo le prime indicazioni, le linee essenziali della riforma riguardano:

    1. Il rafforzamento delle authorities. In particolare, la Federal Reserve avrà poteri di vigilanza sul sistema finanziario potenziati rispetto al passato e sarà garante della stabilità in quanto potrà controllare ogni società finanziaria che opera negli Usa. Inoltre, la SEC, Securities and Exchange Commission, ossia la Consob statunitense, avrà un ulteriore ruolo in aggiunta a quelli istituzionali: conserverà il registro degli advisor degli hedge fund.
    2. La creazione di nuove agenzie. In particolare, il Financial Services Oversight Council che avrà il compito di individuare i rischi per il sistema finanziario e dovrà incentivare la collaborazione fra le varie agenzie esistenti; il National Bank Supervisor, una nuova agenzia di supervisione federale delle banche, che assolverà alle funzioni fino ad ora di competenza di distinti organismi; il Consumer Financial Protection Agency a tutela dei consumatori nel settore finanziario da pratiche scorrette, illegali o poco trasparenti.

    Non sono mancati i commenti - alcuni a favore, altri fortemente critici - a tale riforma che, stando alle parole del presidente Obama, dovrebbe essere «la più grande riforma dal ‘29». Il progetto è stato accusato di non aver sufficientemente semplificato il quadro delle numerose agenzie che già operano nell'ambito della vigilanza del mercato finanziario e che, al contrario, ne abbia solamente aumentato il numero rimescolando alcune competenze.

    Allo stesso tempo, però, la riforma prevede una attenta regolamentazione dei derivati che hanno avuto un ruolo importante nel creare la crisi finanziaria. Inoltre, gli hedge fund, i private equity e i venture capital saranno vigilati dalla Sec.

    Molto probabilmente i prossimi mesi saranno utili per chiarire il futuro dei mercati finanziari e per valutare i primi effetti che la riforma avrà prodotto ai fini della stabilità del mercato finanziario, che dovrà essere vigilato per impedire il ripetersi di bolle speculative a danno dei cittadini, sia come risparmiatori, sia come consumatori, sia, soprattutto, come lavoratori.

    June 17

    Crisi economica e parametri di Maastricht

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 giugno 2009

    Non suscita eccessivo stupore la notizia secondo cui ben 24 paesi sui 27 che compongono l'Unione Europea si trovano nella condizione di avere un forte disavanzo di bilancio in rapporto al reddito. Come è noto, per i paesi dell'euro-zona questo disavanzo non può superare il 3% del Pil, come impone il Trattato di Maastricht.

    def_pil.jpg 

    Il ministro Tremonti si è affrettato a evidenziare che il dato italiano corretto con riferimento all'andamento del ciclo economico riconduce il valore di tale rapporto al di sotto del 3%, ossia entro il margine stabilito dal Trattato. In ogni modo, secondo le ultime notizie tutti i paesi dell'euro-zona, con l'eccezione di Malta, Cipro e Finlandia, riceveranno a breve la comunicazione dell'apertura della procedura anti-deficit eccessivo sottoscritta dal commissario Ue Joaquin Almunia. Tale situazione non può meravigliare, in quanto dal momento dello scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare si è assistito ad un tonfo di tutte le maggiori economie mondiali e di quelle emergenti.

    pil_europa.jpg

    Si prevede che per quest'anno la Germania subirà un forte rallentamento della sua economia (il Pil decrescerà di ben il 6%, secondo le stime più ottimistiche). L'Italia ha visto una forte contrazione del Pil (del 5,9%). In Francia, la caduta del Pil risulta essere del 3,2% e nella Spagna di Zapatero del 3%, mentre il tasso di disoccupazione spagnolo è salito al 20%, con cinque milioni di disoccupati. Nel paese iberico, anche in seguito al declino del mercato immobiliare e delle costruzioni, si attende in tutti i settori economici un'ondata di fallimenti e il modello di crescita spagnolo, tanto decantato in questi anni, alla luce dei fatti economici è stato messo in seria discussione. Nel Regno Unito la caduta del reddito è stata misurata del 4,1% nel primo trimestre di quest'anno, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Fra tutte le maggiori economie europee, la situazione di quella britannica è di gran lunga la più preoccupante, poiché la City di Londra (il cuore finanziario inglese), che ha progressivamente aumentato la sua attività speculativa a discapito dell'economia reale, si è eccessivamente esposta e sembra essere del tutto schiacciata dal peso dei titoli tossici.

    Infine, nell'ambito delle grandi economie mondiali, negli Stati Uniti il crollo del Pil è stato di oltre il 6% per due trimestri consecutivi, mentre il disavanzo pubblico ha superato il 12% del Pil. In Giappone la Toyota ha subìto forti perdite, per la prima volta nella sua storia, dando un inequivocabile segnale della gravità della crisi di quel paese. Nel Sol Levante, infatti, la teorizzata «Trappola della liquidità» ha trovato la sua espressione concreta e il debito pubblico ha raggiunto il 175% del Pil.

    Il quadro di riferimento internazionale è, quindi, critico e preoccupante anche in prospettiva. Forse l'Italia, come afferma Tremonti e come sembra confermare anche l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), sarà il primo paese a uscire dalla crisi, perché il suo tessuto di piccole e medie imprese è più reattivo rispetto ai colossi industriali di altri paesi ricchi del G7, mentre il suo sistema bancario si è esposto in minor misura alle insidie dei titoli tossici rispetto a quello di altri paesi industrializzati. La buona notizia sta nel fatto che, secondo le promesse del ministro Tremonti a settembre la finanziaria, che è già in cantiere, non nasconderà insidie e sorprese per rientrare nei margini del deficit imposti dal Trattato. Ossia non ci sarà, per usare le parole del ministro, la consueta «stangata», come più volte è successo in passato. Inoltre, le procedure europee di rientro dal deficit eccessivo si sono adeguate ai tempi difficili che corrono, nel senso che non verranno imposte penali e sanzioni ai governi non virtuosi. Intanto, il Trattato di Maastricht sembra che stia scricchiolando sotto il peso della crisi economica mondiale. Infatti, la commissaria francese Christine Lagarde ha presentato la proposta di fare una distinzione tra deficit strutturale e «deficit di crisi». Non stupisce che tale proposta sia stata bocciata senza dare spazio a repliche, ma è probabile che rappresenti comunque un prima «prova tecnica» di smantellamento di un Trattato che, dal momento della sua sottoscrizione, ha agito negativamente sulle politiche anticicliche, legando le mani ai governi sottoscrittori.

    June 12

    L'Ocse, il Superindice e la fine della crisi

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 giugno 2009

    Il Samuelson, nel suo manuale di economia, sosteneva, negli anni Cinquanta, in seguito agli studi sull'evoluzione della crisi del '29, che i cicli commerciali, per le loro fluttuazioni e per le loro irregolarità, «assomigliano alle fluttuazioni delle malattie epidemiche, ai capricci del tempo o alle variazioni nella temperatura infantile», nel senso che non esiste un ciclo economico identico ad un altro. I movimenti del reddito non sono così regolari e prevedibili come le orbite dei pianeti o le oscillazioni di un pendolo. Tutti i cicli hanno caratteristiche comuni. Ma nessuna formula esatta può predire l'inizio o la fine, o il ritmo dei cicli economici futuri o presenti.

    Certi analisti, per tentare di misurare in anticipo le oscillazioni del reddito, prendono in considerazione l'andamento di alcuni indici (i prezzi delle azioni, i prezzi all'ingrosso, la produzione dell'acciaio o di energia elettrica, le compensazioni bancarie e via dicendo), ritenuti di volta in volta indicatori chiave della salute del sistema economico. Altre volte si calcola una media ponderata di molte serie storiche statistiche e la si combina in un «barometro» del ciclo economico. Ci sono anche alcune eccentricità, inoltre, che coloriscono la narrazione delle fatiche di alcuni economisti divenuti noti, tra cui Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve. Egli cominciò il suo mandato sotto Reagan e lo proseguì sotto Bush padre, sotto Clinton ai tempi della bolla speculativa della new economy e, da ultimo, sotto Bush figlio. Il suo mandato è scaduto nel 2006 ed è stato sostituito da Ben Bernanke. Si vocifera che Greenspan volesse avere sulla sua scrivania tutte le mattine i dati relativi all'andamento delle vendite dei cartoni da imballaggio, considerandolo un indice informale dell'andamento dell'economia statunitense. Si racconta tutto ciò per significare quanto aleatori possano essere gli indici di volta in volta considerati e fino a che punto siano soggetti alla discrezionalità degli analisti stessi.

    Tale premessa è necessaria quando si citano i risultati di calcoli complessi e previsionali sull'andamento del ciclo economico, come quelli pubblicati martedì scorso dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. L'OCSE è giunta ai risultati del calcolo del cosiddetto «Superindice», il leading indicator, ossia lo strumento che secondo gli econometrici dell'organizzazione parigina dovrebbe misurare l'inversione del ciclo economico. Le conclusioni a cui è giunta l'organizzazione hanno attribuito all'Italia il vantaggio di aver superato il punto di minimo del periodo recessivo: il nostro paese pare aver intrapreso la via di stabilità per poi - ci si augura - ricominciare a crescere. Merito - si legge nel rapporto - dell'atteggiamento prudente che il sistema bancario italiano ha assunto nei confronti della distribuzione dei titoli tossici. Oltre all'Italia, secondo l'istituto economico, anche la Francia, il Regno Unito e il Canada dovrebbero aver superato il punto più basso della parabola, mentre la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti si dovrebbero trovare ancora lungo il ramo discendente della parabola.

    Indubbiamente, un atteggiamento ottimista è più utile di uno pessimista e giova anche constatare che rispetto agli anni Trenta, ossia a quel periodo al quale faceva riferimento il Samuelson, l'armamentario a disposizione del policy maker per contrastare la recessione si è arricchito in qualità e in quantità. L'ottimismo di chi sostiene che il peggio sia passato si può accogliere e lodare, ma ciò non basta. Occorre, tra l'altro, fare chiarezza riguardo alla effettiva diffusione dei titoli tossici che hanno contaminato i bilanci delle banche. Inoltre, bisognerà attendere i risultati degli «stress test», fortemente voluti da Tremonti anche in Europa, dopo il loro primo esperimento negli Usa. Solo allora sarà possibile fare una valutazione circa il raggiungimento dell'obiettivo della pulizia dei bilanci bancari, ritenuto una condicio sine qua non per risolvere la crisi.

    Occorre non perdere l'occasione, inoltre, del prossimo G8 a L'Aquila per delineare le linee-guida per ricomporre un ordine monetario internazionale che, come insegna A. Forzoni, uno dei massimi storici della moneta, in Finanza Italiana, è una premessa indispensabile per la crescita economica diffusa e duratura. Allo stesso tempo, però, occorre identificare e stroncare sul nascere ogni forma di speculazione.

    I cicli economici rappresentano una sfida per le nazioni democratiche, nel senso che o si impara a controllore o contrastare le recessioni e i periodi inflazionistici, oppure la struttura della società corre gravi rischi, non ultimi i conflitti veri e propri.

    June 10

    L'ingresso della Russia nel Wto entro la fine dell'anno

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'8 giugno 2009

     

    A San Pietroburgo, dove si è svolto il Forum economico internazionale lo scorso 4 giugno, il commissario europeo al Commercio, Catherine Aston, dopo un incontro con il ministro dello sviluppo economico russo, Elvira Nabiullina, ha detto che l'Unione europea e la Russia hanno raggiunto un accordo sull'ingresso della Federazione russa nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), affinché il processo di adesione venga completato per la fine dell'anno.

    L'iter per l'ingresso della Russia nell'Omc è cominciato nel 1993. Da allora il gruppo di lavoro interno all'Organizzazione, costituitosi nello stesso anno, si è riunito ben 30 volte, ossia almeno tre volte tanto rispetto agli altri gruppi di lavoro relativi ai 28 processi di adesione che sono ancora in attesa di conclusione.

     

    Il ruolo della Federazione russa nell'interscambio internazionale è di un certo rilievo, in quanto contribuisce per il 3% circa al commercio mondiale e per il 3,3% alla formazione della ricchezza mondiale (dati World Economic Outlook, aprile 2009 del Fondo Monetario Internazionale). Al suo interno, comunque, presenta una disoccupazione elevata, che ha raggiunto il 10% circa quest'anno, mentre si prevede che il Pil abbia una caduta dell'8% in seguito all'attuale crisi economica mondiale. La Russia rappresenta l'ultima grande economia dei paesi emergenti ancora esclusa dal circolo dei 153 paesi che appartengono all'Omc. La Cina, infatti, ha fatto il suo ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio nel dicembre del 2001, mentre l'India e il Brasile vi sono entrati ancor prima, nel gennaio del 1995.

