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April 16 I dati sulla produzione industriale smentiscono il trionfalismo prodianodi Emanuela Melchiorre - 14 aprile 2007 Il miracolo economico proclamato dal governo Prodi è stato ridimensionato in gennaio ed ora, con i dati di febbraio, minaccia di trasformarsi in recessione. Come si ricorderà, fino all'approvazione della Finanziaria (dicembre 2006) è stato detto e ridetto che l'Italia era sull'orlo del disastro economico e che occorreva risanare la finanza pubblica. Indaffarato a dimostrare l'indimostrabile, il governo Prodi ha perduto di vista l'incremento delle entrate tributarie, che, se considerato, avrebbe dovuto condurre ad una manovra economica più leggera. A distanza di nemmeno tre mesi il centrosinistra ha parlato di una sorta di miracolo economico, con una ripresa della crescita del Pil del 3% nel 2007 che non è dato sapere come possa verificarsi. La produzione industriale, dopo il -1,4% di gennaio (ora rivisto in caduta dell'1,7%), presenta in febbraio un ulteriore calo dello 0,5%. Così non soltanto non appare realizzabile l'aumento del Pil previsto dal governo Prodi per il 2007, ma c'è il pericolo che il sistema economico italiano vada in recessione. D'altra parte, l'aumento delle imposte indirette decise con la Finanziaria non potrà, con il passare dei mesi, non avere effetti depressivi sulla domanda. Inoltre, visto che la manovra economica non contiene incentivi per gli investimenti e per l'aumento della produttività del lavoro, non si vede come la produzione industriale possa aumentare. A ciò si deve aggiungere il fatto che le previsioni riguardanti il contesto internazionale presentano un forte rallentamento. In particolare, la crescita economica degli Stati Uniti scenderà dal 3,5% del 2006 ad appena il 2% nel 2007. È in rallentamento anche l'economia europea, penalizzata dalla politica della Banca Centrale, che continua a mantenere un cambio euro/dollaro che penalizza le esportazioni europee. Il presidente della Banca Centrale minaccia altri aumenti del costo del denaro, con conseguenti ulteriori difficoltà dell'Europa a vendere i suoi prodotti. Il risultato sarà una ulteriore perdita di quote di commercio estero dell'euro-zona in ambito internazionale. Da quanto detto si evince che il percorso dell'economia italiana, nel corso di quest'anno, non potrà essere virtuoso e nemmeno potrà avere effetti positivi sull'occupazione. Si può dire che senza una nuova politica economica l'Italia rischia la crescita zero. Per scongiurare questo pericolo bisognerebbe predisporre subito una nuova Finanziaria, tale da annullare tutti gli aumenti previsti per le imposte, specie indirette, e nel contempo prevedere forti incentivi agli investimenti per l'aumento della produttività del lavoro, al fine di allinearsi al contesto europeo, che rimane comunque attardato nell'ambito internazionale a causa dell'alto prezzo dell'euro, della mancanza di una politica energetica comune e dell'assenza di un piano per la piena occupazione della forza lavoro. Emanuela Melchiorre April 08 L'età della pietra non è finita perché mancavano le pietredi Emanuela Melchiorre - 7 aprile 2007 Mentre l'Europa lotta contro i mulini a vento, è proprio il caso di dirlo, delle fonti alternative - eolica, fotovoltaica e da biomasse -, una voce si leva dal coro e afferma che la vera fonte energetica alternativa alle tradizionali (olio, gas e idroelettrica) è il nucleare. È successo la settimana scorsa, nello splendido scenario di Piazza della Minerva a Roma, dove Michael C. Lynch, presidente del SEER (Strategic Energy and Economic Research), uno dei maggiori economisti dell'energia nello scenario mondiale, è intervenuto ad una tavola rotonda sulla sicurezza energetica, organizzata dall'Istituto Bruno Leoni, alla quale hanno partecipato non solo esponenti ambientalisti, come Edoardo Zanchini (Responsabile politiche ambientali, Legambiente), e simpatizzanti come Daniele Capezzone (deputato, Rnp; presidente Commissione Attività produttive), ma anche economisti e politici, come il senatore di An Luigi Ramponi e il direttore generale del Ministero dell'Ambiente Corrado Clini, favorevoli alle fonti energetiche tradizionali. Posto che, come ha ribadito Lynch, il mito dell'esaurimento delle risorse e, in particolare, le tesi sull'esaurimento delle risorse petrolifere sono scientificamente screditate, occorre oggi stabilire non tanto quanto petrolio avremo ancora a disposizione per noi e per le future generazioni, ma al contrario l'unico interrogativo valido oggi, sul piano della politica interna, è quale sia la fonte energetica più economicamente vantaggiosa, ovvero che possa produrre energia