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    April 20

    Instabilità finanziaria ed inflazione globale

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 aprile 2008

    L'esito delle urne ha fortemente premiato la coalizione di centrodestra. L'entusiasmo per la vittoria, tuttavia, lascerà presto spazio all'apprensione per l'economia italiana che, così come accade per tutto il contesto dell'euro-zona, progredisce ad un ritmo molto lento, vicino allo zero. Le cause di questo fenomeno sono da ascrivere in buona parte all'andamento della produttività del lavoro, la cui crescita in tutta l'Unione europea è molto contenuta, e per l'Italia è estremamente bassa, e allo scarso flusso degli investimenti. È emblematico il fatto che fino a qualche anno fa, quando si effettuavano confronti internazionali, l'Italia veniva paragonata alla Francia, alla Germania e alla Gran Bretagna. Oggi i confronti vengono fatti in rapporto alla Romania e alla Grecia, mentre si è costretti a constatare che per molti aspetti la Spagna sta sperimentando performance economiche migliori delle nostre.

    Non è un'economia facile da gestire quella che il governo Berlusconi ha ereditato dal fallimentare programma di sviluppo e di liberalizzazioni del governo precedente. Le imposte sono ai massimi storici, paragonabili solo al livello di imposizione del primo governo Prodi, anch'esso finito dopo appena due anni con un fallimento e con le dimissioni. Il «rischio paese», ovvero quella valutazione che in sede internazionale influenza le scelte di investimento dei capitali esteri, è cresciuto per l'Italia in questi due anni, a causa dell'inaffidabilità del governo Prodi, che nonostante avesse rilasciato le autorizzazioni necessarie per la realizzazione di alcune grandi opere, alle quali concorrevano anche capitali esteri, ne ha di fatto interrotto i lavori. Ha concorso alla rovina dell'immagine dell'Italia all'estero anche la dannosa amministrazione campana che, oltre ad aver danneggiato gravemente il turismo, l'industria agroalimentare locale e l'ambiente, ha fatto sì che l'Italia venga identificata come un paese pieno di spazzatura. Anche lo sconsiderato attivismo delle associazioni locali ha la sua parte di colpa che con l'atteggiamento NIMBY (Not In My Back Yard, «Non nel mio cortile») esso ha impedito la realizzazione di infrastrutture utili alla collettività e ha dimostrato che il governo uscente non aveva sufficiente autorevolezza per influire sulle decisioni in ambito locale. Alla bassa capacità del nostro Paese di produrre reddito si affianca un contesto mondiale molto difficile anche in relazione alla situazione finanziaria internazionale che si è prodotta dopo lo scoppio della bolle speculativa del mercato immobiliare e la crisi dei mutui subprime.

    Molti fattori hanno concorso in varia misura al diffondersi di una instabilità globale del mercato finanziario. Fra questi l'abitudine a trasferire il rischio dalle banche al mercato, l'opacità dei bilanci delle banche, il ricorso sconsiderato all'ingegneria finanziaria, che ha prodotto i nuovi strumenti finanziari sempre più complessi. Questi espedienti hanno sedotto anche alcune amministrazioni locali italiane provocando il dilagare dei cosiddetti «derivati». Il diffondersi di una instabilità globale del mercato finanziario, a sua volta, ha causato ripercussioni negative sull'economia reale dei paesi sviluppati e di nuova industrializzazione.

