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    May 29

    Come frenare la fluttuazione del prezzo del greggio?

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 maggio 2009

    Si è concluso lunedì 25 maggio scorso il G8 dell'Energia, realizzato sotto la presidenza italiana, che ha visto il Ministro Scajola in prima linea per la sottoscrizione di accordi strategici sia per il futuro del nostro paese e dei maggiori paesi industrializzati, sia per la lotta alla scarsa disponibilità di energia che penalizza le economie emergenti.

    Seguendo le relazioni finali e le notizie pubblicate sulla stampa ufficiale, sono stati sottoscritti durante il summit tre accordi internazionali che riguardano, in primo luogo, l'efficienza energetica e la lotta contro il cambiamento climatico. A tal proposito è stato realizzato anche un protocollo che ha come fine l'identificazione delle regole comuni tra i paesi sottoscrittori e degli incentivi agli investimenti nel settore. Gli altri accordi riguardano la lotta alla «povertà» energetica dei paesi emergenti e, in particolare, gli incentivi che verranno concessi al continente africano, affinché, secondo alcuni opinionisti, possa affrancarsi dalla crescente dipendenza da altri continenti e paesi per la produzione nel settore energetico. Last but not least si è ampiamente discusso della fluttuazione del prezzo del petrolio e le imprese, tra le quali, in particolare l'Eni per voce dell'ad Scaroni, hanno proposto la costituzione di una Agenzia internazionale, l'Ipeec (International Partnership for Energy Efficiency Cooperation), che vigili e che operi con diversi strumenti, affinché il prezzo quotato del greggio oscilli tra un massimo e un minimo considerati efficienti per coprire i costi di produzione e per garantire un margine di profitto alle imprese produttrici. Le oscillazioni del prezzo, secondo i disegni dell'azienda italiana, dovrebbero essere tra i 60 e i 80 dollari al barile, che ad alcuni osservatori sono sembrati elevati.

    Indubbiamente l'impennata dei prezzi del greggio, che ha caratterizzato la scorsa estate (a luglio del 2008 il barile di petrolio era quotato 145 dollari) e che è stato il risultato di una vasta azione speculativa, ha fatto riflettere e ha messo sull'avviso le imprese che importano e trasformano il greggio in prodotti energetici finiti. Altrettanto chiaro è il fatto che i prodotti energetici sono strumentali a qualsiasi tipo di prodotto e pertanto incidono sul costo di produzione e sull'andamento dell'intera economia nazionale. Non altrettanto evidente e lineare è la via che si vuole seguire per controllare le oscillazioni di prezzo sui mercati internazionali. Come più volte scritto su questo giornale, ogni forma di speculazione che infetti qualsiasi mercato, da quello dei prodotti energetici o dei prodotti alimentari a quello dell'oro, deve essere contrastata sul nascere e con ogni mezzo da autorità chiamate alla vigilanza internazionale. Quindi, non soltanto il mercato del greggio dovrebbe essere soggetto a controlli e a interventi diretti per raggiungere lo scopo, ma tanti altri prodotti, specie gli alimentari.

    Secondo quanto si legge, l'Agenzia internazionale per il controllo del prezzo del petrolio dovrebbe vigilare sui mercati e dovrebbe essere in grado di elaborare rilevazioni statistiche, sui flussi di estrazione e di trasformazione e sulle quantità scambiate, che siano da considerare univoche e autorevoli. Dovrebbe, inoltre, essere in grado di produrre previsioni affidabili e, infine, dovrebbe finanziare le sovraccapacità di estrazione di petrolio al fine di equilibrare le quotazioni a livello internazionale.

