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    July 24

    UNA CASA PER TUTTI

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 luglio 2009

    Il 21 luglio è stato approvato il Piano nazionale di edilizia abitativa, che ha per obiettivo promuovere l'edilizia residenziale e quella sociale, seguendo i dettami della sostenibilità economica, ambientale ed energetica. È presumibile che i primi effetti positivi sull'economia nazionale si cominceranno a vedere già dal momento dell'annuncio, quando le imprese cominceranno a produrre per costituire le proprie scorte in vista dell'apertura dei nuovi cantieri.

    La questione abitativa è stato un tema ricorrente per tutti i governi italiani dal dopoguerra a oggi, e negli ultimi decenni è stato raggiunto il primato per cui più del 70% della popolazione è proprietaria della casa in cui abita. Nel tempo si sono susseguiti molteplici interventi pubblici, con esiti più o meno positivi. Noto è stato il «Piano Fanfani» (legge 28 febbraio 1949), ossia il Piano INA-Casa. Si è trattato di un progetto di vaste proporzioni in quanto, mediante ausilio di fondi gestiti da un'organizzazione creata appositamente presso l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, la Gestione INA-Casa, sono stati costruiti alloggi pari al 10% delle nuove costruzioni nel decennio tra il 1951 e il 1961. Per comprendere la complessità della materia e la notevole quantità di interventi succedutisi nel tempo, basterà citare i piani quinquennali della programmazione economica, che hanno previsto i capitoli relativi alla questione abitativa, la legge Bucalossi sulle aree fabbricabili, il «Progetto 80», l'introduzione dell'istituto dell'«equo-canone» nella speranza di superare un cinquantennio di blocco degli affitti, la fondazione dell'Istituto Autonomo di Case Popolari e via dicendo, che hanno avuto tutti il primario obiettivo di dare una casa a più ampie categorie di italiani.

    Allora come oggi l'esigenza di case ha ispirato anche le politiche di sviluppo economico, in quanto ottemperare a tale esigenza significa incentivare un settore tra i più propulsivi il suo ampio indotto, e sostenere al contempo l'occupazione a livello locale, laddove siano aperti i nuovi cantieri edili.

    Il «Piano Casa» appena approvato giunge a seguito di una serie di politiche a favore della questione abitativa già intraprese dai precedenti governi e dal governo Berlusconi a del sostegno all'economia. In seguito allo scoppio della bolla speculativa immobiliare e di quelle delle materie prime ad essa successive, delle notevoli difficoltà economiche che la cosiddetta «classe media» e i ceti sociali meno abbienti hanno dovuto affrontare, il governo Berlusconi è intervenuto con politiche a sostegno dei redditi, che si sono aggiunte a quelle sui mutui immobiliari agevolati e sulle precedenti agevolazioni fiscali. Anche l'abolizione dell'ICI sulla prima casa è stata una scelta politica che andava nella medesima direzione: favoriva l'acquisto di abitazioni e al contempo sosteneva i redditi.

    L'attuale «Piano Casa» prevede, secondo le stime dell'Ance, la costruzione di circa 100 mila nuovi alloggi residenziali e di 22 mila case popolari in cinque anni. Il giro d'affari del nuovo Piano, secondo l'Associazione Nazionale Costruttori Edili, varierà tra i 12 e i 16 miliardi di euro, con la formazione di 320 mila posti di lavoro. Di tali risorse, circa 2,5 miliardi di euro saranno destinati alla costruzione di social housing.

    Ogni qualvolta si è affrontato lo spinoso problema della questione abitativa italiana, l'ostacolo maggiore è sempre stato quello di trovare adeguati finanziamenti. Il Piano sarà finanziato da fondi immobiliari privati, fondazioni bancarie e compagnie assicurative attraverso l'uso di riserve tecniche. La Cassa Depositi e Prestiti (CDP) per partecipare al finanziamento del «Piano Casa» ha costituito l'apposita società CDP Investimenti Sgr spa. Nel complesso lo stanziamento deciso dal governo è di 200 milioni di euro con l'obiettivo di arrivare gradualmente a 550 milioni di euro. A questi fondi verranno aggiunti altri 150 milioni di euro, che affluiranno in un Fondo immobiliare dedicato alle case popolari, al quale dovrebbe partecipare la stessa CDP. Secondo il CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica) dovrebbero essere già disponibili 880 milioni di euro provenienti dai capitoli di spesa dei ministeri delle Infrastrutture, Trasporti ed Economia.

    Il calendario degli adempimenti prevede che entro 15 giorni sia nominato un gruppo di lavoro composto da esperti del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che avrà il compito di indicare, entro 45 giorni, i requisiti di spesa dei fondi pubblici e le regole per l'ingresso dei fondi immobiliari privati. A tal proposito, si legge sul documento del governo che i fondi avranno «un portafoglio minimo di un miliardo di euro, dovranno offrire un rendimento in linea con gli altri strumenti finanziari e dovranno assicurare un'adeguata rappresentatività agli investitori».

    I beneficiari del Piano di edilizia sociale saranno, secondo il documento del governo, «nuclei familiari a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni sociali svantaggiate, studenti fuori sede, sfrattati, immigrati regolari a basso reddito, residenti da almeno 10 anni in Italia e 5 nella stessa Regione». Il Piano prevede che una parte dei nuovi alloggi venga concesso in locazione a un canone agevolato. Tutti gli immobili affittati, inoltre, potranno essere riscattati dagli affittuari che desidereranno avvalersi dell'istituto della prelazione. Il mutuo per riscattare l'abitazione sarà concesso da istituti bancari convenzionati ad un tasso di interesse agevolato con rate non superiori ai 300 euro mensili.

    Occorre ora attendere la risposta delle Regioni, che sono state chiamate a proporre al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, entro 180 giorni, un «programma coordinato di interventi volto a incrementare il patrimonio di edilizia residenziale». Si legge dalle notizie che verrà convocata una Conferenza di servizi ad hoc per valutare l'ammissibilità delle proposte presentate dagli altri soggetti pubblici e privati interessati. Sarà prevista la possibilità di nominare un commissario con pieni poteri in caso di «ritardi nell'attuazione del programma» da parte delle stesse Regioni.

    Nonostante la tempistica estremamente serrata prevista dal provvedimento, i nuovi cantieri potranno essere aperti nella migliore delle ipotesi non prima di sei mesi, essendo la materia estremamente complessa e il numero dei soggetti pubblici e privati interessati assai elevato. Pertanto, per raggiungere in tempi non lunghi il primario obiettivo di dare una casa agli italiani, sarà anche necessario snellire notevolmente i vari iter burocratici a livello nazionale e soprattutto a livello locale. È, questa, una ulteriore sfida che il governo Berlusconi intende affrontare e superare con successo.

