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May 29 CRISI ALIMENTARE: LA SPECULAZIONE MIETE VITTIME
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su Finanza Italiana maggio - giugno 2008
Mentre le banche centrali si interrogavano, in occasione del G 10 riunitosi il 5 maggio scorso a Basilea, sul ruolo svolto dai tradizionali strumenti di politica monetaria incentrati sulla manovra del tasso ufficiale di sconto e se tali strumenti siano adeguati a contrastare le spinte inflazionistiche, l’impennata dei prezzi dei generi alimentari ha preso più forza e, unitamente all’andamento dei prezzi dei prodotti energetici, spinge verso valori più elevati l’inflazione a livello mondiale.
L’andamento crescente dei prezzi dei generi alimentari ha tra le cause sia in parte i fattori climatici, sia quelli sociali, ma soprattutto e in maggior misura gli spregiudicati atteggiamenti speculativi. Seguendo, infatti, i dati del Food Outlook, pubblicato a novembre 2007 dalla Fao, è chiaro che l’impennata dei prezzi non solo dei cereali e del riso, ma dei generi alimentari in generale, ha avuto inizio nel 2003 accelerando di anno in anno fino a raggiungere gli alti livelli attuali. Nell’ultimo anno, da marzo a marzo, i prezzi sembrano raddoppiati e quindi del tutto ingiustificati (grafici 1 e 2).
Grafico 1. – Indice dei prezzi dei principali beni alimentari (anno 1998-2000=100)
Fonte: Food Outlook Fao (novembre 2007)
Si tratta ancora una volta di una speculazione che, se non fermata, rischia di fare più danni di quelle sugli immobili e sul petrolio. Anche per i beni alimentari gli extraprofitti sembrano già macroscopici. Non essendoci ragioni economiche o climatiche che possano giustificare un simile improvviso incremento dei prezzi, non resta che concludere che sia di origine meramente speculativa.
Grafico 2. – Indice dei prezzi dei generi alimentari
Fonte: Food Outlook (novembre 2007) Fao
Secondo la pubblicazione citata, l’attuale livello delle scorte di generi alimentari, sebbene abbia mostrato un certo calo in questi ultimi anni e si sia allineato al livello del 2003, appare sufficiente ad affermare l’emergenza (per quanto riguarda i cereali è pari a oltre il 20% della produzione annua). Occorre però anche considerare il fatto che dal 2003 a oggi la produzione di cereali ha avuto un andamento altalenante. Nel 2004, infatti, vi è stato un picco nella produzione mondiale dei cereali con la triplicazione della sua quantità rispetto al livello di produzione del 2003. Non stupisce pertanto che nei due anni successivi, ovvero nel 2005 e nel 2006, la produzione abbia avuto una andamento decrescente, con la conseguente riduzione delle scorte al livello del 2003. Il settore agricolo ha caratteristiche diverse da quello industriale (grafici 3 e 4).
Grafici 3. e 4. – Produzione mondiale di cereali dal 2003 al 2007 e Indice di utilizzazione delle scorte mondiali di cereali
Fonte: Food Outlook (novembre 2007) Fao
Sembrano, quindi, del tutto allarmistici i toni usati in questi mesi riguardo ad una imminente carestia mondiale in seguito all’assottigliamento delle scorte. Al contempo però non è allarmistico sostenere che l’impennata dei prezzi è sempre un fattore rilevante, non al fine della disponibilità dei generi alimentari sulla tavola dei paesi industrializzati, quanto piuttosto in termini di costo della vita negli stessi paesi. Per contro, per i paesi in via di sviluppo, l’ondata speculativa produce danni ingenti, perché l’aumento dei prezzi provoca la fame e rafforza gli elementi che generano la povertà.
In molti PVS, come era facilmente prevedibile, sono scoppiate rivolte di affamati. Fra i fatti di cronaca tra i più recenti vi è la manifestazione che a Mogadiscio, in Somalia, ha visto in migliaia scendere in piazza per dare luogo ad una protesta violenta contro i commercianti connazionali, per via degli alti prezzi degli alimenti, la cui origine è da ricercare nelle distorsioni locali, che però hanno origine nelle borse finanziarie dove si contrattano i future sulle soft commodities (ovvero su riso, frumento, zucchero e olio). È poi naturale che si generino a cascata le varie insufficienze nei mercati del Terzo Mondo. La speculazione non ha mancato di approfittare degli eventi in Birmania, ossia in Myanmar, colpita dal violento ciclone. La catastrofe, oltre alla tragedia umana, ha comportato un’ulteriore conseguenza negativa sull’economia del paese. Infatti, le organizzazioni internazionali, la Fao e il WFP in primo luogo, prevedono che la Birmania diventerà quest’anno un paese non più produttore ed esportatore di riso, ma importatore netto di questo genere alimentare. La riduzione dell’offerta e l’aumento della domanda sul mercato del riso favorirà la speculazione legata ai futures da parte degli operatori finanziari. L’atteggiamento speculativo al rialzo dei prezzi, farà sì che le previsioni di aumento si avverino realmente. Ai fini di spezzare l’ondata speculativa, l’India ha sospeso dai primi giorni di maggio la contrattazione di futures per quanto concerne il riso, il frumento, lo zucchero e l’olio. L’esempio dovrebbe essere seguito dai paesi industrializzati anche per quanto riguarda il prezzo del petrolio. Non si dimentichi che i futures sono meri contratti di speculazione, il più delle volte disancorati dalle effettive disponibilità dei vari beni.