     

    Dopo la guerra in Georgia e dopo l'adesione di quest'ultimo paese e dell'Ucraina alla Nato, i rapporti tra Est e Ovest, ossia tra Russia, Ue e Usa si erano congelati. Anche il nuovo partenariato orientale, vale a dire l'accordo tra Ue e Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina, che è stato fortemente voluto dai governi di Svezia e Polonia, ha contribuito a complicare ulteriormente la situazione delle relazioni tra Europa e Russia. Tuttavia, si sono avuti in questi ultimi mesi i primi segnali di disgelo.

     

    Come ha affermato il ministro Frattini in un suo recente intervento pubblico, la Russia rappresenta per l'Europa e per l'Italia, un partner strategico con il quale si è «legati a doppio filo». A sua volta, anche il mercato europeo, e quello italiano in particolare, rappresentano partners commerciali e politici importanti per la Federazione russa. Gli scambi commerciali riguardano soprattutto i prodotti energetici. È sufficiente ricordare che in Europa circa il 50% delle sue importazioni di gas e il 30% di quelle di petrolio provengono dalla Russia, nonostante i tentativi dell'Unione di diversificazione delle fonti. Fra il 2000 e il 2008, inoltre, il commercio bilaterale Ue-Russia di merci è quasi triplicato, raggiungendo il valore, nel 2008, di 278 miliardi di euro. Infine, è emblematico il fatto che circa l'80% del capitale straniero in Russia provenga dall'Ue.

      

    La grande richiesta di prodotti energetici russi da parte della Cina preoccupa l'Unione europea e si è fatta più stringente l'esigenza di affrontare la tematica di un nuovo partenariato strategico Ue-Russia. I lavori sono iniziati nel luglio 2008, sulla scia del partenariato Ue-Russia avviato già nel 1994 (entrato in vigore nel 1997) e seguito, nel 2005, da un ulteriore accordo volto alla realizzazione di quattro «spazi comuni»: 1) lo spazio economico; 2) lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia; 3) lo spazio di sicurezza esterna; 4) e lo spazio di ricerca e istruzione.

     

    La Russia è un ponte tra l'Europa occidentale e l'Asia, ma anche un interlocutore per le problematiche politiche e diplomatiche mediorientali. Il processo di partnership Ue-Russia, ossia il futuro accordo di partenariato strategico i cui tempi di negoziato non sono stati definiti, porterà sul tavolo dei negoziati, oltre ai temi degli scambi commerciali, anche quelli della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell'instabilità nelle regioni del Caucaso e dei Balcani, delle relazioni con i paesi detti emergenti, in particolare Cina e India, e dei rapporti con il Medio Oriente, l'Iran e l'Afghanistan.

     

    L'ingresso della Russia nell'Omc potrebbe giocare un ruolo importante, nei processi di integrazione di area, ma anche nello sbloccare il Doha Round, ossia i negoziati per l'armonizzazione e per la rimozione degli ostacoli agli scambi internazionali. Restano aperte alcune questioni che la Russia dovrebbe ancora risolvere: i sussidi riservati all'agricoltura; i dazi imposti sull'importazione dall'Ue di automobili e di legname e la regolamentazione delle compagnie statali. Inoltre, secondo Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, il mercato russo presenta attualmente alcuni problemi di accesso per le aziende straniere. In particolare, la legge russa su alcuni appalti prevede costi maggiori del 20-30% per le imprese estere. È auspicabile quindi che, attraverso la creazione di un contesto di regole chiare, uniformi e riconosciute a livello internazionale, sia possibile in futuro facilitare i nuovi investimenti delle imprese europee e in particolare di quelle italiane.

    May 29

    Come frenare la fluttuazione del prezzo del greggio?

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 maggio 2009

    Si è concluso lunedì 25 maggio scorso il G8 dell'Energia, realizzato sotto la presidenza italiana, che ha visto il Ministro Scajola in prima linea per la sottoscrizione di accordi strategici sia per il futuro del nostro paese e dei maggiori paesi industrializzati, sia per la lotta alla scarsa disponibilità di energia che penalizza le economie emergenti.

    Seguendo le relazioni finali e le notizie pubblicate sulla stampa ufficiale, sono stati sottoscritti durante il summit tre accordi internazionali che riguardano, in primo luogo, l'efficienza energetica e la lotta contro il cambiamento climatico. A tal proposito è stato realizzato anche un protocollo che ha come fine l'identificazione delle regole comuni tra i paesi sottoscrittori e degli incentivi agli investimenti nel settore. Gli altri accordi riguardano la lotta alla «povertà» energetica dei paesi emergenti e, in particolare, gli incentivi che verranno concessi al continente africano, affinché, secondo alcuni opinionisti, possa affrancarsi dalla crescente dipendenza da altri continenti e paesi per la produzione nel settore energetico. Last but not least si è ampiamente discusso della fluttuazione del prezzo del petrolio e le imprese, tra le quali, in particolare l'Eni per voce dell'ad Scaroni, hanno proposto la costituzione di una Agenzia internazionale, l'Ipeec (International Partnership for Energy Efficiency Cooperation), che vigili e che operi con diversi strumenti, affinché il prezzo quotato del greggio oscilli tra un massimo e un minimo considerati efficienti per coprire i costi di produzione e per garantire un margine di profitto alle imprese produttrici. Le oscillazioni del prezzo, secondo i disegni dell'azienda italiana, dovrebbero essere tra i 60 e i 80 dollari al barile, che ad alcuni osservatori sono sembrati elevati.

    Indubbiamente l'impennata dei prezzi del greggio, che ha caratterizzato la scorsa estate (a luglio del 2008 il barile di petrolio era quotato 145 dollari) e che è stato il risultato di una vasta azione speculativa, ha fatto riflettere e ha messo sull'avviso le imprese che importano e trasformano il greggio in prodotti energetici finiti. Altrettanto chiaro è il fatto che i prodotti energetici sono strumentali a qualsiasi tipo di prodotto e pertanto incidono sul costo di produzione e sull'andamento dell'intera economia nazionale. Non altrettanto evidente e lineare è la via che si vuole seguire per controllare le oscillazioni di prezzo sui mercati internazionali. Come più volte scritto su questo giornale, ogni forma di speculazione che infetti qualsiasi mercato, da quello dei prodotti energetici o dei prodotti alimentari a quello dell'oro, deve essere contrastata sul nascere e con ogni mezzo da autorità chiamate alla vigilanza internazionale. Quindi, non soltanto il mercato del greggio dovrebbe essere soggetto a controlli e a interventi diretti per raggiungere lo scopo, ma tanti altri prodotti, specie gli alimentari.

    Secondo quanto si legge, l'Agenzia internazionale per il controllo del prezzo del petrolio dovrebbe vigilare sui mercati e dovrebbe essere in grado di elaborare rilevazioni statistiche, sui flussi di estrazione e di trasformazione e sulle quantità scambiate, che siano da considerare univoche e autorevoli. Dovrebbe, inoltre, essere in grado di produrre previsioni affidabili e, infine, dovrebbe finanziare le sovraccapacità di estrazione di petrolio al fine di equilibrare le quotazioni a livello internazionale.

    Si potrebbe sorvolare sulla fallimentare esperienza italiana di un organismo pubblico chiamato proprio ad agire sul livello dei prezzi in tempi di inflazione (si ricorderà il c.d. «Mr Prezzi», istituìto dal Governo Prodi con fondi pubblici, che oltre a produrre annunci vaghi non ha sortito e non sortisce tuttora, come era prevedibile sin dal primo giorno, alcun risultato sul livello dei prezzi). Le oscillazioni di prezzo, in un libero mercato, dipendono, come insegna la scienza economica, dal flusso di domanda e di offerta e, in tempi di crisi economica e di calo della domanda, il rischio impellente non è tanto l'inflazione, quanto piuttosto la deflazione. È stato poi proprio per il timore del rischio di deflazione che, ai primi cenni di crescita del prezzo del petrolio, è stato gridato da alcuni colleghi che la crisi economica globale era passata in virtù di una fantasiosa correlazione diretta tra l'aumento del prezzo del greggio e quello del prodotto nazionale.

    Oltre all'Agenzia internazionale, sarà necessario percorrere la via, anche se lunga, della diversificazione della produzione di energia (dalla produzione di idrocarburi, petrolio e gas, a quella nucleare e da fonti alternative come la geotermica, l'idroelettrica e via dicendo). È essa stessa a permettere il contenimento dei prezzi, seguendo i meccanismi di mercato e, quindi, evitando interventi deus ex machina di organismi internazionali, inutili e controproducenti. A tal proposito sembrano di grande interesse gli accordi sottoscritti al margine del summit dal ministro Scajola con il Ministro dell'Economia, Commercio e Industria giapponese Toshihiro Nicai per formare personale tecnico nel settore nucleare e con il segretario Usa per l'Energia Steven Chu relativo alle cooperazione Italia-Usa nella produzione di energia da carbone pulito e dal nucleare.

    May 27

    IL SUMMIT DELL'ENERGIA

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 maggio 2009

    Si è svolto tra domenica 24 e lunedì 25 maggio scorsi, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, il Meeting dei Ministri dell'Energia del G8, dal titolo «Oltre la crisi: verso un nuovo ordine mondiale dell'energia». Il fine dell'incontro è quello di definire e ottenere il consenso sulle politiche energetiche tra i paesi partecipanti che nell'insieme rappresentano oltre l'80% dell'energia prodotta e scambiata nel globo. Sono intervenuti accanto ai paesi membri del G8, quelli rappresentanti le principali economie emergenti, come Cina, India, Sud Africa, Brasile, Messico, Egitto, Corea e Arabia Saudita. Alla discussione sugli investimenti energetici e sulla scarsità energetica si sono uniti, inoltre, l'Australia, l'Indonesia, la Turchia, l'Algeria, la Libia, la Nigeria e il Ruanda.

    In seno al meeting si sono volute individuare quelle politiche energetiche che possano avere un effetto propulsivo sullo sviluppo economico e che siano strumentali al superamento dell'attuale crisi economica e finanziaria globale nel più breve tempo possibile. Le conclusioni dell'incontro saranno presentate al Summit dei Capi di Stato e di Governo in programma a L'Aquila nel prossimo mese di luglio.

    Gli obbiettivi del Summit hanno riguardato, in primo luogo, la definizione delle regole e dei principi che sanciscano una nuova leadership energetica mondiale, poiché il problema della sicurezza energetica travalica i confini nazionali e diviene un tema comune a tutti i paesi, sia industriali che emergenti. Ampie difficoltà si incontrano, infatti, nell'elaborare una regolamentazione efficace da parte dei singoli governi nell'ambito dell'energia in assenza di un orientamento comune tra i diversi Stati.

    Come si evince dalle relazioni presentate, il G8 dell'Energia è un luogo dove poter porre le basi per una armonizzazione dell'aspetto regolamentativo a livello planetario. Ancora più difficile è che il quadro normativo, una volta armonizzate le esigenze dei diversi paesi, mantenga caratteristiche di stabilità. È essenziale, infatti, evitare cambiamenti radicali nel tempo, come ad esempio quello seguito al referendum sul nucleare realizzato nel 1987 in Italia, poiché, prima di dare i primi frutti e cominciare ad essere incisivi sul sistema produttivo nazionale, gli investimenti nel settore energetico richiedono un arco di tempo molto lungo, spesso ultra-decennale. Un quadro normativo armonico e stabile nel tempo è il presupposto più importante affinché si incentivino gli investimenti nel settore. Ma occorre dare anche altri stimoli agli stessi investimenti, stabilendo ad esempio forme di partnership tra privati o miste, tra pubblico e privato, per lo sviluppo di sistemi energetici efficienti, innovativi e a basso contenuto di carbonio. Il Summit, oltre a rilevare  le esigenze di regole efficienti, condivise e stabili, sia la necessità di trovare nuovi incentivi agli investimenti pubblici e privati e di prediligere forme di energia poco inquinanti, il Summit ha sottolineato l'urgenza di lanciare anche un piano d'azione volto a ridurre la penuria energetica in Africa.

    Una caratteristica innovativa di questo G8 dell'energia, avvenuto sotto la presidenza italiana, è rappresentata dal fatto che le imprese del settore energetico sono state coinvolte direttamente. Per la prima volta, infatti, l'apertura dei lavori ministeriali è stata preceduta dall'Energy Business Forum, ossia il Forum tra i Ministri dei paesi del G8 e delle economie emergenti e i vertici delle più importanti imprese energetiche del mondo. Si è voluto, in tal modo, creare un clima imprenditoriale favorevole agli investimenti energetici «responsabili» e alle politiche di sviluppo nel settore energetico ed economico. È chiaro che il presupposto affinché si crei un simile clima è la comprensione reciproca degli aspetti peculiari della realtà economica: governo e imprese. I governi devono tenere conto delle esigenze industriali delle imprese e le imprese, dal canto loro, devono tener conto delle priorità politiche, nazionali e internazionali e della tutela dei consumatori. È evidente, quindi, la centralità delle imprese nella creazione di un nuovo sistema energetico e la conseguente necessità di coinvolgerle politicamente e di promuovere il loro contributo al dibattito internazionale.

