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    September 27

    Crisi economica e finanziaria e prezzo del petrolio

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 settembre 2008

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    Il piano di salvataggio di 700 miliardi di dollari elaborato dall'amministrazione Bush, voluto fortemente da potenti gruppi finanziari americani operanti in tutto il mondo, attende ora il consenso del Congresso. Esso rappresenta un'ulteriore tappa del processo iniziato il 12 settembre scorso, con la nazionalizzazione di Fannie Mae e di Freddie Mac, continuato con il prestito di 85 miliardi di dollari della Fed alla Aig, il potente gruppo assicurativo che gestisce i fondi pensionistici statunitensi. Il piano ha incontrato una prima difficoltà nella riunione notturna tra il presidente Bush, il ministro del Tesoro, i delegati del Congresso e i due candidati alla presidenza, John McCain e Barack Obama. Si spera che il piano, cui saranno apportati i necessari ritocchi, sia presto approvato, perché non c'è alternativa per fronteggiare la crisi, facendo sempre salvi gli interessi dei contribuenti. Il mercato lasciato libero a se stesso non sarebbe in grado di superare la profonda crisi finanziaria che ha già iniziato a ripercuotersi sull'andamento dei sistemi economici. Non bisogna ripetere l'errore della crisi del 1929, allorché la presidenza Hoover rimase inerte fino alla fine del mandato, affidandosi soltanto alle forze del mercato... E fu il tracollo. Poi, per fortuna, venne Roosevelt con il new deal.

    Stiamo scontando oggi le conseguenze degli atteggiamenti speculativi radicatisi con l'avvento della new economy, che sono alla base del rigonfiamento delle bolle nel mercato immobiliare prima e in quello delle materie prime e dei prodotti alimentari di base in seguito. In questi giorni è scoppiata la bolla speculativa che aveva causato il rigonfiamento del costo del petrolio, con la conseguenza - fatta eccezione per fiammate speculative che hanno comportato un rialzo di addirittura 25 dollari in una giornata di borsa - di un vistoso calo del prezzo del greggio, che è passato dai 147 dollari al barile (Wti dell'11 luglio scorso) ai circa 108 dollari di questi ultimi giorni di settembre.

    D'altra parte, la previsione di perdita dei valori di borsa, stimata ieri in 1.300 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, rispetto ai 1.000 miliardi della stima dell'aprile scorso, è da rivedere alla luce anche degli andamenti dei fondamentali economici oltre che di quelli finanziari, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Sarà importante anche elaborare una nuova disciplina di borsa, in modo che, ad esempio, le vendite allo scoperto, ora momentaneamente sospese, non abbiano più luogo, oppure, trattandosi di contratti di mera speculazione, eventuali guadagni o eventuali perdite riguardino esclusivamente le parti contraenti e non infettino più la borsa. Lo stesso discorso vale per i futures, che dovranno essere regolamentati rigidamente, imponendo ad esempio un forte deposito previo, ossia all'atto della contrattazione. In tal modo si potrà scoraggiare la mera speculazione come è avvenuta finora facendo sì che esistessero due prezzi del petrolio: uno finanziario, quello dei futures, e uno effettivo, quello in essere al momento della consegna della merce. Quest'ultimo prezzo, che è rimasto sempre inferiore a quello finanziario, ha subito però l'influsso della speculazione derivante dai futures.

    La crisi finanziaria ha iniziato a far rallentare l'economia a livello internazionale, tanto che si prevede che anche il 2009 sarà caratterizzato da inflazione e probabile stagnazione, con conseguenze sull'occupazione.  In tutto il mondo è da dare quasi per certo, a meno di un miracolo, che la produzione industriale declini vistosamente. I primi segnali si avvertono anche in Cina, tanto che si prevede per l'anno prossimo un dimezzamento, nel migliore dei casi, del tasso di aumento del Pil.

    In questa situazione il prezzo del petrolio non potrà non calare anche vistosamente e tendere a collocarsi ai livelli consoni con la perdita del potere d'acquisto del dollaro, per cui il prezzo dovrebbe porsi al di sotto dei 50 dollari al barile. Inoltre, sono previsti forti incrementi, fin dai primi mesi dell'anno prossimo, dell'offerta di petrolio in seguito allo sfruttamento degli immensi giacimenti nella Baia di Santos, al largo delle coste brasiliane. Sotto uno strato di roccia e di sale, a 6 chilometri di profondità, c'è un enorme giacimento di petrolio, di circa 8 miliardi di barili. La produzione sarebbe di circa 100 mila barili al giorno unitamente a 3,5 milioni di metri cubi di gas. Le riserve brasiliane sono stimate, inoltre, 60 miliardi di barili equivalenti di petrolio, pari a circa tutte le riserve del sottosuolo russo. Riguardo agli Stati Uniti, il presidente Bush ha revocato gli ostacoli alla perforazione delle coste per sfruttare i giacimenti noti.

    Dal lato della domanda occorre considerare le reazioni dei paesi consumatori alle impennate del prezzo del greggio. Intanto, si inizia a percorrere la via del nucleare, ad aumentare l'uso del gas metano e a ricercare altre fonti, tra cui l'energia geotermica.