    July 22

    G8 e riforma delle Nazioni Unite

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 luglio 2009

    Delle conclusioni alle quali è giunto il summit del G8 dell'Aquila si continuerà ancora a parlare a lungo, prima di tutto perché sono volte alla tutela delle persone, secondo l'ormai noto slogan «people first», ma anche perché sono destinate a porre le basi per riforme importanti, non solo a livello nazionale e di contrasto alla crisi economica, ma anche nell'ambito della cooperazione internazionale. Tra le priorità vi è la lotta alla fame nel mondo, con il sostegno finanziario ai paesi poveri e, in particolare, al continente africano; segue la lotta alla speculazione, che, dopo un primo disorientamento causato dallo scoppio della bolla del mercato immobiliare, ha ricominciato repentinamente a operare, agendo in special modo sulle «commodities» (materie prime, petrolio, generi alimentari); seguono ancora la lotta all'evasione fiscale e ai paradisi fiscali, l'introduzione dell'etica negli affari e la regolamentazione del mercato finanziario, secondo le regole dettate dal «Lecce Framework», le politiche anti-crisi concertate tra i paesi, il no al protezionismo e il forte desiderio di allargare il dialogo, non più solo ai sette paesi maggiormente industrializzati (Stati Uniti, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia) più la Russia, ma anche ad altri interlocutori, che giocano ormai un loro ruolo nell'economia mondiale (Brasile, Messico, Cina, Sud Africa, India ed Egitto), per costituire il G14.

    A lavori conclusi, però, sono molte le grandi questioni lasciate aperte, che dovranno essere affrontate con coraggio e con determinazione. La crisi economica e finanziaria ha scosso tutto il mondo ed è avvenuta sotto gli occhi scarsamente vigili degli enti preposti alla sorveglianza e al controllo, come le banche centrali, gli organi di vigilanza delle borse, le società di rating, le organizzazioni internazionali quali il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, nonché le agenzie specializzate dell'ONU. Alla vigilia della costituzione del nuovo gruppo dei grandi, il G14, e di fronte al moltiplicarsi del numero di incontri al vertice, non si può fare a meno di chiedersi se tutte le istituzioni costituite ormai da decenni, e alcune da più di mezzo secolo, dimostratesi inadatte a comprendere, prevedere, impedire e ostacolare l'attuale crisi finanziaria ed economica, non debbano essere profondamente riformate o anche cedere il passo a nuovi modelli di cooperazione internazionale.

    Tra i grandi temi trattati nei due giorni del summit aquilano vi è stato anche quello relativo - appunto - alla riforma delle Nazioni Unite, ossia dell'organizzazione internazionale sorta dopo la seconda guerra mondiale dalle ceneri della Società delle Nazioni, che rappresentava il primo esperimento di organizzazione sovrannazionale per tutelare la pace fra le nazioni. La Società delle Nazioni si sciolse proprio perché non fu in grado di evitare il secondo conflitto mondiale. L'Organizzazione delle Nazioni Unite è nata dalla conferenza di 50 paesi (sottoscritta successivamente anche dalla Polonia come cinquantunesimo Stato) tenuta il 25 aprile del 1945. L'ONU ha per mandato il conseguimento della cooperazione internazionale in ambito di sviluppo economico, di progresso socioculturale, di diritti umani e di sicurezza internazionale intesa come mantenimento della pace mondiale, anche attraverso efficaci misure di prevenzione e repressione delle minacce e delle violazioni alla pace. A oltre sessant'anni dalla sua fondazione, è unanime l'opinione che l'Organizzazione delle Nazioni Unite necessiti di riforme sostanziali, in virtù del fatto che le ampie aspettative sul suo operato sono state in gran parte disattese. Tra le critiche più spesso avanzate vi sono le occasioni mancate di intervento nei conflitti, come - solo per citarne alcune - in Georgia, in Sudan, in Somalia, in Croazia, al momento della crisi in Jugoslavia, quando venne distrutto il ponte di Mostar, simbolo dell'incontro ideale tra Occidente cattolico e Oriente musulmano.

    Dopo l'accentuarsi del fenomeno delle immigrazioni clandestine dai paesi del Nord Africa verso l'Europa e in particolare verso l'Italia, in parte favorita dall'atteggiamento accomodante se non compiacente del precedente governo Prodi, il ruolo delle Nazioni Unite e in particolare della sua agenzia specializzata chiamata a gestire appunto il grave problema dei rifugiati politici, l'UNHCR, è stato in gran parte disatteso, per via dell'assenza degli uffici dell'agenzia nei territori costieri, ossia nei luoghi di partenza delle cosiddette «carrette del mare», i barconi carichi fino all'inverosimile di disperati in fuga. La presenza di uffici specializzati e chiamati a raccogliere le domande per il riconoscimento dello status di rifugiato politico nei luoghi di partenza avrebbe potuto evitare numerosissimi viaggi pericolosi e disperati in acque spesso inospitali, avrebbe consentito di gestire il fenomeno della fuga delle popolazioni dalla guerra e dalle persecuzioni nella sede più consona, appunto quella internazionale e delle Nazioni Unite, e non avrebbero reso necessario solo per alcuni paesi geograficamente interessati dagli sbarchi, come l'Italia, lo sforzo di accogliere con le sole risorse nazionali le migrazioni di massa che rappresentano, invece, un fenomeno che interessa tutti.

    Altre critiche vengono rivolte all'ONU a causa dell'alto costo per la sua stessa gestione, per via dell'elevato grado di burocrazia e del livello eccessivo degli stipendi dei suoi dipendenti. Un interessante articolo di Emanuela Fontana, comparso su Il Giornale a giugno dell'anno scorso, raccontava la ripartizione delle spese di bilancio della FAO, l'agenzia specializzata dell'ONU per la sicurezza alimentare, e come tale ripartizione fosse sproporzionatamente a favore degli stipendi degli stessi dipendenti.

    spese_fao.jpg

    Senza scendere nella disamina particolare delle cifre di bilancio, basta considerare che per assolvere ad uno dei principali obiettivi che le Nazioni Unite si sono poste fin dalla loro fondazione, ossia per lottare contro la fame nel mondo, sono state create nel tempo ben tre agenzie specializzate (FAO, IFAD e WFP). La FAO, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, è stata fondata nel 1945 con il mandato di accrescere i livelli di nutrizione, aumentare la produzione agricola, migliorare la vita delle popolazioni rurali, ridurre la fame cronica e sviluppare in tutto il mondo i settori dell'alimentazione e dell'agricoltura. Non dissimile è il mandato dell'IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, fondato a quarant'anni di distanza dalla nascita della FAO, nel 1977, nel quale si legge che l'obiettivo è quello di incrementare le attività agricole dei paesi membri delle Nazioni Unite e di eliminare la povertà e la fame nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. Ancor prima dell'IFAD era stato fondato il WFP, Il Programma Alimentare Mondiale, nel 1961, con l'obiettivo di distribuire cibo a circa 90 milioni di persone in 80 paesi. Le tre agenzie, che hanno tutte sede a Roma, svolgono pertanto ruoli in gran parte sovrapposti e in parte integrabili, con la conseguenza di una insostenibile e ingiustificabile triplicazione di costi di gestione e di personale.