    A margine del Summit c'è stato l'incontro tra l'Italia e gli Stati Uniti, ovvero tra il Ministro Scajola e il Segretario Usa per l'Energia Steven Chu per un accordo di cooperazione in materia di tecnologie per il carbone pulito e per la «cattura» e il «sequestro» dell'anidride carbonica. La collaborazione riguarderà anche il settore nucleare, poiché il Ministro Scajola ha rimarcato che verrà costituito un «gruppo di lavoro per la collaborazione Italia-Usa per il rilancio del nucleare italiano» sulla scia dell'accordo, firmato in febbraio dal premier Berlusconi e il presidente francese Sarkozy, relativo, appunto, alla collaborazione e allo scambio di know how nell'ambito dell'energia nucleare.

    Alla chiusura dei lavori del Summit si svolgerà un incontro tra il Ministro Scajola e il Ministro dell'Economia, Commercio e Industria giapponese Toshihiro Nikai. Verrà firmato in quella sede un memorandum di cooperazione sul nucleare. Si tratterebbe di un intesa che porrebbe le premesse per includere anche il Giappone tra i partner strategici per lo sviluppo nucleare italiano e permetterebbe al paese asiatico di penetrare nel mercato europeo con alleanze industriali e investimenti nel nostro paese e nei principali stati dell'Ue.

    May 20

    I NUOVI GASDOTTI GALSI E ITGI

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 maggio 2009

    L'80% della capacità elettrica prodotta da nuovi impianti in Europa negli ultimi dieci anni è alimentata a gas. L'Europa consuma quasi il 20% del gas mondiale, ma la sua produzione è pari solamente al 7% di quella mondiale, mentre le riserve europee sono appena il 2% di quelle mondiali. Ne consegue che l'Ue è fortemente dipendente dalle importazioni extra-Ue di gas naturale, che risultano essere circa il 60% dei consumi europei.

    In Italia, la situazione è accentuata rispetto al resto d'Europa. Infatti, circa l'80% delle abitazioni è riscaldato a gas, altrettanto fa il 66% degli ospedali e degli alberghi. Pertanto la forte dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento del gas ha portato l'attuale governo ad affrontare seriamente la questione delle infrastrutture di distribuzione (gasdotti e rigassificatori) con l'obbiettivo di diversificare i paesi fornitori e ottenere per tale via prezzi di fornitura più vantaggiosi.

    Il progetto più recente che l'Italia ha approntato in collaborazione con altri paesi prende il nome di gasdotto Galsi. È in via di realizzazione e dovrebbe essere ultimato entro il 2011. La costruzione del gasdotto ha subìto però un ritardo di un anno rispetto alla sua tabella di marcia in seguito al recente ritrovamento della corazzata francese Danton sui fondali al largo del sud della Sardegna. La corazzata era stata affondata il 19 marzo del 1917, nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale da un sottomarino tedesco. Il ritrovamento, grazie a potenti robot subacquei, ha riportato alla mente i fatti storici e ha permesso altresì di commemorare i 295 caduti francesi che tuttora giacciono nelle stive della nave nelle profondità degli abissi.

    Il Consorzio societario, costituito nel 2003 con un capitale di 10.000.000 euro, è composto da diverse società, di cui il 50% italiana. Il tratto italiano del metanodotto sarà realizzato da Snam Rete gas, società dell'Eni, che si occuperà anche della gestione della nuova infrastruttura. La stima dei costi complessivi è tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. Bruxelles considera il progetto Galsi tra le quattro grandi infrastrutture energetiche prioritarie italiane e contribuirà, con 120 milioni di euro, al finanziamento del progetto.

    Il pregio del progetto Galsi è quello di assicurare la fornitura di una quantità notevole di gas naturale (8 miliardi di metri cubi l'anno, pari al 10% della capacità installata di importazione nazionale). Tale progetto, unitamente alla realizzazione di rigassificatori (l'ultimo realizzato è stato quello di Rovigo nell'autunno del 2008) e del gasdotto Itgi che collegherà l'Italia alla Grecia (v. Mappa), dovranno aumentare la disponibilità nazionale di gas e garantire il nostro paese rispetto all'eventualità di ulteriori «emergenze gas», che hanno invece caratterizzato gli inverni passati.

    Il gasdotto Itgi, come accennato, collegherà Italia, Grecia e Turchia. La Turchia si approvvigionerà, infine, dal giacimento dell'Azerbaigian. L'importanza strategica di tale progetto risiede nel fatto che l'Azerbaigian è un paese che appartiene dell'Area del Mar Caspio e del Medio Oriente, ossia a quell'area che detiene circa il 20% delle riserve mondiali di gas naturale, ma che non dispone di alcun collegamento indipendente con i consumatori europei. Il gasdotto Itgi permetterà, quindi, un collegamento diretto e indipendente dalla Russia. L'importanza del progetto è tale che la Russia e gli Stati Uniti hanno deciso di presenziare in qualità di osservatori alla conferenza sul «Corridoio meridionale» del gas che la presidenza ceca dell'Ue ha organizzato a Praga per l'8 maggio 2009.

    Anche il progetto Itgi trasporterà circa 8 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno e dovrebbe essere ultimato entro il 2012. Il progetto richiede il potenziamento della rete turca e la realizzazione degli Interconnector tra Turchia e Grecia (Progetto ITG) e tra Grecia e Italia (Progetto IGI). La Commissione europea ha deciso lo scorso gennaio di contribuire al finanziamento del gasdotto Itgi con 100 milioni di euro classificandolo Progetto di Interesse Europeo per l'apertura di un grande corridoio di approvvigionamento che colleghi l'Europa del Sud con l'Asia Centrale.

    È ancora lunga la strada da percorrere per raggiungere l'ambizioso obbiettivo per il nostro paese di divenire un esportatore netto o, come si usa dire, un «hub» del gas, ossia un paese capace di coprire interamente il proprio fabbisogno di gas, mediante la produzione nazionale e le importazioni, e capace altresì di esportare gas verso altri paesi Ue ed extra-Ue a prezzi competitivi. Al momento attuale ciò che più conta è l'aver intrapreso la via con energia e con coraggio.

    mappa-galsi.jpg

    May 08

    A DON GIANNI

    Caro Don Gianni,
    ti ringrazio di ogni premura, di ogni attenzione, di ogni singola telefonata che mi hai fatto
    che provvidenzialmente arrivava nel momento in cui sentivo il bisogno di un sostegno spirituale
    in questo difficile cammino che è la vita.
     
    E' grazie al tuo entusiasmo e alla tua acuta e inesauribile curiosità che io ho continuato a scrivere,
    nonostante le difficoltà tipiche di chi è solo all'inizio e si vuole fare strada con tutte le insicurezze
    dettate dalla giovinezza e dall'inesperienza. E' grazie a te che sono diventata giornalista.
     
    Come me ce ne sono tanti di giovani tra le fila di Ragionpolitica che hanno gli stessi entusiasmi
    e le mie stesse difficoltà. Io ho avuto la fortuna di conoscerti e di sentire vicina la tua amicizia.
    Resterà vivo in me  il tuo ricordo e il tuo entusiasmo. 
     
    Ho solo una parola per salutarti: grazie.
     
    EM
     
    May 04

    DALLA CRISI SI ESCE ABBASSANDO LE TASSE

    Subito riqualificazione della spesa pubblica e abolizione delle province

    Dalla crisi si esce
    abbassando le tasse

    di Emanuela Melchiorre
     
    Pubblicato su www.ffwebmagazine.it il 4 maggio 2009
     
    I recenti dati Istat relativi all’andamento delle entrate tributarie sono piuttosto sconfortanti. Nei primi due mesi del 2009 le entrate risultano essere, infatti, diminuite del 7,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il debito pubblico dal canto suo è cresciuto e ha superato i 1.700 miliardi di euro (pari a 3.291.659 miliardi delle vecchie lire). In queste condizioni, di marcato deficit pubblico e di inimmaginabile volume dei titoli tossici (che a livello mondiale superano probabilmente gli 800.000 miliardi di dollari), qualunque politica di sostegno all’economia può risultare scarsamente efficace per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica.

    Ciò nonostante non si può prescindere dal metodo tradizionale di incremento degli investimenti, sia pubblici che privati, per ogni ulteriore ripresa dello sviluppo dei consumi e del reddito. Senonché, tutte le fonti dalle quali raccogliere i capitali freschi necessari per investimenti pubblici (aumento del debito pubblico, riduzione dei tassi di interesse e incremento della pressione fiscale) non sono ulteriormente attingibili. Nei paesi aderenti al Trattato di Maastricht il debito pubblico non sembra ulteriormente incrementabile, sebbene quello dei maggiori paesi dell’euro-zona abbiano già sforato tale limite. I tassi di interesse sono ai minimi storici e non sono comprimibili oltre una certa soglia, pena tra l’altro la sparizione dei depositi bancari. La pressione fiscale in Italia e in Europa è arrivata a livelli molto elevati e comunque tali da sortire un effetto deprimente.

    Rispetto agli Stati Uniti, come è noto, nell’Europa dei quindici la pressione fiscale è superiore in media di oltre 11 punti percentuali. In particolare, in Italia, sempre rispetto agli Stati Uniti, il rapporto tra imposte (dirette, indirette e contributi sociali) e Pil è superiore di oltre 14 punti percentuali. Nei paesi scandinavi le differenze sono ancor più elevate, ma questi ultimi godono di servizi pubblici più efficienti, che in Italia invece, come tutti sanno, lasciano molto a desiderare, con buona pace della rivoluzione del ministro Brunetta, i cui frutti in termini di efficienza saranno evidenti non prima del medio termine, specie se non sarà accompagnata da un processo di snellimento e di riduzione delle pratiche burocratiche.  

    Va notato che secondo la metodologia Ocse, la pressione fiscale e tributaria è data dal rapporto tra la somma della imposte dirette e indirette e dei contributi previdenziali, ossia comprende le sole imposte sul reddito, sul patrimonio e i contributi previdenziali. Inoltre, la pressione fiscale in Italia può essere considerata in qualche modo regressiva in confronto con quella degli altri paesi a più elevato reddito; ossia chi ha minori redditi paga più imposte. Per essere in linea, ad esempio con la Germania la pressione fiscale tributaria italiana dovrebbe essere del 32% circa anziché del 43%.
     
     
     
    Nell’ambito europeo, infatti, Francia, Germania e Inghilterra hanno un reddito pro capite più elevato di quello italiano (tabella). In questi paesi, a parità di pressione fiscale o con un’aliquota superiore, il reddito disponibile, ossia al netto delle imposte, è di gran lunga maggiore rispetto a quello italiano.
     
     
     

    Negli Stati Uniti, nonostante la minore pressione fiscale, il nuovo presidente ha promesso una sua riduzione a vantaggio dei cittadini meno abbienti e a carico dei percettori di redditi più elevati. Recentemente anche in Germania è stata avanzata un’analoga proposta dagli ambienti socialisti. Nei paesi dell’euro, che si trovano sottoposti al vincolo del Trattato di Maastricht e dei suoi parametri sul bilancio pubblico e sul deficit di bilancio (il disavanzo pubblico in rapporto al Pil deve essere non superiore al 3%, mentre il debito pubblico sempre in rapporto al Pil deve essere inferiore al 60%), la via della riduzione della pressione fiscale sembra ancora più ardua da seguire. Eppure, questa è la sola via che ha speranza di successo, negli Usa come in Europa. Il vantaggio di una riduzione della pressione fiscale si traduce, fin dal momento dell’annuncio, in maggiore reddito disponibile e, di conseguenza, in un aumento dei consumi e del risparmio, ossia degli investimenti.

    Inoltre, occorre considerare anche che la riduzione delle aliquote fiscali fa sì che si riduca in modo più che proporzionale l’incentivo all’evasione fiscale; infatti, il rischio di essere scoperti e di subire un accertamento e l’imposizione di multe per evasione diviene superiore al vantaggio che si avrebbe nel “risparmio” da evasione. I combinati effetti della riduzione della pressione fiscale e del contemporaneo aumento del gettito complessivo delle imposte, per il maggior reddito e per la minore evasione, innescherebbero un processo virtuoso di nuovo sviluppo: aumento dei redditi e dei consumi e, infine, riduzione del disavanzo pubblico.
    L’impulso in tal modo impresso all’economia non esclude, anzi consente più agevolmente, l’adozione di altre misure secondarie, anch’esse influenti sul miglioramento della situazione generale. Si tratta, in primo luogo, dei provvedimenti volti alla riqualificazione della spesa pubblica, che diano la priorità alle spese per investimenti rispetto a  quelle correnti e a quelle superflue.

