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    September 25

    I debiti degli italiani

     

    di Emanuela Melchiorre - 25 settembre 2007

    Circa la metà del reddito disponibile dell'italiano medio è destinato al pagamento dei debiti. Secondo l'intervento di Mario Draghi all'assemblea ordinaria dell'Abi del luglio 2007, dalla fine degli anni Novanta l'indebitamento delle famiglie è passato dal 31% all'attuale 48% del reddito disponibile. Questo è un dato destinato ad aumentare. La Banca d'Italia ha segnalato, infatti, un aumento dei prestiti alle famiglie consumatrici dell'8,7% sui dodici mesi. Il loro ordine di grandezza oggi è di 342 miliardi di euro circa. Il maggior numero di famiglie indebitate risiede nel centro-nord, dove è concentrato il 78% circa delle consistenze totali. Poiché le voci di debito familiare sono riconducibili a due grandi categorie (il mutuo immobiliare e il credito al consumo), la prima causa di indebitamento è dovuta all'inasprimento dei tassi di interesse sui mutui immobiliari, mentre la seconda all'aumento del credito al consumo per beni non più solo durevoli, ma anche di consumo intermedio (telefonini, computer, vacanze e beni di uso quotidiano).

    L'incremento delle esposizioni delle famiglie italiane costituisce un indicatore importante della loro condizione di disagio economico in questo periodo di economia quasi stagnante, in cui aumentano i debiti e si riducono i risparmi. Il disagio ha origini però lontane nel tempo. In primo luogo è dovuto alla perdita di potere di acquisto dei redditi in seguito all'introduzione dell'euro, che in molti casi ha di fatto dimezzato il valore reale dei redditi degli italiani. Ciò che costava mille lire si paga oggi un euro. Allo stesso tempo, la politica monetaria della Bce di alti tassi di interesse ha acuito l'onere finanziario delle famiglie che hanno acceso un mutuo immobiliare. Il tasso di interesse sui mutui in Italia è arrivato a 5,63%, che costituisce il livello più alto di questi ultimi cinque anni e risulta notevolmente superiore alla media europea (4,72%).

    Per poter mantenere il medesimo tenore di vita, le famiglie hanno reagito in primo luogo aumentando il credito al consumo, che costituisce per loro una maggiore voce di debito ma allo stesso tempo un modo per disporre di beni di consumo altrimenti non fruibili. In secondo luogo - e questo è un fenomeno degli anni recenti - hanno rinegoziato i propri mutui per allungarne la durata al fine di mantenere inalterata la rata mensile. Ma questa seconda operazione costituisce anch'essa una maggiorazione di debito. La rinegoziazione del mutuo allungandone la durata è un fenomeno che è cresciuto anche per via del divieto di imporre penali per tale rinegoziazione in seguito alla riforma del risparmio. Le banche però hanno contrastato tale «liberalizzazione» evitando e ponendo difficoltà burocratiche alla effettiva rinegoziazione, secondo quanto è stato denunciato dall'Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi (Adusbef).

    È allarmante il fatto, infine, che il valore delle insolvenze aumenti di anno in anno. Un gran numero di famiglie non è più in grado di fare fronte ai propri impegni finanziari. Il rapporto Nomisma evidenzia, appunto, che il numero di queste famiglie, che si vedono costrette a rinunciare all'acquisto della propria casa, è cresciuto del 7,3% rispetto all'anno precedente.

    Emanuela Melchiorre 

    September 18

    Le idee confuse di Padoa-Schioppa

     

    di Emanuela Melchiorre - 18 settembre 2007

    Che le previsioni del governo Prodi sulla crescita del Pil (stimata dall'esecutivo al 2% per il 2007 e all'1,9% per il 2008) siano una favola per bambini è da tempo evidente a molti. Ma il ministro Padoa-Schioppa lo ha constatato solo ora. A fargli ridimensionare le sue troppo rosee previsioni hanno contribuito molti pareri autorevoli. La prima doccia fredda è venuta dall'OCSE, che ha affermato che la crescita del Pil italiano non avrebbe raggiunto il 2% auspicato. La seconda dal FMI, che ha confermato questa pessimistica previsione. Da ultimo, anche il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, non si è più voluto rendere complice di stime campate per aria e ha rivisto al ribasso quelle di Bankitalia. Così ora Padoa-Schioppa ammette che dopo il calo repentino della produzione industriale di luglio e dopo la crisi dei mutui subprime di agosto anche il nostro prodotto interno lordo finirà per crescere di appena l'1,7% per il 2007 e che crescerà ancora meno nel 2008.

