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    June 28

    DECRETO ANTI-CRISI: UN AIUTO CONCRETO

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 giugno 2009

    La manovra d'estate varata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 26 giugno ha previsto, fra le molte disposizioni, numerose misure di sostegno alle imprese e alle famiglie che mirano a combattere le difficoltà imposte dall'attuale crisi economica. È sempre presente nell'azione del governo lo slogan «people first», ossia quel principio con il quale si erano conclusi i lavori degli scorsi G8 dei ministri finanziari e dei ministri del lavoro, secondo il quale in questa crisi economica «nessuno sarà lasciato solo». Il messaggio che con la Finanziaria il governo vuole lanciare sia alle imprese sia alle famiglie è quello di non lasciarsi andare al pessimismo e di continuare a investire nell'economia, di non ridurre le proprie decisioni di consumo e di guardare con ottimismo a futuro.

    Per questo motivo, ancor prima di cominciare a illustrare punto per punto la complessa architettura della manovra, il premier ha voluto dare spazio alle considerazioni politiche che aveva già fatto in passato e in più occasioni. Si è, infatti, rivolto agli economisti che a più riprese si sono espressi riguardo alle previsioni economiche sull'immediato e il prossimo futuro, chiedendo loro di interrompere il flusso di dichiarazioni pessimistiche. Senza scomodare gli animal spirits di keynesiana memoria, è intuitivo che diffondere il pessimismo non giova alle iniziative imprenditoriali e ai piani di investimenti e di sviluppo. Mentre è proprio questo il momento in cui gli imprenditori devono assolvere il loro ruolo precipuo, che consiste nell'assumersi il rischio di impresa e nell'introdurre le innovazioni. Per fare ciò occorre da un lato che i loro piani di investimento non siano ostacolati o disincentivati da considerazioni errate o allarmistiche; dall'altro lato occorre che anche le banche svolgano il loro ruolo principale, che consiste nel raccogliere il risparmio e nell'accordare credito alle imprese. Se le aspettative che esse nutrono per quanto riguarda la solvibilità delle imprese sono negative, infatti, esse non concederanno o ridurranno il loro credito alla produzione. Infine i consumatori, ossia le famiglie e l'uomo della strada, dunque i soggetti che più degli altri operatori economici sono disinformati e soggetti a umori, potrebbero comprimere ulteriormente le loro scelte di consumo in seguito a considerazioni funeste riguardo all'immediato futuro.

    Le aspettative sono, quindi, alla base di tutto il complesso meccanismo di mercato. Per sensibilizzare gli analisti nei confronti degli effetti immediati che le loro affermazioni possono provocare sull'economia reale il ministro Tremonti non molto tempo addietro aveva chiesto fortemente «che gli economisti tacciano!». Allo stesso tempo, però, oltre ad agire sulla leva dell'ottimismo, occorre agire tempestivamente nell'economia per incentivare le giuste scelte di investimento e di consumo. A tale scopo precipuo mira, in sostanza, la manovra d'estate.

    Per quanto riguarda le aziende, il contributo più importante del decreto appena varato è stato quello di introdurre la detassazione degli utili che saranno reinvestiti nell'azienda in beni strumentali e soprattutto in macchinari inscritti nell'elenco dei beni ammortizzabili. Si vuole per tale via incentivare gli investimenti tecnologici delle aziende per aumentarne l'efficienza e la produttività, nonché dare impulso al mercato incentivando gli investimenti in beni durevoli e allo stesso tempo semplificando il calcolo del valore del reddito soggetto a detassazione. Seguendo questa stessa logica è stato previsto «l'acceleramento dell'ammortamento» dei beni durevoli strategici nella produzione. È aumentata anche la svalutazione fiscale dei crediti che entrano in sofferenza. Tale misura è stata introdotta in quanto è a vantaggio delle banche che concedono nuovi crediti alle imprese.

    Nell'ambito del credito alle imprese, inoltre, sulla scia dell'esperienza di altri grandi paesi europei come Francia, Germania e Spagna, è interessante l'introduzione della «export banca», ossia di una combinazione tra la Cassa Depositi e Prestiti e la Sace, per la concessione del credito all'esportazione e al contempo l'assicurazione del credito all'export in una unica soluzione a costi bancari contenuti. Sono previste, inoltre, sempre nel capitolo delle misure anticrisi della Finanziaria, agevolazioni per quelle aziende che impiegano gas nel loro ciclo produttivo e che ricorreranno alla costituzione di consorzi per l'acquisto all'estero di approvvigionamenti di gas a prezzi competitivi rispetto al mercato nazionale.