    Con la costituzione dei diversi gruppi dei grandi (G8, G14 e G20), aventi anch'essi in parte funzioni sovrapponibili a quelle dell'ONU e delle sue numerose agenzie specializzate, si pone con maggiore urgenza ed evidenza il problema di una riorganizzazione dei vari organismi internazionali, quelli vecchi e quelli nuovi, e una loro armonizzazione e integrazione, che favorisca lo sviluppo di quelli che hanno dimostrato maggiore efficienza, minori incrostazioni burocratiche, rapida capacità decisionale e costi più contenuti.

    July 17

    Il governo ha varato il Dpef

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 16 luglio 2009

    È stato approvato il 15 luglio dal Consiglio dei ministri il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF), che nel suo complesso prevede lo stanziamento di 27,3 miliardi di euro in quattro anni. Dovrebbe essere l'ultima volta che il governo vara il documento così come lo conosciamo oggi. Dopo l'approvazione della riforma della Finanziaria, infatti, il DPEF sarà sostituito dal DFP (Decisione di Finanza Pubblica).

    Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha illustrato lo status quo in cui il paese si trova e le previsioni del governo circa l'andamento delle entrate tributarie, dell'evasione fiscale, dell'economia nel suo insieme. Sebbene il quadro attuale dell'economia mondiale non sia dei più rosei, ad un confronto a livello internazionale la situazione economica italiana appare la migliore in assoluto. Infatti l'Italia ha prospettive migliori per uscire dalla crisi prima degli altri paesi industrializzati. A conforto di questa tesi vi sono alcuni dati recenti. In primo luogo, la Cassa Integrazione Guadagni è diminuita (a giugno cala dell'8% rispetto al mese precedente) e vi sono stati, inoltre, timidi segnali di ripresa nella produzione industriale, che ha presentato un segno positivo nel suo indice di variazione (il dato della produzione industriale destagionalizzato ad aprile è stato dell'1,2%, e a maggio è rimasto stabile). Ciò sta a significare che almeno nell'industria la recessione può essere considerata finita. Inoltre, la bilancia dei pagamenti italiana ha presentato un saldo positivo della voce degli investimenti diretti, che da gennaio ad aprile 2009 è stato di 2,8 miliardi di euro. Anche gli investimenti industriali italiani hanno presentato segnali di ripresa.

    Il governo è ottimista sul futuro e prevede una ripresa del sistema Italia a cominciare dall'anno prossimo. Nel frattempo - è stato dichiarato - si seguiranno le vie già intraprese per combattere la crisi economica, e che sostanzialmente si riassumono in tre obiettivi fondamentali.

    • In primo luogo, occorre perseguire un utile sostegno alle piccole e medie imprese, sia nei riguardi dell'accesso al credito, che rimane raro e caro anche per effetto dei tassi reali, sia attraverso l'inizio di alcune opere pubbliche entro la fine dell'anno, per un valore complessivo di 13,7 miliardi di euro e che coinvolgerà un numero elevato di Pmi appaltatrici. Le banche, dal canto loro, sono chiamate a svolgere il loro ruolo nel migliore dei modi.
    • Essenziale sarà la copertura finanziaria per gli ammortizzatori sociali, per le prestazioni sociali, per quelle pensionistiche e per quelle sanitarie. Tale assicurazione del governo ha riscosso il plauso di Confindustria e dei sindacati, intervenuti alla conferenza stampa.
    • Infine, è essenziale una «tenuta dei conti pubblici».

    È presumibile, secondo le stime del governo, che l'economia italiana sarà ancora in una fase recessiva per tutto il 2009 (il PIL decrescerà del 5,2% nell'anno in corso) e i primi segnali di ripresa non saranno evidenti prima del 2010, anno in cui, sempre secondo le stime, il reddito nazionale crescerà dello 0,5%. Meglio andrà nel 2011 e nel 2012, anni nei quali il Prodotto Interno Lordo, secondo le previsioni, dovrebbe crescere del 2%. Se la crisi internazionale sarà superata in tempi brevi, i tassi di crescita previsti dovrebbero migliorare.

    Fino ad ora le politiche di sostegno all'economia, alle famiglie e alle imprese hanno comportato un aumento del deficit di bilancio, che ha raggiunto il 5,3% del PIL. Alla luce, però, del confronto internazionale con gli altri paesi europei, quest'ultimo dato, seppur superiore ai parametri imposti dal Trattato di Maastricht, risulta essere tra i più bassi. Meglio non è andata per quanto riguarda le entrate tributarie, che sono decresciute nel loro complesso del 3,2%. Tuttavia, sulla base dei dati pubblicati sul Bollettino delle entrate tributarie del Ministero delle Finanze (grafico), si evince che la riduzione delle entrate tributarie è decresciuta negli ultimi mesi. Il ministro Tremonti è comunque soddisfatto di come sia andata l'autotassazione, anche se in questo caso i dati sono solo provvisori e occorrerà attendere fino al 5 agosto per avere quelli definitivi.

    entrate_tributarie_2009.jpg 

    In concomitanza con l'approvazione del DPEF, è stato presentato l'emendamento al decreto anti-crisi che contiene il provvedimento denominato «scudo fiscale». Tale provvedimento consiste, nella sostanza, nella tassazione con aliquota del 5% dei capitali dichiarati e rimpatriati, affluiti nei cosiddetti «paradisi fiscali». Il contenuto del provvedimento è stato discusso anche in sede G8 a L'Aquila. Infatti, lo scudo fiscale rappresenta una misura importante per il rientro dei capitali, per la lotta all'evasione fiscale e ai paradisi off-shore per tutti i paesi.

    July 10

    G8: si afferma la leadership italiana

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 9 luglio 2009

    Il primo giorno dei lavori del G8 di L'Aquila si è concluso con una sostanziale approvazione dei Global legal standard, ossia delle regole contenute nel documento denominato «Lecce Framework», presentato all'approvazione dei grandi del mondo dal governo italiano e dal ministro Tremonti. Il nostro Esecutivo, dopo aver ricevuto i complimenti dei presidenti Obama relativi all'eccellenza nell'organizzazione dell'incontro, ha anche mostrato soddisfazione per l'importante decisione presa durante questa prima giornata, che premia il lavoro elaborato al G8 finanziario di Lecce di giugno, svoltosi sempre sotto la presidenza italiana.