    September 24

    Il rigassificatore offshore di Rovigo

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 settebre 2008

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    È stato inaugurato sabato scorso dal Premier Silvio Berlusconi il primo rigassificatore offshore del mondo, posizionato a 15 chilometri dal Porto di Levante, Porto Viro, in provincia di Rovigo. La realizzazione di questo innovativo impianto ha dovuto superare le resistenze locali, durate ben dodici anni, che avevano impedito finora la realizzazione del progetto, con le relative conseguenze in termini di perdita di occasioni occupazionali. Sono state, inoltre, superate le farraginose fasi burocratiche legate alle analisi dell'impatto ambientale, poiché il progetto ha dovuto ottenere un parere favorevole in ben 4 diverse valutazioni.

    Questa struttura, che supporta due serbatoi di stoccaggio del Gnl (gas naturale liquefatto) da 125 mila metri cubi ciascuno, ha comportato un investimento di circa 2 miliardi di euro da parte della società che ha realizzato l'opera, la Terminale Gnl Adriatica (la joint venture partecipata da ExxonMobil e da Qatar Termal Limited al 45% ciascuna e per il restante 10% da Edison, che gestirà la struttura). Sarà a regime dall'inverno 2009-2010 e consentirà di fornire all'Italia 8 miliardi di metri cubi di gas. Già dal prossimo aprile arriverà la prima nave metaniera dal Qatar, che avvierà il flusso di importazione. In virtù degli accordi sottoscritti tra la Edison e il governo del Qatar - il terzo paese al mondo per riserve di gas - il Paese del Golfo Persico fornirà per 25 anni alla Edison 6,4 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Il 20% del gas che giungerà dal Qatar sarà ceduto alla rete nazionale e permetterà di coprire il 10 % del fabbisogno del paese. Il gas liquefatto proverrà dal «Giant North Field Reservoir», il giacimento nel Qatar che racchiude circa 25.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate.

    Il ciclo del gas naturale liquefatto prevede che alla fonte di approvvigionamento vi sia una struttura in grado di liquefare il Gnl, che verrà in tal modo trasportato da navi cisterna, per poter essere riportato allo stato gassoso grazie appunto ai rigassificatori collocati nei porti dei paesi importatori (grafico).

    Grafico: ciclo del gas naturale liquefatto

    tabella.jpg

    Fonte: http://www.eni.it/

    Il processo di liquefazione, il trasporto via mare con navi cisterna e la successiva fase di rigassificazione rappresentano, pertanto, un sistema di approvvigionamento alternativo al tradizionale ausilio dei gasdotti, estremamente onerosi in termini di investimenti in infrastrutture e in manutenzione. Questi ultimi, senza una opportuna diversificazione delle fonti di approvvigionamento, costituiscono una rendita di posizione per i fornitori tradizionali (Russia e paesi del Nord Africa). Tramite i rigassificatori, invece, è possibile effettuare scelte di diversificazione dei fornitori che permettono di ottenere prezzi più bassi e qualità migliori dei prodotti, ma anche maggiore stabilità politica e più alta affidabilità del paese esportatore.

    La diversificazione delle fonti di approvvigionamento è, appunto, uno dei tre capisaldi su cui si basa il piano energetico nazionale elaborato dal Governo Berlusconi, che vuole colmare il vuoto lasciato nelle politiche di sviluppo dell'economia nazionale dal referendum del 1987 sul nucleare. Gli altri due capisaldi sono, infatti, la ripresa della produzione nucleare e lo sviluppo delle fonti alternative. Per quanto riguarda la produzione nucleare, Berlusconi ha stretto un importante accordo con Gordon Brown, primo ministro inglese, e con Nicolas Sarkosy, presidente francese, per scambiare con i due grandi paesi europei il know how necessario per avviare in pochi anni, sia in Italia, sia all'Estero, la costruzione di impianti nucleari di terza generazione.

    Sebbene il grande progetto di Rovigo sia finalmente andato in porto, altri 15 aspettano di superare le resistenze dettate da atteggiamenti Nimby (acronimo di Not In My Back Yard, che letteralmente significa «non nel mio cortile») e i numerosi ostacoli di ordine burocratico. Solo la loro completa realizzazione consentirà di rendere più moderno ed efficiente il sistema di distribuzione di energia del nostro paese e farà sì che l'Italia diventi un «hub» (ovvero il centro o il fulcro) energetico europeo e del Mediterraneo. Infatti, se tutti i progetti in lista venissero realizzati, l'Italia potrebbe disporre di circa cento miliardi di metri cubi di gas l'anno in più rispetto alle attuali importazioni, che permetterebbero di coprire l'intero fabbisogno, per poi diventare un esportatore netto di gas naturale. L'approvvigionamento, invece, è attualmente legato esclusivamente ai due grandi metanodotti provenienti dalla Russia e dalla Libia e dal vecchio terminale dell'Eni di La Spezia.