    Da più fonti emerge che il problema finanziario oggi non è da considerare alla stregua di una semplice crisi di liquidità, ma risiede soprattutto nella crisi di fiducia che si è instaurata nel sistema creditizio mondiale. È tale sfiducia che, alla fine, si è trasformata in una scarsa liquidità di tutto il sistema. È di difficile determinazione l'effettiva diffusione della cartolarizzazione dei mutui subprime, alla quale la stessa Italia non è rimasta estranea. Ai mutui subprime si aggiungono anche altre forme di prodotti finanziari, che permettono la distribuzione del rischio sul credito trasferendolo dalla banca originaria, che emette i titoli, a terzi e che nascondono insidie non solo per i piccoli risparmiatori, ma anche per gli «addetti ai lavori». La soluzione a questa situazione può in prima analisi essere un incremento della trasparenza dei bilanci delle banche ed un atteggiamento maggiormente incline alla sicurezza che gli istituti di credito dovrebbero assumere nei confronti del rischio. Sono queste le conclusioni a cui è giunto il Financial Stability Forum della scorsa settimana. Allo stesso tempo, però, è facilmente prevedibile che molte banche, tra quelle meno efficienti e che hanno fatto ricorso a una spregiudicata speculazione, siano presto costrette ad uscire dal mercato e a permettere una epurazione del settore creditizio. Sfortunatamente, però, la crisi finanziaria si è tramutata in una crisi dell'economia reale, negli Stati Uniti in prima analisi per via della contrazione del mercato immobiliare e, a causa del suo alto moltiplicatore del reddito, anche a parte dell'economia reale. L'indebolimento che il dollaro subisce per tentare di risanare l'economia americana produce a sua volta effetti negativi nel circuito monetario internazionale. Infatti, tramite l'incremento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, il deprezzamento del biglietto verde si sta tramutando in una inflazione globale, che in Italia sta raggiungendo, secondo i dati ufficiali dell'Istat, il 3,3% annuo, mentre per i prodotti alimentari è pari al 5,5% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.

    Le soluzioni da porre in essere in un contesto nazionale e internazionale tanto complesso sono in prima battuta la riduzione dell'imposizione fiscale, il rilancio degli investimenti pubblici improvvidamente interrotti, nonché la riduzione della spesa corrente e degli sprechi della pubblica amministrazione. Non è di scarso rilievo l'intento del leader del PdL di «digitalizzare» tutta la pubblica amministrazione. Solamente attraverso una oculata combinazione tra politiche industriali, di bilancio e fiscali si potrà ridare slancio alla crescita. Tale onere spetta adesso al nuovo governo Berlusconi.

    Emanuela Melchiorre

    April 11

    Il caso Alitalia

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 aprile 2008

    Il caso Alitalia è destinato a passare al nuovo governo, nonostante gli affannosi tentativi di Prodi e di Padoa-Schioppa di risolverlo in pochi giorni, dopo due anni di tempo perduto in chiacchiere. Sarà un pensar male sicuramente, ma a molti è venuto il sospetto che nella privatizzazione dell'Alitalia qualcuno ci guadagni in soldoni e che tra governo e sindacati la spartizione delle prebende non sia stata considerata paritetica. Si tratta indubbiamente di voci infondate, che la vicenda delle trattative con Air France hanno alimentato giorno dopo giorno, anche a causa della mancata conoscenza della situazione finanziaria dell'Alitalia e del suo stato di liquidità. A noi, invece, viene il sospetto che Prodi e Padoa-Schioppa, non avendo dimestichezza con l'economia, abbiano trattato il caso Alitalia come coloro che pensano soltanto a sbarazzarsi di un'impresa che costa troppo e che, non essendo capaci di risanarne la situazione, trovino conveniente svendere a qualunque prezzo pur di liberarsi dei problemi e dichiararsi poi salvatori della patria. D'altra parte, tutte le privatizzazioni di Prodi all'Iri si sono rivelate una svendita e quando qualcuno, leggi Berlusconi e leggi Sme, si oppose, spuntando un prezzo più elevato, si buscò una denuncia e un processo, finito dopo molti anni in un nulla di fatto, mentre avrebbe dovuto ricevere almeno un complimento.

