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September 29 Una politica per il Mezzogiornodi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 settembre 2009 Si è concluso lunedì a Napoli il convegno organizzato dai capigruppo parlamentari del Popolo della Libertà di Camera e Senato sulla questione meridionale. Il Ministro Giulio Tremonti, titolare del Ministero dell'Economia e delle Finanze, ha illustrato in quest'occasione le proposte del governo per lo sviluppo e il rilancio dell'economia del Mezzogiorno, che, lungi dall'essere una questione puramente e limitatamente regionale, viene considerata a tutti gli effetti nell'ambito dell'interesse nazionale. Le proposte del ministro possono essere riassunte in tre idee e in una proposta di agevolazione fiscale. In primo luogo, si possono istituire le cosiddette «zone libere», ossia zone in cui il ruolo della burocrazia sia pari a zero, specie per le nuove imprese o per quelle già esistenti che intendono assumere nuovi lavoratori, e nelle quali possono essere introdotte successivamente eventuali agevolazioni fiscali, anche se, sotto quest'ultimo aspetto, occorrerà dialogare a fondo con Bruxelles. In secondo luogo, è opinione del ministro che il Consiglio nazionale delle Ricerche possa svolgere un ruolo determinante per la gestione dei fondi da destinare alle regioni del Mezzogiorno. Il potenziamento del ruolo del Cnr rappresenta una delle novità dell'approccio governativo alla questione meridionale. I fondi che saranno gestiti dall'Istituto saranno, in parte, di provenienza europea e, in parte, relativi alla Banca del Sud. Quest'ultima rappresenta, in terzo luogo, la novità cardine del programma di rilancio del Sud Italia. Sarà costituita da una rete di banche di credito cooperativo, che vi accederanno su base volontaria. Sull'esempio dell'esperienza virtuosa della banca francese Crédit Agricole. L'idea che sta dietro alla logica che porterà alla costituzione di questo organismo, previa approvazione della legge apposita, sta nel fatto che ad una struttura parcellizzata della produzione deve corrispondere una forma del sistema bancario affine o comunque incline alla comprensione e all'interpretazione delle esigenze della piccola impresa. Pertanto, l'approccio del «microcredito», ossia del piccolo credito concesso a famiglie o a imprenditori conosciuti personalmente dalla banca radicata nel territorio, sembra essere in questo contesto il più adeguato. Occorre, inoltre, che l'intervento nel suo insieme sia coordinato e in qualche modo soggetto ad un'authority che non abbia le caratteristiche della precedente Agenzia per il Mezzogiorno e degli altri Enti sorti con l'intervento disciplinato con la legge 64 del 1986. L'esperimento non felice della Cassa per il Mezzogiorno ha comportato risultati non adeguati alla mole di finanziamenti e di risorse impegnate, che, ritenuti deludenti, hanno portato a decretare la fine dell'intervento straordinario. L'esperienza ha portato a concludere, quindi, che gli interventi d'ora in avanti dovranno essere indirizzati nell'ambito soltanto degli investimenti e, quindi, dal lato dell'offerta, trascurando invece il sostegno alla domanda, che invece è attuato per tante altre vie. L'esperienza suggerisce, altresì, che sono da evitare forzature dei tempi, interferenze varie e battaglie di retroguardia, nonché dispersione delle risorse che sono state una componente nei piani di intervento fino ad ora posti in essere. Per questo motivo, il ministro nel suo intervento ha lasciato aperte tutte le porte per incoraggiare la discussione in seno al Parlamento nel suo insieme, maggioranza e opposizione. La proposta di agevolazione fiscale riguarda, infine, la possibilità di incentivare la politica del denaro a basso costo, che è stata una delle condizioni, e forse la più importante, della rinascita di tutta l'Europa occidentale dopo i disastri e le distruzioni della seconda guerra mondiale. Di fronte alla crescente incidenza dei costi bancari sui depositi e sul credito, infatti, Tremonti propone di istituire depositi bancari fiscalmente agevolati (l'attuale aliquota applicata sui depositi è del 27%) per gli impieghi nel Meridione. Tale fiscalità ridotta non sarebbe appannaggio della sola Banca del Sud, ma di tutte quelle banche che sono radicate nel Mezzogiorno. L'ITALIA DIVENTERA' UN "HUB" EUROPEO DEL GAS?Finanza Italiana - luglio agosto 2009 - numero 7-8, 5° anno nuova sere - Anno XXVII di Emanuela Melchiorre
Si è concluso il 16 maggio scorso a Soci in Crimea alla presenza dei signori Putin e Berlusconi l’accordo tra le società italiane Eni ed Enel e la società russa a partecipazione statale Gazprom per la realizzazione del noto gasdotto «South Stream» considerato un’opera strategica per l’economia russa ed è anche l’ultimo investimento in ordine di tempo della «Putinecomics del gas». Grazie ad esso il gas russo arriverà in Europa senza dover più passare per il territorio dell’Ucraina e, quindi, saranno evitate per tale via le tensioni politiche tra i due paesi est-europei, più volte verificatesi in passato.