    Per sostenere l'occupazione il decreto prevede che le aziende che assumeranno lavoratori precedentemente sospesi dall'attività lavorativa o che non ricorreranno alla cassa integrazione guadagni riceveranno un «bonus», ossia un premio per le loro scelte di preservare il «capitale umano» precedentemente assunto e formato. È stato previsto, inoltre, il potenziamento degli ammortizzatori sociali con l'accantonamento di ulteriori vaste risorse finanziarie (25 milioni di euro) per la cassa integrazione guadagni. Il premier ha detto in conferenza stampa che «il governo non lascerà nessuno solo e senza salario. Aiuteremo con aiuti economici fino all'80% del salario e garantiremo una formazione per il reimpiego delle professionalità nei settori del lavoro». Sono previsti incentivi, inoltre, per quei lavoratori cassaintegrati o che percepiscono un sussidio di disoccupazione che avviano un'attività in proprio, ossia liberoprofessionale o imprenditoriale.

    Per alleviare la situazione disagiata delle famiglie, la Finanziaria prevede che il blocco degli sfratti sia prorogato al 31 dicembre di quest'anno. Sono state anche «allentate le maglie» del bonus energia alle famiglie per includere un numero più elevato di beneficiari. Sono state semplificate le procedure e velocizzati i tempi di concessione delle prestazioni di invalidità civile. Sono state semplificate le dichiarazioni richieste ai pensionati per il mantenimento delle prestazioni previdenziali ed è stato abolito il ticket sulla medicina specialistica.

    D'altro canto, sono in elaborazione nuove norme per impedire alle banche di aggirare la stretta sulla commissione sul massimo scoperto, eliminata in occasione del precedente «decreto sviluppo» e dalle banche abilmente reintrodotta, come si legge nel commento di Cellino sul Sole 24 Ore di ieri, mediante il cambio della denominazione del balzello. L'intervento governativo per incentivare le banche a ridurre l'onere delle loro commissioni, secondo quanto affermato dal ministro Tremonti in conferenza stampa, va a vantaggio delle famiglie che usufruiscono dei servizi bancari, ma anche a favore delle banche stesse, che avranno un migliore rapporto con la propria clientela. Con tale decreto si è agito in «maniera spintanea», citando le parole del ministro Tremonti, per raggiungere un risultato che il gioco della concorrenza avrebbe comunque prodotto.

     

    Nuovi fondi, che andranno a integrare la copertura del cosiddetto decreto terremoto, sono poi stati stanziati a favore degli sfollati dell'Abruzzo per la ricostruzione delle case nei centri storici danneggiati dal sisma del 6 aprile scorso. Il presidente Berlusconi ha annunciato l'apertura di un cantiere di vastissime dimensioni nel territorio aquilano, che sarà possibile grazie all'intervento del governo sul cosiddetto «eccesso di burocrazia», ossia snellendo e smantellando una serie di ostacoli burocratici che hanno fino ad ora impedito l'apertura di questo e di molti altri cantieri e quindi l'inizio dei lavori di numerose opere pubbliche.

    In netta contrapposizione con l'approccio del precedente governo Prodi che aveva propagandato le proprie misure di allungamento dei tempi di regolazione delle fatture ai fornitori della PA come uno strumento di risanamento dei debiti pubblici, l'attuale decreto ha previsto, al contrario, alcune formule di snellimento e di aumento dell'efficienza della Pubblica Amministrazione, che, dal canto suo, sarà chiamata a regolare i propri pagamenti ai fornitori in tempi più rapidi e a smaltire gli arretrati rapidamente, semplificando le procedure e i meccanismi per compensare i crediti e i debiti.

    Per quanto riguarda il capitolo fiscale, l'evasione e l'elusione fiscale nazionale e internazionale, in attesa del nulla osta dell'istruttoria Ue sullo «scudo fiscale», il decreto introduce alcune disposizioni per l'individuazione dei depositi non dichiarati nei paradisi fiscali, invertendo l'onere della prova. Tremonti sostiene infatti che qualora siano identificati depositi bancari in tali paradisi non dichiarati, essi saranno considerati ai fini fiscali come tentativo di evasione e il titolare sarà chiamato a giustificare il mancato obbligo di dichiarazione. Il decreto darà inoltre il via alla stretta sulle compensazioni, a partire da quelle Iva. Sono previsti, inoltre, ulteriori coinvolgimenti degli enti locali per la lotta all'evasione fiscale che con questo decreto si arricchisce di nuovi interventi antievasione.