    A pochi giorni dalle elezioni politiche, il caso Alitalia è ormai chiuso per il governo Prodi e, in particolare, per il suo ministro dell'economia, che con le due Finanziarie ha dato il colpo di grazia all'economia italiana, sulla quale chiunque faccia la spesa è ormai purtroppo edotto. E il caso Alitalia è chiuso per la rinuncia momentanea di Air France che considera inaffidabile il primo ministro e il ministro dell'economia, che sfiduciati operano e dovrebbero operare in regime di ordinaria amministrazione, mentre sembra, almeno a noi profani, che la vendita della compagnia aerea di bandiera sia un atto che dovrebbe rientrare nell'amministrazione straordinaria. Ormai, toccherà al nuovo governo Berlusconi risolvere il caso, salvando la compagnia dalla svendita e rilanciandola sul mercato a prezzi e a costi competitivi. C'è già chi è a capo della cordata che dovrà salvare l'Alitalia dalle grinfie straniere e molto probabilmente ci riuscirà, date le premesse. Si parla infatti di una cordata di imprenditori italiani, che avrebbero nella Lufthansa un socio di tutto rispetto e non un padrone come l'Air France. Se questo tentativo, come si spera, avrà successo dovrebbero essere considerati in gran parte risolti i problemi dell'aeroporto di Malpensa, al quale andrebbe cambiato nome, almeno per auspicio.

    Ma una volta salvata, la nostra compagnia di bandiera non potrà essere lasciata in mano ai sindacati, che hanno la loro parte di responsabilità nella vicenda, come sa bene chi abbia viaggiato più volte con l'Alitalia, trovandosi costretto per i disagi subiti a cambiare compagnia. Nel caso dell'Alitalia i sindacati si sono comportati come l'allevatore poco avveduto che per mungere più latte finisce per far morire la mucca. Sarà bene che gli stessi lavoratori abbiano a cuore l'avvenire della compagnia e a questo proposito proprio i sindacati dovrebbero rinunciare all'uso esagerato e irresponsabile dell'arma dello sciopero. È auspicabile, come ha suggerito il presidente Berlusconi, che al capitale dell'Alitalia partecipi la massa dei risparmiatori in modo da creare un azionariato diffuso, ma in questo contesto sarebbe utile per tutti, che i lavoratori stessi dell'azienda Alitalia diventino partecipi del conto perdite e profitti, assumendo la veste e le responsabilità di piccoli azionisti, in grado con il loro numero di partecipare alle scelte del consiglio di amministrazione, al controllo dei costi e alla ripartizione degli utili, tenendo presente che qualsiasi impresa che non produce utili è destinata a fallire per una legge economica, che prescinde dal colore politico dei soggetti.

    Emanuela Melchiorre

    April 08

    La novità della blogsfera

    virtuale o reale, politica o antipolitica

    di Emanuela Melchiorre 

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'8 aprile 2008

    In Italia, lavorare tramite la rete ed esprimere le proprie opinioni su internet sembra essere ancora espressione di un fenomeno circoscritto, che fa notizia solo quando i giornali vi dedicano un articolo di fondo. In realtà, questo metodo si sta diffondendo ben più rapidamente di quanto si possa pensare. La vita professionale on line rappresenta di fatto il più recente e rivoluzionario fenomeno lavorativo italiano, che riguarda soprattutto i lavoratori più giovani, i cosiddetti «nativi digitali», nonché un nuovo modo di fare politica per coloro che di internet fanno uso quotidiano. Le occasioni professionali e creative della rete sono disponibili anche per i cosiddetti «immigrati digitali», ovvero coloro che vogliono progressivamente introdursi in questo nuovo mezzo di comunicazione non avendolo mai fatto prima. È stato calcolato che la realtà lavorativa italiana che si ricollega al mondo della rete, tramite posti di lavoro o tramite la costituzione di imprese innovative, riguarda ben 700.000 persone; ma il numero di utenti internet in Italia è ancora ben inferiore a quello di altri principali paesi (appena il 34% della popolazione italiana utilizza il web, contro ad esempio il 43% francese, il 45% tedesco, il 53% inglese, il 66% americano e il 76% svedese).