La firma della nuova intesa rappresenta un’azione strategica per l’economia italiana. Il gasdotto, infatti, porterà in Italia parte del gas dei giacimenti russi del Mar Caspio con una capacità di trasporto che arriverà fino a 64 miliardi di metri cubi l’anno. L’Eni potrà ottenere un supplemento annuo di 12 miliardi di metri cubi di gas, che potrà gestire e commercializzare in piena autonomia. Gazprom ed Eni, fin dal 2007, avevano costituito una joint venture su base paritetica per la costruzione del gasdotto South Stream. La parte subacquea del progetto, che attraverserà il Mar Nero, sarà lunga 900 chilometri e la realizzazione tecnica è stata affidata alla Saipem, ossia l’unica società al mondo capace di posare tubi di grande diametro sul fondale marino a oltre due mila metri di profondità. Il gasdotto partirà dalle stazioni di compressione “Beregovaja” nel territorio russo e arriverà via mare fino alla città bulgara di Varna. Si dividerà poi in due sezioni, di cui una andrà verso il nord-ovest, attraversando Serbia, Ungheria e Austria, mentre l’altra passerà per la Grecia e, attraverso il Mare Adriatico, porterà il gas russo in Italia.
In concomitanza con la firma del progetto South Stream è stato raggiunto un altro pacchetto di intese, riguardanti la cessione da parte di Eni e di Enel del 51% di capitale della joint venture SeverEnergia alla russa Gazprom per 1,5 miliardi di dollari, di cui le due società italiane otterranno rispettivamente 900 e 600 milioni di dollari. La ServerEnergia controlla tre società che hanno licenze per l’esplorazione e lo sfruttamento delle riserve di gas e petrolio al Polo. Tali intese rappresentano un ulteriore rafforzamento della concentrazione in mani pubbliche di tutte le società che in Russia operano a livelli elevati nell’ambito dell’energia, in quanto, in base alle leggi statali, i pacchetti di maggioranza delle società energetiche di importanza strategica per la sicurezza del paese devono rimanere pubbliche. Naturalmente, gli accordi italo-russi riguardo al gasdotto South Stream hanno provocato una reazione dell’Ucraina, che vede così indebolire il proprio ruolo nell’export di metano russo verso i consumatori europei. Il Governo ucraino ha, infatti, dichiarato che intende avviare con la Russia un processo di revisione degli accordi sul gas.
Le mosse della «Putineconomics» del gas In certi ambienti si teme fortemente che il programma di Putin e di Medvedev per preservare la posizione della Russia di fornitore di gas in Europa miri ad aumentare i collegamenti e le infrastrutture di approvvigionamento tra i giacimenti russi, o comunque soggetti a controllo del Cremlino, come il noto “Tesoro del Caspio”, e contrastare allo stesso tempo la realizzazione di altri progetti di gasdotti concorrenti e non controllabili, come i progetti «Nabucco» e l’«ITGI».
Il progetto Nabucco Come è noto, il Nabucco è il gasdotto che dovrebbe essere costruito dall’Ungheria, dalla Turchia, dalla Bulgaria, dalla Romania e dall’Austria capace di trasportare 30 miliardi di metri cubi l’anno di metano dall’Asia centrale all’Europa. La firma dell’accordo sul gasdotto Nabucco è prevista ad Ankara il prossimo 25 giugno. L’importanza per l’Europa di questo progetto sta nel fatto che rappresenterà un percorso alternativo ai gasdotti russi che attraversano il nodo cruciale dell’Ucraina prima di raggiungere l’Europa.
Il progetto ITGI Il progetto «ITGI» (Interconnettore Turchia-Grecia-Italia), invece, trasporterà il gas dai giacimenti del Caspio, in particolare dall’Azerbajan, e raggiungerà l’Europa, passando per la Turchia e per la Grecia, ossia due paesi non soggetti al controllo o comunque all’influenza della politica energetica russa. Dalla Grecia quest’opra porterà, attraverso l’Adriatico, il gas nelle Puglie. Il progetto ITGI permetterà, a partire dal 2012, l’importazione in Italia di circa 8 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, previo il potenziamento della rete turca e la realizzazione degli Interconnector tra Turchia e Grecia (Progetto ITG) e tra Grecia e Italia (Progetto IGI). La Commissione europea ha deciso lo scorso gennaio di contribuire al finanziamento del gasdotto ITGI con 100 milioni di euro.