    Alcuni progetti sono più avanti di altri. È il caso dell'impianto di vaste dimensioni (circa da 12 miliardi di metri cubi di gas) progettato dalla Sorgenia, da impiantare a Gioia Tauro (Reggio Calabria), che ha superato la Valutazione di impatto ambientale (VIA). Anche il progetto dell'Eni a Porto Empedocle (Agrigento) e il progetto di Livorno della tedesca E.On, subentrata alla Endesa, sono a buon punto. Sono invece contestati, anzi contestatissimi, solo per citarne alcuni, tre impianti pugliesi: quello di Brindisi (che aveva superato la VIA già al tempo del governo Prodi), finanziato dalla British Gas; quello di Trinitapoli (Foggia), il cui investitore è la Sorgenia (Cir) e quello di Taranto della catalana Gas Natural.

    September 19

    Alitalia: hanno vinto il cinismo e il calcolo politico

     di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 settembre 2008

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    Nel precedente articolo sull'Alitalia che abbiamo pubblicato su questo giornale  il 9 settembre scorso, indicavamo soprattutto nell'atteggiamento sempre egoistico e miope di troppi sindacati le ragioni di difficoltà alla replica di un miracolo, dopo quello di Napoli, da parte del governo Berlusconi. Il miracolo non si è ripetuto e l'Italia e gli Italiani non possono che rammaricarsi profondamente.  

    Da molti anni ormai si avverte l'esigenza di un ripensamento del ruolo del sindacato nella società italiana, della sua struttura e del suo funzionamento, delle sue finalità e del rapporto tra il sindacalismo e la politica. Il ripensamento avrebbe dovuto essere fatto in termini di una ricerca attenta del «bene comune» e di una attenuazione della difesa accanita dei privilegi delle categorie più forti, pur nella specifica attenzione ai problemi del lavoro intesi in senso lato e riguardanti, quindi, anche quelli dei disoccupati e dei pensionati.

    Questo auspicato ripensamento non si è ancora verificato. I sindacati hanno continuato a ragionare con sclerotica monotonia in termini di rafforzamento e di centralizzazione dell'organizzazione interna del sindacato, di sopravvivenza del sindacato in quanto tale e di salvaguardia del controllo di tutto l'apparato da parte dei leader, di mantenimento del segreto sul reale numero dei loro iscritti, di esclusione di qualsiasi controllo da parte dello Stato, di sfruttamento dei distacchi sindacali, di rinnovazione automatica delle iscrizioni, di autoregolamentazione, di felici approdi in comodi seggi parlamentari, di giustificazione della legge del più forte.

    Poco o nulla hanno potuto alcune timide più recenti riforme della normativa sindacale, quali il potere di precettazione o l'obbligo di preavviso dello sciopero in un sistema produttivo altamente integrato, in cui l'astensione dal lavoro di una minuscola categoria, per avventura collocata in un segmento strategico della catena produttiva, come ad esempio i piloti, i controllori di volo, gli assistenti di volo, o gli addetti alla sicurezza negli aeroporti, può provocare la paralisi generale del sistema nazione, con notevoli ripercussioni anche sulla regolarità del traffico internazionale.

    A causa di un potere sindacale tanto profondamente sbilanciato a favore di categorie che possono ben sfruttare le loro rendite di posizione, continuano a coesistere, in Italia, stipendi favolosi con retribuzioni miserrime, rapporti di lavoro graniticamente stabili o quasi ereditari con altri persistentemente precari, incentivi al pensionamento anticipato con blocchi delle pensioni di anzianità e rinvii di quelle di vecchiaia, liquidazioni sostanziose con trattamenti di fine rapporto vergognosi, ammortizzatori sociali incredibili, cassa integrazione e mobilità lunghissime con ostinata disoccupazione giovanile, privilegi di ogni tipo (mutui agevolati, abitazioni di servizio, automobili di stato con autisti, facili missioni e viaggi gratuiti, dopolavori fantastici, servizi gratuiti e coperture assicurative privilegiate) per alcune categorie con il rigore più assoluto per altre.

    Il cinismo di una delle categorie più privilegiate d'Italia, quella dei piloti, consapevoli della loro forza e, probabilmente, della facilità di trovare una nuova occupazione anche dopo il fallimento dell'Alitalia, e il calcolo politico di una Cgil, che ha nicchiato fino all'ultimo, preferendo un insuccesso del governo al salvataggio di 20.000 posti di lavoro, hanno contribuito in maniera determinante a questo probabile epilogo della nostra Compagnia di bandiera, con tutti gli effetti negativi che ne seguirebbero per l'economia italiana, per l'immagine nel mondo della nazione, per la sorte delle categorie di dipendenti della stessa compagnia meno forti e meno protette.

    September 11

    Crisi economica e investimenti per la crescita

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 11 settembre 2008

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    Il tasso di disoccupazione statunitense (pari al 6,1%) è notevolmente superiore alle attese. Il suo annuncio la scorsa settimana ha fatto crollare le borse di tutto il mondo. Il clamoroso salvataggio da parte del governo Usa delle due agenzie Fannie Mae e Freddi Mac, specializzate nel mutuo casa, costituisce un'ulteriore conseguenza, tra le più eclatanti, dello scoppio della bolla speculativa detta dei subprime, non ancora conclusa.