    Gli stimoli all'economia non daranno effetti positivi immediati. Di questo ne è pienamente cosciente il Presidente Berlusconi, che ha detto in conferenza stampa che tali stimoli «non sono un interruttore che appena acceso fa illuminare l'ambiente», ma al contrario richiederanno del tempo. Il governo, con la manovra estiva, si muove tempestivamente aiutando le imprese che investono, premia le aziende che non riducono gli organici, salda una parte del debito della Pubblica Amministrazione verso i fornitori delle aziende pubbliche, ossia verso le imprese italiane che subiscono il momento recessivo dell'economia. In conclusione, tale decreto riducendo le tasse e introducendo e aumentando i bonus, secondo le parole del premier, «alleggerisce la mano dello stato sulle imprese, così da metterle in condizione di raccogliere i primi effetti di ripresa, quando essi arriveranno».

    June 22

    I "BRIC"? COLOSSI DAI PIEDI D’ARGILLA

    Il cambio della leadership economica è di là da venire: occorrerà più di un secolo prima che Cina e India raggiungano il reddito pro capite degli Stati Uniti

     

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su Finanza Italiana

    Bimestrale economico - finanziario

    Anno XXVII - 5° anno nuova serie - numero 3-4 marzo aprile 2009

     

    Un argomento che fa tendenza tra gli studi di geopolitica degli istituti e fondazioni più in vista riguarda l’eventuale prossimo capovolgimento della leadership mondiale a favore dei paesi cosiddetti del “Sud del Mondo”, a causa degli elevati tassi di crescita del Pil sperimentati negli ultimi tempi.

    Il paese che dovrebbe essere candidato alla presidenza della leadership mondiale dovrebbe essere la Cina, seguita dall’India e poi da altri paesi come il Brasile e la Russia, ossia i cosiddetti “BRIC”, secondo l’acronimo del noto studio firmato nel 2003 dagli economisti della Goldman Sachs,  Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050. Ci sono invece molti aspetti dell’evoluzione dell’economia di tali paesi che non permettono ancora di dare tanto spazio all’ottimismo e che impediscono di fatto a tali paesi di riscattarsi finalmente dalla loro antica depressione economica.

    La Cina, in primo luogo, è popolata da 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo stime ufficiali, alle quale occorre aggiungere anche tutti quegli individui, probabilmente residenti nelle zone rurali e impervie dell’arretrato entroterra, del tutto sconosciuti all’anagrafe, per sfuggire alla regola ferrea del controllo demografico che facilita la pratica odiosa degli aborti selettivi. Altrettanto si può dire per l’India, il cui carico di popolazione è di un miliardo e cento milioni.

    Un’esercitazione può essere utile per capire il divario che esiste attualmente tra i paesi asiatici e gli Stati Uniti. Con una semplice formula matematica si può calcolare il periodo di tempo al termine del quale un paese a basso reddito può porsi alla pari con un altro paese a reddito più elevato.

    In base agli ultimi dati disponibili, come risulta dall’apposita tabella, il Pil della Cina è appena il 27% di quello degli Stati Uniti. Se ipotizziamo per il lungo periodo un tasso di crescita del 5% l’anno per la Cina e uno del 2% per gli Stati Uniti risulta che il pil cinese raggiungerebbe il valore di quello statunitense in 56 anni. Il confronto con l’India  perde di significato, perché il tempo si avvicina al secolo (93 anni).

    Ma il confronto più significativo è quello con riferimento al pil pro capite. Ipotizziamo che nel lungo periodo il reddito pro capite degli Usa, che nel 2006 è stimato in 44.190 dollari, cresca al ritmo del 2% a prezzi costanti l’anno. Per contro, poniamo che il reddito pro capite della Cina, che nel 2006 e stato di 2.001 dollari l’anno, cresca nel lungo periodo al tasso del 5%.

     

    Paesi

    Popolazione

    Pil

    %

    Tempo

    in anni (1)

    Pil

    %

    Tempo

    in anni (1)

    in milioni

    pro capite

    Stati Uniti

    299

    13.245

    100

     

    44.190

    100

     

    Cina

     1.300

    2.630

    19,9

    56

    2.001

    4,5

    107

    India

    1.100

    887

    6,7

    93

    797

    1,8

    138

    Brasile

     186

    1.067

    8,1

    87

    5.717

    12,9

    70

    Russia

    142

    979

    7,4

    90

    6.856

    15,5

    64

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    (1) Valori arrotondati

    Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2008

     

    Partendo da questi dati risulta che la Cina dovrebbe raggiungere il reddito pro capite degli Stati Uniti tra 107 anni. Nello stesso arco di tempo l’India, il cui reddito pro capite è stato calcolato sempre per il 2006 in 797 dollari l’anno, raggiungerebbe gli Stati Uniti tra 138 anni. Tutto ciò, a condizione che i tassi di crescita dei paesi considerati rimangano costanti. Se, invece, si ipotizza un tasso di crescita sempre di lungo periodo inferiori al 5% ipotizzato e, quindi, più plausibile per il lungo periodo, i tempi si allungano notevolmente, tanto da perdere di significato.