Progetto GALSI Fra i più recenti progetti di gasdotti che interessano l’Italia vi è, inoltre, il GALSI (Gasdotto Algeria Sardegna Italia), in una ottica di diversificazione dei paesi fornitori di metano. Questo progetto è nato in seguito all’accordo intergovernativo stipulato nel 2001 tra l’Italia e l’Algeria e interessa in modo particolare la Sardegna che attualmente non è fornita dalla rete nazionale. L’opera consisterà nella realizzazione di un gasdotto di 1.500 chilometri, che a partire dal 2012 trasporterà 8 miliardi di metri cubi di metano all’anno. Inoltre, con i suoi 2.885 metri di profondità massima nel tratto di mare tra Algeria e Sardegna, il GALSI sarà il gasdotto più profondo mai realizzato. La sua costruzione subirà però un ritardo di alcuni mesi rispetto alla prevista tabella di marcia in seguito al recente ritrovamento della corazzata francese Danton adagiata sui fondali al largo del sud della Sardegna. La corazzata era stata affondata il 19 marzo del 1917, nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale da un sottomarino tedesco. Il ritrovamento, grazie a potenti robot subacquei, ha riportato alla mente i fatti storici e ha permesso altresì di commemorare i 295 marinai francesi che tuttora giacciono nelle stive della nave nelle profondità degli abissi. Il Consorzio societario che realizzerà il progetto GALSI, costituito nel 2003 con un capitale di 10.000.000 euro, è italiano al 50% circa. Il tratto italiano del metanodotto sarà realizzato da Snam Rete gas, società dell’Eni, che si occuperà anche della gestione della nuova infrastruttura. Bruxelles considera il progetto GALSI tra le quattro grandi infrastrutture energetiche prioritarie italiane e contribuirà al finanziamento del progetto con 120 milioni di euro su una stima di costi tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro.
L’approvvigionamento diversificato, abbondante e a prezzi competitivi di gas è una questione importante per l’economia italiana ed europea. L’Europa consuma quasi il 20% del gas mondiale, nonostante ne produca solo il 7% e abbia meno del 2% delle riserve. Nessun altra nazione in Europa, però, utilizza il gas tanto quanto l’Italia: l’80% delle abitazioni è riscaldato a gas, altrettanto fanno due ospedali su tre e lo stesso capita negli alberghi. Anche l’Europa, tuttavia, va nella stessa direzione: senza considerare la produzione di energia elettrica, l’80% della nuova capacità elettrica installata nel Vecchio continente negli ultimi dieci anni è alimentata a gas. Il risultato è una massiccia dipendenza dalle importazioni extra-Ue, che rappresentano circa il 60% dei consumi.
L’Italia un Hub del gas? Il recente obbiettivo dell’Italia di divenire un «Hub» del gas, ossia un paese capace di coprire interamente il proprio fabbisogno di gas, mediante la produzione nazionale, le riserve e le importazioni, e in grado altresì di esportare gas verso altri paesi Ue ed extra-Ue a prezzi competitivi, sembra però sia ancora piuttosto lontano. Si ricorda che la produzione italiana di gas è di soli 9,3 miliardi di metri cubi standard l’anno, mentre ne occorrono ben 106 miliardi per coprire il fabbisogno nazionale. L’approvvigionamento di gas in Italia incide per il 36% sulla bolletta energetica nazionale che da 46 miliardi del 2007 è salita, a causa dell’impennata del prezzo dei prodotti petroliferi a ben 56 miliardi di euro nel 2008. I nuovi progetti dovrebbero coprire a sufficienza il consumo di gas in Italia, che a tutt’oggi risente di scarsità di approvvigionamento, tanto da mettere il paese, come si suol dire, ancora una volta nella scomoda situazione di “emergenza gas”, ossia di forniture di gas scarse o non sufficienti a coprire i picchi di consumo, come è accaduto nell’inverno scorso. Il sistema di approvvigionamenti di gas italiano è articolato attualmente in cinque grandi gasdotti internazionali: 1) il gasdotto Tenp, per l’importazione in Italia di gas olandese, che attraversa la Germania e la Svizzera; 2) il gasdotto Transitgas, per l’importazione di gas olandese e in futuro di quello norvegese, che attraversa il territorio svizzero e si connette al gasdotto Tenp; 3) il gasdotto Tag, per l’importazione di gas proveniente dalla Russia, che attraversa la Repubblica ceca e l’Austria fino a Tarvisio; 4) il gasdotto Tmpc, per l’importazione di gas algerino, composto dall’attraversamento del Canale di Sicilia, da Cap Bon a Mazara del Vallo; 5) infine, il gasdotto libico, per l’importazione di gas in Italia di provenienza dalla Libia, attraverso l’apposito gasdotto sottomarino che collega anch’esso la Sicilia ed è l’opera più recente tra tutti i gasdotti che raggiungono l’Italia. September 26 In ricordo di Angiolo FORZONI