    Internet rappresenta una opportunità di lavoro non solo in termini di nuovi posti, ma anche e soprattutto in termini di flessibilità del lavoro stesso. Secondo quanto ha affermato Paola Liberace, blogger di «Nova-Sole24Ore», nel suo intervento alla conferenza stampa organizzata il 4 aprile scorso dal sito «Tocqueville, la città dei liberi», i vantaggi principali di internet stanno nella onnipresenza che la rete permette di avere e nella flessibilità della sede di lavoro e degli orari lavorativi. Secondo la relatrice, la normativa italiana sul lavoro è ancora inadeguata rispetto alle novità che questo processo innovativo informatico pone in essere. Proprio per colmare le lacune normative e per eliminare gli ostacoli alla diffusione del lavoro sulla rete, il cosiddetto telelavoro, sono state invitate alla conferenza in parola due probabili componenti del futuro Governo, Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera dei Deputati dal 2006 e Deborah Bergamini, candidata Pdl alla Camera dei Deputati.

    Internet è anche una delle più attuali frontiere della libertà di espressione ed è il nuovo modo di fare politica. Il primo blog ad imperare è stato quello di Beppe Grillo, i cui contenuti appartengono, come tutti sappiamo, alla più perfetta antipolitica. Oggi si sono affermati molti blog non più esclusivamente distruttivi o contestatori della realtà che li circondano, ma con intenti propositivi e costruttivi. Conoscere internet è divenuto, quindi, un imperativo per il politico che non voglia restare fuori dal contesto attuale e, tramite la lettura dei blog, interpretare le nuove tendenze e le opinioni prevalenti. Come ha infatti affermato Giorgia Meloni, il ruolo del politico non è quello di fossilizzarsi nella sola ricerca del consenso, ma soprattutto e in maggior misura quello di poter interpretare i cambiamenti e prevedere le tendenze sociali e culturali; molti temi che fanno parte del dibattito politico del centrodestra sono stati intuìti proprio da professionisti e intellettuali di spessore che li hanno introdotti nel dibattito politico tradizionale utilizzando lo strumento innovativo dei blog. Nel resto del mondo il processo è iniziato molto prima. In America è già divenuto un sistema tradizionale di lavoro, mentre i blog sono un canale parallelo a quello degli altri media, la televisione e la radio, in cui si esprimono sia l'elettorato, sia i candidati alle elezioni. In Cina internet è divenuto un canale di espressione che vuole lottare contro il potere centrale assolutistico e contro la censura che esso impone, denunciando a tutto il mondo le violazione dei diritti umani, che in quel paese si perpetuano.

    In Italia si sta diffondendo la stampa on line, i principali quotidiani hanno la loro pagina web, il «Sole 24 Ore» ha realizzato anche il servizio dei blog che presenta alcune firme prestigiose del giornalismo attuale. «Tocqueville» è un sito, al quale anche «Ragionpolitica» è iscritta come media italiano, che ha la funzione di «aggregatore di blog», ovvero di quei siti, spesso gestiti individualmente, dove i proprietari dei blog esprimono le loro opinioni in piena autonomia e sui quali anche il visitatore può interagire e lasciare un commento. Il vantaggio di «Tocqueville» sta nel fatto che i blog, pur iscritti su base volontaria, appartengono alla sfera liberale; pertanto, in un solo colpo d'occhio si può avere una visione molto ampia (ben 1.600 blog) di ciò di cui si discute in quella parte della «blogsfera» politicamente orientata, ovvero nell'insieme dei blog che professa una posizione politica chiara.