Un dollaro al giorno
È un momento storico di grande importanza quello attuale in cui viene naturale chiedersi quali siano i risultati che la cooperazione internazionale abbia raggiunto nei riguardi del primo obbiettivo dei Millennium development goals : “Sradicare la povertà estrema e la fame” ovvero dimezzare, entro il 2015, il numero di persone il cui reddito è minore di un dollaro al giorno e che soffrono la fame. Tale obbiettivo sembra oggi ancora più distante. Ci si chiede, inoltre, quale organismo sovrannazionale possa svolgere il ruolo di controllo sugli atteggiamenti speculativi che creano ripetute bolle e che, questa volta, hanno contagiato pericolosamente il mercato dei generi alimentari.
Figura – Fao Hunger Map
Fonte: Global Information and Early Warning System (GIEWS) http://www.fao.org/giews/english/index.htm
Molti analisti dello sviluppo propongono alcune soluzioni, che sembrano avere una certa valenza, per aumentare la produzione e quindi l’offerta sul mercato dei generi alimentari proprio in quei paesi dove non sono più accessibili le importazioni a causa del loro alto costo. Da un lato è, infatti, interessante l’approccio che il premio Nobel Muhammad Yunus ha ideato nel lontano 1977, anno in cui fondò la nota Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il microcredito senza garanzie. L’intuizione del premio Nobel è stata quella di prestare i soldi direttamente ai poveri, soprattutto donne, da investire in piccole attività produttive, senza richiedere nessuna garanzia in cambio. Muhammad Yunus, in aperta critica all’operato della Banca Mondiale, ha notevolmente migliorato le condizioni di vita del suo paese, il Bangladesh, e ha operato una vera rivoluzione economica che oggi più di ieri può essere utile anche nella contingente situazione di crisi alimentare. Il microcredito, infatti, potrebbe finanziare i piccoli coltivatori locali dei PVS e far si che acquistino il terreno che coltivano o introducano piccole dosi di innovazione tecnologica per migliorare la resa delle coltivazioni. Sarà questo uno degli argomenti trattati al vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, che avrà luogo a Roma, presso la Fao, il prossimo 3 giugno 2008.
Un altro approccio può essere quello relativo alla coltivazione e alla introduzione delle specie sperimentate di prodotti agricoli geneticamente modificati (OGM) che abbiano la caratteristica di resistenza ai parassiti animali e vegetali. Inoltre occorre continuare nelle politiche di incentivi alla ricerca e alla selezione di specie vegetali sempre più resistenti. Tale approccio presuppone però che possano essere superate le resistenze di ordine ideologico-ambientalistico che contrastano fortemente, spesso senza fondamenta scientifiche, l’introduzione di tali innovativi prodotti. Si è parlato di una “nuova rivoluzione verde” facendo riferimento all’introduzione presso le coltivazioni dei paesi in via di sviluppo di alcune specie di mais, soia e cotone geneticamente modificate tali da essere molto resistenti ai pesticidi.
I paesi di nuova industrializzazione e il cartello del riso
Dal lato dei produttori, la dinamica dei prezzi si trasforma in una rendita appetibile. Gli alti prezzi dei generi alimentari hanno, infatti, influenzato le politiche di crescita della Russia che da alcuni anni ha messo in pratica un piano di ammodernamento tecnologico e di ampliamento delle colture, soprattutto del frumento considerato il nuovo settore strategico per lo sviluppo del paese. Nel settore agricolo, come evidenzia il grafico n. 5, gli Stati Uniti rimangono il paese a più forte produzione grazie soprattutto alla per ora insuperabile produttività del lavoro, assistito da imponenti dosi di capitale tecnico.