    Nella prossima legge finanziaria (la cui presentazione è stata fissata dal ministro dell'Economia per il 28 settembre) sarà dunque difficile evitare un'altra impennata della pressione fiscale. Ciò, purtroppo, non farà altro che rafforzare il nostro triste primato di Paese europeo con la maggiore pressione fiscale, preceduto soltanto dall Francia, che però offre prestazioni e servizi pubblici di gran lunga migliori dei nostri. L'europarlamentare di Forza Italia Renato Brunetta ha ipotizzato il raggiungimento della soglia del 44% del Pil di prelievo fiscale. Per comprendere quanto una simile politica sia inadeguata a migliorare l'andamento economico del nostro Paese giova costatare che gli Stati Uniti, una Nazione che viaggia al 2% circa di crescita del Pil, ha una pressione fiscale del 25% circa (dati OCSE), ovvero poco più della metà della nostra. Inoltre incombe sull'economia mondiale il pericolo di una crisi dell'edilizia, il cui moltiplicatore del reddito è elevato. Se si dovesse fermare l'edilizia, lo spettro della recessione sarebbe dietro l'angolo.

    Ancor più penosa e incoerente è la cura che Padoa-Schioppa, dal suo pulpito dell'Ecofin in Portogallo, ha proposto, auspicando nuovi investimenti in Italia. Non si è mai visto, infatti, un aumento degli investimenti per effetto di una maggiore tassazione. Il ministro, inoltre, sostiene che la soluzione per risolvere il problema del deficit pubblico sia la riduzione della spesa pubblica. Sorge il dubbio che egli non sia stato ben informato dai suoi collaboratori a proposito dell'accrescimento di circa il 3% della spesa da parte dell'attuale governo rispetto al precedente, causata, tra l'altro, dalla creazione di nuovi ministeri e dal ricorso sfrenato all'ausilio di costosissimi consulenti esterni. Poiché la politica di maggiore tassazione del «peggior ministro delle Finanze in Europa», come non molto tempo fa è stato definito Padoa-Schioppa, è comunque sostenuta dal governo, egli proseguirà per la strada intrapresa, con il conseguente ulteriore rallentamento dell'economia italiana.

    Emanuela Melchiorre 

    September 14

    Politica monetaria e politica economica

     

    di Emanuela Melchiorre - 13 settembre 2007

    A Francoforte è prevalso il buonsenso: Trichet ha scelto di lasciare invariato il tasso di interesse di riferimento, mantenendolo alla quota del 4%, anche se tale livello è il risultato di una lunga serie di incrementi che hanno avuto la conseguenza di rafforzare l'euro nei confronti del dollaro, penalizzando le esportazioni dell'eurozona verso il resto del mondo. Dopo la crisi finanziaria dei subprime di agosto (non ancora conclusa) e dopo le revisioni al ribasso delle stime dell'OCSE e del FMI circa il tasso di crescita nel 2007 degli Usa e dell'eurozona e, quindi, dell'Italia, il prossimo autunno non ci regalerà grandi sorprese in termini di crescita economica del nostro Paese. Purtroppo, come più volte detto, la Finanziaria approvata a dicembre dell'anno scorso ha condannato l'Italia a correre verso la stagnazione. Dato che la prossima Finanziaria non abbasserà la pressione fiscale, la recessione può essere data per scontata.

    Il governo, e in particolare Prodi, Padoa-Schioppa e Visco, hanno mancato l'aggancio alla crescita internazionale e ora continuano a non vedere la crisi imminente. Non ci illudiamo sulla tenuta dei consumi, che saranno ulteriormente frenati dai rincari dei prezzi e delle tariffe e dalla folle politica di ridistribuire la ricchezza senza produrla. Le prospettive di un calo dei consumi non incoraggiano le imprese a investire in beni capitali per aumentare la produttività del lavoro. Il governo non ha alcuna politica dell'offerta di beni e servizi e penalizza la domanda con una folle politica fiscale. Mancano inoltre i lavori pubblici e quando si fermerà l'edilizia, che deve pagare lo scotto della folle speculazione sugli immobili, sarà troppo tardi per evitare la crisi economica. Far cadere il governo è diventato un imperativo e chi ha imposto Prodi al Paese si faccia da parte e riconosca il madornale errore commesso a danno degli italiani.

    Ciò premesso, è da lodare la provocazione del presidente francese, Nicolas Sarkozy, nei confronti della Banca Centrale Europea: Sarkò ha fatto notare che «nutrire il dibattito» sul futuro dell'euro ha fatto cambiare atteggiamento al banchiere centrale. È, infatti, venuto il momento di rimettere in discussione le scelte prese al momento della firma del Trattato di Maastricht riguardo non solo ai parametri, che limitano la crescita economica di tutta l'area dell'euro, ma anche del ruolo «ferocemente indipendente», come lo stesso Trichet lo ha definito, della Banca Centrale Europea, che persegue, giova sottolineare, il solo fine della tutela dall'inflazione e non anche la crescita economica e dell'occupazione. Se qualcosa ci ha insegnato questa crisi finanziaria di agosto non ancora conclusa è che, così come è avvenuto negli Stati Uniti, la collaborazione tra il governo nazionale, o federale che sia, e la banca centrale è essenziale per tentare di porre un argine alle crisi sia economiche che finanziarie. Da questa crisi ci si aspetta una «pulizia del mercato finanziario», intendendo con ciò l'esclusione dal mercato delle banche meno efficienti, che hanno fatto una finanza spregiudicata. Si vive e si prospera con il duro lavoro, mentre di finanza speculativa si muore.