    Ragionpolitica appartiene alla più innovativa visione di «fare informazione» e politica, essendo esclusivamente un giornale on line e disponibile gratuitamente a tutti gli utenti internet. Chi scrive crede fortemente che internet, e «Ragionpolitica» in particolare, rappresentino spazi virtuali liberi da schemi prestabiliti, in cui i pensieri possono prendere forma e amplificarsi fino a raggiungere le più alte sfere della politica. Rappresentano, quindi, un importante occasione per i giovani per crescere come professionisti, intellettuali, ricercatori, studiosi e scrittori, ma soprattutto come persone positivamente impegnate. In questa redazione esiste la volontà di creare professionisti della politica e non esiste quella forma di falso volontariato, che molto spesso si traduce in gretto sfruttamento della disoccupazione giovanile. Non è un paradosso. Solo tramite l'esperienza professionale si può crescere, ma soprattutto preservare nel tempo l'occasione di crescita. Al contrario, il volontariato, per quanto possa essere una attività lodevole, soprattutto in una fase della vita successiva a quella lavorativa, non permette alle risorse in cerca di occupazione di alimentarsi e rigenerarsi. Ad ogni modo, è destinato ad essere un episodio nella vita di una persona e non la sua attività prevalente, non permettendole di raggiungere nel tempo una elevata specializzazione.

    Emanuela Melchiorre

    April 05

    Rilanciare l'intervento pubblico nell'economia

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 5 aprile 2008

    È probabile che nei prossimi mesi la situazione dell'economia mondiale possa subire un progressivo rallentamento, per poi sfociare in una recessione, se nel frattempo non verranno presi opportuni provvedimenti. Il Fmi, in occasione della pubblicazione del suo World Economic Outlook, che avverrà la prossima settimana, ha infatti rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita dell'economia mondiale, stimando per il 2008 un crescita del 3,7% (la precedente previsione era del 4,1%), mentre le sue previsioni sulla crescita dell'economia americana sono dello 0,5% (le precedenti erano dell'1,5%). È questo dato che preoccupa, considerato il peso dell'economia Usa nel contesto mondiale.

    Gli Stati Uniti tentano di porre un argine alla crisi dei mutui subprime, anche se ritengono inevitabili flessioni nell'occupazione e nella domanda interna. In questo loro tentativo possono, a differenza degli europei, avvantaggiarsi di un dollaro calante e di un tasso di interesse molto basso, che facilitano le esportazioni americane e gli investimenti interni. Nonostante ciò Ben Bernanke, governatore della Fed, ha lasciato trasparire la sua preoccupazione per le sorti dell'economia americana, prevedendo una probabile «crescita zero» per la prima metà del 2008. Egli ha ammesso, per la prima volta da quando la bolla speculativa dei subprime ha provocato i suoi effetti sfavorevoli, che esiste la possibilità che la crescita Usa possa essere anche negativa. Non si tratta ancora di recessione vera e propria, intendendosi tale quando la crescita negativa si protrae per almeno due trimestri consecutivi.

    È opinione diffusa che l'Europa sia ancora una roccaforte finanziaria che preserva in larga parte i prodotti finanziari tradizionali e li preferisce a quelli della «finanza creativa», tra cui la cartolarizzazione dei mutui subprime. Ma si tratta di opinioni discutibili, che si fondano più sulle speranze che sui fatti. Alcuni preoccupanti casi di banche europee di vaste dimensioni, come l'inglese Northern Rock, la svizzera Ubs ed oggi la tedesca WestLB, che sono state costrette a porre in essere urgenti misure di salvataggio, fanno però tenere molto alto il livello di allerta anche per il sistema finanziario europeo e fanno pensare che il peggio debba ancora arrivare.

    Prima dello scoppio dell'attuale crisi dei mutui subprime c'è stato, nel 2001 e negli anni successivi, lo scoppio della bolla speculativa della new economy, ovvero dei prodotti informatici, che ha messo a dura prova la capacità di reazione delle politiche economiche dei maggiori paesi industrializzati e, in prima analisi, soprattutto degli Stati Uniti. L'allora governatore della Fed, Alan Greenspain, è stato fortemente criticato per il suo modesto controllo sull'andamento dei titoli speculativi e per la sua preferenza per i prodotti finanziari innovativi, che gli valsero l'appellativo di «serial bubbole-blower», «gonfiatore di bolle in serie».