    Occorre anche considerare che elevare i redditi pro-capite anche di pochi dollari l’anno per circa un miliardo e trecento milioni di cinesi appare un’impresa molto ardua, che, escludendo l’autarchia, richiede oltre che appropriate politiche, anche flussi imponenti di importazioni, per pagare le quali è necessario approntare un corrispondente flusso di esportazioni, che il resto del Mondo non potrebbe assorbire, anche facendo ricorso a pratiche scorrette, come il dumping, i premi alle esportazioni, eccetera. Posto in questi termini, il confronto fra le aree sviluppate e la regione emergente asiatica è sconfortante. Il lungo periodo è un grande banco di prova. Lo si è visto con il Giappone che, grazie agli aiuti americani, aveva sperimentato tassi di crescita del 10% in media l’anno. Poi la crescita si è fermata ed ora è di fatto bloccata e annaspa nella “trappola della liquidità”.

    Le ipotesi fin qui considerate per quanto di prima approssimazione, dovranno comunque essere riviste alla luce della crisi finanziaria ed economica, che sembra produrre molti più danni nei paesi emergenti che non in quelli industrializzati. È molto plausibile che non si potrà tornare alla situazione in essere prima dello scoppio della bolla speculativa. Il commercio internazionale difficilmente tornerà a crescere a ritmi sostenuti come quelli del passato e soprattutto si verificherà la tendenza a ripianare i disavanzi commerciali dei paesi a più forte sbilancio. In particolare, gli Stati Uniti non potranno non tendere alla riduzione del loro disavanzo commerciale di 1.967 miliardi di dollari, di cui un settimo verso la Cina.

    Indipendentemente dalle prime affermazioni del nuovo presidente Obama all’indomani della sua elezione e l’invito a comperare by american, è da dare per scontato una riduzione del flusso delle esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti. Inoltre, modificazioni nelle correnti di scambio si potranno notare anche verso l’Europa, sia verso i paesi dell’eurozona, sia degli altri, tra cui la Gran Bretagna, che si trova in una situazione di grande difficoltà come testimonia la perdita del potere di acquisto della sterlina. Né si può trascurare un eventuale ritiro delle multinazionale e del loro rientro in patria. La Francia ha già preso provvedimenti significativi in proposito. Ha infatti negato gli aiuti alle industrie che hanno delocalizzato. D’altra parte, la stessa globalizzazione che sotto molti punti di vista ha creato molti sconquassi perché il Mondo non era pronto a gestire un mercato globale, non potrà non essere profondamente rivista. Alla luce degli avvenimenti, una globalizzazione sostenuta dalla speculazione finanziaria non è più proponibile.

    Con la crisi odierna il problema di un ritorno a un equilibrio nei cambi monetari non potrà essere più eluso, anche senza ipotizzare un ritorno a Bretton Woods, ossia a un sistema di cambi basato sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Ne deriverebbero difficoltà a eludere le sane regole della concorrenza. Intanto e per molto tempo Cina e India rimangono giganti con i piedi d’argilla.

    June 19

    Obama e la riforma del mercato finanziario

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 giugno 2009

    C'è chi sostiene che, in tempo di crisi, non si dovrebbe procedere alle riforme, ma solamente riflettere su strategie da applicare una volta che si sia usciti dal tunnel. C'è poi chi sostiene, invece, che proprio in periodi di crisi si ha lo stimolo giusto e la necessità per fare riforme radicali che potrebbero essere risolutive. Infine, in un contesto globalizzato, qualcuno sostiene che le riforme vanno concertate a livello internazionale per evitare distorsioni tra i mercati. È però univoca ormai l'opinione che occorra restare comunque vigili ed essere pronti a individuare e impedire sul nascere le nuove spinte speculative in tutti i mercati, soprattutto in quello dei prodotti energetici, delle materie prime e dei prodotti alimentari, che svolgono una funzione essenziale e strategica per i sistemi economici e per il benessere dell'umanità.