Grafico 5. – Produzione di riso, frumento, mais e soia negli Stati Uniti, in Cina, in India, in Russia e in Italia e popolazione
Fonte: Nostre elaborazioni su dati Calendario Atlante De Agostini
Dal canto suo, un paese tra i maggiori produttori mondiali di riso, la Tailandia, ha proposto ad altri paesi produttori la costituzione di un cartello. La Tailandia (con i suoi 9,5 milioni di tonnellate di esportazione, pari a oltre il 40 % dell’export totale) da sola sarebbe già in grado di influenzare l’esportazione mondiale di riso. I partner di un simile progetto potrebbero essere, secondo i piani tailandesi, i paesi del Sud-Est asiatico (Vietnam, Birmania, Cambogia e Laos). Le voci della costituzione del cartello, soprannominato l’Orec (Organizzazione dei Paesi esportatori di riso), scimmiottando il già noto Opec, hanno messo in allarme i paesi importatori. Tra i maggiori importatori vi sono Le Filippine, che vedrebbero crescere il prezzo delle loro importazioni e lo squilibrio della bilancia dei pagamenti. Indubbiamente la cooperazione internazionale e l’opinione pubblica dovranno condannare una simile iniziativa in quanto i consumatori di riso sono circa tre miliardi di persone al mondo e in gran parte vivono nei paesi poveri dove ancora lo spettro della fame non è stato allontanato.
Emanuela Melchiorre
May 24 Finalmente le prime misure economiche indovinatedi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 22 maggio 2008 Napoli ha ospitato ieri il primo Consiglio dei ministri del governo Berlusconi. Il lascito del fallimentare governo Prodi è una sfida da affrontare con sollecitudine, competenza e determinazione. Le decisioni prese dal Consiglio hanno infatti riunite tutte queste caratteristiche. Tra le molte decisioni prese tre di esse puntano ad alleggerire in tempi brevi il costo della vita degli italiani e promettono di avere una pronta efficacia sulla qualità della vita ma anche sulla produttività dei lavoratori. In primo luogo vi è stata la ratifica dell'accordo che Tremonti ha posto in essere con l'Abi, l'Associazione Bancaria Italiana. Grazie a tale accordo i mutui sottoscritti dai privati con le banche potranno essere rinegoziati in tempi brevi al fine di mantenere la rata fissa e bloccata alla media del 2006 nel caso in cui sia stato sottoscritto un contratto a tasso variabile. Coloro che sceglieranno di rinegoziare il proprio mutuo avranno un duplice vantaggio. Nel caso in cui i tassi salgano la rata resterà costante, se invece i tassi scendano vi sarà la facoltà di tornare nuovamente alla rata variabile. Gli effetti positivi per un privato di poter mantenere invariata la rata nel tempo rinegoziando il contratto sono evidenti, specie se si considera la recente dinamica dei tassi sui mutui, che hanno seguito a breve distanza le variazioni al rialzo del tasso ufficiale della Banca centrale europea, a fronte invece della sostanziale stabilità del livello nominale degli stipendi e della perdita progressiva del potere di acquisto connesso all'inflazione. Il testo della convenzione per la rinegoziazione tra il governo e l'Abi sarà ultimato entro trenta giorni. In secondo luogo, il Consiglio dei ministri ha abolito, a far data dal giugno prossimo, l'Ici, l'imposta comunale sugli immobili, sulla prima casa di proprietà con l'esclusione delle residenze di lusso. L'Ici, introdotta a suo tempo dal ministro Amato, che inventò l'ISI (l'imposta straordinaria sugli immobili) trasformata poi in Ici, è l'imposta più odiata dagli italiani, poiché costituisce una imposta patrimoniale e quindi il contribuente è tenuto a versarla anche nel caso in cui l'immobile non frutti alcun reddito. L'abolizione di tale imposta sarà un buon vantaggio per i proprietari degli immobili e uno svantaggio per i comuni, i quali consideravano tale prelievo fiscale come una fonte certa nel tempo e anche crescente se il catasto fosse passato, come voleva Rutelli e compagni, alle amministrazioni locali, come se i comuni fossero in grado di calcolare la rendita catastale. Per compensare i comuni della perdita dell'Ici sulle prime case il governo sovvenzionerà adeguatamente le finanze comunali. L'altro provvedimento concerne la detassazione quasi totale, meno un 10%, degli straordinari e dei premi di produzione per i redditi inferiori ai 30.000 euro annui.Nell'insieme, le prime misure del governo Berlusconi si traducono subito in un aumento del reddito disponibile per la maggior parte degli italiani, senza provocare scompensi, specie nel settore delle imprese perché non intaccano i contratti in corso. Dopo il danno provocato dall'introduzione dell'euro e dopo quelli in atto dell'inflazione dei prezzi dei generi alimentari e di quello dei prodotti petroliferi che colpisce in misura maggiore i redditi meno elevati, si assiste finalmente ad una inversione di tendenza delle pretese del fisco che con Padoa Schioppa e Visco era diventato vessatorio, odioso e anticongiunturale e dovuto essenzialmente non all'aumento della produzione, che non c'è stato, tant'è vero che siamo in recessione, ma all'aumento dei prezzi e non tanto alla lotta all'evasione. I cosiddetti «tesoro» e «tesoretto» sono stati scambiati per maggiore reddito che