    Alla finanza speculativa, fautrice di tante bolle, e allo scoppio inesorabile di ognuna di esse, occorre rispondere non con la creazione di altri sofisticati prodotti finanziari, ma con incentivi concreti all'economia, che richiedono necessariamente nuovi investimenti. Ma occorre anche il risanamento della finanza e impedire la formazione di nuove bolle speculative. È utile rilevare che nell'arco degli ultimi 15 anni l'economia mondiale si è retta grazie alla sinergia di tre grandi forze: l'effetto propulsivo degli investimenti, soprattutto americani, nelle nuove tecnologie informatiche; l'effetto moltiplicatore del mercato edilizio che, partendo ancora soprattutto dagli Stati Uniti, ha trainato il mercato immobiliare mondiale e il suo indotto; gli effetti degli investimenti nell'industria manifatturiera, con un ruolo particolare dell'Asia, divenuta «la nuova fabbrica del mondo».

    Il ruolo chiave nell'economia mondiale viene quindi svolto dagli investimenti pubblici, privati o misti. Si può quindi affermare che sotto certi aspetti sarebbero ancora attuali, previa opportuna elaborazione, le teorie che John Maynard Keynes divulgò negli anni Trenta, specie in una situazione di grave empasse, come quella attuale, per tanti versi simile a quella degli anni Trenta del secolo scorso. Va però detto che Keynes mise in teoria quello che Roosevelt mise in pratica a far data dal 1933 con il suo «new deal». Non mancano suggerimenti, che in parte si riallacciano a certi postulati dell'economia keynesiana, come quello di Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo Monetario Internazionale, che individua nel sostegno pubblico all'economia mediante incentivi fiscali la via da perseguire in questa evoluzione negativa della crisi finanziaria ed economica mondiale per facilitare gli investimenti privati.

    Il programma del Pdl ha previsto, ancor prima delle raccomandazioni del Fmi, il rilancio delle grandi opere pubbliche e la contemporanea riduzione della pressione fiscale al di sotto del livello del 40% del Pil (oggi siamo al di sopra del 43%). Ma occorre anche indirizzare buona parte degli investimenti alla realizzazione di infrastrutture, come le centrali nucleari, che garantiscano all'economia italiana non tanto l'indipendenza, che è un problema di lungo periodo, quanto la riduzione dell'esborso per l'approvvigionamento di idrocarburi. È proprio tale dipendenza che ha causato un deficit energetico quest'anno pari a 30 miliardi di euro e ha contribuito in misura determinante all'aumento dei prezzi al consumo che, secondo l'Istat, corrisponde a un livello di inflazione pari al 3,3%, stabilendo il record negativo degli ultimi dodici anni.

    Emanuela Melchiorre

    April 03

    La politica in rosa

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 3 aprile 2008

    Tra i temi trattati durante questa campagna elettorale si ripresenta puntualmente quello relativo alla partecipazione femminile alla vita politica del paese, sia direttamente mediante la candidatura alle politiche o alle amministrative, sia mediante la partecipazione alla vita associativa e di volontariato in generale. Nonostante sia un tema trattato e apparentemente molto sentito, non sembra che la partecipazione femminile alla vita sociale sia cambiata in modo sostanziale nel tempo, ma si è costantemente mantenuta entro un margine piuttosto ristretto. Nelle ultime 4 legislature, difatti, la tendenza alla scarsa partecipazione al Parlamento sembra essere stata bipartisan, poiché, nonostante l'alternanza al governo di maggioranze di sinistra e di centrodestra, i livelli di partecipazione femminile sono restati sostanzialmente scarsi, sia alla camera che al senato.