    Al crollo delle borse si è accompagnata, però, come di consueto, una certa riduzione dei valori speculativi, anche se questi rimangono ancora molto elevati. Allo stesso tempo il dollaro si è apprezzato sull'euro (attualmente 1,40 dollari per un euro) e il prezzo del petrolio è sceso (il Wti è sotto i 100 dollari al barile dopo aver toccato un picco di 140 dollari). Sembrano essere questi i primi effetti dello sgonfiamento della bolla speculativa sui prodotti energetici. Si sta diffondendo, inoltre, l'opinione che la situazione economica mondiale possa avvicinarsi ad un punto di svolta, ma non prima di gennaio 2009, quando il nuovo presidente degli Stati Uniti si sarà insediato e avrà pronunciato il discorso sullo Stato dell'Unione. Nel frattempo dovrebbe continuare il rientro dei valori speculativi sui mercati energetici e alimentari, che sono la causa principale dell'attuale tendenza inflazionistica. Giova, infatti, ricordare che sono stati proprio i contratti futures sul petrolio e sulle soft commodities ad aver generato il dilagarsi di aspettative al rialzo del loro prezzo e di conseguenza il loro posizionamento su livelli sempre più elevati. Dopo l'annuncio di giugno della Federal reserve che dichiarava che il dollaro Usa aveva raggiunto un livello troppo basso, le aspettative di prezzi dei prodotti energetici sembra si siano invertite.

    La crisi è comunque ancora profonda e investe non solo gli Stati Uniti, ma anche e soprattutto l'Europa. Molti analisti sono concordi nell'affermare che se la Bce avesse agito riducendo il tasso ufficiale in occasione dell'ultimo comunicato di settembre (attualmente al 4,25%, con due punti percentuali di differenza dal tasso ufficiale statunitense), l'economia dell'euro-zona ne avrebbe giovano notevolmente, proprio in questo momento in cui si registra una contrazione allarmante. Il prodotto nazionale lordo dell'area dell'euro, infatti, nel secondo trimestre si è ridotto dello 0,2%. Si tratta della prima riduzione del reddito dell'euro-zona dall'introduzione della moneta unica.

    Le stime della Banca centrale europea per la crescita economica dell'area dell'euro sono sfavorevoli, in linea con le recenti dichiarazioni Ocse. In particolare, per l'Italia le stime parlano di una contrazione dello 0,3% del Pil rispetto al trimestre precedente. Ma il dato più allarmante è la stima per la crescita dell'economia tedesca, che ha fatto parlare di recessione il vice ministro dell'economia Walther Otremeba. Infatti, a  luglio la produzione tedesca è calata molto più del previsto, dell'1,8% congiunturale a fronte di una stima di 0,5%. Anche le altre due maggiori economie dell'Ue, la Francia e la Spagna, hanno subìto una contrazione del Pil, rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%.

    È un imperativo che nonostante la congiuntura economica tra le più sfavorevoli, l'Italia debba ricominciare a crescere. Le parole chiave sono occupazione e energia. Infatti, il bandolo della matassa è rappresentato dal valore della produttività del lavoro, che in Italia è tra i più bassi rispetto agli altri paesi Ocse. Solo attraverso l'aumento della produttività del lavoro, in seguito agli investimenti in tecnologia, è possibile aumentare l'occupazione e con essa i redditi dei lavoratori, i consumi, il risparmio, il Pil e gli investimenti.

    Allo stesso tempo, è opportuno investire nell'ambito energetico al fine di rendere l'Italia meno dipendente dalla fornitura estera. È, infatti, in questa ottica che si posiziona il programma di governo che permetterà la creazione di quattro nuovi reattori nucleari entro il 2012. Senza alcun dubbio è un programma ambizioso, poiché occorrerà superare non solo ostacoli di ordine burocratico e di raccolta di risorse finanziarie, ma anche e soprattutto di ordine prevalentemente ideologico, radicati nella coscienza dell'opinione pubblica italiana e per lo più frutto di disinformazione.

    Non è peregrina la proposta che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha lanciato al workshop Ambrosetti, lo scorso 7 settembre, di trasformare la Banca europea degli investimenti (Bei) in una sorta di Cassa depositi e prestiti dell'Unione destinata a finanziare lo sviluppo delle reti infrastrutturali dei paesi membri, al fine di superare la crisi economica attuale. La Bei, infatti, è attualmente un'istituzione specializzata nel finanziamento di progetti di sviluppo nelle aree più arretrate dell'Unione e degli Stati adiacenti. Gli stati membri dell'Ue hanno sottoscritto il capitale e ne sono, quindi, gli azionisti. È forse venuto il momento di convertire questo importante strumento per utilizzarlo a favore della crescita economica di tutta l'area e, quindi, anche per finanziare gli investimenti strategici per l'economia dei paesi membri che, sebbene industrializzati, subiscono gli effetti di una congiuntura economica tra le più sfavorevoli.