    Il presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi, in occasione del Wirtschafstag 2009 di Berlino del 16 giugno scorso, ha sintetizzato lo status quo dell'economia mondiale. Egli ha affermato, usando un linguaggio criptico e ripetendo sostanzialmente quanto già sostenuto in occasione dell'Assemblea dei partecipanti della Banca d'Italia di maggio, che le «radici della crisi sono essenzialmente riconducibili alle gravi carenze della regolamentazione». In particolare, «gli incentivi forniti dai requisiti di capitale e dagli standard contabili all'attività di cartolarizzazione fuori bilancio; la rimozione nel 2004 del limite sul leverage per le banche di investimento; la possibilità per gli enti con rating a tripla A di sottoscrivere credit default swap senza costituire alcun collaterale» hanno causato conseguenze fortemente negative. Draghi sostiene che, sebbene sia prematuro pensare di essere fuori dal tunnel della crisi economica, il momento è comunque maturo per cominciare a delineare le strategie di uscita dalla crisi, le «exit strategy» che dovranno essere concentrate sui sistemi di rientro dal deficit di bilancio e dal debito pubblico, sull'inversione delle politiche monetarie attualmente espansive, per evitare future spinte inflazionistiche e sull'uscita dalle micro-politiche a sostegno delle banche.

    A sua volta, il presidente degli Stati Uniti è tra quelli che sostengono che le crisi si risolvono approntando e realizzando le riforme durante il corso della crisi stessa. Obama, infatti, ha elaborato con il suo staff un documento di 85 pagine che descrive un quadro di riforme del mercato finanziario statunitense che sarà presentato al Congresso per la sua legittimazione attraverso la promulgazione di leggi specifiche. Il percorso della riforma è ancora lungo, ma il governo americano ha reso noto che sta già lavorando su «iniziative essenziali per restituire la fiducia nel mercato finanziario e che queste saranno operative entro l'anno».

    Secondo le prime indicazioni, le linee essenziali della riforma riguardano:

    1. Il rafforzamento delle authorities. In particolare, la Federal Reserve avrà poteri di vigilanza sul sistema finanziario potenziati rispetto al passato e sarà garante della stabilità in quanto potrà controllare ogni società finanziaria che opera negli Usa. Inoltre, la SEC, Securities and Exchange Commission, ossia la Consob statunitense, avrà un ulteriore ruolo in aggiunta a quelli istituzionali: conserverà il registro degli advisor degli hedge fund.
    2. La creazione di nuove agenzie. In particolare, il Financial Services Oversight Council che avrà il compito di individuare i rischi per il sistema finanziario e dovrà incentivare la collaborazione fra le varie agenzie esistenti; il National Bank Supervisor, una nuova agenzia di supervisione federale delle banche, che assolverà alle funzioni fino ad ora di competenza di distinti organismi; il Consumer Financial Protection Agency a tutela dei consumatori nel settore finanziario da pratiche scorrette, illegali o poco trasparenti.

    Non sono mancati i commenti - alcuni a favore, altri fortemente critici - a tale riforma che, stando alle parole del presidente Obama, dovrebbe essere «la più grande riforma dal ‘29». Il progetto è stato accusato di non aver sufficientemente semplificato il quadro delle numerose agenzie che già operano nell'ambito della vigilanza del mercato finanziario e che, al contrario, ne abbia solamente aumentato il numero rimescolando alcune competenze.

    Allo stesso tempo, però, la riforma prevede una attenta regolamentazione dei derivati che hanno avuto un ruolo importante nel creare la crisi finanziaria. Inoltre, gli hedge fund, i private equity e i venture capital saranno vigilati dalla Sec.

    Molto probabilmente i prossimi mesi saranno utili per chiarire il futuro dei mercati finanziari e per valutare i primi effetti che la riforma avrà prodotto ai fini della stabilità del mercato finanziario, che dovrà essere vigilato per impedire il ripetersi di bolle speculative a danno dei cittadini, sia come risparmiatori, sia come consumatori, sia, soprattutto, come lavoratori.

    June 17

    Crisi economica e parametri di Maastricht

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 giugno 2009

    Non suscita eccessivo stupore la notizia secondo cui ben 24 paesi sui 27 che compongono l'Unione Europea si trovano nella condizione di avere un forte disavanzo di bilancio in rapporto al reddito. Come è noto, per i paesi dell'euro-zona questo disavanzo non può superare il 3% del Pil, come impone il Trattato di Maastricht.

    def_pil.jpg 

    Il ministro Tremonti si è affrettato a evidenziare che il dato italiano corretto con riferimento all'andamento del ciclo economico riconduce il valore di tale rapporto al di sotto del 3%, ossia entro il margine stabilito dal Trattato. In ogni modo, secondo le ultime notizie tutti i paesi dell'euro-zona, con l'eccezione di Malta, Cipro e Finlandia, riceveranno a breve la comunicazione dell'apertura della procedura anti-deficit eccessivo sottoscritta dal commissario Ue Joaquin Almunia. Tale situazione non può meravigliare, in quanto dal momento dello scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare si è assistito ad un tonfo di tutte le maggiori economie mondiali e di quelle emergenti.