    Emanuela Melchiorre 

    September 06

    L'economia mondiale è ad un bivio

     

    di Emanuela Melchiorre - 6 settembre 2007

    La Bce prosegue la sua politica di rifinanziamento del mercato immettendo dosi massicce di liquidità, l'ultima in ordine di tempo è quella del 4 settembre scorso, sotto varie forme e termini di scadenze. Nonostante le parole rassicuranti, in una sua recente intervista sul quotidiano spagnolo El Pais, di Joaquin Almunia, il commissario Ue agli affari economici e monetari, rimane comunque alto il livello di guardia per l'impatto che la crisi dei mutui americani avrà sull'economia europea, e dell'Italia in particolare.

    La somministrazione di liquidità ai mercati finanziari da parte delle banche centrali dei paesi avanzati è una politica che, come già affermato in precedenti nostri scritti, ha i suoi costi ma soprattutto i suoi limiti. Non è stato compreso dalle banche centrali dei paesi avanzati che la bolla speculativa degli immobili, che si è diffusa nei mercati immobiliari di tutti i paesi avanzati, avrebbe dovuto essere sgonfiata fin dal suo insorgere. Si è sviluppata un'inflazione creditizia e, pertanto, occorreva una politica monetaria selettiva, diversa quindi da quella seguita dell'aumento indiscriminato del costo del denaro perseguita dalla Bce. La Federal Reserve ha seguito una politica diversa da quella della Banca centrale europea, in quanto ogni sua decisione è dettata dal duplice obbiettivo di controllo dell'inflazione e della crescita economica. Ciò nonostante non sono state controllate le banche e le società finanziarie per impedire l'insorgere della spirale perversa creatasi con la cartolarizzazione incontrollata.

    È questo il momento per scegliere quale via perseguire. A nostro avviso ve ne sono solamente due. La prima consiste nel far scoppiare subito la bolla speculativa sugli immobili, che comporterebbe una potente selezione delle imprese finanziarie mantenendo in vita le più solide e spazzando via quelle meno efficienti. Ma ciò non comporterebbe una selezione esclusivamente nel mercato immobiliare. Poiché quest'ultimo presenta un indotto di attività produttive di vastissime dimensioni, la selezione delle imprese comprenderebbe anche tutti gli altri comparti dell'economia, con effetti negativi difficili da prevedere. La seconda via consiste nello sgonfiare gradualmente la bolla con le immissioni di liquidità da parte delle banche centrali. Ma questa è una strada lunga e pericolosa e la politica deve subentrare alle banche centrali, non essendo ormai una questione di semplice politica monetaria.

    Gli Stati Uniti hanno già preso una posizione di fronte a questo dilemma. Hanno, infatti, annunciato una politica di sostegno governativo alle famiglie che si trovano nella impossibilità di poter pagare i loro impegni finanziari contratti. Anche se una simile politica non è sufficiente a tamponare la crisi a catena che si è innescata in tutto il mondo e che continuerà a far parlare di sé, serve nel momento a impedire un tracollo senza possibilità di scampo. Rimane sempre in piedi la questione di risanare il mercato, spazzando via gli speculatori ritornando a una sana finanza.

    Per evitare un altro 1929 sarebbe bene che non più solamente i banchieri centrali, ma anche e soprattutto i governanti pianificassero il rientro dalla speculazione per non penalizzare la crescita economica e quindi l'occupazione. Ci auspichiamo che ci sia ancora un margine di manovra per la politica e che non sia troppo tardi per evitare la crisi mondiale. Gli Stati Uniti faranno il possibile per evitare un tracollo generale e già sono intervenuti attraverso speciali fondi ad acquisti massicci di titoli, ma incombe sempre l'obbligo di risanare il mercato, accettando un rallentamento della loro economia, che purtroppo avrà ripercussioni in tutto il mondo, Italia compresa, la cui economia, per effetto della politica fiscale del ministro dell'Economia e del suo vice-ministro alle Finanze, non potrà raggiungere la crescita prevista. Visto il calare dei consumi e degli investimenti non sembra azzardato affermare che senza una forte riduzione della pressione fiscale la recessione è ormai vicina.

    Emanuela Melchiorre