Angiolo Forzoni, giornalista e storico, improvvisamente venuto a mancare il 26 agosto 2009, ha lasciato un vuoto, oltre che nella sua famiglia e tra i suoi amici, anche nel campo degli studi storici e in quelli di storia economica in particolare. A distanza di trenta giorni dalla sua scomparsa piace ricordarlo con una breve nota biografica ed un sintetico profilo del suo pensiero, che, sebbene parziali e necessariamente incompleti, non sono dispiaciuti, tuttavia, al diretto interessato, che, in vita, ha avuto modo di leggerli. Nato a Rassina, in provincia di Arezzo nel 1927, ha studiato economia politica con V. Travaglino, politica economica con F. Caffè, economia monetaria e creditizia con G. Parravicini e analisi matematica con B. De Finetti. Ha diretto l’ufficio studi di primari istituti di credito, svolgendo ricerche sulla moneta, sul credito e su altri settori di attività economica. Ha diretto riviste specializzate e svolto intensa attività pubblicistica. Tra i numerosi saggi, sono da ricordare quelli riguardanti famosi personaggi storici che sono stati anche banchieri: papa Callisto I, Crasso, Mecenate, Cristoforo Colombo, e quelli concernenti le tappe che hanno condotto all’unione monetaria europea: Ritorno a Bretton Woods; Maastricht, lo scudo e le illusioni; L’unione monetaria europea, ennesimo tentativo di forzare la storia. L’impegno più rilevante riguarda, però, le vicende della moneta attraverso i secoli e, quindi, l’imponente opera La moneta nella storia, 1995-2009, della quale sono usciti i primi sei volumi ed il settimo volume, in fase di ultimazione, è rimasto inedito. La collana, giunta nei volumi pubblicati al XIII sec. d. C., doveva arrivare ai nostri giorni, ed è sussidiata da altre opere a carattere nazionale, come il volume Rublo: storia civile e monetaria della Russia da Ivan a Stalin, 1991. Forzoni, pur convinto europeista, è scettico nei confronti delle unioni monetarie non accompagnate dall’unione politica tra gli stati membri. Per lui l’evoluzione dei mezzi monetari è l’evoluzione stessa della storia, le cui vicende si ripetono, pur svolgendosi su piani diversi e più ampi. La moneta è un mezzo materiale e, quindi, dovrebbe essere neutrale, come lo è, ad esempio, la pietra, oppure l’oro ed il ferro. I metalli nobili si sono prestati agli usi monetari, perché contenenti elevato valore in piccoli volumi e perché incorruttibili, ma hanno ricevuto nei pagamenti il potere liberatorio dal principe con il suo sigillo, altrimenti non ci sarebbe economia monetaria, ma economia di scambio. Ne consegue che il principe può dare potere liberatorio ad un mezzo qualsiasi, purché si presti a circolare per svolgere funzioni di pagamento, di misura dei valori, di mezzo di accumulazione. Ecco, quindi, apparire la moneta cartacea e, oggi, elettronica, priva di valore intrinseco. Ma per Forzoni la moneta svolge anche una funzione politica, perché si identifica con il principe, del quale segue le sorti. La storia politica avulsa dalla moneta e, quindi, dalla storia economica è priva di un momento spirituale dell’uomo, quello economico, che si pone con pari valenza accanto agli altri tre momenti: il politico, l’etico e l’estetico. Pur dichiarandosi di ispirazione vichiana e crociana, Forzoni compie una rilettura della storia per certi versi originale, nella quale l’elemento economico, anche quando non risulta predominante, permea sempre di sé gli accadimenti: la moneta non offusca necessariamente gli ideali, ma serve ad essi per concretizzarsi e affermarsi. La conquista del potere avviene con la presa di possesso della moneta e per conservare il potere occorre la moneta, intesa sempre come sintesi estrema e altamente mobile della ricchezza. Dietro gli eserciti, i generali, il principe o il popolo c’è sempre la moneta, come c’è dietro il momento artistico e quello etico. L’artista si configura al di sopra dell’interesse economico, come il poeta canta per la passione che lo anima. Del pari, l’uomo pio, il santo, il giusto sono mossi da sentimenti non materialistici. Tuttavia, momento etico e momento estetico non possono andare disgiunti dal momento economico e da quello politico. Ecco quindi