    September 09

    Alitalia. Il «miracolo» è possibile


    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it  il 9 settembre 2008

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    L'11 settembre scadrà il termine per la conclusione della trattativa con i sindacati per il salvataggio dell'Alitalia con la sua trasformazione nella nuova Compagnia Aerea Italiana (CAI). Dopo il «miracolo» a Napoli, compiuto dal governo con la risoluzione in appena 58 giorni dell'«emergenza rifiuti», durata ben 14 anni, ora ci si aspetta da Silvio Berlusconi un secondo «miracolo» a Milano e a Roma con la conclusione, auspicabilmente positiva, del cosiddetto «piano Fenice». Scongiurato il rischio di svendita dell'Alitalia all'Air France (l'investitore che più di ogni altro rappresentava il diretto concorrente della compagnia di bandiera), che sarebbe costato l'onere del ricollocamento di circa 4.000 esuberi, oltre ai 1.750 dichiarati, e che avrebbe replicato disastrosamente il caso Cirio e gli altri esempi di vergognosa svendita da parte di Prodi dei «gioielli di famiglia» italiani, il premier Silvio Berlusconi si è fatto carico delle sorti di un'azienda, l'Alitalia, ed ha preferito sbucciare personalmente la patata bollente che avrebbe potuto comodamente lasciare al suo predecessore, per poi recriminarne l'imperizia.

    La salute dell'Alitalia è stata avvelenata da decenni di malgoverno e di scelte sbagliate. Ciò che è accaduto è stato come la «mungitura della vacca grassa» da parte di una sfilza di sigle sindacali, ciascuna trincerata sulle proprie posizioni di interesse particolare. Per avere un'idea della folta giungla sindacale basti citare i dati raccolti da Economy: vi è Filt-Cgil (che rappresenta 2.522 dipendenti), Uil Trasporti (2.063), Cisl-Fit (2.057), per lo più personale di terra e assistenti di volo. La gran parte dei piloti è rappresentata dall'Anpac (1.022) e dall'Up (350). Le hostess e gli steward sono rappresentati dall'Anpav (545) e dall'Avia (760). Vi sono poi l'Ugl (1.050), l'Sdl (1.700) e il Cub (250), che si dichiarano vicini alla base e che rappresentano il personale di terra.

    La via perseguita da Berlusconi è di netta rottura rispetto a quella del precedente governo. Egli ha saputo scegliere gli uomini da consultare e da coinvolgere. Si è fidato dell'abile manager Corrado Passera e ha scelto la seconda banca italiana, Banca Intesa. Si è rivolto a Roberto Colaninno, il «capitano coraggioso» della sinistra, come lo definì D'Alema ai tempi della scalata Telecom, e che ora, a detta di molti di quella estrazione politica, è divenuto un traditore. Insieme a Colaninno sono molti altri grandi nomi dell'imprenditoria italiana: Riva, Marcegaglia, Fossati, Gavio, Tronchetti Provera, Benetton, Ligresti e altri. Vi è un partner straniero di prestigio (Air France o Lufthansa), che questa volta siede al tavolo delle trattative alla pari, e non più dettando le proprie condizioni, visto che sono cambiati i rapporti di forza.

    Il premier si è affidato alla sapiente regia di Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, abile ed infaticabile negoziatore, che è riuscito a mediare bene anche con i sindacati, la maggior parte dei quali si è mostrata disponibile e ha espresso il suo apprezzamento. Molte riserve pone ancora il sindacato della Cgil. Epifani è, infatti, il personaggio, nella migliore delle ipotesi, più enigmatico. È stato lui il promotore della vendita dell'Alitalia al tempo della coppia Prodi-Padoa-Schioppa ed è stato ancora lui a mandare a monte le trattative con l'Air France, dando così l'occasione all'attuale governo di garantire all'Italia una propria compagnia di bandiera. Oggi Epifani è rimasto l'ultimo sindacalista deciso ad andare allo scontro, rischiando di sobbarcarsi, per tale via, tutta la responsabilità di un fallimento delle trattative e la perdita del posto di lavoro per 20 mila persone. Il ministro Sacconi ha annunciato che il «piano Fenice» prevede 3.250 esuberi, meno di quelli previsti nella vecchia proposta di Air France, che avrebbe abbandonato tutti i 4.200 dipendenti diretti dei servizi di terra. Tale argomento dovrebbe aiutare molto a superare anche la più caparbia resistenza sindacale.

    Ma non è solo sul piano degli esuberi che si gioca questa difficile partita. Sono importanti anche e soprattutto i piani di lancio della nuova compagnia, che prevedono in primo luogo una scelta e una diversa specializzazione tra Linate e Malpensa, superando in qualche modo la concorrenza tra i due aeroporti. Dal primo aeroporto dovranno partire i voli verso le destinazioni nazionali, dal secondo quelli verso destinazioni a lungo raggio. Occorre ridefinire, inoltre, le rotte brevi (Milano, Roma, Napoli, Venezia, Catania e Torino) e quelle lunghe (Caracas, New York, Boston, Chicago, Miami, Rio de Janeiro, San Paolo, Tokyo, Osaka, Buenos Aires e Toronto) di sicuro interesse per un paese come l'Italia, che presenta un mercato di viaggiatori molto dinamico. Inoltre, la nuova CAI dovrà volare verso la Cina (Shangai e Pechino), in Corea (Seul) in Nigeria (Lagos), in Senegal (Dakar). Il medio raggio collegherà tutte le principali città europee e una serie di destinazioni intercontinentali (Algeri, Casablanca, Dubai, Tal Aviv, San Pietroburgo, Tripoli e Tunisi). Infine, occorrerà che il piano di sviluppo assicuri un livello dei prezzi delle tratte interessante e stabile, nonché una qualità ed una sicurezza dei servizi adeguate.