invece non è stato prodotto. Occorrerà fare di più nel corso dei prossimi mesi, perché la pressione fiscale in Italia è molto più elevata che negli altri paesi dell’Euro-zona. Infatti, a parità di aliquote si colpisce maggiormente il reddito pro-capite più basso come quello dell’Italia rispetto alla Germania e alla Francia, tanto per citare i grandi paesi. Come è stato illustrato dal presidente del Consiglio e dai ministri competenti, le risorse necessarie per fare fronte alle minori entrate saranno reperite in vari modi tra cui prevalente il ricorso a prelievi straordinari sui guadagni di alcuni settori come quello petrolifero, quello bancario e quello assicurativo, che hanno realizzato notevoli «guadagni di congiuntura» in relazione ai cambi valutari, alla mancanza di concorrenza e ad altri fattori. Le risorse saranno reperite anche rivedendo a fondo il cosiddetto «milleproroghe» del governo Prodi, e che il ministro Tremonti ha definito «il regalo elettorale del centrosinistra» e fonte di sprechi e di inutili rivoli finanziari. Alcune voci del «mille proroghe» saranno quindi abolite, mentre quelle riconducibili al pacchetto welfare saranno ridimensionate. Altre risorse arriveranno dalla riforma del pubblico impiego e dal piano di risanamento della Pubblica Amministrazione, che il ministro Renato Brunetta intende ultimare in tempi brevi. Sembra, infatti, che entro due settimane saranno già pronti i primi due interventi. In questa prima fase dell'azione di governo merita rilevare la tempestività e l'incisività delle prime misure a favore dell'economia e dei lavoratori per fare imboccare al paese la via della ripresa economica per un inserimento stabile nell'ambito dei principali paesi che seguono un percorso virtuoso nella produzione del reddito, specie con gli aumenti di produttività, e della sua destinazione a vantaggio di tutta la collettività. Emanuela Melchiorre May 16 EUROPA: RISCHI GLOBALI E RISPOSTE PARZIALI
di Emanuela Melchiorre Senior Fellow Centro Studi e Documentazione Tocqueville-ActonLe sommosse per il cibo scoppiate nei paesi poveri hanno portato in primo piano l’emergenza della scarsa disponibilità di prodotti alimentari e del loro alto prezzo. I prezzi degli alimentari sono aumentati, secondo l’FMI, in media del 60% dall’inizio del 2006 e alcuni di essi hanno sperimentato crescite ben maggiori (il riso ha triplicato il suo prezzo in un anno). È un’emergenza sociale e umanitaria prima ancora che un problema economico, posta all’ordine del giorno del prossimo incontro dei capi di stato e di governo dell’Ue in giugno. Questo argomento per la prima volta sarà in agenda anche al prossimo G8 previsto per luglio in Giappone, nonché alla riunione delle Nazioni Unite durante l’incontro previsto per il prossimo 25 settembre.
La crisi alimentare
L’impennata dei prezzi dei generi alimentari è ascrivibile a una serie di cause che agiscono simultaneamente. In primo luogo è aumentata la domanda di generi alimentari da parte dei paesi emergenti in seguito alla crescita accelerata dell’economia dei paesi asiatici. A maggiore domanda non è corrisposta però una maggiore offerta. Secondo le stime del World Food Program, tramite le parole di Josette Sheeran, direttore esecutivo, si ritiene che negli ultimi tre anni il mondo abbia consumato più di quanto abbia prodotto, assottigliando quindi le riserve alimentari mondiali. Le politiche europee riguardo il tema cruciale dei biocarburanti, inoltre, incidono in una certa misura sulla produzione agricola dei paesi emergenti, stando alla denuncia di Oxfam, la nota ONG inglese che agisce a livello planetario contro la fame nel mondo, che rivela contese sui terreni e abusi nei paesi poveri. Tale denuncia ha sortito l’effetto di un interessamento da parte del governo britannico, che in febbraio ha avviato uno studio sull’impatto economico-ambientale dell’aumento dell’uso dei biocarburanti, e il suo impegno in sede europea per promuovere la modifica della linea Ue. Il dibattito sul ruolo dei biocarburanti è molto acceso. Pare infatti, secondo due presidenti sudamericani, il boliviano Evo Morales e il peruviano Alan Garcia, intervenuti al forum dell’Onu a New York sui cambiamenti climatici, che le coltivazioni di cereali e di zuccheri usate per la produzione del bioetanolo diminuiscano le risorse alimentari e siano quindi causa dell’aumento dei prezzi del cibo proprio nei paesi più poveri che, come è prevedibile, consumano prevalentemente cereali. Allo stesso tempo, e per dare una giusta misura al fenomeno, è però utile considerare il fatto che i terreni destinati alla coltura di cereali che si trasformeranno in bioetanolo sono appena il 2% della produzione agricola mondiale. Un ruolo più importante nell’incremento del livello dei prezzi dei generi alimentari lo svolge, pertanto, la finanza speculativa internazionale, i cosiddetti Hedge funds. In occasione del dibattito avuto luogo a Strasburgo all’Europarlamento, infatti, secondo il capo-gruppo socialista Martin Schultz, «la finanza speculativa ha preso posto alla mensa dei poveri», poiché gli Hedge funds controllano già pesantemente il settore agro-alimentare, causando la lievitazione speculativa dei prezzi.