la filosofia, ecco quindi la storia, ecco l’identità tra filosofia e storia. Si possono scrivere storie separate, di battaglie, di conquiste, di rivoluzioni, come storie economiche o artistiche, disgiunte l’una dall’altra, ma la storia non può essere compresa in pieno senza lo sforzo di rileggere gli accadimenti nel loro intreccio di interessi materiali ed immateriali. La moneta ha anche una funzione di comunicazione, di messaggio del principe al popolo. Il messaggio monetale è una chiave di lettura della cultura, dei sentimenti, degli ideali di un popolo. Nello scorrere dei secoli il messaggio monetale rispecchia anche la religiosità dell’epoca, fino a quando, nei tempi moderni, perde di efficacia, per il sopraggiungere e l’imporsi di altri mezzi di comunicazione di massa. Il principe che non distribuisce non governa ed è costretto, quando le spese prevalgono sulle entrate, a manipolare la moneta. Tante sono le occasioni, in primo luogo le guerre e le rivoluzioni, per modificare il metro monetario, per cui leggendo le vicende della moneta si intuiscono gli accadimenti politici sottostanti. Forzoni vede la moneta come la sintesi della ricchezza e del potere. Questi due termini formano per lui un binomio inscindibile, tanto che non è possibile esercitare il potere senza la moneta e, se si dispone della moneta, si esercita anche il potere. Il binomio potere e moneta ha permesso a Forzoni di unificare la storia politica con la storia economica, dando vita, quindi, ad una rilettura della storia ricca di spunti personali ed originali. La sua opera maggiore, purtroppo rimasta incompiuta, merita quindi un’attenzione ed uno studio approfonditi, anche per meglio comprendere la situazione attuale dell’Italia e dell’Europa.
Roberto ed Emanuela MELCHIORRE
September 25 Lo scudo fiscaledi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 settembre 2009 Il Senato ha approvato mercoledì il decreto sul cosiddetto «scudo fiscale», attraverso il quale il governo vuole recuperare risorse concedendo un condono nei confronti di coloro che hanno esportato illegalmente valuta verso paradisi fiscali. Al di là delle solite, pretestuose e strumentali accuse dell'opposizione, occorre considerare alcuni aspetti salienti della questione, che non sono stati sufficientemente valutati in questi giorni di acceso dibattito politico e soprattutto mediatico. Si tratta, in primo luogo, di una cifra importante per il bilancio pubblico. L'obiettivo non è, tuttavia, solo quello di raggiungere un maggior gettito di circa tre miliardi di euro, pari, quindi, ad una «finanziaria leggera», come quella che è stata varata in questi giorni, ma anche quello di un risanamento dell'economia nazionale in crisi, che beneficerà certamente del reinvestimento in attività produttive dei capitali rimpatriati. Un secondo punto, di non poco conto, a favore di un simile provvedimento, è che tale maggior gettito sarà realizzato senza un aggravio delle tasse e delle imposte sui cittadini onesti. Si ricorderà che precedenti governi, in tempi di crisi economiche, anche meno gravi di quella attuale, erano ricorsi a un'imposizione una tantum (esempio emblematico è stata la «tassa per l'Europa») sui contribuenti che già avevano pagato regolarmente le imposte. In questo caso la situazione è capovolta. Si introduce un'aliquota di imposta per chi ha evaso il fisco. Non solo per le persone fisiche, ma anche per le società. Infatti, saranno inclusi i capitali rimpatriati da imprese estere controllate da italiani, ovvero collegate, a condizione che si trovino in paesi fiscalmente cooperativi, che sono quelli che consentono lo scambio di informazioni con il nostro fisco. Terzo. Sebbene l'elenco dei reati soggetti allo scudo fiscale sia stato ulteriormente allungato (all'omessa dichiarazione, alla dichiarazione fraudolenta o infedele e alla distruzione di documenti contabili sono stati aggiunti altri illeciti fiscali e il falso in bilancio), restano comunque fuori illeciti come l'emissione di fatture false, la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, l'omesso pagamento delle ritenute e dell'Iva e i procedimenti penali in corso al 15 settembre scorso, data nella quale sono state avviate le operazioni per aderire alla sanatoria. Con le ultime modifiche al decreto anticrisi approvate ieri al Senato a seguito dell'emendamento proposto dal senatore Salvo Fleres, è stata ulteriormente aumentata l'efficacia del provvedimento. In