    Si potrebbe sorvolare sulla fallimentare esperienza italiana di un organismo pubblico chiamato proprio ad agire sul livello dei prezzi in tempi di inflazione (si ricorderà il c.d. «Mr Prezzi», istituìto dal Governo Prodi con fondi pubblici, che oltre a produrre annunci vaghi non ha sortito e non sortisce tuttora, come era prevedibile sin dal primo giorno, alcun risultato sul livello dei prezzi). Le oscillazioni di prezzo, in un libero mercato, dipendono, come insegna la scienza economica, dal flusso di domanda e di offerta e, in tempi di crisi economica e di calo della domanda, il rischio impellente non è tanto l'inflazione, quanto piuttosto la deflazione. È stato poi proprio per il timore del rischio di deflazione che, ai primi cenni di crescita del prezzo del petrolio, è stato gridato da alcuni colleghi che la crisi economica globale era passata in virtù di una fantasiosa correlazione diretta tra l'aumento del prezzo del greggio e quello del prodotto nazionale.

    Oltre all'Agenzia internazionale, sarà necessario percorrere la via, anche se lunga, della diversificazione della produzione di energia (dalla produzione di idrocarburi, petrolio e gas, a quella nucleare e da fonti alternative come la geotermica, l'idroelettrica e via dicendo). È essa stessa a permettere il contenimento dei prezzi, seguendo i meccanismi di mercato e, quindi, evitando interventi deus ex machina di organismi internazionali, inutili e controproducenti. A tal proposito sembrano di grande interesse gli accordi sottoscritti al margine del summit dal ministro Scajola con il Ministro dell'Economia, Commercio e Industria giapponese Toshihiro Nicai per formare personale tecnico nel settore nucleare e con il segretario Usa per l'Energia Steven Chu relativo alle cooperazione Italia-Usa nella produzione di energia da carbone pulito e dal nucleare.

    May 27

    IL SUMMIT DELL'ENERGIA

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 maggio 2009

    Si è svolto tra domenica 24 e lunedì 25 maggio scorsi, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, il Meeting dei Ministri dell'Energia del G8, dal titolo «Oltre la crisi: verso un nuovo ordine mondiale dell'energia». Il fine dell'incontro è quello di definire e ottenere il consenso sulle politiche energetiche tra i paesi partecipanti che nell'insieme rappresentano oltre l'80% dell'energia prodotta e scambiata nel globo. Sono intervenuti accanto ai paesi membri del G8, quelli rappresentanti le principali economie emergenti, come Cina, India, Sud Africa, Brasile, Messico, Egitto, Corea e Arabia Saudita. Alla discussione sugli investimenti energetici e sulla scarsità energetica si sono uniti, inoltre, l'Australia, l'Indonesia, la Turchia, l'Algeria, la Libia, la Nigeria e il Ruanda.

    In seno al meeting si sono volute individuare quelle politiche energetiche che possano avere un effetto propulsivo sullo sviluppo economico e che siano strumentali al superamento dell'attuale crisi economica e finanziaria globale nel più breve tempo possibile. Le conclusioni dell'incontro saranno presentate al Summit dei Capi di Stato e di Governo in programma a L'Aquila nel prossimo mese di luglio.

    Gli obbiettivi del Summit hanno riguardato, in primo luogo, la definizione delle regole e dei principi che sanciscano una nuova leadership energetica mondiale, poiché il problema della sicurezza energetica travalica i confini nazionali e diviene un tema comune a tutti i paesi, sia industriali che emergenti. Ampie difficoltà si incontrano, infatti, nell'elaborare una regolamentazione efficace da parte dei singoli governi nell'ambito dell'energia in assenza di un orientamento comune tra i diversi Stati.

    Come si evince dalle relazioni presentate, il G8 dell'Energia è un luogo dove poter porre le basi per una armonizzazione dell'aspetto regolamentativo a livello planetario. Ancora più difficile è che il quadro normativo, una volta armonizzate le esigenze dei diversi paesi, mantenga caratteristiche di stabilità. È essenziale, infatti, evitare cambiamenti radicali nel tempo, come ad esempio quello seguito al referendum sul nucleare realizzato nel 1987 in Italia, poiché, prima di dare i primi frutti e cominciare ad essere incisivi sul sistema produttivo nazionale, gli investimenti nel settore energetico richiedono un arco di tempo molto lungo, spesso ultra-decennale. Un quadro normativo armonico e stabile nel tempo è il presupposto più importante affinché si incentivino gli investimenti nel settore. Ma occorre dare anche altri stimoli agli stessi investimenti, stabilendo ad esempio forme di partnership tra privati o miste, tra pubblico e privato, per lo sviluppo di sistemi energetici efficienti, innovativi e a basso contenuto di carbonio. Il Summit, oltre a rilevare  le esigenze di regole efficienti, condivise e stabili, sia la necessità di trovare nuovi incentivi agli investimenti pubblici e privati e di prediligere forme di energia poco inquinanti, il Summit ha sottolineato l'urgenza di lanciare anche un piano d'azione volto a ridurre la penuria energetica in Africa.