Le altre emergenze globali
In agenda del prossimo G8 si trovano altre emergenze globali, che sono tra loro intimamente connesse e che riguardano sia i paesi poveri che i paesi ricchi. Oltre alla sicurezza alimentare, alla disponibilità di prodotti agricoli e all’andamento dei loro prezzi, si discuterà della crisi finanziaria mondiale, che partendo dal mercato immobiliare americano si è estesa al sistema finanziario mondiale. La crisi ha trovato maggiori spinte nella facile concessione dei mutui, effettuata anche con il sistema della cartolarizzazione. Questo aspetto è stato oggetto del recente Financial Stability Forum e ha indotto le banche centrali più importanti, tra cui la Federal Reserve e la Banca centrale europea, ad agire a più riprese sul mercato finanziario, immettendo massicce dosi di liquidità per sostenere le banche affette da insufficiente disponibilità di fondi e per arginare i rischi di fallimento. L’emergenza globale di cui si discuterà durante il summit di luglio riguarda infine l’esplosione dei prezzi dei prodotti energetici. Il prezzo del petrolio, infatti, è rincarato di 40 dollari al barile rispetto alla media del 2007 superando, mentre si scrive, la quotazione di 119 dollari (Wti) e di 117 (Brent), e si guarda già con timore alla futura e probabile soglia di 200 dollari al barile. L’ulteriore impennata dei prezzi del greggio è una risposta del mercato alla dichiarazione dell’Opec di aumentare la produzione solamente di 5 milioni di barili al giorno entro il 2012, è chiaro che si tratta solo di una mera dichiarazione di intenti, che lascia immutata l’odierna situazione. Per fare fronte al prevedibile aumento del prezzo del greggio e, di conseguenza, all’aumento dell’inflazione nell’area dell’euro e con il dichiarato intento di riportare il livello percentuale al di sotto della soglia statutaria del 2% (attualmente siamo al 3,6%), la Bce ha dichiarato, per voce di Christian Noyer, il governatore della Banca di Francia, che è previsto un aumento del tasso di interesse di riferimento (attualmente è al 4%). L’eco nelle borse valutarie è stato immediato e ha causato un ulteriore rialzo dell’euro nei confronti del dollaro (1,60 dollari per euro).
Il ruolo del dollaro e quello dell’euro
Il dollaro, per quanto stia perdendo valore sulle borse valutarie, conserva il suo ruolo di moneta internazionale. L’euro, invece, nonostante stia acquistando valore sui mercati valutari in rapporto al dollaro, conserva ancora una sfera di influenza piuttosto circoscritta. L’ipotesi che alcuni studi economici hanno avanzato circa l’eventualità che il ruolo di moneta internazionale del dollaro possa essere sostituito da quello dell’euro costituisce solo una ipotesi fantasiosa. Infatti, la prima moneta esprime la forza di una potenza economica che ancora traina le economie industriali e emergenti. Gli Stati Uniti, difatti, sono detentori dei capitali industriali investiti nei paesi emergenti e, al tempo stesso, il mercato di sbocco delle merci ivi prodotte. Sono, inoltre, il partner commerciale preferenziale di tutti i paesi industrializzati. L’euro, invece, è la moneta rappresentativa di una economia disomogenea che ancora stenta ad integrarsi e che non presenta al suo interno alcuna unità politica.