    È ormai maturo il tempo di ridurre drasticamente la spesa pubblica centrale e locale, eliminando le province (ben 117 di cui 3 nuove province istituite nel 2004 e 4 nel 2001) di napoleonica memoria; accorpando i comuni piccoli, risparmiando quindi sul numero dei sindaci (che attualmente sono oltre 8.100), degli assessori, dei consiglieri, dei consulenti e dei segretari comunali; tagliando il numero delle comunità montane, specie quelle di pianura; abbassando, infine, il rapporto tra i rappresentanti e i rappresentati in Parlamento. Giova ricordare che negli Stati Uniti il numero dei senatori è di 100 e quello dei deputati è di 435, vale a dire un senatore rappresenta circa tre milioni di persone e un deputato ne rappresenta quasi 690.000. In Italia, tali rapporti sono di gran lunga inferiori. Infatti, un senatore italiano rappresenta circa 190.000 abitanti e un deputato ne rappresenta meno di 100.000.

    Utili provvedimenti potrebbero essere assunti anche sul fronte delle entrate. Vaste risorse potrebbero provenire, infatti, dalla vendita sia degli edifici militari, che ormai, avendo perduto l’uso originario, sono divenute vuote ma sempre costose caserme, sia di altri immobili pubblici che, secondo le stime di Geronimo citate in un suo articolo de Il Giornale dell’ottobre del 2008, potrebbero far incassare alla Pubblica amministrazione almeno 30 miliardi di euro nell’arco di un biennio. Tali risorse potrebbero finanziare gli investimenti pubblici o, in alternativa, impedire l’esplosione della cassa integrazione guadagni, che in questo periodo di crescente disoccupazione il governo Berlusconi ha giustamente allargato a quelle categorie di lavoratori disoccupati (con contratti a progetto non rinnovati) prima escluse. Indubbiamente, l’eliminazione degli enti sopraindicati non può avvenire da un giorno all’altro, dovendo passare attraverso l’approvazione degli organi legislativi e, nel contempo, dovendo salvaguardare l’occupazione. Interessante è osservare che in questo periodo di tassi decrescenti l’emissione di nuovi titoli del debito pubblico comporterà una spesa per interessi inferiore rispetto al passato.

    4 maggio 2009
    May 02

    SPESA IN RICERCA E SVILUPPO. UN CONFRONTO INTERNAZIONALE

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 aprile 2009

    Il presidente americano, nel discorso pronunciato alla National Academy of Science di Washington il 28 aprile, si è espresso a favore di un aumento delle spese governative a favore della ricerca e dello sviluppo, fino ad arrivare a una quota del 3% del pil americano. Si tratta di un impegno finanziario di vaste proporzioni che, come sostiene Riveda in un suo articolo sul Sole 24 ore, può essere paragonato a quello assunto dagli Stati Uniti in occasione della corsa spaziale che ha caratterizzato gli anni Sessanta. La via che il presidente vuole percorrere per superare la crisi economica americana è quella di investire massicce dosi di risorse nell'attività di ricerca, ossia in un campo in cui i risultati immediati o dilazionati nel tempo non sono né prevedibili né garantiti. Però, allo stesso tempo, nel caso in cui si ottengano risultati nell'ambito farmaceutico, chimico, dell'alta tecnologia e così via, questi spesso e volentieri restituiscono vantaggi e guadagni superiori agli investimenti fatti. Si tratta comunque di una via indubbiamente rischiosa, ma necessariamente da percorrere in tempi di crisi. Scommettere sull'ingegno e sulla innovazione per superare il momento di empasse appare infatti preferibile ad altri interventi, come ad esempio quello di spendere per spingere i consumi.

    Certamente quello del presidente Obama è un approccio ottimistico. Qualcuno sostiene, invece, che il presidente voglia percorrere questa via per ripagare, con finanziamenti governativi e crediti di imposta, i favori e soprattutto i finanziamenti avuti in campagna elettorale dalle case farmaceutiche e dalle aziende hi tech. Superando però questi aspetti della vicenda e lasciando ad altri giudicare su certe questioni, indubbiamente l'approccio di Obama alla crisi è quello migliore, soprattutto se si considera il fatto che simili investimenti, salvo imprevisti, hanno ricadute in termini di maggiore efficienza del lavoro.

    In Italia la situazione è diversa rispetto al passato. Oggi, però, il governo sembra aver preceduto la ricetta di Obama, dando particolare rilievo alle spese pubbliche per investimenti. Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha lanciato il 22 aprile scorso un programma nazionale di finanziamenti alla ricerca con la partecipazione di fondi internazionali e nazionali (dai 3 ai 6 milioni di euro a livello nazionale), il cosiddetto «Programma Levi Montalcini», al fine di far rientrare in Italia i ricercatori migrati in tempi passati e per contrastare ulteriori «fughe di cervelli». In particolare, un primo passo sarà quello, secondo le intenzioni del ministro, «di far tornare trenta ricercatori con trenta contratti triennali. Un abbozzo del modello americano, dove chi ha un'idea la sottopone all'ente governativo e può trovare i finanziamenti».

    Sarà comunque necessario un notevole sforzo, perché da anni ormai impieghiamo poco più dell'uno per cento delle risorse nazionali nelle spese per la ricerca e lo sviluppo (secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nel 2006 la percentuale del Pil italiano destinata a questo settore è stata dell'1,14%), tanto da essere appena al 25° posto nella graduatoria mondiale, secondo i dati OCSE per il 2005 (ultimi disponibili). Il paese al mondo che destina il maggior numero di risorse alla ricerca da anni ormai è la Svezia, seguita dalla Finlandia (Tabella).

    tabella_ricerca_e_sviluppo.jpg

    Sebbene il maggior finanziatore della ricerca sia il regno svedese, è il Giappone il paese al mondo che, astraendo dalla «qualità» e «importanza», ottiene il maggior numero di brevetti, seguito dalla Svizzera e dalla Svezia. Gli Stati Uniti, sempre per i brevetti, sono all'ottavo posto. In Europa la Germania è il paese che ha realizzato quasi 7 mila brevetti l'anno nel quinquennio 2000-2004 e nel 2005 si trova al quarto posto della graduatoria mondiale. È seguita, a grande distanza, dalla Francia e dal Regno Unito. Non stupisce che le poche risorse che il nostro paese ha destinato fino ad ora alla ricerca diano scarsi risultati non solo in termini di produzione annuale di brevetti, ma anche in termini di incremento della produttività del lavoro. L'Italia, appena al 23° posto nel 2005, ha prodotto meno di mille brevetti l'anno (800 circa) in media nel periodo 2000-2004.

    Lo scarso impegno dell'Italia nell'ambito degli investimenti in ricerca e sviluppo non è una questione dell'ultimo decennio, ma risale a molti anni indietro, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell'industria. Infatti, la produttività del lavoro, da una analisi storica, risulta avere in Italia un minor incremento fin dall'inizio degli anni Ottanta. Il confronto internazionale rafforza il senso di sconforto che suscitano i dati nazionali (Grafico 2).

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    Giova sottolineare, inoltre, che i parametri del Trattato di Maastricht, che hanno costretto i vari paesi dell'unione monetaria a politiche di contenimento delle spese pubbliche, non tengono in alcun conto l'importante distinzione tra le spese in conto corrente e quelle in conto capitale. In Italia, come è noto, vi è una forte incapacità a contenere le spese correnti, e di questo ne hanno fatto le spese le scelte di politica economica, che fino alla scorsa legislatura hanno disincentivato gli investimenti pubblici. È da augurarsi che il massiccio ricorso alle opere pubbliche, promosso dall'attuale governo, possa dare i frutti sperati in termini di propulsione dello sviluppo.

    Al contempo esistono piccole realtà, in Italia, che presentano una spiccata inclinazione all'innovazione. Si tratta delle aziende medio piccole appartenenti al settore made in Italy e dei distretti industriali e tecnologici. Secondo un recente rapporto della Commissione Europea, l'Italia dispone di una relativa forza nella «creazione di conoscenza» e nella proprietà intellettuale, settori in cui è vicina alla media Ue. All'interno di questi indicatori il nostro paese ha un livello al di sopra della media europea per quanto riguarda la quota di ricerca e sviluppo nel settore medium-tech e high-tech. L'Italia ha un elevato livello di efficienza nel trasformare l'innovazione in proprietà intellettuale, ma un'efficienza minore nel trasformarla in applicazioni. Ciò è dovuto in gran in parte al fatto che l'università, i centri di ricerca e di sperimentazione e il mondo produttivo comunicano difficilmente e convivono in modo disarmonico. Il ministro Gelmini ha appunto affermato, a tal proposito, che gli istituti, gli enti, sono frammentati e c'è una polverizzazione delle risorse. Il programma da lei varato a fine aprile punta proprio a «un forte coordinamento, una grande razionalizzazione, per gestire insieme, in modo sinergico, finanziamenti italiani e internazionali, pubblici e privati». Secondo il ministro «manca qualsiasi legame con l'impresa» e occorre «migliorare l'integrazione tra i due mondi, in modo che il ricercatore vada a lavorare dentro le imprese». Un primo passo è già stato fatto in questa direzione con il protocollo appena firmato con la Regione Liguria per il lancio di un polo scientifico e tecnologico in collaborazione con la Ericsson.

    April 24

    IL GOVERNO HA VARATO IL «DECRETO ABRUZZO»

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 aprile 2009

    L'Aquila, colpita profondamente dal sisma nei giorni immediatamente precedenti la Pasqua, è la città delle novantanove chiese, delle novantanove piazze e delle novantanove fontane. Fu fondata, secondo la tradizione, nella seconda metà del secolo XIII, seguendo un progetto dell'imperatore Federico II di Svevia. L'Aquila è quindi una città particolare, nata seguendo un progetto e un disegno armonico, che trova però diversi precedenti nella storia dell'architettura urbana. L'Aquila fu costituita dall'unione di molti castelli della zona (99, secondo la tradizione), ognuno dei quali edificò una parte della città. Restituire L'Aquila al suo antico splendore è un impegno che il governo si è assunto prontamente e con la serietà che richiedeva una situazione tanto drammatica. L'emergenza riguarda non solo i 75 mila abitanti del capoluogo e del territorio circostante, ossia gli sfollati e i senzatetto, rifugiati ora nelle tendopoli, nei ricoveri o presso amici e parenti. Oltre ai numerosi paesi e frazioni colpiti anch'essi dal terremoto, L'Aquila ha subito ingenti danni al suo patrimonio artistico, che è inestimabile.

    Il governo ha tenuto giovedì la riuione del Consiglio dei ministri proprio a L'Aquila, direttamente in loco, al centro del disastro, così come già era avvenuto nel caso dell'emergenza rifiuti a Napoli e in Campania. A L'Aquila, però, è stata fatta anche un'altra scelta, ancor più significativa, e che dà la giusta misura di quanto questo governo tenga in conto la drammatica situazione abruzzese. È stato deciso, infatti, di spostare nel capoluogo abruzzese la sede del G8, l'incontro dei grandi della Terra, che si sarebbe dovuto svolgere sull'isola della Maddalena, in Sardegna. È una decisione quanto mai felice, poiché permetterà di utilizzare al meglio, ossia per la ricostruzione de L'Aquila e della regione circostante, le risorse accantonate in tempi non sospetti per la realizzazione del summit della Maddalena, con buona pace dell'opposizione e della sua pretestuosa smania di risparmio, più volte agitata in relazione alla data del referendum. La Sardegna sarà ricompensata dello spostamento con un apposito summit ambientale. Il G8 a L'Aquila, inoltre, permetterà di porre la questione del disastro al centro dell'attenzione del mondo intero e di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale.

    Passando alle cifre, il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri straordinario dell'Aquila prevede risorse per complessivi 8 miliardi di euro in 3 anni, di cui 1,5 miliardi di euro per affrontare l'emergenza, mentre i restanti 6,5 saranno destinati agli interventi di ricostruzione. Proprio per la ricostruzione si dovranno tenere in debito conto non solo le norme antisismiche, ma anche quelle relative al risparmio energetico. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ha illustrato la misura varata dal Consiglio, che prevede una serie di verifiche, ad opera del Dipartimento medesimo, sugli edifici e, in caso di situazioni di rischio, l'avvio entro 6 mesi degli interventi di messa in sicurezza antisismica, pena l'inagibilità dell'immobile. Questa norma, ha aggiunto Bertolaso, «non esiste in nessun paese del mondo, è un passaggio epocale e ringrazio il premier Berlusconi e il ministro Tremonti per aver accettato la proposta».