    Le regole che verranno introdotte, in seguito a tale decisione, riguardano nella sostanza i principi di trasparenza e di correttezza che i mercati finanziari dovranno adottare d'ora in avanti in modo armonizzato e globale. Si tratta di una novità assoluta, in quanto un tentativo di armonizzazione a livello planetario non è mai stato affrontato. Secondo quanto afferma Tremonti in conferenza stampa «se l'economia è globale, il diritto non può restare locale». Tali regole generali e in linea di principio dovranno essere tradotte in strumenti precisi e più operativi.

    Sarà il governatore Mario Draghi, in qualità di Presidente del Financial Stability Board, chiamato a redigere le proposte operative relative al campo finanziario che saranno discusse a settembre in occasione del G20 di Pittsburgh e a novembre durante il G20 ministeriale. Solo dopo aver compiuto questo difficile compito di realizzazione della rete regolamentativa del mercato finanziario globale sarà possibile stilare un bilancio dei risultati che avranno raggiunto gli incontri e gli accordi a livello internazionale susseguitisi dallo scoppio della bolla speculativa e dall'inizio della crisi economica, affinché si possa fare un uso più lungimirante della finanza.

    L'impegno assunto dai grandi riguarda non solo il mondo della finanza, del suo risanamento e della sua regolamentazione. Si è discusso anche della sostenibilità fiscale di medio e di lungo termine delle politiche anti-crisi, di come tali politiche possano stimolare la crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro. È stato assunto l'impegno di porre in essere politiche attive per il lavoro e di mantenere i sussidi alla disoccupazione.

    Risalto è stato dato all'impegno della comunità internazionale per contrastare i paradisi fiscali, auspicando un maggiore grado di collaborazione fra gli stati. Nel corso delle ultime settimane uno dei paesi che si è trovato sotto i riflettori è stata la Svizzera, che però ha aggiornato numerosi accordi fiscali bilaterali per aderire in misura maggiore agli standard Ocse. Poiché alcuni paesi, come l'Italia, stanno portando avanti una serie di  misure di rientro dei capitali, come lo «scudo fiscale», occorre che tali politiche siano al centro della discussione fra i paesi interessati.

    I negoziati del Doha Round hanno ricevuto un ampio stimolo dall'attuale G8, come si auspicava in sede dell'accordo Cina-Italia sul commercio internazionale avvenuto il 6 luglio scorso. Infatti si è ribadito un forte no al protezionismo e a tutte le forme di barriere tariffarie e non tariffarie. Nella giornata di giovedì 9 luglio potrebbe essere anche deciso, durante l'incontro tra gli otto grandi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Spagna, Giappone, Gran Bretagna, Canada) con la Cina, l'India, il Brasile, il Messico e il Sud Africa, che i negoziati sul commercio internazionale debbano essere conclusi entro il 2010. In riferimento ai paesi poveri, specie a quelli africani, inoltre, i grandi della Terra hanno deciso di stanziare 12-15 miliardi di euro in tre anni per incentivare l'agricoltura e la sicurezza alimentare, al fine di sradicare la povertà.

    Per quanto riguarda la questione ambientale il premier Silvio Berlusconi ha affermato che occorre «chiedere a Cina, Brasile, India e altri paesi emergenti - ossia a quei paesi che hanno il più alto tasso di inquinamento - di prendere degli impegni ben precisi». È un punto importante questo, poiché se gli Stati Uniti e l'Europa prendessero seri provvedimenti per ridurre l'emissione di anidride carbonica senza che gli altri paesi menzionati facessero altrettanto, non si raggiungerebbero comunque risultati auspicabili e si subirebbero, invece, effetti negativi immediati in termini di riduzione della dinamica del processo produttivo.

    Il clima di accordo e di collaborazione che si respira durante questo incontro è la risposta più adeguata alle provocazioni di una parte della stampa estera che in questi giorni ha tessuto trame diffamatorie nei confronti del governo italiano. È anche un clima di fiducia quello che si respira a L'Aquila, come sostiene il premier, che in conferenza stampa assicura che il peggio della crisi economica è passato. La fiducia è contenuta anche nell'ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale che ha pubblicato proprio ieri l'ultimo numero del World Economic Outlook. L'Istituto ha affermato che la ripresa economica è in arrivo e ha rivisto al rialzo le sue previsioni riguardo all'andamento dell'economia mondiale (le proiezioni riguardo al Pil mondiale sono di -1,4% nel 2009 e 2,5% nel 2010). L'Fmi è ottimista anche riguardo all'evoluzione dell'economia dei maggiori paesi industrializzati.

    July 08

    L'importanza dell'accordo Italia-Cina

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 7 luglio 2009

    La crisi economica e finanziaria ha portato i potenti del mondo a riflettere seriamente sul modello economico e sociale che si è delineato con l'avvento della new economy e della globalizzazione, che si è diffusa spontaneamente senza l'elaborazione di regole comuni. Già il fallimento dei negoziati del Doha Round, prima ancora che la bolla speculativa del mercato immobiliare esplodesse, aveva posto seriamente la questione di come poter affrontare nelle sedi competenti e nei tempi più adeguati l'elaborazione e l'affermazione di un modello di regole globali che gettasse le basi per un nuovo ordine monetario ed economico mondiale e rinnovasse gli effetti virtuosi degli accordi di Bretton Woods.

    I numerosi incontri internazionali che in questi giorni si sono ripetuti hanno seguito solchi comuni e hanno affermato quanto importante sia che i principi di etica e di trasparenza tornino al centro del dibattito politico, ancor prima della discussione degli stessi accordi economici e finanziari. Un appello particolarmente autorevole è venuto dalla Santa Sede, che ha voluto porre l'attenzione sull'etica dell'economia e sull'importanza che la tutela dell'occupazione e dei valori fondanti della persona tornassero al centro delle misure economiche in discussione.

    Sintesi di ogni appello all'etica e alla trasparenza è rappresentato dal «Lecce Framework», ossia il documento che riassume i risultati dei lavori del G8 economico e finanziario che avuto luogo a Lecce appunto nel giugno scorso. Tale documento sarà presentato sul tavolo del G8 dell'Aquila. Questo testo è stato elaborato sotto la guida del ministro Giulio Tremonti e ha definito i «Global Legal Standard», ossia l'insieme di nuove regole per l'economia e la finanza. Tra i primi punti vengono indicati il superamento del segreto bancario, nuove governance societarie, il rispetto degli standard per la difesa dell'ambiente, del lavoro, della società. Sono presenti ampi riferimenti alla lotta contro l'evasione e l'elusione fiscale, contro la criminalità finanziaria e contro il riciclaggio del denaro sporco. Nel mirino dei nuovi «Global Legal Standard» anche i superstipendi dei top manager, non solo bancari, che devono invece essere «sostenibili». Essenziale sarà elaborare regole condivise a livello internazionale, che ostacolino sul nascere ogni forma di speculazione e il rigonfiamento di bolle nei diversi mercati.