Le risposte dell’Europa
Non solo l’Europa dell’euro, ma tutta l’Ue non ha ancora formulato alcuna politica industriale comune in tutta l’area, né una politica energetica comune che consideri anche la promozione della produzione nucleare europea e che soprattutto permetta agli stati aderenti di uscire dalla scomoda situazione di dipendenza da paesi politicamente instabili per le forniture strategiche di petrolio, gas e carbone. Rilevante è anche il fatto che l’Unione europea non presenta alcuna politica estera comune. Tutte queste politiche, quella industriale e di sviluppo, quella energetica e infine quella estera, sono demandate all’iniziativa di ogni singolo paese che però non può agire in perfetta autonomia. Infatti, il raggio d’azione delle politiche nazionali è limitato dalle imposizioni di vincoli all’intervento pubblico nell’economia, in nome della tutela della concorrenza e del contenimento del disavanzo e del debito pubblico. L’unica politica comune a tutta l’area dell’euro è quella monetaria accentrata dalla Banca centrale europea, definita indipendente per Statuto, in assenza di un’unione politica tra i paesi membri. La Bce assolve al compito della tutela del potere d’acquisto della moneta, in via del tutto autonoma rispetto all’andamento della congiuntura economica europea e mondiale e alla situazione economica in cui versano i singoli paesi membri. In questo si differenzia dalla Federal Reserve, il cui Statuto, al contrario, prevede il perseguimento della stabilità del potere d’acquisto del dollaro compatibilmente con l’andamento economico e con la tutela del livello di occupazione. La politica del costo del denaro perseguita dalla Bce ha avuto l’effetto di tenere artificiosamente alto il valore dell’euro rispetto al dollaro. L’intento di tale politica è stato quello di proteggere l’area dell’euro dagli effetti dell’inflazione interna, derivante dai disavanzi pubblici dei paesi aderenti, e da quella importata, ovvero derivante in larga parte dall’alto prezzo delle materie prime energetiche acquistate da paesi extra-Ue. Gli effetti negativi che questa politica ha comportato però sono stati maggiori di quelli positivi, poiché in prima analisi l’effetto inflativo non è stato arginato. Source of Data: Eurostat Copyright of administrative boundaries: ©EuroGeographics, commercial re-distribution is not permitted Last Update: 16.04.2008 Date of extraction: 27 Apr 2008 06:27:07
Al contempo le imprese europee si trovano nella scomoda situazione di subire un “costo del denaro” maggiore rispetto alle loro concorrenti di oltreoceano, comportando un disincentivo all’investimento. I minori investimenti, specie se la contrazione riguarda l’innovazione tecnologica, ha comportato in questi anni una bassa crescita della produttività del lavoro nei paesi dell’euro-zona a fronte di una forte crescita della produttività del lavoro americana. In sostanza, la politica monetaria della Bce ha comportato una perdita di competitività dei paesi dell’area dell’euro, che deve oggi rincorrere l’economica mondiale, tuttora crescente nonostante l’avvento di shock esterni (crisi dei mutui subprime e spinte inflazionistiche) di rilevanti dimensioni. Inoltre, gli Stati Uniti sono tradizionalmente orientati alla concorrenza interna e al libero accesso ai mercati. Non esiste, infatti, fra gli stati federali americani la gran mole di ostacoli di ordine burocratico e organizzativo che esiste in Europa riguardo all’ingresso nel mercato di nuove imprese. Ciò permette che i prezzi possano essere calmierati naturalmente per effetto della concorrenza. L’effetto ultimo delle barriere all’entrata si risolve, invece, nel vecchio continente in un disincentivo all’imprenditoria e all’innovazione. L’Italia non fa eccezione a questa scarsa dinamicità nell’ingresso dai mercati di nuove imprese o e nell’uscita delle imprese inefficienti. La presenza di barriere burocratico-organizzative di fatto limita il libero gioco della concorrenza e quindi la selezione del mercato tra imprese efficienti e inefficienti. Giova sottolineare anche la differenza tra l’imposizione fiscale europea e quella americana. Se in media negli Stati Uniti la pressione fiscale è pari al 23% circa, in Europa è pari a quasi al doppio.
Conclusioni
L’assenza di una identità politica e la frammentarietà delle politiche dei singoli paesi, nonché le barriere all’entrata nei mercati e la complessità normativa complicata dalle direttive comunitarie e, infine, l’eccessiva imposizione fiscale fanno sì che l’Europa dell’euro si trovi del tutto impreparata a gestire le emergenze che coinvolgono le economie avanzate e, in seconda battuta, le economie emergenti. Alle crisi di carattere globale, l’Europa, perché è priva di uno stato almeno confederale, pone soluzioni parziali e inadeguate per arginare gli effetti negativi principali degli shock esterni. May 14 Europa e Stati Uniti: due realtà a confrontodi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 maggio 2008 Il dollaro, per quanto stia perdendo valore sulle borse valutarie, conserva il suo ruolo di moneta internazionale. L'euro, invece, nonostante si apprezzi in rapporto al dollaro, conserva una sfera di influenza piuttosto circoscritta. L'ipotesi che alcuni studi economici hanno avanzato circa l'eventualità che il ruolo di moneta internazionale del dollaro possa essere sostituito da quello dell'euro costituisce solo una ipotesi