    In questa campagna elettorale sembra che la partecipazione della donna sia maggiore rispetto al passato, ma prima di pronunciarsi occorrerà vedere i risultati elettorali. Anche se una discriminazione normativa nei confronti della partecipazione femminile alla attività politica è stata, in Italia come altrove, sostanzialmente superata da tempo, almeno in linea teorica, il sistema dei partiti non agevola la partecipazione delle donne. Va però anche detto che la scarsa partecipazione va in parte ascritta a un generale scarso interesse delle donne per la vita politica del paese. Se si esamina da vicino, invece, la situazione delle associazioni di volontariato, culturali e dei sindacati, risulta sorprendentemente una sostanziale parità di presenze tra i sessi. Questo non vuol dire che non esistano più casi particolari di discriminazione a danno delle donne e che tutte le argomentazioni avanzate dalla protesta femminista siano totalmente destituite di qualsiasi fondamento. Ma il fenomeno della discriminazione femminile non ha certamente una rilevanza generale. Al contrario è legittimo presumere che le donne abbiano interesse più spiccato a perseguire scopi sociali specifici rispetto a quelli più propriamente maschili, oltre quelli parimenti lodevoli della serenità familiare e della cura dei propri figli, come quelli promossi dai sindacati, dalle associazioni di volontariato, culturali e di assistenza sociale, mentre in Italia non mostrano ancora uno specifico e spiccato interesse per la carriera politica. Non manca però la partecipazione in senso qualitativo e tra i nomi che potrebbero essere fatti spicca senz'altro quello di Letizia Moratti, cui spetta il merito di aver vinto la gara per l'esposizione universale Expo 2015 a Milano. Le ragioni, più che normative, sono di natura diversa, giocando a diverso titolo la tradizione storica, religiosa, ideologica e culturale dei diversi paesi.

    La politica è decisamente più rosa se si osserva la partecipazione femminile alla vita politica presso gli altri paesi europei. In Svezia la partecipazione femminile, ad esempio, è quasi pari a quella maschile. Tale parità costituisce un fenomeno rilevante e unico nel suo genere nell'ambito dell'Europa. Ciò è dato dall'azione di due aspetti distinti e importanti. Da una lato, il paese scandinavo non presenta resistenze di varia natura, siano esse ideologiche, religiose, storiche e sociali, alla partecipazione femminile alla vita politica. Dall'altro, sono le donne stesse a presentare un forte interesse a tale partecipazione, sia nell'ambito puramente politico, che nell'ambito sociale e professionale. La forte partecipazione femminile è una caratteristica anche degli altri paesi scandinavi. La Norvegia e la Finlandia, infatti, sebbene non raggiungano il livello svedese, presentano elevate percentuali di partecipazione femminile, così come anche altri paesi del nord Europa, quali la Danimarca, i Paesi Bassi e il Belgio. In effetti, questo è il risultato di un lungo processo cominciato nel XIX secolo e che ha portato, in Finlandia e in Norvegia rispettivamente nel 1906 e nel 1907-09 e in Danimarca nel 1915, alla concessione del voto alle donne, in anticipo rispetto agli altri maggiori paesi europei. In Germania, ad esempio, il voto alle donne fu concesso nel 1918, così come in Austria e in Cecoslovacchia. Mentre la Svezia lo concesse nel 1919-21 e l'Olanda nel 1923. L'Italia e la Francia raggiunsero questo risultato di emancipazione femminile solo nel 1945 e il Belgio nel 1946. Anche la Spagna può essere considerata tra i paesi virtuosi per quanto riguarda la partecipazione femminile alla vita politica. Infatti, è elevata la percentuale di donne sul totale degli eletti di entrambe le camere del parlamento. Tra i paesi più virtuosi dell'Italia vi sono anche la Germania e il Regno Unito, mentre la Francia è alle ultime posizioni della graduatoria elaborata dall'Unione Interparlamentare, con una partecipazione femminile molto bassa in entrambe le camere.

    La Svezia conserva la sua vocazione alla forte partecipazione femminile anche per quanto riguarda le deputate elette al Parlamento europeo. Anzi, in questo caso è paradossalmente presente un numero maggiore di donne che di uomini tra gli scranni dell'istituzione europea. La parità, invece, è una caratteristica del Lussemburgo. Se all'interno dei confini nazionali la Francia presenta una certa disparità fra i sessi, a livello europeo la partecipazione femminile è piuttosto elevata. L'Italia resta, invece, drammaticamente ultima in questa graduatoria, conformemente alla partecipazione politica femminile a livello nazionale.

    Emanuela Melchiorre