    Emanuela Melchiorre


    September 08

    Per risanare l'economia bisogna bloccare i tentacoli della speculazione

    Aspettando il rilancio

    di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.loccidentale.it l'8 Settembre 2008
     
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    Il dollaro continua ad apprezzarsi sull’euro, mentre il prezzo del petrolio è in flessione e si prevede che scenderà presto sotto i 100 dollari al barile. I due andamenti sono altalenanti, ma la tendenza è chiara ed è il risultato di un processo cominciato all’inizio di giugno, quando il Tesoro statunitense e la Fed dichiararono che il dollaro aveva raggiunto un livello troppo basso. Seguirono allora altre dichiarazioni della Fed che avrebbe rivisto i tassi di interesse e, contemporaneamente, il Tesoro accennò a futuri interventi sul mercato valutario. Il risultato di questa sequenza di comunicati tra la Banca centrale statunitense e il Tesoro ha provocato un’iniziale ripresa del dollaro, che è stata rafforzata dal successivo intervento del presidente Bush di revoca del divieto di estrazione del petrolio al largo delle coste americane. 

    Ma è comunque presto per poter affermare che l’economia statunitense con essa l’economia mondiale siano oggi uscite dalla crisi subprime e immobiliare, con vertiginosa caduta dei nuovi acquisti degli immobili. Dopo il buon risultato di un aumento del Pil pari al 3,3% degli Usa su base annua (la stima precedente mostrava una crescita dell'1,9% il maggior rialzo dal terzo trimestre 2007), le previsioni per i restanti mesi dell’anno sono piuttosto pessimistiche, visto sia l’alto livello pei disoccupati Usa (del 6,1% in agosto), sia le difficoltà delle banche nonostante la decisione storica dell’amministrazione Usa di salvare dal fallimento con un intervento di 200 miliardi di dollari le due banche, Fannie Mae e Freddi Mac, maggiormente esposte nel finanziamento dei mutui subprime. Il risanamento richiederà tempo, visti gli ingenti danni provocati dalla speculazione finanziaria selvaggia. Intanto, c’è da affrontare la crisi che ha investito l’eurozona. In particolare l’economia della Germania sembra essere caduta in recessione (la produzione industriale è caduta dell’1,8% rispetto al trimestre precedente), mentre gli altri grandi paesi, tra cui l’Italia, sono praticamente fermi. In tutta l’area dell’euro si nota una contrazione dei consumi, la Bce sembra intenzionata a mantenere alti i tassi di interesse per contrastare l’inflazione e l’euro è ancora troppo forte e, quindi, rappresenta un ostacolo alla ripresa economica. Dall’estremo Oriente giungono segnali preoccupanti e, in particolare, la Cina vedrà dimezzarsi il suo tasso di crescita poiché, nonostante la messa in scena delle Olimpiadi, il numero delle fabbriche chiuse continua ad aumentare.

    A livello mondiale, il crollo delle borse valori riducono ad ogni caduta i valori speculativi, che purtroppo sono ancora lungi dall’essere azzerati. È opinione diffusa che la situazione economica internazionale potrà vedere una qualche direttrice con il discorso sullo Stato dell’Unione che il nuovo presidente degli Usa farà a gennaio 2009. Intanto, dovrebbe proseguire il rientro dagli alti valori speculativi sulle materie prime, tra cui il petrolio e i generi alimentari di base.

    L’origine dell’attuale situazione mondiale è lontana nel tempo e risale agli inizi degli anni Novanta, caratterizzati dalla new economy, ossia dall’economia dei servizi. Molti analisti del tempo sostenevano che questa nuova via dell’economia potesse soppiantare in gran parte la old economy, ovvero quella dei prodotti alimentari, energetici e industriali, quindi l’economia che ci ha fatto prosperare. La nuova via dell’economia dei servizi, imperniata su quelli finanziari, favorì e incentivò la nota corsa alla speculazione di borsa che durante gli otto anni di presidenza di Clinton illuse i grandi e soprattutto i piccoli risparmiatori che “giocando in borsa” sarebbe stato possibile arricchirsi. Come era da attendersi, la bolla della new economy scoppiò con perdite ingenti per i risparmiatori. La speculazione internazionale si spostò allora sul mercato immobiliare con conseguente formazione della bolla speculativa scoppiata anch’essa clamorosamente. Subito la speculazione internazionale ha creato un’altra bolla, quella del petrolio e sui generi alimentari. Di conseguenza ha innescato l’inflazione internazionale, come già anticipato, dal rialzo del prezzo dell’oro (810 dollari l’oncia). Anche quest’ultima bolla deve scoppiare e già si avvertono i primi segni premonitori (il prezzo calante del petrolio e l’apprezzamento del dollaro), mentre continua a latitare una politica economica e finanziaria che tagli gli artigli alla speculazione, fin dal suo primo insorgere. Tra l’altro, sarà necessario sviluppare una stretta collaborazione tra la Fed e la Bce.  Attualmente, la Federal Reserve agisce diversamente dalla Banca centrale europea, in quanto il suo statuto le consente di monitorare e di operare considerando anche le variabili economiche fondamentali dell’occupazione e della crescita economica, e non solo l’inflazione. La Bce, invece, mira esclusivamente a contenere l’inflazione e agisce in assoluta autonomia dai governi nazionali ai quali, in ossequio al trattato di Maastricht, non può essere concesso alcun credito. La stessa norma vale per gli enti pubblici. Così gli interventi della Bce sul mercato monetario si muovono nell’ambito delle banche commerciali, ossia delle banche che da molti anni finanziano le bolle speculative. Sul bollettino del luglio scorso della Bce si legge che le aspettative di inflazione dell’euro-zona sono ancora pessimistiche. Pertanto, la Banca centrale europea ha lasciato invariato il tasso ufficiale (attualmente al livello del 4,25%).