effetti, è stato più che dimezzato il tempo entro il quale i capitali, illecitamente espatriati, possono rientrare usufruendo dello scudo fiscale. Infatti, dopo l'ultima modifica, tale scadenza è stata fortemente anticipata e attualmente è fissata al 15 dicembre 2009. In tal modo, il maggior gettito sarà disponibile entro la fine dell'anno in corso. In tempi di crisi finanziaria ed economica, come quelli attuali, avere un governo capace di intervenire tempestivamente nella realtà economica del proprio paese e di sostenere il reddito di alcune categorie tra le più a rischio (ad esempio garantendo la copertura finanziaria per la cassa integrazione guadagni, allargata a categorie di lavoratori prima escluse, e aumentando gli stipendi degli statali), senza imporre ulteriori tasse, imposte e balzelli, è un fatto del tutto nuovo nel panorama economico italiano. Il testo del decreto ora passerà all'esame della Camera, che lo deve convertire in legge entro il 3 ottobre, pena la decadenza delle misure. September 16 L'economia italiana alla provadi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 settembre 2009 Sembra che la politica di sostegno all'economia e di lotta contro la crisi messa in campo dal governo Berlusconi, dopo il recente nullaosta del Fondo Monetario Internazionale e dell'OCSE, abbia superato anche il severo esame della società di rating Moody's, che, a detta di molti, sarebbe la società di analisi tra le più inflessibili. Certo il gioco del livellamento tra i debiti pubblici delle grandi economie europee ha permesso, per via dell'innalzamento del debito di altri paesi europei e della pressoché stabilità di quello già ampio italiano, il confronto tra l'Italia, la Germania e la Francia. Secondo le previsioni dell'agenzia, infatti, l'economia italiana si è meritata «Aa2», con outlook stabile al debito sovrano italiano. Secondo le aspettative di Moody's, il PIL italiano, inoltre, dovrebbe rallentare del 4,4% nel 2009, contro i pronostici del governo, che erano di gran lunga più pessimistici, e pari al 5,2%. Ciò appare tanto più eccezionale, in quanto il nostro governo si è sempre sbilanciato più verso l'ottimismo che non verso il pessimismo. Al di là delle suddette previsioni espresse in cifre, è certo che l'ultimo arco di tempo che ci separa dal prossimo anno sarà caratterizzato da scelte importanti. Tali scelte riguarderanno in primis quegli imprenditori che fino a questo momento hanno garantito l'occupazione, anche ricorrendo a temporanei accorgimenti, come i contratti part time per i propri dipendenti, o la riduzione dello stipendio per evitare i licenziamenti in attesa che le commesse, specie quelle provenienti dall'estero, ricomincino a crescere. Le scelte riguarderanno anche i consumatori, che, più o meno consapevolmente, giocheranno il ruolo fondamentale della domanda. Riguarderanno i banchieri, che dovranno svolgere il loro ruolo di finanziatori della produzione concedendo il credito necessario alle imprese. Al di sopra di tutte quelle ricordate, vi saranno le scelte della politica, che deve riappropriarsi del proprio primato, soprattutto a livello europeo. È mancata, infatti, durante tutto l'arco della crisi economica, una regia sovrannazionale, che permettesse un coordinamento a livello quanto meno europeo delle politiche di sostegno, e che impedisse scatti in avanti di alcuni paesi, come ad esempio della Francia, che ha puntato su misure protezionistiche. A tutt'oggi l'unica politica comune europea, eccezion fatta per quella agricola e quindi settoriale, è quella monetaria, tutta giocata intorno allo strumento della manovra del tasso ufficiale di sconto. È evidente che una simile politica può provocare effetti solo in periodi di espansione economica e non in tempi di recessione, in quanto il tasso di interesse è come una corda che può solo essere tirata (alzando i tassi di interesse) e non spinta. Abbassando i tassi al di sotto di certi livelli, infatti, non si provocano affatto o quasi conseguenze di stimolo all'economia. Sono sempre mancate, invece, le politiche economiche unitarie più importanti, come quelle riguardanti il fisco, l'occupazione e l'energia. Probabilmente, per quanto riguarda l'Italia, come ha affermato il ministro Tremonti durante la conferenza all'Università Bocconi di Milano, aver permesso che la struttura del capitale delle banche italiane si concentrasse progressivamente in grandi gruppi a fronte di una struttura