    Una caratteristica innovativa di questo G8 dell'energia, avvenuto sotto la presidenza italiana, è rappresentata dal fatto che le imprese del settore energetico sono state coinvolte direttamente. Per la prima volta, infatti, l'apertura dei lavori ministeriali è stata preceduta dall'Energy Business Forum, ossia il Forum tra i Ministri dei paesi del G8 e delle economie emergenti e i vertici delle più importanti imprese energetiche del mondo. Si è voluto, in tal modo, creare un clima imprenditoriale favorevole agli investimenti energetici «responsabili» e alle politiche di sviluppo nel settore energetico ed economico. È chiaro che il presupposto affinché si crei un simile clima è la comprensione reciproca degli aspetti peculiari della realtà economica: governo e imprese. I governi devono tenere conto delle esigenze industriali delle imprese e le imprese, dal canto loro, devono tener conto delle priorità politiche, nazionali e internazionali e della tutela dei consumatori. È evidente, quindi, la centralità delle imprese nella creazione di un nuovo sistema energetico e la conseguente necessità di coinvolgerle politicamente e di promuovere il loro contributo al dibattito internazionale.

    A margine del Summit c'è stato l'incontro tra l'Italia e gli Stati Uniti, ovvero tra il Ministro Scajola e il Segretario Usa per l'Energia Steven Chu per un accordo di cooperazione in materia di tecnologie per il carbone pulito e per la «cattura» e il «sequestro» dell'anidride carbonica. La collaborazione riguarderà anche il settore nucleare, poiché il Ministro Scajola ha rimarcato che verrà costituito un «gruppo di lavoro per la collaborazione Italia-Usa per il rilancio del nucleare italiano» sulla scia dell'accordo, firmato in febbraio dal premier Berlusconi e il presidente francese Sarkozy, relativo, appunto, alla collaborazione e allo scambio di know how nell'ambito dell'energia nucleare.

    Alla chiusura dei lavori del Summit si svolgerà un incontro tra il Ministro Scajola e il Ministro dell'Economia, Commercio e Industria giapponese Toshihiro Nikai. Verrà firmato in quella sede un memorandum di cooperazione sul nucleare. Si tratterebbe di un intesa che porrebbe le premesse per includere anche il Giappone tra i partner strategici per lo sviluppo nucleare italiano e permetterebbe al paese asiatico di penetrare nel mercato europeo con alleanze industriali e investimenti nel nostro paese e nei principali stati dell'Ue.

    May 20

    I NUOVI GASDOTTI GALSI E ITGI

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 maggio 2009

    L'80% della capacità elettrica prodotta da nuovi impianti in Europa negli ultimi dieci anni è alimentata a gas. L'Europa consuma quasi il 20% del gas mondiale, ma la sua produzione è pari solamente al 7% di quella mondiale, mentre le riserve europee sono appena il 2% di quelle mondiali. Ne consegue che l'Ue è fortemente dipendente dalle importazioni extra-Ue di gas naturale, che risultano essere circa il 60% dei consumi europei.

    In Italia, la situazione è accentuata rispetto al resto d'Europa. Infatti, circa l'80% delle abitazioni è riscaldato a gas, altrettanto fa il 66% degli ospedali e degli alberghi. Pertanto la forte dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento del gas ha portato l'attuale governo ad affrontare seriamente la questione delle infrastrutture di distribuzione (gasdotti e rigassificatori) con l'obbiettivo di diversificare i paesi fornitori e ottenere per tale via prezzi di fornitura più vantaggiosi.