fantasiosa. La prima moneta esprime, infatti, la forza di una potenza economica che ancora traina le economie industriali ed emergenti. Gli Stati Uniti, difatti, sono detentori dei capitali industriali investiti nei paesi emergenti e, al tempo stesso, il mercato di sbocco delle merci ivi prodotte. Sono, inoltre, il partner commerciale preferenziale di tutti i paesi industrializzati. L'euro, invece, è la moneta rappresentativa di una economia disomogenea, che ancora stenta ad integrarsi e che non presenta al suo interno alcuna unità politica.Non solo l'Europa dell'euro, ma tutta l'Ue non ha ancora formulato alcuna politica industriale comune, né una politica energetica comune che consideri anche la produzione nucleare e che soprattutto permetta agli stati aderenti di uscire dalla scomoda situazione di dipendenza da paesi politicamente instabili per le forniture strategiche di petrolio e gas. Rilevante è il fatto che l'Unione europea non presenta alcuna politica estera comune e d'altra parte non c'è uno Stato europeo. L'unica politica comune a tutta l'area dell'euro è quella monetaria, accentrata dalla Banca centrale europea, definita indipendente per Statuto, in assenza di un'unione politica tra i paesi membri. Come più volte detto, la Bce assolve al compito della tutela del potere d'acquisto della moneta in via del tutto autonoma rispetto all'andamento della congiuntura economica europea e mondiale e alla situazione economica in cui versano i singoli paesi membri. In questo si differenzia dalla Federal Reserve, il cui Statuto, al contrario, prevede il perseguimento della stabilità del potere d'acquisto del dollaro compatibilmente con l'andamento economico e con la tutela del livello di occupazione. Questo duplice impegno ha permesso alla Fed di collaborare strettamente con il Governo americano per fare fronte, e per superare, secondo alcuni, la grave empasse della crisi dei mutui subprime. Nel Vecchio Continente invece, la politica del costo del denaro perseguita dalla Bce ha avuto l'effetto di tenere artificiosamente alto il valore dell'euro rispetto al dollaro con l'intento di proteggere l'area dell'euro dagli effetti dell'inflazione interna, derivante dai disavanzi pubblici dei paesi aderenti, e da quella importata, ovvero derivante in larga parte dall'alto prezzo delle materie prime energetiche acquistate da paesi extra-Ue. Gli effetti negativi che questa politica ha comportato sono stati però maggiori di quelli positivi, poiché in prima analisi l'effetto inflattivo non è stato arginato. Al contempo, le imprese europee si trovano nella scomoda situazione di subire un «costo del denaro» maggiore rispetto alle loro concorrenti di oltreoceano, che comporta un disincentivo all'investimento. I minori investimenti, specie se la contrazione riguarda l'innovazione tecnologica, hanno provocato in questi anni una bassa crescita della produttività del lavoro nei paesi dell'euro-zona a fronte di una forte crescita della produttività del lavoro americana. In sostanza, la politica monetaria della Bce ha comportato una perdita di competitività dei paesi dell'area dell'euro, che deve oggi rincorrere l'economica mondiale tuttora crescente anche se a ritmo minore a causa degli shock esterni (crisi dei mutui subprime e spinte inflazionistiche date dai prezzi dei prodotti energetici e alimentari) di rilevanti dimensioni. Gli Stati Uniti, inoltre, sono tradizionalmente orientati alla concorrenza interna e al libero accesso ai mercati. Non esiste, infatti, fra gli stati federali americani, la gran mole di ostacoli di ordine burocratico e organizzativo che esiste in Europa riguardo all'ingresso nel mercato di nuove imprese. Ciò permette che i prezzi possano essere calmierati naturalmente tramite la concorrenza. L'effetto ultimo delle barriere all'entrata si risolve, invece, nel vecchio continente in un disincentivo all'imprenditoria e all'innovazione. L'Italia primeggia in questa scarsa dinamicità nell'ingresso nei mercati di nuove imprese e nell'uscita delle imprese inefficienti. La presenza di barriere burocratico-organizzative di fatto limita il libero gioco della concorrenza e quindi la selezione del mercato tra imprese efficienti e inefficienti. Grande rilievo assume anche la differenza tra l'imposizione fiscale europea e quella americana. Se in media negli Stati Uniti la pressione fiscale è pari al 23% circa, in Europa è pari a quasi il doppio. L'assenza di una identità politica e la frammentarietà delle politiche dei singoli paesi, nonché le barriere all'entrata nei mercati e la complessità normativa complicata dalle direttive comunitarie e, infine, l'eccessiva imposizione fiscale fanno sì che l'Europa dell'euro si trovi del tutto impreparata a gestire le emergenze che coinvolgono tutte le economie, avanzate ed emergenti. Alle crisi di carattere globale, l'Europa, perché è priva di uno stato almeno confederale, pone soluzioni parziali e inadeguate per arginare gli effetti negativi principali degli shock esterni. Nel contesto sopra delineato il nuovo governo Berlusconi si troverà a dover affrontare non solo i limiti derivanti dalla pesante eredità lasciatagli dal governo Prodi, ma anche i vincoli, spesso dannosi, di una Europa politicamente, economicamente e finanziariamente miope e lenta dinanzi alle nuove sfide. Emanuela Melchiorre May 04 Crisi alimentare: speculazioni e soluzionidi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 