    Coscienti dell'importanza di tornare a mettere al centro dell'attenzione il ruolo dei valori economici fondamentali, quelli attinenti alla produzione economica tradizionale, ieri, a brevissima distanza dall'inizio dei lavori del G8 dell'Aquila, l'Italia ha concluso con la Cina una serie di accordi che ha riscosso ampio consenso nel mondo imprenditoriale sia italiano che cinese. Il nostro governo ha chiesto al governo di Pechino di appoggiare, inoltre, la proposta italiana al G8 di riprendere i negoziati del Doha Round, interrotti prima dello scoppio della bolla speculativa immobiliare, per poter tornare a lavorare sugli accordi per un libero scambio e per ostacolare ogni forma di protezionismo. La politica ha fatto da cornice ad un incontro fortemente orientato all'incontro business to business. Si sono incontrati, infatti, trecento imprenditori cinesi e cinquecento imprenditori italiani per siglare accordi di partnership e joint-venture. Sono stati sottoscritti 38 accordi nei settori industriali tradizionali, in primis quello automobilistico, e in settori nuovi come quello delle fonti energetiche rinnovabili e delle biotecnologie, ma anche nella logistica e nei trasporti, per un valore complessivo di 2 miliardi di dollari. Tali accordi consentiranno alle imprese italiane (grandi e medie - Fiat, Mediobanca, Generali, Ansaldo Breda - e piccole imprese) di incrementare la loro produzione e la loro delocalizzazione, ma anche incentiveranno gli investimenti cinesi in Italia. Inoltre, l'interscambio aumenterà, poiché attualmente le esportazioni italiane in Cina subiscono il peso di dazi e di barriere tariffarie consistenti. Come ha ricordato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola:«Nel 2008 l'interscambio è stato pari a 38 miliardi di dollari e l'Italia è il quarto partner commerciale della Cina nell'Unione europea e il quinto Paese dell'Unione per investimenti diretti in Cina».
     

    La Fiat tornerà a produrre auto in Cina a partire dal 2011 grazie ad un accordo sottoscritto con la cinese Gac, introducendo nel mercato cinese il nuovo prodotto automobilistico, la Linea. Sarà costruito uno stabilimento di 700 mila metri quadrati per un investimento di 400 milioni di euro. La produzione della Fiat proseguirà con altri due modelli a largo consumo: la Punto e la Brava. Le altre partnership riguardano aziende di medio-grandi dimensioni (come Ericsson, Alessi, Ansaldo Breda, Eicma, Marazzi Group, Mediobanca, Unindustria Bologna e Assolombarda, la società di gioielli di lusso Vpa, il Gruppo Manfrin per la pelletteria, il Gruppo Getra) e imprese di piccole dimensioni.

    A margine del summit il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha affermato, in merito agli scontri che hanno interessato in questi giorni la regione cinese dello Xinjiang, che se da un lato vi è la necessità di «rispettare la politica cinese di integrità territoriale», dall'altro occorre «aprire un dialogo su tutti i temi, diritti umani compresi». Su tale questione il governo italiano si sta adoperando affinché l'Unione Europea adotti una «dichiarazione comune» alla quale i paesi membri si dovranno uniformare. L'auspicio è che la diplomazia possa seguire i suoi passi per raggiungere i medesimi brillanti risultati che l'Italia ed il suo Governo ha saputo raggiungere in campo imprenditoriale.

    July 01

    NUCLEARE O RINNOVABILI?

    LE INCOGNITE DELL'ENERGIA CHE VERRA' 
     
    Vista l'insostenibilità a lungo termine della dipendenza dal petrolio, si fa sempre più largo l'ipotesi di un rilancio del nucleare, tra le proteste di chi preferirebbe puntare su un'energia apparentemente ecocompatibile
     
    di Emanuela Melchiorre
     
    pubblicato su
    CHARTA minuta
    nuova serie anno III - n. 16
    maggio giugno 2009
     
     
     

    Questi ultimi tre anni della prima decade del secolo saranno ricordati come quelli che hanno visto lo scoppio della crisi finanziaria ed economica più grave nella storia, ancor più della Grande Depressione degli anni Trenta, per la vastità degli effetti negativi, diretti e indiretti, che la speculazione selvaggia ha prodotto in tutti i paesi, siano essi industrializzati o emergenti, e in tutti i settori produttivi. Infatti, nell’agosto del 2007 vi è stato lo scoppio della bolla speculativa detta erroneamente dei subprime, ma che in realtà ha avuto radici nella speculazione del mercato immobiliare e, a onor del vero, ancora più remote nel tempo e risalenti alla bolla speculativa clintoniana della new economy negli anni Novanta. Nell’autunno del 2008 vi è stato poi lo scoppio delle bolle speculative del petrolio e dei generi alimentari con il progressivo avvitamento finanziario, fino al fallimento e il salvataggio di alcuni grandi istituti d’affari, assicurazioni comprese, con ripercussioni a livello mondiale in tutti i sistemi finanziari e creditizi. Naturale quindi che la crisi abbia colpito l’economia reale, partendo dal settore automobilistico e dall’industria edilizia, con i loro indotti, per proseguire ad altri rami dell’attività economica.

    Non è dato sapere quanto la recessione ancora durerà o se si trasformerà in depressione con milioni e milioni di disoccupati. I più ottimisti sostengono che solo durante l’ultimo trimestre del 2009 si cominceranno a vedere i primi segnali di ripresa. È vero che, a differenza di quanto avvenne nella crisi del 1929-34, questa volta i governi dei paesi del G7 hanno reagito prontamente alla crisi, con interventi diretti a sostegno del settore creditizio, con la nazionalizzazione a più riprese e a più livelli delle banche nazionali, eccezion fatta per l’Italia, e, in seconda battuta, a sostegno del settore automobilistico in forte crisi in tutto il mondo. Tali interventi però sono stati compiuti in modo disorganico, nonostante i ripetuti appelli al coordinamento internazionale delle politiche economiche nazionali fatti in occasione dei numerosi incontri internazionali, che in pochi mesi si sono susseguiti a vari livelli. La disorganicità degli interventi rischia di creare spinte protezionistiche, di cui si scorgono segnali negli Stati Uniti con la loro clausola «buy american», e in Francia con il sostegno pubblico al settore automobilistico alla condizione che le industrie non localizzino gli impianti in altri paesi.