della produzione che rimaneva parcellizzata in numerosissime medie e piccole imprese non ha giovato molto all'economia. La scarsa propensione dei grandi gruppi bancari ad accordare crediti alle piccole imprese, infatti, farà correre il rischio di perdere i primi germogli di ripresa, che da più parti cominciano a fare mostra di sé. A tal proposito, più volte abbiamo auspicato, su queste pagine, un ritorno alla normativa vigente dopo la riforma bancaria del 1936, con la quale era stata impostata una rigida separazione tra le diverse tipologie di credito e, quindi, tra il credito a breve termine e quello a lungo termine. In particolare, il credito alle imprese e all'industria dovrebbe essere esercitato da istituti specializzati e soggetto a una rigorosa supervisione pubblica, per impedire da un lato una eccessiva immobilizzazione del capitale bancario in attività troppo rischiose o, al contrario, ciò che avviene oggi, un insufficiente credito alla produzione. Il credito alle imprese lega a doppio filo le sorti delle banche che le finanziano con quelle delle imprese finanziate. Ma, come sostiene il governatore di Bankitalia, la velocità di uscita dalla crisi dipende «dal ripristino della piena funzionalità del mercato creditizio». Tale ripristino è subordinato alla capacità delle banche di concedere crediti selezionando accuratamente la solidità delle aziende e finanziando quelle meritevoli. I prossimi mesi autunnali e invernali saranno cruciali per decidere la sorte di molte aziende produttive e, con esse, della ripresa dell'occupazione e dei consumi. September 02 UN AIUTO CONCRETO ALLE IMPRESEdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 31 agosto 2009 Di fronte ad una determinata situazione economica esiste una sola lettura o descrizione veritiera, per quanto essa sia difficile da individuare e da circoscrivere. Gli economisti concordano facilmente sullo schema analitico generale delle forze che determinano il reddito nazionale e la piena occupazione, ma ciò non vuol dire che essi vadano sempre d'accordo nel campo della politica economica, ossia nell'insieme delle scelte che ispirano l'intervento pubblico nell'economia. Altrettanto disaccordo vi è nel campo delle previsioni relative all'andamento del ciclo economico. Fatto sta che la forza della democrazia è legata in gran parte al mantenimento sicuro di un elevato livello stabile di occupazione e di abbondanti risorse. È su questo terreno che si misura l'operato di un buon governo, in quanto il frequente crearsi di dittature e i conseguenti conflitti derivano in gran parte dall'insuccesso dei singoli stati nel risolvere adeguatamente questo basilare problema economico. Nel campo delle previsioni economiche gli analisti più ottimisti sostengono che per vedere i primi segnali di ripresa economica per il nostro paese occorre attendere l'ultimo trimestre dell'anno in corso e i primi mesi del prossimo anno, mentre istituti di rilevazione statistica e di analisi economica internazionale hanno affermato prima dell'estate che l'Italia si trova già nel punto più basso del ramo discendente della parabola, che rappresenta il ciclo economico, e che sarà tra le prime economie a uscire dalla crisi economica. Ciò sta a significare che la crisi economica non dovrebbe ledere ulteriormente la nostra economia, ammesso che si cominci nuovamente a crescere nella produzione in breve tempo. In sostanza, quello che è alle porte è un autunno importante per il nostro paese. Ne sono coscienti le imprese, soprattutto quelle medio piccole. Nell'ambito di questo clima di moderato ottimismo occorre dire che molti interventi sono già stati fatti dall'attuale governo, in modo tempestivo e avveduto, fin da quando la crisi economica era al suo inizio e nel suo massimo vigore. Fra i tanti interventi è utile citare la riduzione di tre punti percentuali delle tasse alle imprese (riduzione dell'acconto Irap e Ires sui redditi d'impresa 2008 e deduzione dal reddito delle imprese del 10% della quota Irap relativa al costo del lavoro e agli interessi passivi), stabilita mediante il decreto anticrisi di novembre scorso. È stata detassata, sempre del 3%, inoltre, secondo il decreto anticrisi dell'estate 2009, la ricapitalizzazione delle imprese. Dallo scorso aprile, inoltre, è stato possibile accedere al regime opzionale dell'«Iva di cassa», che il governo ha esteso alle imprese e ai professionisti, i quali potranno, quindi, versare l'Iva