    Non è stata ancora appresa la lezione che la storia finanziaria di questi ultimi decenni ha tentato di impartire. Le banche centrali debbono collaborare anche con i governi e questi devono essere in grado di privilegiare la politica economica sulla finanza speculativa, che lascia sempre rovine e disoccupazione. È tempo di porre sotto severo controllo la finanza e i suoi numerosi strumenti speculativi creati in questi ultimi due decenni, tra cui le cartolarizzazioni e le operazioni sui futures, che sono  meri strumenti speculativi, sui prodotti energetici e sulle soft commodities (ovvero su riso, frumento, zucchero e olio), trattati in special modo sulla borsa merci di Chicago e di Londra. A un severo controllo non deve sfuggire il cosiddetto “terzo mercato”, ovvero il mercato non ufficiale denominato «over the counter», privo di un’affidabile regolamentazione e standardizzazione dei contratti, i cui confini quindi sono del tutto indeterminati. Ci sono poi gli Hedge funds, i fondi pensione, i fondi sovrani, le grandi banche d’affari che hanno raggio d’azione internazionale e che fanno il bello e il cattivo tempo. Persino importanti università operano nel mondo della speculazione.

    La crisi è talmente profonda e vasta che è necessario una stretta collaborazione oltre che tra le banche centrali, anche tra i grandi paesi. Ad esempio il G8 deve riportare in primo piano la politica economica di crescita sana, al riparo dalle speculazioni finanziarie. Energia e occupazione sono temi da affrontare con priorità. Qualcosa si sta muovendo in materia di energia con l’intenzione di rafforzare adeguatamente la produzione di energia nucleare. In breve, si tratta dell’ “asse franco-inglese”, ovvero dell’accordo tra Nicolas Sarkozy e Gordon Brown. Anche il piano energetico elaborato dall’attuale governo italiano si muove in questa direzione, visto che prevede la costruzione di quattro nuovi reattori nucleari, anche se non prima del 2012. Non è peregrina l'idea del premier Silvio Berlusconi, che nel corso del G8 ha proposto di incrementare la produzione di reattori nucleari fino a raggiungere un numero di 1000 centrali nucleari, raddoppiando quindi l’attuale situazione mondiale. È interessante anche l’ultima proposta di Tremonti di incrementare i margini di deposito obbligatori sui contratti speculativi sul petrolio e sulle commodity per disincentivare gli atteggiamenti speculativi, senza comportare il fenomeno della traslazione sul prezzo finale al consumatore, tipico delle imposte alla produzione.

    September 04

    La geopolitica russa dell'energia

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 4 settembre 2008

     rp

    Non si era molto lontani dalla realtà quando alla fine di luglio si scriveva, dopo una analisi dei cicli economici mondiali che si sono succeduti nella storia, di un probabile «shock stocastico» che avrebbe agito nell'ambito della geopolitica dell'energia per variare, ancora una volta, l'andamento dell'economia mondiale. Allora avevamo ipotizzato un inasprimento della questione mediorientale, che aveva per attori protagonisti Israele e Iran. Tale ipotesi resta ancora valida. Invece, nel mese di agosto, per la precisione il giorno 7, nel pieno svolgimento dei Giochi olimpici celebrati in Cina, Vladimir Putin si è spogliato delle vesti della festa e ha indossato l'uniforme militare per invadere la Georgia, l'unico paese del gruppo dei CIS (Commonwealth of Independent States) che possiede, ma è più corretto dire possedeva, l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che trasporta per 1.768 chilometri il petrolio dal mar Caspio al Mediterraneo, senza passare per il territorio e, quindi, per il controllo della grande madre Russia.