    L'Unione europea, dal canto suo, come ha detto il presidente Berlusconi in conferenza stampa, contribuirà alla ricostruzione dell'Abruzzo con più di 500 milioni di euro, a fronte di una domanda del nostro governo di 700 milioni. Si vigilerà, inoltre, con un'attenzione straordinaria per evitare in ogni modo le infiltrazioni di carattere mafioso, che, come spesso accade, sono pronte a speculare sulla disperazione della gente. Il provvedimento prevede, poi, che le donazioni che verranno fatte da imprese e privati a favore degli interventi post-terremoto tramite la presidenza del Consiglio dei ministri, il Dipartimento della Protezione civile e altri enti appositamente individuati, saranno deducibili dalle tasse.

    Per la ricostruzione di abitazioni principali distrutte o inagibili o per l'acquisto di abitazioni sostitutive sono previsti i contributi, anche con il sistema del credito d'imposta e di finanziamenti agevolati garantiti dallo Stato, mentre per le attività produttive sono stati stabiliti indennizzi per la riparazione e ricostruzione di beni immobili distrutti o inagibili, nonché per il ripristino delle scorte e per la perdita di beni mobili. Come illustra il comunicato stampa della presidenza del Consiglio, gli indennizzi saranno destinati anche riparare i danni subiti da strutture adibite a finalità sociali, ricreative e religiose. Oltre a ciò, verranno escluse dal patto di stabilità interno 2009-2010 le spese sostenute dalla Regione Abruzzo, dalla Provincia dell'Aquila e dai Comuni danneggiati per fronteggiare gli eventi sismici. Particolare attenzione sarà rivolta dai vari enti, in primo luogo dalla Sopraintendenza per i Beni Culturali, al patrimonio artistico della città e dei suoi borghi, essendo esso testimonianza eccezionale dell'arte italiana.

    Per le famiglie, i lavoratori e le imprese sono previste, tra l'altro, sempre secondo la presidenza del Consiglio, la proroga dell'indennità ordinaria di disoccupazione, l'indennizzo in favore dei soggetti con collaborazioni coordinate e continuative e dei lavoratori autonomi che abbiano dovuto sospendere l'attività a causa del sisma, la sospensione per le imprese delle eventuali sanzioni legate alle inadempienze fiscali e, infine, la non computabilità, ai fini della definizione del reddito da lavoro dipendente, dei vari benefici concessi dai datori di lavoro privati di aziende residenti ai propri lavoratori.

    Come più volte dimostrato nel periodo di tempo che intercorre dal giorno delle elezioni politiche al sisma abruzzese, il governo Berlusconi anche in questa occasione ha voluto essere un governo «del fare», che non lascia troppo spazio alle parole, come dimostra la stessa durata del Consiglio dei ministri, di appena due ore e un quarto, ma denso di provvedimenti concreti, adeguatamente preparati.

    April 22

    SVALUTAZIONI COMPETITIVE: UNO STRUMENTO PROTEZIONISTA

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 aprile 2009

    L'osservazione dell'andamento del cambio del franco svizzero nei confronti del dollaro Usa e dell'euro in questi due ultimi mesi, e in particolare a far data dal 12 marzo scorso quando la Banca nazionale svizzera è intervenuta sul mercato valutario, acquistando euro e dollari contro franchi svizzeri, ha fatto parlare alcuni esperti, tra cui il prof. Wyplosz dell'università di Ginevra sulle pagine del Sole 24 ore, di «svalutazioni competitive». Infatti, nei giorni successivi all'intervento dell'autorità monetaria elvetica il cambio del franco nei confronti del dollaro è passato da 1,121 franchi contro un dollaro Usa a 1,156 in poco più di dieci giorni. Ancora oggi occorrono 1,147 franchi per acquistare un dollaro. Altrettanto e a maggior ragione si può dire riguardo all'andamento del cambio del franco svizzero nei confronti dell'euro. Infatti, dal 9 marzo scorso il cambio euro/franchi è passato da 1,460 a 1,539. Attualmente il cambio è ancora a 1,512 franchi per un euro. Sebbene allargando lo sguardo dell'osservazione ad un arco temporale più ampio, anche di due anni, si evince che tali andamenti possano essere anche considerati delle fluttuazioni dei mercati dei cambi, vale comunque la pena avanzare l'ipotesi di un approccio di tipo interventistico delle autorità monetarie svizzere e con esse anche di quelle di altri paesi le cui valute hanno subito andamenti oscillanti nel tempo. In particolare, anche la valuta cinese, il renminbi, quella nipponica, lo yen, ma anche in ambito europeo quella svedese, la corona, e quella inglese, la sterlina, hanno avuto andamenti oscillanti tendenti nel complesso al loro deprezzamento nei confronti dell'euro e del dollaro.

    L'acquisto di valuta estera da parte della banca centrale svizzera è stata una manovra di politica monetaria, che i paesi dell'area dell'euro non avrebbero potuto compiere singolarmente, avendo delegato la politica monetaria alla Bce, e che ha sortito l'effetto eventualmente desiderato di un deprezzamento del franco svizzero nei confronti delle due valute, dollari ed euro. I vantaggi in termini di esportazioni dell'indebolimento di una moneta sono evidenti e permettono all'economia nazionale di essere più competitiva nella vendita delle proprie produzioni sul mercato internazionale. Per intenderci, la Svizzera potrà in tal modo vendere orologi e cioccolato, ma anche acciaio, alluminio, ghisa ecc., nell'Europa dell'euro e negli Usa a un prezzo inferiore rispetto all'anno scorso.

    Questa manovra svizzera è giunta in concomitanza con l'uso di un altro tradizionale strumento di politica monetaria, ossia la riduzione del tasso di interesse centrale, che il 12 marzo scorso era stato tagliato di 0,25 punti percentuali, raggiungendo il livello dello 0,25%. La teoria economica ci dice che quest'ultimo provvedimento è efficace fino ad un certo punto, poiché ha un naturale limite verso il basso, in quanto in assoluto non può avere valori negativi, mentre potrebbe averne in caso di inflazione. Occorre osservare che in certe condizioni l'abbassamento a valori minimi potrebbe comportare una riduzione dell'efficacia del provvedimento stesso per la nota teoria della «trappola della liquidità» di keynesiana memoria. Più in generale la manovra del tasso di interesse ha maggiore efficacia come misura antinflazionistica, per cui sovente si ricorre a manovrare anche il cambio. Quindi anche le autorità monetarie svizzere hanno fatto ricorso anche alla manovra del cambio estero.

    Tale strumento però è piuttosto rischioso, in quanto rappresenta un'arma a doppio taglio. Infatti, i principali paesi che esportano verso la Svizzera, ossia quelli dell'euro-zona, gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Giappone, potrebbero ricorrere alle medesime manovre monetarie, deprezzando la loro valuta nei confronti del franco svizzero e, per tale via, innescare una pericolosa guerra di «svalutazioni competitive» come sovente è accaduto nella più recente storia della moneta.

    Non solo il franco svizzero, secondo le ipotesi di Wyplosz, ha cominciato a seguire la pericolosa china del suo indebolimento, che rappresenta uno strumento dell'armamentario del protezionismo, così come anche, ad esempio, il divieto dei vari governi alla delocalizzazione dei processi produttivi all'estero. Anche altre valute hanno seguito la via del deprezzamento della valuta. La sterlina del Regno Unito, ad esempio, da ottobre a dicembre dello scorso anno, ha perso più del 20% del suo valore nei confronti dell'euro. Nel continente asiatico la stessa via è stata seguita dalla Cina, dal Giappone e dalla Corea del Sud, consentendo ampie oscillazioni dei cambi con tendenza però al deprezzamento. La Cina, in particolare, avrebbe dovuto da tempo rivalutare la sua moneta anziché indebolirla.

    Come la storia insegna e, in particolare, l'esperienza degli accordi di Bretton Woods, ben più utile sarebbe per tali paesi giostrare sui valori della bilancia commerciale e, quindi, sulla bilancia dei pagamenti in generale, che incidono comunque sul cambio della valuta con dichiarazioni ufficiali, anzi solenni, di svalutazione o di rivalutazione. Purtroppo, l'accordo di cambi monetari fissi, ossia gli accordi di Bretton Woods, è saltato nell'agosto del 1971 e da allora il disordine monetario ha rallentato i flussi commerciali e per tale via anche la formazione del reddito nazionale nei paesi economicamente avanzati. Trovare oggi una via per ristabilire l'ordine monetario internazionale è come dare la migliore risposta alla crisi finanziaria ed economica che ha travolto il mondo e che non si sarebbe verificata se gli accordi di Bretton Woods fossero stati in vigore.

    April 07

    LA CRISI DELLA BANCA UBS E I PARADISI FISCALI

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 6 aprile 2009

    La crisi finanziaria ed economica, stando alle indicazioni del G20 di Londra, potrebbe avere a breve termine una svolta positiva, perché dovrebbe porre fine ai cosiddetti paradisi fiscali, che oltre a favorire l'evasione in molti paesi, hanno alimentato la speculazione internazionale fino all'inverosimile tanto da abbandonare i normali criteri della prudenza, tra cui i parametri tra il capitale e gli attivi di bilancio. L'Ocse avrebbe preparato due liste di paradisi: una nera, che comprende Costa Rica, Malesia, Filippine e Uruguay, e una grigia molto lunga, essendo formata da 38 paesi, tra cui in primo piano la Svizzera.

    Nella Federazione elvetica le banche hanno già cominciato a pagare il fio delle loro azioni sconsiderate, che hanno contribuito molto a produrre il vortice della speculazione, ossia dei guadagni facili, vendendo carta di scarso e, nel maggior numero dei casi, di nessun valore. Come è accaduto a tutti i gruppi bancari nazionali e internazionali, anche quelli svizzeri si sono trovati con perdite ingenti nei loro capitali. La capitalizzazione è caduta a precipizio, fino a perdere il 50% in media del valore, rispetto ai dati del 2007. Ad esempio, uno dei gruppi bancari svizzeri, il noto UBS (Unione di Banche Svizzere), ha perduto il 55% del suo capitale dal maggio 2007 al maggio del 2008. A questa perdita occorre aggiungere quella accusata dall'estate del 2008 fino ad oggi. In base ai dati più recenti, un'azione Ubs è scesa di oltre il 60% del suo valore dal maggio 2008 al 2 aprile del 2009. In franchi svizzeri l'azione Ubs è passata da 35,11 franchi a 11,82. Si deve anche riflettere su un dato più allarmante, perché testimonia la gravità della crisi. Il titolo è infatti caduto dell'82,71% a far data dal giugno 2007 al 9 marzo 2009. L'inizio della crisi può essere dato dallo scoppio della bolla immobiliare.  

    Nell'ambito europeo, l'UBS era al secondo posto della graduatoria delle banche più grandi prima dello scoppio della crisi ed è caduta all'ottavo nel maggio del 2008. La discesa è continuata durante la seconda parte del 2008 e nei primi tre mesi di quest'anno. L'Ubs è stato salvato dal governo elvetico e dalla banca nazionale svizzera con iniezioni di liquidità. Dalla metà del 2007 la banca aveva tagliato ben 49 miliardi di dollari del suo attivo, contaminato dal volume dei titoli «tossici». Sembra ora che nonostante i tagli e gli aiuti il bilancio non sia stato risanato. Si calcola che questa banca sia in procinto di tagliare altri 2 miliardi di dollari di attivo. La caduta gigantesca dei valori si è ripercossa irrimediabilmente sull'occupazione. Prima della fine del 2008 la banca aveva tagliato circa 11 mila posti di lavoro nel settore degli investimenti in titoli, ossia nel ramo che si era più sviluppato nei titoli cosiddetti derivati e ora si appresterebbe a tagliarne altri 8 mila, creando ulteriori forti tensioni nel mondo del lavoro. Si tratta di una disoccupazione che si aggiunge a quella prodotta dalle difficoltà delle banche svizzere che hanno agito al riparo del segreto bancario.

    Come sopra accennato, il segreto bancario dovrebbe saltare con l'applicazione delle sanzioni che la comunità internazionale applicherà in caso di inosservanza, come ha stabilito il G20 di Londra. Un'idea dell'avversione che i banchieri svizzeri si sono «guadagnati» in tutto il mondo è data dalla circolare inviata ai dirigenti bancari di non uscire dalla Federazione per recarsi all'estero per qualsiasi motivo, anche di diporto. Si teme la reazione della gente come è accaduto negli Usa, a Parigi e a Londra, che vede nei banchieri la principale causa dei mali odierni, tra cui la disoccupazione, che nel corso di quest'anno potrebbe aumentare di oltre 20 milioni di unità.