    Il progetto più recente che l'Italia ha approntato in collaborazione con altri paesi prende il nome di gasdotto Galsi. È in via di realizzazione e dovrebbe essere ultimato entro il 2011. La costruzione del gasdotto ha subìto però un ritardo di un anno rispetto alla sua tabella di marcia in seguito al recente ritrovamento della corazzata francese Danton sui fondali al largo del sud della Sardegna. La corazzata era stata affondata il 19 marzo del 1917, nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale da un sottomarino tedesco. Il ritrovamento, grazie a potenti robot subacquei, ha riportato alla mente i fatti storici e ha permesso altresì di commemorare i 295 caduti francesi che tuttora giacciono nelle stive della nave nelle profondità degli abissi.

    Il Consorzio societario, costituito nel 2003 con un capitale di 10.000.000 euro, è composto da diverse società, di cui il 50% italiana. Il tratto italiano del metanodotto sarà realizzato da Snam Rete gas, società dell'Eni, che si occuperà anche della gestione della nuova infrastruttura. La stima dei costi complessivi è tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro. Bruxelles considera il progetto Galsi tra le quattro grandi infrastrutture energetiche prioritarie italiane e contribuirà, con 120 milioni di euro, al finanziamento del progetto.

    Il pregio del progetto Galsi è quello di assicurare la fornitura di una quantità notevole di gas naturale (8 miliardi di metri cubi l'anno, pari al 10% della capacità installata di importazione nazionale). Tale progetto, unitamente alla realizzazione di rigassificatori (l'ultimo realizzato è stato quello di Rovigo nell'autunno del 2008) e del gasdotto Itgi che collegherà l'Italia alla Grecia (v. Mappa), dovranno aumentare la disponibilità nazionale di gas e garantire il nostro paese rispetto all'eventualità di ulteriori «emergenze gas», che hanno invece caratterizzato gli inverni passati.

    Il gasdotto Itgi, come accennato, collegherà Italia, Grecia e Turchia. La Turchia si approvvigionerà, infine, dal giacimento dell'Azerbaigian. L'importanza strategica di tale progetto risiede nel fatto che l'Azerbaigian è un paese che appartiene dell'Area del Mar Caspio e del Medio Oriente, ossia a quell'area che detiene circa il 20% delle riserve mondiali di gas naturale, ma che non dispone di alcun collegamento indipendente con i consumatori europei. Il gasdotto Itgi permetterà, quindi, un collegamento diretto e indipendente dalla Russia. L'importanza del progetto è tale che la Russia e gli Stati Uniti hanno deciso di presenziare in qualità di osservatori alla conferenza sul «Corridoio meridionale» del gas che la presidenza ceca dell'Ue ha organizzato a Praga per l'8 maggio 2009.

    Anche il progetto Itgi trasporterà circa 8 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno e dovrebbe essere ultimato entro il 2012. Il progetto richiede il potenziamento della rete turca e la realizzazione degli Interconnector tra Turchia e Grecia (Progetto ITG) e tra Grecia e Italia (Progetto IGI). La Commissione europea ha deciso lo scorso gennaio di contribuire al finanziamento del gasdotto Itgi con 100 milioni di euro classificandolo Progetto di Interesse Europeo per l'apertura di un grande corridoio di approvvigionamento che colleghi l'Europa del Sud con l'Asia Centrale.

    È ancora lunga la strada da percorrere per raggiungere l'ambizioso obbiettivo per il nostro paese di divenire un esportatore netto o, come si usa dire, un «hub» del gas, ossia un paese capace di coprire interamente il proprio fabbisogno di gas, mediante la produzione nazionale e le importazioni, e capace altresì di esportare gas verso altri paesi Ue ed extra-Ue a prezzi competitivi. Al momento attuale ciò che più conta è l'aver intrapreso la via con energia e con coraggio.

    mappa-galsi.jpg

    May 08

    A DON GIANNI

    Caro Don Gianni,
    ti ringrazio di ogni premura, di ogni attenzione, di ogni singola telefonata che mi hai fatto
    che provvidenzialmente arrivava nel momento in cui sentivo il bisogno di un sostegno spirituale
    in questo difficile cammino che è la vita.
     