    pil_europa.jpg

    Si prevede che per quest'anno la Germania subirà un forte rallentamento della sua economia (il Pil decrescerà di ben il 6%, secondo le stime più ottimistiche). L'Italia ha visto una forte contrazione del Pil (del 5,9%). In Francia, la caduta del Pil risulta essere del 3,2% e nella Spagna di Zapatero del 3%, mentre il tasso di disoccupazione spagnolo è salito al 20%, con cinque milioni di disoccupati. Nel paese iberico, anche in seguito al declino del mercato immobiliare e delle costruzioni, si attende in tutti i settori economici un'ondata di fallimenti e il modello di crescita spagnolo, tanto decantato in questi anni, alla luce dei fatti economici è stato messo in seria discussione. Nel Regno Unito la caduta del reddito è stata misurata del 4,1% nel primo trimestre di quest'anno, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Fra tutte le maggiori economie europee, la situazione di quella britannica è di gran lunga la più preoccupante, poiché la City di Londra (il cuore finanziario inglese), che ha progressivamente aumentato la sua attività speculativa a discapito dell'economia reale, si è eccessivamente esposta e sembra essere del tutto schiacciata dal peso dei titoli tossici.

    Infine, nell'ambito delle grandi economie mondiali, negli Stati Uniti il crollo del Pil è stato di oltre il 6% per due trimestri consecutivi, mentre il disavanzo pubblico ha superato il 12% del Pil. In Giappone la Toyota ha subìto forti perdite, per la prima volta nella sua storia, dando un inequivocabile segnale della gravità della crisi di quel paese. Nel Sol Levante, infatti, la teorizzata «Trappola della liquidità» ha trovato la sua espressione concreta e il debito pubblico ha raggiunto il 175% del Pil.

    Il quadro di riferimento internazionale è, quindi, critico e preoccupante anche in prospettiva. Forse l'Italia, come afferma Tremonti e come sembra confermare anche l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), sarà il primo paese a uscire dalla crisi, perché il suo tessuto di piccole e medie imprese è più reattivo rispetto ai colossi industriali di altri paesi ricchi del G7, mentre il suo sistema bancario si è esposto in minor misura alle insidie dei titoli tossici rispetto a quello di altri paesi industrializzati. La buona notizia sta nel fatto che, secondo le promesse del ministro Tremonti a settembre la finanziaria, che è già in cantiere, non nasconderà insidie e sorprese per rientrare nei margini del deficit imposti dal Trattato. Ossia non ci sarà, per usare le parole del ministro, la consueta «stangata», come più volte è successo in passato. Inoltre, le procedure europee di rientro dal deficit eccessivo si sono adeguate ai tempi difficili che corrono, nel senso che non verranno imposte penali e sanzioni ai governi non virtuosi. Intanto, il Trattato di Maastricht sembra che stia scricchiolando sotto il peso della crisi economica mondiale. Infatti, la commissaria francese Christine Lagarde ha presentato la proposta di fare una distinzione tra deficit strutturale e «deficit di crisi». Non stupisce che tale proposta sia stata bocciata senza dare spazio a repliche, ma è probabile che rappresenti comunque un prima «prova tecnica» di smantellamento di un Trattato che, dal momento della sua sottoscrizione, ha agito negativamente sulle politiche anticicliche, legando le mani ai governi sottoscrittori.

    June 12

    L'Ocse, il Superindice e la fine della crisi

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 giugno 2009

    Il Samuelson, nel suo manuale di economia, sosteneva, negli anni Cinquanta, in seguito agli studi sull'evoluzione della crisi del '29, che i cicli commerciali, per le loro fluttuazioni e per le loro irregolarità, «assomigliano alle fluttuazioni delle malattie epidemiche, ai capricci del tempo o alle variazioni nella temperatura infantile», nel senso che non esiste un ciclo economico identico ad un altro. I movimenti del reddito non sono così regolari e prevedibili come le orbite dei pianeti o le oscillazioni di un pendolo. Tutti i cicli hanno caratteristiche comuni. Ma nessuna formula esatta può predire l'inizio o la fine, o il ritmo dei cicli economici futuri o presenti.