    March 27

    LE MISURE ANTI-CRISI: UN BILANCIO LUSINGHIERO

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 marzo 2009

    All'atto della nascita del Popolo della Libertà, che rappresenterà un partito liberale e moderato, aperto a diverse tradizioni politiche democratiche e alle idee di cambiamento che hanno permesso ad aprile del 2008 di vincere a larga maggioranza le elezioni politiche, è il momento di prendere una pausa e di riflettere su dove questo primo anno o poco meno di governo ci ha portato e soprattutto verso quale direzione si vuole andare.

    Si ricorderà che il governo Berlusconi aveva ereditato una situazione economica già fortemente compromessa da incaute scelte politiche di chi aveva precedentemente governato. Emblematico è stato l'aumento dell'imposizione fiscale che ha caratterizzato l'operato del governo Prodi, con tutti i suoi ministri economici, tra cui Padoa Schioppa, Visco e Bersani. La loro manovra aveva congelato la fragile ripresa dell'economia italiana del 2006. Un'altra pesante eredità è stata quella dei rifiuti in Campania, che, tra l'altro, ha leso fortemente l'immagine del nostro paese. Mediante l'intervento personale del presidente Berlusconi e dei suoi ministri il problema è stato risolto in pochi giorni con scelte ferme e coraggiose. Cosi come altrettanto tempestivamente e con coraggio è stato risolto dopo anni di rinvii il caso Alitalia, con la creazione di una nuova società con l'apporto della finanza privata.

    Purtroppo il governo di centrodestra ha dovuto affrontare fin dal settembre scorso la più grande crisi economica e finanziaria a livello globale che non ha precedente nella storia economica mondiale. Come noto, i cosiddetti titoli «tossici» hanno infettato tutti i paesi, quelli ricchi e quelli poveri. È stato pertanto necessario correre subito ai ripari e il governo italiano è stato il primo a prendere provvedimenti concreti. Per tutelare il sistema economico nazionale e di conseguenza i redditi, specie quelli da lavoro, e il risparmio, il governo ha preso provvedimenti di garanzia e di tutela del sistema bancario nazionale, poi imitate anche da altri paesi. In particolare, i redditi familiari sono stati sostenuti anche grazie alla convenzione sottoscritta dal governo con l'Associazione delle banche italiane, e divenuta operativa da maggio 2008, con la quale sono stati definiti i criteri di rinegoziazione dei mutui a tasso variabile, la cui rata su richiesta può scendere al tasso di interesse del livello 2006.

    Le proposte del ministro Tremonti riguardo al finanziamento del settore finanziario hanno incontrato il plauso anche in sede comunitaria e i «Tremonti bonds», ossia il prestito alle banche a tassi crescenti per fare fronte alle loro esigenze di liquidità, rappresenta un equilibrato strumento che sintetizza l'esigenza di un sostegno pubblico al sistema bancario, non privo però di una adeguata remunerazione, e di equità, in quanto il costo di una simile operazione ricade, secondo il disegno del ministro, su chi ha contribuito al disastro finanziario, ossia solamente sul sistema bancario.

    Il quadro degli interventi del governo a supporto dell'economia è stato fino ad ora molto complesso, perché si è voluto perseguire il duplice obbiettivo del sostegno sia della domanda sia dell'offerta. Tra le prime azioni, vi è stato il sostegno dei redditi della popolazione meno abbiente, con la social card, e si è voluto aumentare nell'immediato il reddito disponibile per i lavoratori, con la riduzione dei carichi fiscali sugli straordinali, in un primo tempo, e dopo con l'estensione del diritto alla cassa integrazione anche ai lavoratori con contratti di lavoro a termine non rinnovati. Inoltre, è stato privilegiato il ricorso a contratti di solidarietà per quelle aziende che hanno visto contrarsi la loro produzione e le loro vendite e che rischiano altrimenti di licenziare i loro dipendenti.

    È fuori di dubbio che la contrazione dell'attività economica in tutte le sue componenti, e quindi anche ad esempio il calo delle esportazioni, comporta una riduzione della produzione e quindi dell'occupazione e del reddito, implicando un avvitamento dell'economia su se stessa e un prolungamento della crisi nel tempo. È per impedire che ciò accada che il governo ha elaborato un piano di rilancio di un settore tra i più strategici, quello delle costruzioni e del suo grande indotto: il «piano casa» con finanziamenti complessivi di 550 milioni di euro. L'idea di fondo è stata, dopo aver già eliminato da maggio del 2008 l'Ici sulla prima casa, quella di aumentare la ricchezza nazionale e il patrimonio immobiliare delle famiglie mediante sia l'autorizzazione governativa all'ampliamento dei propri appartamenti, sia la loro ristrutturazione con agevolazioni fiscali. Si è inteso sostenere per tale via l'attività delle imprese costruttrici, ossia l'offerta, e con esse l'occupazione. Spetterà ora alle regioni, d'intesa con gli enti locali, elaborare, nel rispetto degli indirizzi generali fissati dallo Stato ed entro i finanziamenti assegnati, i programmi di edilizia residenziale.

    Un forte impulso all'occupazione e all'economia verrà dalla realizzazione delle opere pubbliche, che riguardano soprattutto le vie di comunicazione stradale e ferroviaria e, in particolare, l'Alta velocità, la Variante di Mestre, il Terzo Valico Milano-Genova, l'autostrada della Cisa, la Brescia-Padova, la Cecina-Civitavecchia e la Tangenziale est di Milano, il Ponte di Messina, la Pedemontana, il nodo di Perugia, le Tre Valli, la tangenziale di Napoli e la rete viaria costiera, l'adeguamento della statale Telesina, il completamento della Salerno-Reggio Calabria, la strada 106 Jonica, l'Agrigento-Caltanissetta e l'asse stradale Maglie-Santa Maria di Leuca. Sempre nel quadro dell'ammodernamento delle infrastruttura del paese il governo ha operato a favore delle reti di trasporto e sistemi metropolitani: le opere connesse all'Expo 2015, la linea C della metropolitana di Roma, la rete metropolitana regionale campana, le reti metropolitane di Palermo e Catania, i sistemi urbani di Bari e di Cagliari, l'adeguamento dei sistemi metropolitani di Parma, Brescia e Bologna, l'aeroporto di Vicenza e i sistemi di trasporto lacuale. Occorre, inoltre, considerare l'intervento a favore dell'edilizia scolastica e carceraria e altre opere minori. Quelle citate sono tutte opere prontamente «cantierabili» per le quali è stato stanziato un totale di 17,8 miliardi di euro, ossia un fondo che secondo le stime preliminari potrebbe generare 20.000 posti di lavoro per ogni miliardo investito, ossia in totale più di 350.000 di nuova occupazione.

    Sempre con riguardo all'offerta, occorre segnalare l'azione a favore dell'attività agricola e, in particolare, l'aumento dopo tanti anni delle quote latte a disposizione del nostro paese nel quadro comunitario.

    Una forte attenzione è stata posta ai livelli di efficienza dell'intero sistema produttivo, a partire da quello pubblico, con la lotta all'assenteismo e con il ricorso ai premi di produttività, con la digitalizzazione e informatizzazione della burocrazia, con l'eliminazione degli enti inutili e la soppressione degli uffici doppione, con la riduzione del numero delle province, partendo dalle aree metropolitane. L'efficienza è intesa anche nel senso della semplificazione e della riduzione dei provvedimenti amministrativi e dei relativi oneri a carico delle imprese. Infine, nello stesso concetto rientra anche un uso più razionale delle risorse lasciate inoperose come, ad esempio, l'ausilio dell'esercito nelle città per integrare l'attività delle forze dell'ordine. Ne è seguito per ora l'arresto di numerosi famosi latitanti, e una lotta serrata alla delinquenza comune. Dall'efficienza del settore pubblico discende un risparmio di risorse pubbliche, ma anche e soprattutto una maggiore efficienza del settore privato e, quindi, del sistema economico nel suo complesso.

    In questo lungo elenco figura, inoltre, un'iniziativa di grandissimo rilievo e cioè la reintroduzione della produzione di energia nucleare nel sistema produttivo nazionale.  Si tratta di una grande rottura con il passato e una importante sfida per il futuro, soprattutto in tempi di crisi economica. La realizzazione di 4 reattori richiederà un grande coinvolgimento di risorse private e in parte anche pubbliche, di conoscenze e di know how acquisito dalla Francia, grazie all'accordo sottoscritto con il presidente Sarkosy. Per motivi di spazio occorre rinunciare all'elencazione dei provvedimenti sulla scuola, sull'università sulla giustizia eccetera che hanno indubbiamente influsso sulle attività economiche.

    March 23

    ADESSO MUTIAMO LE REGOLE DELL'ASSETTO MONETARIO

     

    È diffusa l’opinione che la crescita economica che alcuni grandi paesi del sud del mondo hanno sperimentato in questi ultimi due decenni possa incidere oggi sugli assetti mondiali e sulle sfere di influenza in modo da rivoluzionare la situazione fino ad ora consolidata del ruolo trainante delle economie tradizionalmente industrializzate, ossia di quei paesi che componevano il noto G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Giappone e Italia) e che con le loro economie, al momento della costituzione del summit in parola, contribuivano per l’80% alla ricchezza mondiale. Già nel recente passato, e con precisione col vertice di Birmingham del 1998, si è assistito a un primo ampliamento del summit internazionale alla Russia, in seguito al modificarsi degli assetti economici e politici e del differente contributo che i paesi hanno progressivamente dato alla ricchezza mondiale. Si è così cominciato a parlare del G7+1, anche detto G8.

     

    Oggi si pensa di allargare ulteriormente il foro ad alto livello decisionale, in cui si discute delle più importanti questioni macroeconomiche e di politica monetaria, ai paesi emergenti che presentano i più alti tassi di crescita economica. È infatti sembrato opportuno consentire l’ingresso a paesi, quali Australia, Corea del Sud, Arabia Saudita, Messico, Brasile, Argentina, Turchia, Sudafrica, Cina, Indonesia e India, al forum più importante e, per tale via, permettere loro di dare un contributo all’attuale crisi economica che ha investito tutto il mondo, non solo i paesi industrializzati ma anche le economie emergenti, in seguito allo scoppio delle tre bolle speculative di questi mesi (quella dei subprime, quella petrolifera e quella dei generi alimentari). Occorre comunque considerare che con il notevole aumento del numero dei paesi che interverranno al summit il processo decisionale sarà più lungo in quanto un accordo tra venti membri sarà di gran lunga più difficile da raggiungere rispetto a un accordo tra un minor numero di paesi.

     

     

    Si parla da qualche anno, dopo la diffusione della relazione del 2003 del Goldman Sachs Global Research Centres dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050, firmata dagli economisti Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dei cosiddetti “BRIC”, per indicare con tale acronimo l’insieme di quattro paesi (Brasile, Russia, India e Cina) che più di altri dimostrano vaste potenzialità di crescita (grafico 1). Nel loro complesso tali paesi contribuiscono a più della metà della popolazione mondiale e rappresentano circa la metà del totale delle terre emerse. La Russia e il Brasile sono ricchi di risorse naturali e in gran parte sfruttano proprio questa dotazione per migliorare le loro condizioni di vita. La Cina e l’India hanno sperimentato un processo di industrializzazione molto rapido.

       

    Il Brasile, oltre al tradizionale allevamento di bovini e alla fiorente agricoltura e alla coltivazione soprattutto di soia, caffè, canna da zucchero, agrumi, cacao e cotone possiede metalli preziosi e rilevanti giacimenti di petrolio, in parte sulla terra ferma e in parte sulla piattaforma continentale. Inoltre, immensi giacimenti di petrolio, di circa 8 miliardi di barili, sono stati scoperti recentemente nella Baia di Santos, al largo delle coste brasiliane, sotto uno strato di roccia e di sale, a 6 chilometri di profondità. La produzione, che dovrebbe iniziare a marzo del 2009, potrebbe aggirarsi intorno a 100 mila barili al giorno, unitamente a 3,5 milioni di metri cubi di gas. Le riserve brasiliane sono state stimate a 60 miliardi di barili equivalenti di petrolio, pari a circa tutte le riserve del sottosuolo russo. È un primato brasiliano la produzione di etanolo prodotto dal mais ed è giunta a compimento la sperimentazione della tecnologia per produrre “etanolo di seconda generazione”, ottenuto dai residui di canna da zucchero, mais, grano, soia e segatura, che entrerà in commercio nel 2010. Per via della produzione di etanolo dal mais il Brasile  aveva ricevuto le critiche corali di molti ambientalisti e anche di alcuni esponenti di governi che imputavano al paese carioca la responsabilità, per tale via, dell’impennata dei prezzi delle derrate alimentari, che nel 2008 ha provocato inflazione nei paesi industrializzati e aggravato ulteriormente il problema della fame nei paesi poveri. Tale errato convincimento era piuttosto diffuso e se ne parlò anche in occasione del vertice Fao sulla sicurezza alimentare, nel giugno 2008. Quando invece l’effettiva causa dell’impennata dei prezzi agricoli, ovvero la spinta della speculazione, è venuta meno con lo scoppio della bolla speculativa, anche le accuse al Brasile non sono state replicate.