    Se la crisi economica ha avuto e continua ad avere effetti negativi molto vasti e oggi di difficile determinazione, dal canto loro i governi dei paesi avanzati hanno iniziato a improntare politiche economiche di sostegno e di sviluppo che altrimenti sarebbero state disattese. In certo qual modo si può dire che, come recita il noto detto, che “non tutto il male vien per nuocere”, la cris odierna ha indotto i governi ad approntare con una certa enfasi politiche di diversificazione della produzione di energia. Si è preso atto che la dipendenza dal petrolio sia divenuta ormai una situazione difficilmente sostenibile, perché soggetta a repentine e frequenti crisi dovute, non già alla mancanza di disponibilità della materia prima, che al contrario si trova in quantità abbondante sul nostro pianeta, quanto piuttosto all’atteggiamento speculativo al quale il mercato del greggio è soggetto periodicamente. È fuori di dubbio che senza una regolamentazione dei mercati finanziari che scoraggi o, ancor meglio, che impedisca ogni forma di speculazione, non sarà possibile uscire dall’attuale fragile situazione che vede il formarsi di bolle speculative finanziarie a ripetizione che investono di volta in volta mercati e prodotti con ripercussioni a livello globale. Vale infatti la pena citare l’attuale rigonfiamento della bolla speculativa sul mercato dell’oro e quella appena esplosa nel mercato delle opere d’arte.

    In attesa che il Fondo Monetario Internazionale, le Banche centrali, quelle nazionali e il Financial Stability Forum, pongano in essere una serie di regole e di controlli che impediscano la speculazione (come ad esempio il divieto delle operazioni in borsa allo scoperto), è importante fin da subito rimettere in moto i sistemi produttivi anche attraverso nuovi rapporti di collaborazione tra i vari paesi, come ad esempio ha fatto il governo Berlusconi, che ha firmato, nell’agosto scorso, l’accordo con la Libia per garantirsi quantitativi di greggio e di gas abbondanti e a prezzi costanti.

     

    Il piano energetico europeo

    A livello sovrannazionale, l’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, aveva elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto non sono stati soddisfatti. Lo slogan 20-20-20, come è noto, sta a indicare che con tale piano si intende:

    - aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili;

    - aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020;

    - ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.

    Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato.

    Partendo dalla considerazione, però, che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di CO2 rischia di compromettere la crescita di un paese. In particolare, come si è scritto sulla rivista Finanzia Italiana[1], posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie con diversi livelli di sviluppo e dinamicità, si è sostenuto che imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali. In virtù di tale valutazione e con l’incalzare della crisi finanziaria, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stata contrastata dal governo Berlusconi, che riteneva tale piano inadatto all’evolversi degli eventi finanziari ed economici, e proprio grazie all’intervento italiano il piano europeo è stato riesaminato e i suoi parametri sono stati resi flessibili e soggetti a revisione nel tempo.

     

    Il piano energetico del presidente Hussein Obama

    Il presidente Usa Barack Hussein Obama aveva promesso in campagna elettorale la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009. L’obiettivo finale sarebbe dovuto essere quello di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Come ha dimostrato nei due mesi che sono intercorsi dal momento del suo insediamento ad oggi, con i dazi all’import dell’acqua minerale (poi revocati), dell’acciaio e di alcuni generi alimentari di interesse europeo (ancora attivi), il nuovo presidente americano ha dimostrato di prediligere di gran lunga l’autarchia al libero commercio. Non stupisce, quindi, che anche e soprattutto nel campo energetico, settore tra i più strategici se non il più strategico di un qualsiasi sistema economico, egli abbia l’ambizione di produrre entro i confini federali la quantità di energia per l’intero fabbisogno nazionale.

    Secondo il piano menzionato, negli Stati Uniti l’occupazione dovrebbe aumentare in virtù del fatto che le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali (per produrre energia da eolico o fotovoltaico occorre, come dicono gli esperti, un numero di addetti dieci volte superiore a quello che occorre per la produzione da carbone o nucleare). Incentivando, quindi, le “fonti verdi”, secondo la visione del presidente Hussein Obama si dovrebbe stimolare l’occupazione. Questo assunto però perde di qualsiasi significato, come ha fatto notare Franco Battaglia in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, assicurare la produzione nazionale di energia utilizzando fonti che presentano costi più alti rispetto a quelle tradizionali, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda che perderebbe, quindi, la sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni.

    In definitiva, come lo stesso Battaglia[2]  sottolinea, si può affermare che lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico e del solare termico che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili, in assenza di sussidi pubblici (tabella 1).

     

    Tabella 1

     

    Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente autosufficiente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere una caratteristica sufficiente per concentrare le risorse prelevate dai contribuenti.

     

    Gli inconvenienti e il potere inquinante delle fonti rinnovabili

    Come è ampiamente illustrato da Michael C. Lynch, nel suo volume “The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels?[3] vi è un’ampia varietà di problemi che solitamente viene ignorata quando si considerano le fonti rinnovabili: occorre una immensa disponibilità di terreni per il fotovoltaico; l’impatto sulla produzione alimentare con il bioetanolo; l’intermittenza della fornitura con l’eolico e il fotovoltaico; e, infine, i loro effetti inquinanti.

    L’etanolo, ad esempio, secondo quanto sostiene Lynch, ha una serie di conseguenze negative, fra le quali l’elevato fabbisogno energetico sia per i fertilizzanti, sia per la sua trasformazione e sia ancora per il suo trasporto. Inoltre, il biofuel, secondo l’autore, ha un impatto sui prezzi dei prodotti alimentari, anche se non lo si può considerare la causa dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2007 che ha creato serie difficoltà alle economie avanzate e ha rafforzato il problema della fame nei paesi poveri. Per di più, il carburante a etanolo, sempre secondo l’autore, porta con sé una varietà di sostanze inquinanti (elevati livelli di acetaldeide e formaldeide, maggiori rispetto alla benzina normale, ma anche maggiori composti organici volatili). Le celle fotovoltaiche, dal canto loro, conclude l’autore, possono contenere dei materiali pericolosi che possono essere rilasciati in caso di incidenti, mentre gli impianti per la concentrazione del solare di solito usano petrolio o sali fusi, e quasi tutti gli impianti richiedono sostanze come lubrificanti e fluidi idraulici.

    Inoltre, le fonti energetiche alternative, oltre che essere tutt’ora antieconomiche (Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, afferma, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro, mentre un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre 24 gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro, ossia appena un dodicesimo degli impianti eolici[4]), presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, come più volte sostenuto dal franco Battaglia in numerosi articoli pubblicati su Il Giornale, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è invece da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi.

    Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione e ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972 aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli “esperti” catastrofisti, che secondo alcuni erano interessati a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento del giacimento di Tupi, nella Baia di Santos, in Brasile, che si estende per 350mila chilometri quadrati (più della superficie dell’Italia) di fronte alla costa brasiliana che va da Curitiba, a San Paolo a Rio de Janeiro. Il giacimento, scoperto recentemente, ha dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.

    Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. Era nell’ordine naturale delle cose che la bolla speculativa scoppiasse e che si intervenisse in borsa vietando, ad esempio, le vendite allo scoperto e disciplinando i futures, per ricondurre il prezzo del greggio a un livello coerente con il potere d’acquisto del dollaro, tenuto conto del suo deterioramento, vale a dire un prezzo odierno tra i 40 e i 50 dollari al barile[5].

    Per superare la grave empasse mondiale occorre, oltre che bloccare per tempo l’insorgere delle bolle speculative, elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, come più volte chiesto dall’Associazione Italiana Nucleare (AIN), che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di CO2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso a un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse e i termoconvertitori, ma anche potenziando il sistema idroelettrico, già presente in larga parte anche sul territorio italiano e il sistema geotermico, presente in Toscana fin dalla metà dell’Ottocento, con le centrali geotermiche di Pisa, Siena e Grosseto.

     

    La fusione nucleare, la sfida del terzo millennio

    Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, ossia  utilizzando lo stesso processo presente nelle stelle e nel Sole, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA). La costruzione durerà almeno dieci anni e produrrà energia a partire dal 2035. La fusione nucleare, si dice con un certo ottimismo, potrebbe diventare una realtà non prima della seconda metà di questo secolo. Il Progetto Iter è l’ultimo passo di una lunga serie di sperimentazioni scientifiche iniziata nei primi anni Novanta.

    Le sperimentazioni sulla fusione nucleare hanno avuto un importante contributo dalla ricerca italiana, specie grazie agli istituti INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e ENEA con sedi in Frascati (Roma). Questo testimonia il fatto che in Italia vi siano ancora le eccellenze nell’ambito della ricerca che resistono all’impulso di andare all’estero, presso istituti maggiormente finanziati e noti, per preservare un livello di conoscenza e di ideazione entro i confini nazionali. Il problema della “fuga dei cervelli” non riguarda esclusivamente il settore della sperimentazione nucleare, ma tutti gli ambiti della ricerca scientifica ad alti e altissimi livelli. La sfida per il nostro paese e per l’attuale governo non sarà soltanto quella di reintrodurre il nucleare come produzione energetica, dopo il disastroso referendum del 1987, ma anche e soprattutto quella di favorire l’insieme delle condizioni economiche e relazionali essenziali per conservare il patrimonio nazionale di conoscenze tecniche e scientifiche, e quello di attirare dall’estero i ricercatori italiani emigrati in tempi precedenti. Inoltre, la ricerca tecnica e scientifica non può prescindere dalla sua immediata applicazione industriale. A tal fine l’Università e i centri di ricerca nazionali dovranno agire in sinergia con le imprese utilizzatrici.

     

    Il nucleare italiano

    Il recente accordo sottoscritto dal governo Berlusconi con il presidente francese Sarkosy permetterà lo scambio di know how tra il nostro paese e la Francia per implementare 4 centrali nucleari di terza generazione sul territorio italiano. Attualmente, occorrono almeno dieci anni per la costruzione di una centrale nucleare di terza generazione. Tramite l’accordo sottoscritto si vuole tentare di accorciare tale periodo e di ridurre, quindi, il ritardo italiano. Il governo, per costruire le nuove centrali nucleari ha elaborato un modello di finanziamento capace di attirare gli investitori grazie a un consorzio di imprese che costruiscano e gestiscano le centrali e gruppi di grandi consumatori che possano beneficiare di forniture concordate sulla base di un contratto pluriennale a prezzi prefissati.

    Introdurre il nucleare in Italia significa agire fin da subito indirizzando l’opinione pubblica, ossia, come si usa dire, gestendo il consenso sia a livello nazionale, sia a livello locale, mediante una corretta informazione sui rischi connessi alla produzione energetica e allo stoccaggio delle scorie radioattive. Inoltre, poiché gli investimenti in materia di produzione nucleare hanno una ricaduta in termini economici e di rischi che travalica l’arco di una singola legislatura, introdurre il nucleare in Italia significa anche impegnarsi a livello intergenerazionale, come ha fatto notare l’onorevole Adolfo Urso intervenuto al convegno “Presupposti per il programma elettronucleari nazionale” del 19 marzo scorso, considerando tale scelta come una opzione ormai necessaria e irreversibile. Ripensamenti comporterebbero costi estremamente elevati in termini di efficienza economica e di credibilità a livello internazionale. Pertanto, la gestione del consenso non dovrà essere solamente riferita all’elettorato, ma anche rivolta a tutta la classe politica, al fine di consolidare una coscienza sociale stabile nel tempo. Utile a tal proposito sarà l’operato delle associazioni ambientaliste che si sono mostrate favorevoli al nucleare in Italia, allargando le fila del “nuovo ambientalismo”, che solo di recente ha cominciato a muovere i suoi primi passi.

    A proposito della tutela della sicurezza della popolazione e dell’ambiente e per facilitare anche il consenso nei confronti di una transizione dalla produzione energetica da idrocarburi a quella nucleare, sarà utile individuare e realizzare per tempo un sito di stoccaggio nazionale che convogli i residui di produzione dei quattro reattori programmati e, al tempo stesso, implementare l’Agenzia della Sicurezza Nucleare che si avvalga dell’autorevolezza di un avallo governativo[6]. In materia di sicurezza nucleare, interverrà anche la direttiva comunitaria, ancora in corso di ideazione [SEC 2008 2892 2893]. È comunque illusorio credere che la produzione di energia nucleare in Italia possa essere realizzata in modo del tutto autarchico. È essenziale, invece, inserirsi a pieno titolo nella ricerca a livello europeo.

    Infine, realizzare centrali nucleari per sostituire le importazioni di prodotti energetici, la cui bolletta italiana, ossia il valore delle importazioni nazionali relative ai prodotti energetici, si ricordi è come ben tutti sanno molto “salata”, è un processo vantaggioso in termini economici e che allarga il quadro delle relazioni internazionali, concernenti in particolare l’uranio (grafico 1e 2 e Mappa 1). I paesi maggiormente produttori di uranio sono, in primo luogo, Canada e Australia. L’uranio è presente anche in Russia e in alcuni paesi dell’Africa, in Asia centrale e in Estremo Oriente. Anche la Germania e la Francia possiedono riserve di uranio di una certa entità. Variando il mix di produzione energetica italiano, diminuendo la produzione di elettricità da petrolio a favore della produzione nucleare, si ridurrebbe la dipendenza da fonti energetiche controllate da cartelli e da monopoli consolidati nel tempo.