    Certi analisti, per tentare di misurare in anticipo le oscillazioni del reddito, prendono in considerazione l'andamento di alcuni indici (i prezzi delle azioni, i prezzi all'ingrosso, la produzione dell'acciaio o di energia elettrica, le compensazioni bancarie e via dicendo), ritenuti di volta in volta indicatori chiave della salute del sistema economico. Altre volte si calcola una media ponderata di molte serie storiche statistiche e la si combina in un «barometro» del ciclo economico. Ci sono anche alcune eccentricità, inoltre, che coloriscono la narrazione delle fatiche di alcuni economisti divenuti noti, tra cui Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve. Egli cominciò il suo mandato sotto Reagan e lo proseguì sotto Bush padre, sotto Clinton ai tempi della bolla speculativa della new economy e, da ultimo, sotto Bush figlio. Il suo mandato è scaduto nel 2006 ed è stato sostituito da Ben Bernanke. Si vocifera che Greenspan volesse avere sulla sua scrivania tutte le mattine i dati relativi all'andamento delle vendite dei cartoni da imballaggio, considerandolo un indice informale dell'andamento dell'economia statunitense. Si racconta tutto ciò per significare quanto aleatori possano essere gli indici di volta in volta considerati e fino a che punto siano soggetti alla discrezionalità degli analisti stessi.

    Tale premessa è necessaria quando si citano i risultati di calcoli complessi e previsionali sull'andamento del ciclo economico, come quelli pubblicati martedì scorso dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. L'OCSE è giunta ai risultati del calcolo del cosiddetto «Superindice», il leading indicator, ossia lo strumento che secondo gli econometrici dell'organizzazione parigina dovrebbe misurare l'inversione del ciclo economico. Le conclusioni a cui è giunta l'organizzazione hanno attribuito all'Italia il vantaggio di aver superato il punto di minimo del periodo recessivo: il nostro paese pare aver intrapreso la via di stabilità per poi - ci si augura - ricominciare a crescere. Merito - si legge nel rapporto - dell'atteggiamento prudente che il sistema bancario italiano ha assunto nei confronti della distribuzione dei titoli tossici. Oltre all'Italia, secondo l'istituto economico, anche la Francia, il Regno Unito e il Canada dovrebbero aver superato il punto più basso della parabola, mentre la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti si dovrebbero trovare ancora lungo il ramo discendente della parabola.

    Indubbiamente, un atteggiamento ottimista è più utile di uno pessimista e giova anche constatare che rispetto agli anni Trenta, ossia a quel periodo al quale faceva riferimento il Samuelson, l'armamentario a disposizione del policy maker per contrastare la recessione si è arricchito in qualità e in quantità. L'ottimismo di chi sostiene che il peggio sia passato si può accogliere e lodare, ma ciò non basta. Occorre, tra l'altro, fare chiarezza riguardo alla effettiva diffusione dei titoli tossici che hanno contaminato i bilanci delle banche. Inoltre, bisognerà attendere i risultati degli «stress test», fortemente voluti da Tremonti anche in Europa, dopo il loro primo esperimento negli Usa. Solo allora sarà possibile fare una valutazione circa il raggiungimento dell'obiettivo della pulizia dei bilanci bancari, ritenuto una condicio sine qua non per risolvere la crisi.

    Occorre non perdere l'occasione, inoltre, del prossimo G8 a L'Aquila per delineare le linee-guida per ricomporre un ordine monetario internazionale che, come insegna A. Forzoni, uno dei massimi storici della moneta, in Finanza Italiana, è una premessa indispensabile per la crescita economica diffusa e duratura. Allo stesso tempo, però, occorre identificare e stroncare sul nascere ogni forma di speculazione.

    I cicli economici rappresentano una sfida per le nazioni democratiche, nel senso che o si impara a controllore o contrastare le recessioni e i periodi inflazionistici, oppure la struttura della società corre gravi rischi, non ultimi i conflitti veri e propri.

    June 10

    L'ingresso della Russia nel Wto entro la fine dell'anno

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'8 giugno 2009

     

    A San Pietroburgo, dove si è svolto il Forum economico internazionale lo scorso 4 giugno, il commissario europeo al Commercio, Catherine Aston, dopo un incontro con il ministro dello sviluppo economico russo, Elvira Nabiullina, ha detto che l'Unione europea e la Russia hanno raggiunto un accordo sull'ingresso della Federazione russa nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), affinché il processo di adesione venga completato per la fine dell'anno.

    L'iter per l'ingresso della Russia nell'Omc è cominciato nel 1993. Da allora il gruppo di lavoro interno all'Organizzazione, costituitosi nello stesso anno, si è riunito ben 30 volte, ossia almeno tre volte tanto rispetto agli altri gruppi di lavoro relativi ai 28 processi di adesione che sono ancora in attesa di conclusione.