    E' grazie al tuo entusiasmo e alla tua acuta e inesauribile curiosità che io ho continuato a scrivere,
    nonostante le difficoltà tipiche di chi è solo all'inizio e si vuole fare strada con tutte le insicurezze
    dettate dalla giovinezza e dall'inesperienza. E' grazie a te che sono diventata giornalista.
     
    Come me ce ne sono tanti di giovani tra le fila di Ragionpolitica che hanno gli stessi entusiasmi
    e le mie stesse difficoltà. Io ho avuto la fortuna di conoscerti e di sentire vicina la tua amicizia.
    Resterà vivo in me  il tuo ricordo e il tuo entusiasmo. 
     
    Ho solo una parola per salutarti: grazie.
     
    EM
     
    May 04

    DALLA CRISI SI ESCE ABBASSANDO LE TASSE

    Subito riqualificazione della spesa pubblica e abolizione delle province

    Dalla crisi si esce
    abbassando le tasse

    di Emanuela Melchiorre
     
    Pubblicato su www.ffwebmagazine.it il 4 maggio 2009
     
    I recenti dati Istat relativi all’andamento delle entrate tributarie sono piuttosto sconfortanti. Nei primi due mesi del 2009 le entrate risultano essere, infatti, diminuite del 7,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il debito pubblico dal canto suo è cresciuto e ha superato i 1.700 miliardi di euro (pari a 3.291.659 miliardi delle vecchie lire). In queste condizioni, di marcato deficit pubblico e di inimmaginabile volume dei titoli tossici (che a livello mondiale superano probabilmente gli 800.000 miliardi di dollari), qualunque politica di sostegno all’economia può risultare scarsamente efficace per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica.

    Ciò nonostante non si può prescindere dal metodo tradizionale di incremento degli investimenti, sia pubblici che privati, per ogni ulteriore ripresa dello sviluppo dei consumi e del reddito. Senonché, tutte le fonti dalle quali raccogliere i capitali freschi necessari per investimenti pubblici (aumento del debito pubblico, riduzione dei tassi di interesse e incremento della pressione fiscale) non sono ulteriormente attingibili. Nei paesi aderenti al Trattato di Maastricht il debito pubblico non sembra ulteriormente incrementabile, sebbene quello dei maggiori paesi dell’euro-zona abbiano già sforato tale limite. I tassi di interesse sono ai minimi storici e non sono comprimibili oltre una certa soglia, pena tra l’altro la sparizione dei depositi bancari. La pressione fiscale in Italia e in Europa è arrivata a livelli molto elevati e comunque tali da sortire un effetto deprimente.

    Rispetto agli Stati Uniti, come è noto, nell’Europa dei quindici la pressione fiscale è superiore in media di oltre 11 punti percentuali. In particolare, in Italia, sempre rispetto agli Stati Uniti, il rapporto tra imposte (dirette, indirette e contributi sociali) e Pil è superiore di oltre 14 punti percentuali. Nei paesi scandinavi le differenze sono ancor più elevate, ma questi ultimi godono di servizi pubblici più efficienti, che in Italia invece, come tutti sanno, lasciano molto a desiderare, con buona pace della rivoluzione del ministro Brunetta, i cui frutti in termini di efficienza saranno evidenti non prima del medio termine, specie se non sarà accompagnata da un processo di snellimento e di riduzione delle pratiche burocratiche.  

    Va notato che secondo la metodologia Ocse, la pressione fiscale e tributaria è data dal rapporto tra la somma della imposte dirette e indirette e dei contributi previdenziali, ossia comprende le sole imposte sul reddito, sul patrimonio e i contributi previdenziali. Inoltre, la pressione fiscale in Italia può essere considerata in qualche modo regressiva in confronto con quella degli altri paesi a più elevato reddito; ossia chi ha minori redditi paga più imposte. Per essere in linea, ad esempio con la Germania la pressione fiscale tributaria italiana dovrebbe essere del 32% circa anziché del 43%.
     