    [1] Finanza Italiana Anno XXVII 5° anno nuova serie, n. 1 e 2, gennaio febbraio 2009

    [2] Franco Battaglia, L’illusione dell’energia dal sole, presentazione di Silvio Berlusconi, Edizioni 21mo Secolo, 2007 Milano

    [3] Michael C. Lynch, The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels? in Peter M. Haas et al. (a cura di), Controversies in Globalization: Contending Approaches to International Relations, Washington DC, CQ Press, 2008

    [4] Franco Battaglia, Ruberie eoliche, Il Giornale, 6 novembre 2006

    [5] Finanza Italiana, Anno XXVI, 4° anno, nuova serie, numero 11-12, novembre dicembre 2008

    [6] Proposta quest’ultima avanzata dall’Associazione Italiana Nucleare durante il convegno organizzato da 21mo SECOLO dal titolo Presupposti per il programma elettronucleari nazionale che ha avuto luogo il 19 marzo 2009 a Palazzo Marini a Roma

     

    Troppi esperti, nessun colpevole

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 giugno 2009

    Il governo, con la recente manovra finanziaria, ha voluto incentivare l’economia sia dal lato dell’offerta, sia dal lato della domanda. Allo stesso tempo ha chiesto a ogni operatore economico, sia esso impresa, sia esso banca o consumatore finale, di assolvere alle proprie funzioni, rispettivamente investendo, concedendo credito e consumando. Di fronte all’unica ricetta semplice ed efficace, il ripetersi quasi giornaliero delle dichiarazioni fatte da esponenti di organismi internazionali o di banche centrali riguardanti l’aggravarsi della crisi e l’alternarsi a ritmo altrettanto frequente di dichiarazioni che vanno nella direzione opposta, ossia che la crisi sia a un punto di svolta, non fanno altro che contribuire al caos e al senso di disorientamento generale.

     

    Ironia della sorte è che coloro che si affannano oggi a dare la loro versione della realtà economica mondiale siano spesso le stesse persone che in passato non hanno saputo vigilare durante il rigonfiamento delle bolle speculative che dagli anni Novanta hanno contagiato incessantemente i mercati, dalla new economy alla bolla speculativa nel mercato immobiliare, dalla speculazione sulle materie prime, specie alimentari e dei prodotti energetici a quella nel mercato dell’oro.

     

    Stupisce che in questo gioco di previsioni errate e di analisi manchevoli e insufficienti non ci sia ancora stato alcun cambiamento nei giocatori. I medesimi restano seduti sulle stesse poltrone, elaborando modelli econometrici lontani dalla realtà, ignorando che l’economia è una scienza sociale e non una scienza esatta, che non rispetta quindi le rigide regole matematiche di un modello studiato a tavolino. Ne era cosciente il Keynes quando aveva formulato la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta partendo dallo studio della realtà e dall’osservazione delle politiche economiche applicate con metodi diversi dagli statisti di allora.

     

    Il modello economico e sociale ormai prevalente, le cui origini forse risalgono alla «scoperta» della Cina ad opera di Henry Kissinger, si è diffuso in ogni paese avanzato ed è tale che la specializzazione verso i servizi finanziari dei paesi industrializzati sia stata perseguita a discapito dei paesi poveri o emergenti. Si è delineato con l’avvento della new economy e ha dilagato senza che le autorità preposte (le banche centrali, le società di controllo delle borse, come la Consob italiana e la Sec americana, il Fondo Monetario Internazionale, le agenzie di rating e via dicendo) siano intervenute. È emblematico il fatto che se si chiede all’uomo della strada quale concetto egli abbia del significato della parola investimento, senza esitazione egli penserà all’acquisto di titoli finanziari, preferibilmente indicizzati, per combattere la perdita del potere d’acquisto della moneta. Così non era prima che la new economy arrivasse e sconvolgesse la finanza e l’economia.

     

    Ma il policy maker non deve farsi fuorviare da tale concetto errato di investimento, come invece è avvenuto nell’euforia di questi anni e ha fatto gridare a Vittorio Feltri «sindaci biscazzieri» dalle pagine del suo giornale. L’acquisto di titoli, ovvero il cosiddetto investimento finanziario, non è altro che un «trasferimento», ossia un investimento per un soggetto e un disinvestimento per un altro. Il concetto di investimento al quale occorre fare riferimento nel momento in cui si formulano le politiche economiche di sviluppo e di crescita è solamente quello «netto», ossia la creazione di nuovo capitale reale (infrastrutture, macchine utensili, mezzi di trasporto, bonifiche, ecc.). Solo incentivando l’investimento netto, il mercato dal lato dell’offerta e la produttività del lavoro si potrà realmente raggiungere la fine del tunnel della crisi economia attuale.

     

    Sarà necessario anche provvedere alla riduzione delle imposte, considerata giustamente parte integrante dell’armamentario del policy maker per combattere la crisi. Tanto più è valida questa ipotesi in Europa se si considera che in essa la pressione fiscale e contributiva in media è superiore a quella statunitense di oltre dieci punti percentuali. Allo stato attuale, poiché la crisi è ancora di difficile soluzione, occorre pensare a tutte le misure utili da adottare. È opportuno affrontare l’aspetto delle relazioni internazionali, siano esse di carattere politico, che economico. Occorre riscrivere le regole a livello internazionale degli scambi commerciali, del sistema dei cambi monetari basati sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti, come l’esperienza degli accordi di Bretton Woods ha dimostrato, ed elaborare una nuova disciplina delle borse valori e delle borse merci.

     

    Ma prima di tutto occorre un certo cambiamento, anzi una pulizia generale dei vertici, compresi quelli delle società di rating e delle banche d’affari. Non è possibile permettere che la ricostruzione dell’economia reale avvenga sotto la guida di chi ha provocato i disastri economici o non ha saputo scongiurarli. Fino a che non verranno sostituiti i personaggi che hanno operato tale disastro economico è improbabile che si possa giungere ad un cambiamento radicale e duraturo delle regole fino ad ora tacitamente seguite, se non incentivate.

     

    È quanto mai necessario che si introducano regole di tutela e di sorveglianza dei mercati, il Global standard di Tremonti e gli stress test. Facendo tesoro della crisi del 1929-33, è necessario non far fallire le banche, ma ciò non significa non procedere a una pulizia generale dei loro bilanci. Una volta, quando una società perdeva quote di capitale in borsa, le dimissioni dei responsabili erano date per scontate. Incredibilmente, in questa crisi, che rimane la più grave degli ultimi decenni, sembra invece che la ricerca dei responsabili non rientri più tra gli obbiettivi da perseguire.