3 maggio 2008 Le sommosse per il cibo scoppiate in decine di paesi poveri hanno portato in primo piano l'emergenza della scarsa disponibilità di prodotti alimentari e del loro alto prezzo. I prezzi degli alimentari sono aumentati, secondo il Fmi, in media del 60% dall'inizio del 2006 e alcuni di essi hanno sperimentato crescite ben maggiori (il riso ha triplicato il suo prezzo in un anno). È un'emergenza sociale e umanitaria prima ancora che un problema economico, posta all'ordine del giorno di numerosi incontri internazionali: da quello prossimo dei capi di stato e di governo dell'Ue in giugno; del G8 previsto per luglio in Giappone, nonché dell'assemblea delle Nazioni Unite prevista per il prossimo 25 settembre. L'impennata dei prezzi dei generi alimentari è ascrivibile a una serie di cause che agiscono simultaneamente. Oltre ai fattori contingenti come quelli climatici (la siccità infatti in Australia ha causato la riduzione drastica della produzione di riso) e la lievitazione dei costi dei trasporti in seguito all'andamento dei prezzi del petrolio, si rileva in primo luogo l'aumento in questi anni della domanda di generi alimentari da parte dei paesi emergenti, in seguito alla crescita accelerata dell'economia dei paesi asiatici (Cina e India in maggior misura). All'accresciuta domanda non è corrisposto un aumento dell'offerta. Secondo le stime del World Food Program si ritiene infatti che negli ultimi tre anni il mondo abbia consumato più di quanto abbia prodotto, assottigliando quindi le riserve alimentari mondiali. Le politiche europee riguardo al tema cruciale dei biocarburanti, inoltre, incidono in una certa misura sulla produzione agricola dei paesi emergenti, stando alla denuncia della nota Ong inglese Oxfam, che rivela contese sui terreni e abusi nei paesi poveri. Tale denuncia ha sortito l'effetto di un interessamento da parte del governo britannico, che in febbraio ha avviato uno studio sull'impatto economico-ambientale dell'aumento dell'uso dei biocarburanti, e il suo impegno in sede europea per promuovere la modifica della linea Ue. È rilevante considerare inoltre che il processo di trasformazione dei prodotti agricoli in biocarburanti ha un rendimento estremamente basso e, stando a quanto si legge in un articolo del Il Giornale scritto da Livio Caputo, produce più emissioni di CO2 rispetto a quante se ne vorrebbe evitare, sostituendo la produzione tradizionale di energia. Il dibattito sul ruolo dei biocarburanti è molto acceso. Pare, infatti, secondo due presidenti sudamericani, il boliviano Evo Morales e il peruviano Alan Garcia, intervenuti al forum dell'Onu a New York sui cambiamenti climatici, che le coltivazioni di cereali e di zuccheri usate per la produzione del bioetanolo diminuiscano le risorse alimentari e siano, quindi, causa dell'aumento dei prezzi del cibo proprio nei paesi più poveri che, come è prevedibile, consumano prevalentemente cereali. Allo stesso tempo, e per dare una giusta misura al fenomeno, è però utile considerare il fatto che i terreni destinati alla coltura di cereali che saranno trasformati in bioetanolo sono appena il 2% della produzione agricola mondiale. Un ruolo più importante nell'incremento del livello dei prezzi dei generi alimentari lo svolge, invece, la finanza speculativa internazionale, i cosiddetti Hedge funds. In occasione del dibattito che ha vuto luogo a Strasburgo all'Europarlamento, infatti, secondo il capo-gruppo socialista Martin Schultz, «la finanza speculativa ha preso posto alla mensa dei poveri», poiché gli Hedge funds controllano già pesantemente il settore agro-alimentare, sia a livello mondiale sia a quello locale, causando la lievitazione speculativa dei prezzi. La speculazione ha innescato, inoltre, una spirale pericolosa in quanto la lievitazione dei prezzi sta riducendo l'accessibilità ai generi alimentari per le popolazioni più povere, ma anche diffondendo tra i paesi industrializzati la sensazione che ci sia una effettiva scarsa disponibilità di generi alimentari, in seguito anche all'effetto eco causato dai toni allarmistici di una certo tipo di stampa e dei media. La percezione della riduzione delle scorte di generi alimentari spinge un gran numero di consumatori ad acquistare in maggior misura prodotti alimentari per garantirsi contro l'eventualità di una futura carestia. Quindi i supermercati si vuotano in poco tempo e la percezione della scarsa disponibilità di scorte si rafforza, seguendo l'altalenante andamento delle reazioni di panico. Una soluzione potrebbe essere a portata di mano. Infatti, i policy maker europei e americani potrebbero decidere di destinare nuovamente alla coltura un gran numero di terreni che sono stati lasciati a riposo in questi anni in modo tale da riportare la produzione mondiale di prodotti agricoli nel giro di poco tempo a livelli tali da garantirne la disponibilità e ridurne il prezzo nei mercati mondiali. La crisi alimentare è una ulteriore occasione per constatare la necessità di un organismo di controllo che vigili sull'andamento della speculazione a livello planetario e che possa prevenire il diffondersi di bolle speculative che, in questo caso, hanno effetti non solo finanziari, ma agiscono aggravando pesantemente anche i problemi che da sempre affliggono l'umanità, quelli della lotta contro la fame. Emanuela Melchiorre |
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