     

    Il ruolo della Federazione russa nell'interscambio internazionale è di un certo rilievo, in quanto contribuisce per il 3% circa al commercio mondiale e per il 3,3% alla formazione della ricchezza mondiale (dati World Economic Outlook, aprile 2009 del Fondo Monetario Internazionale). Al suo interno, comunque, presenta una disoccupazione elevata, che ha raggiunto il 10% circa quest'anno, mentre si prevede che il Pil abbia una caduta dell'8% in seguito all'attuale crisi economica mondiale. La Russia rappresenta l'ultima grande economia dei paesi emergenti ancora esclusa dal circolo dei 153 paesi che appartengono all'Omc. La Cina, infatti, ha fatto il suo ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio nel dicembre del 2001, mentre l'India e il Brasile vi sono entrati ancor prima, nel gennaio del 1995.

     

    Dopo la guerra in Georgia e dopo l'adesione di quest'ultimo paese e dell'Ucraina alla Nato, i rapporti tra Est e Ovest, ossia tra Russia, Ue e Usa si erano congelati. Anche il nuovo partenariato orientale, vale a dire l'accordo tra Ue e Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina, che è stato fortemente voluto dai governi di Svezia e Polonia, ha contribuito a complicare ulteriormente la situazione delle relazioni tra Europa e Russia. Tuttavia, si sono avuti in questi ultimi mesi i primi segnali di disgelo.

     

    Come ha affermato il ministro Frattini in un suo recente intervento pubblico, la Russia rappresenta per l'Europa e per l'Italia, un partner strategico con il quale si è «legati a doppio filo». A sua volta, anche il mercato europeo, e quello italiano in particolare, rappresentano partners commerciali e politici importanti per la Federazione russa. Gli scambi commerciali riguardano soprattutto i prodotti energetici. È sufficiente ricordare che in Europa circa il 50% delle sue importazioni di gas e il 30% di quelle di petrolio provengono dalla Russia, nonostante i tentativi dell'Unione di diversificazione delle fonti. Fra il 2000 e il 2008, inoltre, il commercio bilaterale Ue-Russia di merci è quasi triplicato, raggiungendo il valore, nel 2008, di 278 miliardi di euro. Infine, è emblematico il fatto che circa l'80% del capitale straniero in Russia provenga dall'Ue.

      

    La grande richiesta di prodotti energetici russi da parte della Cina preoccupa l'Unione europea e si è fatta più stringente l'esigenza di affrontare la tematica di un nuovo partenariato strategico Ue-Russia. I lavori sono iniziati nel luglio 2008, sulla scia del partenariato Ue-Russia avviato già nel 1994 (entrato in vigore nel 1997) e seguito, nel 2005, da un ulteriore accordo volto alla realizzazione di quattro «spazi comuni»: 1) lo spazio economico; 2) lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia; 3) lo spazio di sicurezza esterna; 4) e lo spazio di ricerca e istruzione.

     

    La Russia è un ponte tra l'Europa occidentale e l'Asia, ma anche un interlocutore per le problematiche politiche e diplomatiche mediorientali. Il processo di partnership Ue-Russia, ossia il futuro accordo di partenariato strategico i cui tempi di negoziato non sono stati definiti, porterà sul tavolo dei negoziati, oltre ai temi degli scambi commerciali, anche quelli della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell'instabilità nelle regioni del Caucaso e dei Balcani, delle relazioni con i paesi detti emergenti, in particolare Cina e India, e dei rapporti con il Medio Oriente, l'Iran e l'Afghanistan.

     

    L'ingresso della Russia nell'Omc potrebbe giocare un ruolo importante, nei processi di integrazione di area, ma anche nello sbloccare il Doha Round, ossia i negoziati per l'armonizzazione e per la rimozione degli ostacoli agli scambi internazionali. Restano aperte alcune questioni che la Russia dovrebbe ancora risolvere: i sussidi riservati all'agricoltura; i dazi imposti sull'importazione dall'Ue di automobili e di legname e la regolamentazione delle compagnie statali. Inoltre, secondo Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, il mercato russo presenta attualmente alcuni problemi di accesso per le aziende straniere. In particolare, la legge russa su alcuni appalti prevede costi maggiori del 20-30% per le imprese estere. È auspicabile quindi che, attraverso la creazione di un contesto di regole chiare, uniformi e riconosciute a livello internazionale, sia possibile in futuro facilitare i nuovi investimenti delle imprese europee e in particolare di quelle italiane.