     
     
    Nell’ambito europeo, infatti, Francia, Germania e Inghilterra hanno un reddito pro capite più elevato di quello italiano (tabella). In questi paesi, a parità di pressione fiscale o con un’aliquota superiore, il reddito disponibile, ossia al netto delle imposte, è di gran lunga maggiore rispetto a quello italiano.
     
     
     

    Negli Stati Uniti, nonostante la minore pressione fiscale, il nuovo presidente ha promesso una sua riduzione a vantaggio dei cittadini meno abbienti e a carico dei percettori di redditi più elevati. Recentemente anche in Germania è stata avanzata un’analoga proposta dagli ambienti socialisti. Nei paesi dell’euro, che si trovano sottoposti al vincolo del Trattato di Maastricht e dei suoi parametri sul bilancio pubblico e sul deficit di bilancio (il disavanzo pubblico in rapporto al Pil deve essere non superiore al 3%, mentre il debito pubblico sempre in rapporto al Pil deve essere inferiore al 60%), la via della riduzione della pressione fiscale sembra ancora più ardua da seguire. Eppure, questa è la sola via che ha speranza di successo, negli Usa come in Europa. Il vantaggio di una riduzione della pressione fiscale si traduce, fin dal momento dell’annuncio, in maggiore reddito disponibile e, di conseguenza, in un aumento dei consumi e del risparmio, ossia degli investimenti.

    Inoltre, occorre considerare anche che la riduzione delle aliquote fiscali fa sì che si riduca in modo più che proporzionale l’incentivo all’evasione fiscale; infatti, il rischio di essere scoperti e di subire un accertamento e l’imposizione di multe per evasione diviene superiore al vantaggio che si avrebbe nel “risparmio” da evasione. I combinati effetti della riduzione della pressione fiscale e del contemporaneo aumento del gettito complessivo delle imposte, per il maggior reddito e per la minore evasione, innescherebbero un processo virtuoso di nuovo sviluppo: aumento dei redditi e dei consumi e, infine, riduzione del disavanzo pubblico.
    L’impulso in tal modo impresso all’economia non esclude, anzi consente più agevolmente, l’adozione di altre misure secondarie, anch’esse influenti sul miglioramento della situazione generale. Si tratta, in primo luogo, dei provvedimenti volti alla riqualificazione della spesa pubblica, che diano la priorità alle spese per investimenti rispetto a  quelle correnti e a quelle superflue.

    È ormai maturo il tempo di ridurre drasticamente la spesa pubblica centrale e locale, eliminando le province (ben 117 di cui 3 nuove province istituite nel 2004 e 4 nel 2001) di napoleonica memoria; accorpando i comuni piccoli, risparmiando quindi sul numero dei sindaci (che attualmente sono oltre 8.100), degli assessori, dei consiglieri, dei consulenti e dei segretari comunali; tagliando il numero delle comunità montane, specie quelle di pianura; abbassando, infine, il rapporto tra i rappresentanti e i rappresentati in Parlamento. Giova ricordare che negli Stati Uniti il numero dei senatori è di 100 e quello dei deputati è di 435, vale a dire un senatore rappresenta circa tre milioni di persone e un deputato ne rappresenta quasi 690.000. In Italia, tali rapporti sono di gran lunga inferiori. Infatti, un senatore italiano rappresenta circa 190.000 abitanti e un deputato ne rappresenta meno di 100.000.