solamente all'incasso della fattura. Si tratta di una misura volta a facilitare la liquidità all'interno delle aziende. In questa stessa ottica, il governo ha stanziato risorse (1,3 miliardi di euro) destinate al pagamento dei rimborsi fiscali più datati e all'estinzione dei debiti pregressi delle pubbliche amministrazioni. Già a dicembre 2008 sono stati pagati alle imprese circa 4 miliardi di euro di rimborsi e, secondo le previsioni, entro la fine dell'anno dovrebbe essere eliminata l'intera giacenza. Il governo ha accelerato, poi, il pagamento dei rimborsi Iva alle imprese. Nei primi quattro mesi del 2009, secondo le dichiarazioni del governo stesso, sono stati pagati 7 miliardi di euro a titolo di rimborso, ossia poco meno del totale restituito nell'intero anno 2008. Molto è stato fatto per sollevare le imprese da alcuni adempimenti costosi (da gennaio 2009 è stato introdotto il Libro Unico del Lavoro che ha sostituito i sei registri paga, matricola, presenze, registro d'impresa, libri dei lavoranti a domicilio e registro orario dell'autotrasporto) e per rendere più snelli quelli amministrativi in materia di lavoro. Sempre in ordine allo snellimento della burocrazia legata alla gestione delle aziende è stato eliminato l'obbligo per i titolari di partita Iva di presentare annualmente gli elenchi dei clienti e dei fornitori. È stato soppresso l'obbligo per lavoratori autonomi e professionisti di tenere un conto corrente bancario o postale esclusivamente dedicato all'esercizio dell'attività ed è stato riportato a 12.500 euro il tetto per poter effettuare pagamenti in contanti o con assegni. È stato introdotto il c.d. «scudo fiscale» per incentivare i capitali, migrati verso paradisi fiscali offshore, a rientrare in patria e favorire, in tal modo, gli investimenti in attività produttive e l'occupazione entro i confini nazionali. Non godranno dei benefici dello scudo, però, tutti coloro che hanno commesso reati gravi: di mafia, corruzione e concussione, traffico di armi e droga, falso in bilancio, riciclaggio, ricettazione e bancarotta. Inoltre, sono stati introdotti gli incentivi fiscali per chi investe nelle «start up» per agevolare il nascere di nuove aziende, specie se innovative. Infatti non sono sottoposte a tassazione le somme reinvestite in aziende con meno di tre anni di vita, costituite dalla cessione di partecipazioni in società avviate da più di sette anni. Altri interventi sono ancora da approntare. Entro il prossimo dicembre le Pubbliche amministrazioni dovranno adottare le misure opportune per accelerare i pagamenti per gli appalti e le forniture. Per raggiungere tale scopo il Governo, con il decreto anticrisi del 26 giugno 2009, ha messo a disposizione delle amministrazioni centrali risorse per 23 miliardi di euro. Da gennaio 2010 le imprese potranno compensare debiti e crediti fiscali fino a 700.000 euro, che rappresenta un innalzamento del limite massimo del 35% rispetto al limite precedente. Per facilitare l'integrazione tra le imprese, lo scambio e la diffusione delle migliori tecnologie, lo sviluppo di servizi di sostegno e forme di collaborazione tra realtà produttive appartenenti anche a regioni diverse, le filiere produttive, le reti di impresa e le catene di fornitura godranno, infine, dello stesso sistema fiscale dei distretti industriali. Le modalità operative di questa misura saranno rese tali con un decreto del Ministero dello Sviluppo, di concerto con il Ministero dell'Economia e la Conferenza Stato-Regioni. Quelli elencati sono solo una parte del nutrito elenco dei provvedimenti approntati, che confermano l'intensa attività del Governo a sostegno dell'economia. L'intero piano anti-crisi vale a tutt'oggi il 4,2% del Pil (65 miliardi di euro in tre anni) di cui il 55% dei fondi (pari a oltre 35,5 miliardi di euro) è stato destinato alle imprese. Il Ministro Scajola ha annunciato, nell'ultima conferenza stampa, che altri 700 milioni di euro sono stati raccolti tra fondi e programmi di sviluppo e che saranno destinati al rifinanziamento degli investimenti innovativi. Indubbiamente, le imprese godono del favore del governo, ma non esiste un'economia sana senza un sistema di imprese vitale ed efficiente. Spetta, quindi, alle imprese utilizzare gli incentivi e le agevolazioni fiscali che sono state loro accordate per tornare a investire, a crescere e a occupare nuovi lavoratori. |
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