    Secondo opinionisti ben informati, il piano russo di invasione della Georgia era stato congegnato da almeno quattro anni e la colpevole azione di forza del presidente georgiano per riacquisire potere e influenza nelle regioni filorusse e secessioniste, Abkhazia e Ossezia del Sud, è stata un comodo pretesto per giustificare la successiva invasione di Putin della Georgia. Le vie diplomatiche Ue-Mosca hanno condotto in questi giorni ad alcuni labili accordi, dopo un mese caldo e colmo di tensioni accresciute soprattutto dal riconoscimento da parte di Mosca dell'indipendenza delle due regioni georgiane dal governo della Georgia. Mosca ha affermato, in occasione del vertice straordinario di Bruxelles di ieri l'altro sulla crisi georgiana, che non intenderà tenere per un tempo indefinito le sue forze nelle due regioni georgiane e che permetterà ai caschi blu dell'Onu di intervenire. Inoltre, l'agenda stabilita ieri l'altro a Bruxelles prevede che il presidente francese Nicolas Sarkosy si recherà a Mosca e a Tiblisi, in qualità di Presidente di turno Ue, accompagnato da Barroso e da Solana, rispettivamente presidente della Commissione e capo della diplomazia, per chiedere l'applicazione dei 6 punti sottoscritti da Mosca e dalla Georgia per il ritiro delle truppe russe. Sul tavolo delle trattative vi è come contropartita il proseguimento del discorso sul partenariato economico tra Ue e Russia al quale Medvedev e Putin tengono molto. Allo stesso tempo però Putin ha già investito ben 16 miliardi di dollari di riserve valutarie in questa crisi, che danno una unità di misura di quanto pesi il controllo della regione nei piani espansionistici russi.

    Probabilmente, come ha affermato il premier Silvio Berlusconi, si è scongiurato il rischio di una nuova guerra fredda e la via del dialogo è senza dubbio quella che premia più di ogni altra. Non si può non affermare, però, che il tacito ricatto che la Russia esercita sull'Europa grazie alla sua posizione di fornitore principale di energia avrebbe potuto essere ridimensionato, se non del tutto rimosso, qualora l'Europa avesse perseguito una propria politica energetica di sviluppo delle fonti, della produzione, della ricerca e della tecnologia, così come era nei disegni dei padri fondatori.

    Non si prevede che la situazione georgiana possa risolversi entro tempi brevi, né prima del prossimo Natale. È evidente, infatti, che Putin sta aspettando l'esito delle elezioni presidenziali americane di novembre prima di agire nuovamente, mantenendo per ora le truppe nei punti strategici del territorio georgiano. La guerra russo-georgiana è il risultato di un piano geopolitico di vaste dimensioni. Infatti, Putin vuole riappropriarsi di tutte le fonti e di tutte le vie di comunicazione di gas e di petrolio dell'area del Caspio e del Caucaso, ovvero di quell'area che va dal Kazakhstan al Turkmenistan, alla Georgia. Furono queste le ragioni che hanno portato alla guerra tra Russia e Cecenia, la piccola regione quasi pacifica detentrice di vasti giacimenti di petrolio, ma soprattutto crocevia degli scambi petroliferi mondiali con l'importate oleodotto che collega la Russia con i pozzi di Baku sul Mar Caspio in Azerbaigian e che poi si dirama a Sud verso il Mar Nero, non lontano dal confine turco. Vladimir Putin ha intenzione di fare altrettanto in Georgia in questi giorni. Ha colpito la regione nella sua indipendenza economica, come denuncia l'inviata del Sole 24 Ore Antonella Scott, distruggendo le vie di comunicazione est-ovest del paese e causando in tal modo il crollo degli scambi commerciali, bruciando le foreste di Borjomi e colpendo, per tale via, il centro dell'industria di legname georgiana, posizionando infine le proprie forze armate lungo la via dell'oleodotto.

    oleodotti_caucaso

     Fonte: www.nationalgeographic.com

    Il Grande Gioco dell'energia della Russia prevede il coinvolgimento di un altro giocatore di vastissime dimensioni: l'Asia e in particolare la Cina. Le relazioni sino-russe non si esauriscono nella sola fornitura di energia. La Russia intreccia le relazioni commerciali con la Cina ai piani di investimento in infrastrutture, nonché a quelli politici internazionali. Osservare le azioni della Russia non è un semplice esercizio di analisi geopolitica. I piani strategici russi ci riguardano molto da vicino e non solo geograficamente. Infatti il 61% delle importazioni di petrolio dell'Unione europea proviene dalle regioni dell'ex Unione sovietica. In particolare il 33% delle importazioni italiane di gas proviene dalla Russia, mentre un altro 30,5% proviene dall'Algeria, paese, quest'ultimo, che ha sottoscritto nell'agosto del 2006 un cartello internazionale con la Russia, passato alla cronaca con il nome di «Opec del gas».

    Oltre che per perseguire fini di pacificazione e collaborazione con la Libia, il premier Silvio Berlusconi, anche nell'ottica di ridurre almeno in parte la dipendenza del nostro paese dalle forniture russe, ha firmato a Tripoli il 30 agosto scorso il «Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione» con il colonnello Muammar Gheddafi. Il trattato prevede, fra molti importanti obbiettivi e programmi di risarcimento e investimenti, nonché di vigilanza delle rotte dell'immigrazione clandestina, anche quello di un aumento delle quote di fornitura all'Italia di petrolio e gas libici.

    Emanuela Melchiorre