    Utili provvedimenti potrebbero essere assunti anche sul fronte delle entrate. Vaste risorse potrebbero provenire, infatti, dalla vendita sia degli edifici militari, che ormai, avendo perduto l’uso originario, sono divenute vuote ma sempre costose caserme, sia di altri immobili pubblici che, secondo le stime di Geronimo citate in un suo articolo de Il Giornale dell’ottobre del 2008, potrebbero far incassare alla Pubblica amministrazione almeno 30 miliardi di euro nell’arco di un biennio. Tali risorse potrebbero finanziare gli investimenti pubblici o, in alternativa, impedire l’esplosione della cassa integrazione guadagni, che in questo periodo di crescente disoccupazione il governo Berlusconi ha giustamente allargato a quelle categorie di lavoratori disoccupati (con contratti a progetto non rinnovati) prima escluse. Indubbiamente, l’eliminazione degli enti sopraindicati non può avvenire da un giorno all’altro, dovendo passare attraverso l’approvazione degli organi legislativi e, nel contempo, dovendo salvaguardare l’occupazione. Interessante è osservare che in questo periodo di tassi decrescenti l’emissione di nuovi titoli del debito pubblico comporterà una spesa per interessi inferiore rispetto al passato.

    4 maggio 2009
    May 02

    SPESA IN RICERCA E SVILUPPO. UN CONFRONTO INTERNAZIONALE

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 aprile 2009

    Il presidente americano, nel discorso pronunciato alla National Academy of Science di Washington il 28 aprile, si è espresso a favore di un aumento delle spese governative a favore della ricerca e dello sviluppo, fino ad arrivare a una quota del 3% del pil americano. Si tratta di un impegno finanziario di vaste proporzioni che, come sostiene Riveda in un suo articolo sul Sole 24 ore, può essere paragonato a quello assunto dagli Stati Uniti in occasione della corsa spaziale che ha caratterizzato gli anni Sessanta. La via che il presidente vuole percorrere per superare la crisi economica americana è quella di investire massicce dosi di risorse nell'attività di ricerca, ossia in un campo in cui i risultati immediati o dilazionati nel tempo non sono né prevedibili né garantiti. Però, allo stesso tempo, nel caso in cui si ottengano risultati nell'ambito farmaceutico, chimico, dell'alta tecnologia e così via, questi spesso e volentieri restituiscono vantaggi e guadagni superiori agli investimenti fatti. Si tratta comunque di una via indubbiamente rischiosa, ma necessariamente da percorrere in tempi di crisi. Scommettere sull'ingegno e sulla innovazione per superare il momento di empasse appare infatti preferibile ad altri interventi, come ad esempio quello di spendere per spingere i consumi.

    Certamente quello del presidente Obama è un approccio ottimistico. Qualcuno sostiene, invece, che il presidente voglia percorrere questa via per ripagare, con finanziamenti governativi e crediti di imposta, i favori e soprattutto i finanziamenti avuti in campagna elettorale dalle case farmaceutiche e dalle aziende hi tech. Superando però questi aspetti della vicenda e lasciando ad altri giudicare su certe questioni, indubbiamente l'approccio di Obama alla crisi è quello migliore, soprattutto se si considera il fatto che simili investimenti, salvo imprevisti, hanno ricadute in termini di maggiore efficienza del lavoro.

    In Italia la situazione è diversa rispetto al passato. Oggi, però, il governo sembra aver preceduto la ricetta di Obama, dando particolare rilievo alle spese pubbliche per investimenti. Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha lanciato il 22 aprile scorso un programma nazionale di finanziamenti alla ricerca con la partecipazione di fondi internazionali e nazionali (dai 3 ai 6 milioni di euro a livello nazionale), il cosiddetto «Programma Levi Montalcini», al fine di far rientrare in Italia i ricercatori migrati in tempi passati e per contrastare ulteriori «fughe di cervelli». In particolare, un primo passo sarà quello, secondo le intenzioni del ministro, «di far tornare trenta ricercatori con trenta contratti triennali. Un abbozzo del modello americano, dove chi ha un'idea la sottopone all'ente governativo e può trovare i finanziamenti».