     

    La Russia, con l’avvento di Putin al potere, ha conosciuto una nuova espansione grazie allo sfruttamento delle risorse naturali, minerali e pietre preziose, ma soprattutto petrolio e gas naturale. La politica di Putin di risanamento dell’economia russa è partita dal commercio di materie prime, ma anche da accordi presi con i governi delle economie avanzate. Egli è stato ben attento alla ripartizione dei rischi tra la Russia e i paesi consumatori, investendo nell’ammodernamento e nella realizzazione di nuovi impianti con capitali stranieri in quote di partecipazione inferiori al 50 per cento, garantendosi, in questo modo, la conservazione del controllo delle fonti energetiche e la diversificazione dei mercati di sbocco. Mosca controlla tutte le infrastrutture della regione delle ex repubbliche sovietiche, poiché il sistema di idrocarburi della vecchia Unione Sovietica era stato costruito per essere gestito dal centro, cioè da Mosca, e oggi è appannaggio delle società russe che, come la Gazprom, sono sotto il controllo governativo. La Russia, oltre che sul giacimento di Shtokman, nel Mare di Barents, nell’Artico, può contare su quello che è definito il «tesoro del Caspio». In questa regione Mosca esercita il controllo dei prezzi del gas naturale. I prezzi del gas destinato ai paesi limitrofi sono stati rivisti al rialzo rispetto a quelli praticati a livelli politici in nome di quella che era stata la «fratellanza sovietica». La Russia persegue la politica di riportare il livello dei prezzi a quello di mercato, provocando in tal modo un raddoppio del prezzo che tali paesi sono costretti a pagare per le loro forniture di gas. Un tale aumento ha originato la crisi tra Russia e Ucraina che si ripete ormai ogni anno nei mesi invernali, spesso a discapito dell’Europa tutta. Secondo i piani della «Putinomics» del 2006 l’economia delle fonti energetiche, inquadrata in un più ampio contesto delle esportazioni di tutte le materie prime, avrebbe dovuto portare al raddoppio del Pil della Russia in cinque anni, quindi entro il 2011, con un incremento medio annuo del 10%. L’attuale crisi economica però costringerà il governo di Mosca a ridimensionare i propri desideri di espansione.

     

    Durante gli anni Ottanta e Novanta, la Cina, la cui popolazione come noto si aggira intorno a 1,3 miliardi di persone, ha sperimentato una fase di crescita a tassi molto elevati, in gran parte in seguito agli investimenti di multinazionali europee e soprattutto americane nei settori tradizionali. Ciò è valso alla Cina l’appellativo di “fabbrica del mondo”, che ha visto svilupparsi soprattutto le aree costiere, più facilmente raggiungibili e collegabili al resto del mondo tramite i porti. Vastissime aree dell’entroterra con elevato carico di popolazione, invece, sono rimaste arretrate e povere. Le vie di comunicazione nelle campagne sono pressoché inesistenti, non vi sono presidi sanitari e in tutto il paese l’inquinamento ambientale ha raggiunto livelli allarmanti. Il fiume Giallo risulta essere tra i fiumi più inquinati al mondo e costituisce un pericolo per decine di milioni di persone che vivono lungo le sue rive.

    Per alimentare la crescita accelerata della sua economia, in questi anni il governo cinese si è adoperato per tessere una fitta rete di accordi commerciali e di intese politiche soprattutto con gli stati africani, in prevalenza con gli “stati canaglia”, e asiatici volti a ottenere materie prime e petrolio in cambio di investimenti e prestiti a tassi agevolati. Con la Russia è stato concordato un piano di collaborazione in diversi settori (energia, siderurgia, industria mineraria) in attesa della costruzione di oleodotti tra i due paesi per la fornitura di petrolio.

     

    L’India, con 1,1 miliardi di persone, è il secondo paese più popolato al mondo dopo la Cina. Il governo Manmohan Singh ha portato avanti una serie di politiche economiche e sociali mirate alla crescita industriale, e al miglioramento delle condizioni di vita delle masse contadine più povere. Ha stretto accordi di cooperazione con l’Unione europea, sono migliorati i rapporti politici con la Cina, ma ancora difficile è la situazione con il Kashmir, la regione a nord del paese, e con il vicino Pakistan. La sua spiccata dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento dell’energia, è cresciuta soprattutto dal 1991, in seguito all’alto tasso di sviluppo dell’economia soprattutto di quella manifatturiera. Il bisogno di energia ha fatto si che il governo indiano stringesse un accordo con gli Stati Uniti riguardo al nucleare civile impegnandosi ad aprire i suoi stabilimenti nucleari alle ispezioni della AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) in cambio di forniture di tecnologie atomiche (reattori e combustibile) da parte statunitense. La necessità di cercare all’estero nuove fonti energetiche ha condizionato la politica estera indiana, inducendo Nuova Delhi a stabilire buone relazioni con alcuni “stati canaglia”, tra cui il Venezuela, il Sudan, la Siria, la Birmania e l’Iran, e proprio a causa delle relazioni con quest’ultimo paese e in particolare, il progetto di costruzione del gasdotto Ipi, il cosiddetto “gasdotto della pace” che dovrebbe collegare l’Iran all’India passando per il Pakistan, ha rallentato il processo di allineamento strategico con gli Usa.

     

    Il sospetto di un capovolgimento delle sfere di influenza dagli USA all’area asiatica, che fino a non molto tempo addietro non era raro leggere su quotidiani e riviste, non è nuovo. Basti pensare all’eco che ebbe il cosiddetto “pericolo giallo” in seguito al boom industriale giapponese degli anni Sessanta. Come si ricorderà, durante quel decennio, con la precisione dal 1961 al 1970, il Giappone, grazie anche agli ingenti aiuti americani, presentava un tasso di accrescimento annuo del Pil del 10%, di gran lunga superiore a quello di tutti i paesi altamente industrializzati nello stesso periodo. Poi c’è stato il rallentamento e da ultimo l’economia si è quasi fermata e scarso effetto ha avuto la politica dei bassi tassi di interesse.

     

    Così come è avvenuto per il Giappone, anche in questi ultimi anni, è circolata l’ipotesi che l’impeto dell’economia cinese avrebbe consentito che il Dragone potesse eguagliare l’economia statunitense nel giro di un ventennio o poco più. Per poter avere una idea riguardo a quanto questa ipotesi possa essere plausibile ci siamo esercitati nell’analisi dell’eventualità che l’economia cinese raggiungesse lo stesso livello di sviluppo di quello statunitense interrogandoci su quanti anni avremmo dovuto attendere prima che tale ipotesi si realizzasse. A tal fine abbiamo preso in considerazione un indice dello sviluppo e della ricchezza di un paese tra i più significativi, ossia il pil pro-capite. Attualmente il pil pro-capite cinese è appena il 5% di quello statunitense, ossia occorre moltiplicare ben venti volte il reddito medio di un cinese per eguagliare quello attuale di un americano. Mediante una nota formula di matematica finanziaria si può calcolare il numero degli anni che occorre attendere prima che il valore del reddito medio pro-capite cinese eguagli quello statunitense, con l’ipotesi che l’economia cinese cresca di almeno il 5% all’anno e quella americana al 3%. Da un simile calcolo è emerso che occorrerà attendere almeno un secolo e mezzo. È molto improbabile che una economia possa crescere a ritmi tanto sostenuti per un periodo di tempo tanto lungo. Altrettanto si può dire per l’India che potrebbe raggiungere la ricchezza pro-capite americana, crescendo sempre a un tasso del 5% annuo, non prima di due secoli, mentre occorrerà, con il medesimo tasso di sviluppo, un secolo al Brasile e alla Russia. Simili esercizi matematici possono solo essere considerati alla stregua di un complicato passatempo di una economista. La situazione economica mondiale è in continua evoluzione e le previsioni a lungo e lunghissimo termine perdono di qualsiasi valore pratico e teorico. Possono però essere strumentali alla comprensione di quanto ampio sia il divario tra i paesi citati.

     

    La crisi economica e finanziaria

     

    La crisi internazionale nei prossimi mesi si rivelerà in tutta la sua dimensione non solo in Cina, ma anche in India e in Russia e in generale nei paesi emergenti, votati all’esportazione, il cui sviluppo quindi dipende dalla crescita dei paesi industrializzati. Se i paesi ricchi smettessero di crescere la sorte dei paesi emergenti sarebbe segnata. I recenti dati relativi alle variabili economiche più importanti, come la produzione industriale e l’andamento delle esportazioni dei paesi asiatici, e della Cina in primo luogo, in seguito all’attuale crisi economica, non ha fatto altro che rafforzare il convincimento che il sostanziale sviluppo delle economie dei paesi emergenti debba ancora avvenire. Anche la Russia, ha subito gli effetti sfavorevoli del recente crollo delle borse. La borsa di Mosca, infatti, in un anno di attività ha perso quasi il 70% del suo valore in termini di capitalizzazione ed è stata addirittura chiusa per alcuni giorni per evitare eccessi di ribasso. Anche le borse asiatiche hanno subito perdite equivalenti, sempre in termini di capitalizzazione. La Cina ha perso in un anno di attività quasi il 65% del suo valore di borsa, l’India più del 57% (tabella 2).

     

    È importante considerare che il capitale ha una spiccata tendenza alla volatilità, anche nel caso in cui sia utilizzato per finanziare attività produttive in ambienti economici che presentano notevoli vantaggi in termini di basso costo di mano d’opera e di scarsa attenzione alla salubrità dell’ambiente di lavoro, di bassa imposizione fiscale e, infine, di scarsa attenzione alla tutela ambientale. Il fenomeno che ha interessato Cina e India prende il nome, come accennato, di delocalizzazione internazionale della produzione. Nel momento in cui i vantaggi della delocalizzazione in termini di costo vengono meno o si attenuano, gli investitori possono cambiare le loro decisioni e dirigersi verso altri paesi con maggiori vantaggi comparati o scegliere di tornare a produrre in patria.

     

    In Cina, in particolare, si assiste in questi mesi all’aumento dei fallimenti e dei tagli produttivi delle imprese cinesi, tanto che non sono da escludere una massiccia disoccupazione e forti tensioni sociali. L’effettiva gravità della tensione sociale è di difficile determinazione anche perchè la stampa locale, soggetta al controllo del governo cinese, si adopera per ridimensionare gli eventi. Si è innescato, inoltre, il fenomeno del controesodo dalla fascia costiera e industrializzata verso le zone rurali dell’entroterra. Si tratta della inversione del flusso migratorio che negli ultimi 30 anni aveva provocato l’esodo della popolazione dalle campagne verso le città, come era accaduto ad esempio in Italia, fatte le dovute proporzioni, negli anni Cinquanta. L’esodo ha ingrossato la popolazione urbana e ha costituito la forza lavoro a buon mercato che ha permesso l’industrializzazione delle aree costiere del paese. La disoccupazione che il processo inverso della delocalizzazione sta comportando in questo periodo di crisi economica riguarda, secondo stime preliminari, circa 250 milioni di cinesi che si avviano a ritornare nelle campagne e in quelle terre che avevano abbandonato nei decenni precedenti, con la speranza di una vita lavorativa in fabbrica. Quando le fabbriche chiudono, a questi disoccupati non resta altro che tornare a coltivare la terra, ma questa volta senza le tutele che l’economia socialista assicurava loro prima dell’apertura del regime alle logiche e ai vantaggi del mercato e dello scambio internazionale.

     

    Il prezzo del petrolio è destinato a stabilizzarsi verso i valori di lungo periodo

     

    La crisi odierna è un momento importante anche per quei paesi che hanno incentrato la propria economia esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse petrolifere del loro territorio. Dopo lo scoppio della bolla petrolifera nell’estate del 2008, infatti, il prezzo del petrolio ha subito un vistoso calo, è crollato cioè dai 147 dollari dell’11 luglio 2008 (grafico 2) a circa 35-40 dollari in questi giorni di gennaio.