    Sarà comunque necessario un notevole sforzo, perché da anni ormai impieghiamo poco più dell'uno per cento delle risorse nazionali nelle spese per la ricerca e lo sviluppo (secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nel 2006 la percentuale del Pil italiano destinata a questo settore è stata dell'1,14%), tanto da essere appena al 25° posto nella graduatoria mondiale, secondo i dati OCSE per il 2005 (ultimi disponibili). Il paese al mondo che destina il maggior numero di risorse alla ricerca da anni ormai è la Svezia, seguita dalla Finlandia (Tabella).

    tabella_ricerca_e_sviluppo.jpg

    Sebbene il maggior finanziatore della ricerca sia il regno svedese, è il Giappone il paese al mondo che, astraendo dalla «qualità» e «importanza», ottiene il maggior numero di brevetti, seguito dalla Svizzera e dalla Svezia. Gli Stati Uniti, sempre per i brevetti, sono all'ottavo posto. In Europa la Germania è il paese che ha realizzato quasi 7 mila brevetti l'anno nel quinquennio 2000-2004 e nel 2005 si trova al quarto posto della graduatoria mondiale. È seguita, a grande distanza, dalla Francia e dal Regno Unito. Non stupisce che le poche risorse che il nostro paese ha destinato fino ad ora alla ricerca diano scarsi risultati non solo in termini di produzione annuale di brevetti, ma anche in termini di incremento della produttività del lavoro. L'Italia, appena al 23° posto nel 2005, ha prodotto meno di mille brevetti l'anno (800 circa) in media nel periodo 2000-2004.

    Lo scarso impegno dell'Italia nell'ambito degli investimenti in ricerca e sviluppo non è una questione dell'ultimo decennio, ma risale a molti anni indietro, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell'industria. Infatti, la produttività del lavoro, da una analisi storica, risulta avere in Italia un minor incremento fin dall'inizio degli anni Ottanta. Il confronto internazionale rafforza il senso di sconforto che suscitano i dati nazionali (Grafico 2).

    grafico_product.jpg

    Giova sottolineare, inoltre, che i parametri del Trattato di Maastricht, che hanno costretto i vari paesi dell'unione monetaria a politiche di contenimento delle spese pubbliche, non tengono in alcun conto l'importante distinzione tra le spese in conto corrente e quelle in conto capitale. In Italia, come è noto, vi è una forte incapacità a contenere le spese correnti, e di questo ne hanno fatto le spese le scelte di politica economica, che fino alla scorsa legislatura hanno disincentivato gli investimenti pubblici. È da augurarsi che il massiccio ricorso alle opere pubbliche, promosso dall'attuale governo, possa dare i frutti sperati in termini di propulsione dello sviluppo.

    Al contempo esistono piccole realtà, in Italia, che presentano una spiccata inclinazione all'innovazione. Si tratta delle aziende medio piccole appartenenti al settore made in Italy e dei distretti industriali e tecnologici. Secondo un recente rapporto della Commissione Europea, l'Italia dispone di una relativa forza nella «creazione di conoscenza» e nella proprietà intellettuale, settori in cui è vicina alla media Ue. All'interno di questi indicatori il nostro paese ha un livello al di sopra della media europea per quanto riguarda la quota di ricerca e sviluppo nel settore medium-tech e high-tech. L'Italia ha un elevato livello di efficienza nel trasformare l'innovazione in proprietà intellettuale, ma un'efficienza minore nel trasformarla in applicazioni. Ciò è dovuto in gran in parte al fatto che l'università, i centri di ricerca e di sperimentazione e il mondo produttivo comunicano difficilmente e convivono in modo disarmonico. Il ministro Gelmini ha appunto affermato, a tal proposito, che gli istituti, gli enti, sono frammentati e c'è una polverizzazione delle risorse. Il programma da lei varato a fine aprile punta proprio a «un forte coordinamento, una grande razionalizzazione, per gestire insieme, in modo sinergico, finanziamenti italiani e internazionali, pubblici e privati». Secondo il ministro «manca qualsiasi legame con l'impresa» e occorre «migliorare l'integrazione tra i due mondi, in modo che il ricercatore vada a lavorare dentro le imprese». Un primo passo è già stato fatto in questa direzione con il protocollo appena firmato con la Regione Liguria per il lancio di un polo scientifico e tecnologico in collaborazione con la Ericsson.