       

    Il repentino incremento del prezzo del petrolio dell’estate scorsa, dovuto alla speculazione, ha innescato una serie di reazioni da parte della domanda che si è rivolta, in parte, alla ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare e le fonti cosiddette rinnovabili. Gioca in questo periodo, inoltre, un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del 2009. In particolare, oltre alle autorizzazioni della precedente amministrazione Bush a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin da marzo 2009, come accennato, il giacimento recentemente scoperto nella Baia di Santos, in Brasile. L’insieme di queste reazioni, dette «diversione di domanda», unitamente al calo della stessa domanda di prodotti energetici per via della contrazione della produzione mondiale hanno fatto si che il prezzo del petrolio sia tornato ai livelli precedenti al rigonfiamento della bolla speculativa. In questo contesto, non solo per la Russia, che ha visto contrarsi gli introiti da esportazione, ma anche e soprattutto per l’Opec la crisi odierna è un momento importante. I paesi che compongono il cartello petrolifero dovrebbero comprendere che fare largo ricorso ai tagli della produzione non sortirà gli effetti desiderati dell’incremento del prezzo di mercato, perché il petrolio caro è un incentivo al potenziamento del nucleare, e al ricorso, seppur marginale, alle fonti alternative, allo sfruttamento dell’energia geotermica e a politiche di risparmio energetico.

     

    Il rischio di una guerra commerciale e il ruolo dei paesi industrializzati nella crisi economica mondiale

     

    L’incalzare della crisi economica ha  portato i paesi industrializzati, e gli Stati Uniti in primo luogo, a importanti interventi non solo per il sostegno del settore bancario e finanziario, ma anche di quello automobilistico. Queste decisioni hanno segnato il punto di svolta. Infatti, proprio in virtù di questi primi interventi pubblici a sostegno di un settore produttivo in particolare e non più solamente nei confronti del sistema finanziario e bancario in generale, ulteriori interventi in altri settori e in altri paesi saranno sempre più probabili.

     

    Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell’industria non si rivelino però una forma di “protezionismo non tariffario”, ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell’imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione e i sostegni pubblici all’industria e all’agricoltura. In questo contesto il ruolo del G7+1, ma anche e soprattutto quello del G20 sarà quello di raggiungere un accordo sugli inevitabili interventi di politica economica, affinché si sventi il rischio che si inneschi una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e tra questi ultimi e quelli emergenti, che inevitabilmente porterebbe a una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, e a futuri probabili conflitti.

     

    L’ipotesi che i paesi emergenti diventino ricchi in poco tempo come i paesi economicamente avanzati e possano svolgere un ruolo determinante per la sorte dell’economia mondiale è, alla luce delle considerazioni fin qui esposte, ancora abbastanza lontana. Ciò non toglie che anch’essi partecipino alle scelte strategiche per un mondo migliore, dove le relazioni economiche siano improntate alla cooperazione e alla collaborazione internazionale. Banco di prova sarà il superamento della crisi finanziaria ed economica, ormai planetaria e che rischia per ampiezza e per profondità di provocare fratture tra i vari paesi e in primo luogo quelli economicamente più deboli. Il prossimo G 20 che si svolgerà sotto la presidenza italiana, potrà stabilire i principi sani per una ripresa economica equilibrata e scevra da speculazioni di ogni sorta. La via da indicare sarà quella di un ritorno nel più breve tempo possibile a un nuovo ordine monetario e finanziario internazionale, basato sui cambi valutari fissi. Mutatis mutandis, dovrà essere un ritorno agli accordi di Bretton Woods, allorché nel lontano luglio del 1944, ogni paese partecipante agli accordi rinunciò in parte alla propria sovranità monetaria in vista dell’equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Il sistema dei cambi valutari fissi consentì la ricostruzione dopo la guerra e il conseguimento del benessere in molti paesi, compresa l’Italia.

    È da augurarsi che il nuovo presidente degli Stati Uniti voglia inserire nel suo programma l’obiettivo di un nuovo ordine monetario internazionale, al quale tutti i paesi, nessuno escluso, possano partecipare accettando un insieme di regole comuni atte a impedire il sorgere di protezionismi, di speculazioni finanziarie e di guerre affinché l’unica lotta da combattere sia quella contro la fame e il sottosviluppo.

     

     
    March 13

    CRISI ECONOMICA ED ENERGIA

     

     

                          CRISI ECONOMICA ED ENERGIA

                          OBAMA TENTA DI CAVALCARE 

                          IL "BUSINESS VERDE" *

                          Con l'obbiettivo di creare cinque milioni di nuovi posti di lavoro

     

     

    di Emanuela Melchiorre

     

            pubblicato su FINANZA ITALIANA - gennaio febbraio 2009 - numero 1-2

                         

     

    Lo scoppio delle tre bolle speculative, quella del mercato immobiliare e quelle dei prodotti energetici e alimentari, continua ad avere gravi conseguenze in tutto il mondo, con una recessione planetaria ancora lungi dall’essere superata. Il rigonfiamento del prezzo del petrolio e il suo repentino crollo a valori precedenti alla spinta speculativa hanno indotto i governi dei paesi avanzati, Stati Uniti e Unione europea in primo luogo, a porsi nuovamente l’interrogativo di quale via sia la più adatta da percorrere, affinché si possa ridurre la dipendenza delle rispettive economie dall’importazione di fonti energetiche. Inoltre, non solo oggi ma anche più volte nel passato, la combinazione tra gli alti prezzi dell’energia e le preoccupazioni in merito al riscaldamento globale o comunque dell’impatto che l’uso di alcune fonti energetiche poteva avere sull’ambiente, ha generato richieste e appelli a favore di un’intera gamma di nuove fonti di energia. Ma troppo spesso le fonti cosiddette rinnovabili ottengono un consenso diffuso senza dover superare alcun esame dal punto di vista pratico e vengono accolte da attivisti e politici senza la dovuta riflessione in merito ai costi e ai benefici. Fa quasi sorridere pensare che l’uso dello stesso petrolio fu considerato un’alternativa “verde” al momento in cui se ne diffuse l’uso, dapprima per l’illuminazione al posto dell’olio di balena. In seguito, fu proprio il petrolio a consentire lo sviluppo dell’automobile. Il suo utilizzo non dipese, pertanto, come erroneamente fu detto in seguito, dalla pressione ambientalista del tempo avversa all’utilizzo del carbone fortemente inquinante.

    Oltre alla convinzione che le fonti rinnovabili siano un bene per il pianeta, si è affermata da qualche decennio anche la convinzione che tali fonti possano costituire anche una via da percorrere per incentivare l’occupazione, specie in momenti di crisi economica e quindi di crescente disoccupazione, considerato che per il loro funzionamento è necessario un numero elevato di operatori specializzati.

     

     

    La decisione di Obama di cavalcare il "business verde"

     

    Il presidente Obama ha deciso di cavalcare questa idea. In campagna elettorale egli aveva promesso, appunto, la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009, con l’obiettivo finale di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Ma questo sembra essere più un obbiettivo politico che non economico. Le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali, nel rapporto di dieci a uno e, quindi, incentivandole si aumenta notevolmente l’occupazione. Ma è come fare le buche per poi ricoprirle. Questo assunto, infatti, perde di qualsiasi significato se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, integrare la produzione nazionale di energia per utilizzare maggiormente fonti che presentano costi più alti (v. tabella), rispetto a quelle tradizionali più economiche, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda, la quale perderebbe una buona parte della sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni, nessuno escluso. Lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti e in quantità sufficienti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico (21 centesimi di dollaro per kW/h con i sussidi e 36-45 centesimi senza i sussidi) e del solare termico (12,6 centesimi per kW/h) che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili. Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente conveniente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere un elemento sufficiente a far riversare miliardi di dollari di nuovi sussidi a spese, in ultima istanza, del contribuente. 

     

             
      Costo in centesimi di dollaro Usa per kW/h della generazione di elettricità   
      fonte per fonte  
        con i sussidi senza i sussidi  
      Idroelettrico 2    
      Carbone 4,3    
      Geotermico 4,4    
      Gas naturale 4,7 6 - 7  
      Eolico 4,8 8 - 9  
      Biomassa 5,1 7  
      Nucleare  6    
      Petrolio 8 - 11    
      Solare termico 12,6    
      Fotovoltaico  21 36-45  
             

     

    Ci aveva già provato anche Jimmy Carter

     

    La politica “verde” di Obama non è nuova. Nell’aprile del 1977, il presidente Jimmy Carter, più bravo – si disse – a produrre noccioline che a fare politica, proponeva varie misure come risposta, fra le quali l’istituzione della Synthetic Fuels Corporation, per promuovere le energie alternative (ad esempio incentivando la gassificazione del carbone) e l’erogazione di sussidi per l’energia solare ed eolica. Come ricorda Michael C. Lynch nel suo recente articolo dal titolo “Crocifissi su una croce di biomassa?”, in seguito al piano varato si moltiplicarono negli Stati Uniti i pannelli solari termici e gli impianti per l’energia eolica e fu finanziata la ricerca in una varietà piuttosto ampia di fonti di energia. Si disse che l’auto elettrica era prossima a fare il suo ingresso nel mercato, e la Chrysler rivide la propria offerta produttiva a favore di vetture di dimensioni più contenute. Il piano di Carter non sortì i risultati sperati e i prezzi di mercato non crebbero tanto quanto era stato ipotizzato dagli analisti di allora. I pannelli per il solare termico e le turbine eoliche ebbero numerosi problemi tecnici e gli americani tornarono ad acquistare le auto tradizionali, premiando la Ford e la General Motors, che avevano mantenuto la gamma delle loro produzioni, e penalizzando la Chrysler, mentre le auto elettriche solamente di recente hanno fatto una timida comparsa.

     

    Le previsioni degli "esperti"

     

    Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che, se la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione, questa fonte è ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972, che fu considerato un’offesa all’intelligenza dell’uomo, aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli esperti catastrofisti, interessati però a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e, a marzo di quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento di un giacimento brasiliano di recente scoperta, dalle dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.

     

     

    Come nel 1973-'79 rincari originati dalla speculazione

     

    Ma allora perchè assistiamo a ricorrenti "fiammate" nelle quotazioni del greggio? Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. È stato sufficiente tagliare gli artigli degli speculatori (come, ad esempio, limitando fortemente il ricorso alle vendite allo scoperto) per ricondurre il prezzo del greggio a un problema fisiologico.

    Quindi ancora una volta, come è successo ai tempi del presidente Carter, anche oggi le aspettative di prezzi crescenti dell’energia saranno fortunatamente disattese. Come infatti già argomentato nel precedente articolo del numero 11-12 (novembre dicembre 2008) di Finanza Italiana, il prezzo del petrolio, dopo l’impennata di luglio scorso (in cui aveva superato i 140 dollari al barile), è crollato ai valori compresi fra i 30 e i 40 dollari attuali. Ciò è avvenuto a causa dello scoppio della bolla speculativa e delle misure prese per le nuove direttive delle contrattazioni di borsa, specie di Chicago e di Londra relativamente ai futures.

     

     

     

     

    Le correlazioni tra finanza e prezzo del petrolio

     

    Appare pacifico che tra il mondo finanziario e il mondo energetico vi sia una stretta correlazione, complice anche l’Opec. Per superare la grave empasse mondiale occorre, in primo luogo, agire sulla regolamentazione degli strumenti finanziari al fine di tagliare gli artigli alla speculazione. Allo stesso tempo, occorre elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di Co2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso ad un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse con i relativi termoconvertitori. Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA).

     

     

    Il pacchetto dell'Ue clima-energia

     

    Occorre ricordare che lo stesso indirizzo in gran parte ipotetico che ha fatto proprio il nuovo presidente americano riguardo alle energie rinnovabili è stato intrapreso ancor prima dall’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, allorquando ha elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto (che per l’Italia imponevano di ridurre del 6,9% le emissioni di co2 rispetto al 1990, ma oggi siamo al +12) non sono stati soddisfatti. Come è noto, lo slogan 20-20-20 sta a indicare che con tale piano si intende: aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili; aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020; ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato. Però partendo dalla considerazione che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di Co2 rischia di compromettere la crescita di un paese. Inoltre, altre critiche sono state sollevate al piano europeo da molti osservatori indipendenti. In particolare, posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie che corrono a diverse velocità, imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia indiscriminato e uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali a economie differenti. In virtù di tale valutazione, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stato contrastato dal governo Berlusconi ed è stato riesaminato rendendo i parametri flessibili e soggetti a revisione nel tempo.

    La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi. Le altre fonti energetiche, oltre che essere tutt’ora antieconomiche, presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. Ma Obama sa che le fonti tradizionali forniscono circa il 90 per cento dell’energia prodotta?

     

    Nota: * comprende geotermica, solare, eolica ecc.