sufficiente per fare fronte alle esigenze energetiche di una nazione e che sia a bassi costi. Occorre quindi passare a sistemi di produzione alternativi, a più alto utilizzo di tecnologia e che abbiano rendimenti elevati e bassi costi. In effetti, l'età della pietra non è finita perché mancavano le pietre! Sul piano della politica estera è rilevante notare che la dipendenza da un numero ristretto di fornitori per gli approvvigionamenti energetici pone qualsiasi paese di fronte alle conseguenze della fluttuazione dei prezzi di mercato dei prodotti energetici e, quindi, dei costi di produzione. Tale dipendenza, inoltre, lega le sorti dello sviluppo di una nazione ai piani di espansione delle nazioni produttrici. Nonostante il parere contrario di Angelantonio Rosato, della rivista Limes, intervenuto all'incontro, è utopistico pensare di poter influire sulle scelte del Cremlino per il semplice fatto che la Russia possa costituire anche un nuovo mercato per gli investimenti in campo energetico. È notorio, infatti, che gli investimenti che la Russia concede agli stranieri sono una quota minoritaria e seguono la logica della centralizzazione del potere in capo al Cremlino. È notorio, altresì, che i capitali che la Russia permette di far circolare nel suo Paese sono solo strumentali all'innovazione tecnologica dei propri impianti di estrazione e di distribuzione. La Russia si sta legando, inoltre, mediante accordi internazionali, con più aree geografiche: Algeria, Iran e Cina. Applica, in tal modo, un'attenta politica di diversificazione della domanda di energia e, allo stesso tempo, consolida i rapporti con l'altro produttore di gas strategico per l'Europa, l'Algeria. Il prossimo 9 aprile si riuniranno a Doha (in Qatar) alcuni paesi del Gas Exporting Countries Forum, un club formato da 16 paesi che detengono il 73% delle riserve mondiali di Gas e il 41% della produzione, sorto a Teheran nel 2001. A tale forum parteciperanno, in particolare, la Russia, l'Iran, l'Algeria, il Quatar e il Venezuela, con il dichiarato intento di costituire una struttura, una moderna Opec del Gas, che riunisca i principali esportatori mondiali di metano, per sfruttare il peso crescente che tali produttori stanno conquistando sul mercato mondiale. A fronte di ciò, l'Europa si affida con ingenuità o con miopia all'eolica e al fotovoltaico, e non mette in pratica alcuna politica di diversificazione dell'offerta di energia, mediante la costruzione di rigassificatori (strutture che permettono di rendere gassoso il gas liquefatto alla fonte di produzione e, quindi, un approvvigionamento da un numero maggiore di produttori), né mediante la costruzione di impianti nucleari, eccezion fatta per la Francia e poche altre piccole eccezioni. Il settore dell'energia, sia del petrolio, che del gas, che del nucleare, è soggetto al vincolo tecnologico, ovvero occorre un massiccio impiego di capitali investiti in tecnologia per poter produrre energia, ma anche per poterla distribuire. Per questa sua caratteristica occorre che le politiche di sicurezza energetica siano prese a livello comunitario e non solo a livello nazionale. L'Europa, fino a quando non deciderà di perseguire una politica energetica interna economicamente valida, abbandonando finalmente le forvianti mode ambientaliste, resterà ancora a lungo sotto il giogo russo. Emanuela Melchiorre April 07 La riforma della pensioniCondizioni essenziali sono l'aumento della produttività e della ricchezza nazionaledi Emanuela Melchiorre - 5 aprile 2007 A causa dell'allungamento della vita media della popolazione italiana che, dagli anni Settanta, ha caratterizzato le nuove generazioni, e, allo stesso tempo, a causa del lento procedere dell'economia italiana, che da decenni viaggia alla velocità di 1,5% circa di crescita annua del Pil, l'esigenza di una riforma del sistema pensionistico per garantire una maggiore sostenibilità è divenuta più evidente. Il processo di revisione che è cominciato nel 1993, continuato con la riforma del 1995, non si è ancora concluso, nonostante l'ultima riforma del 2004. La lievitazione della spesa per le pensioni in relazione a determinati aspetti (le pensioni di invalidità, i trattamenti di reversibilità in favore del superstite del lavoratore, il maggior onere per le pensioni sociali connesso con l'abolizione del livello minimo per i trattamenti) ha imposto il ricorso, dopo la riforma del 1995, alla fiscalità generale. La spesa pensionistica cresce nel tempo: dal 5% del pil nel 1960 si è passati al 15% nel 2002. Come già accennato, l'allungamento della speranza di vita farà lievitare, anno per anno, questa spesa. Sono state introdotte alcune innovazioni: gli incentivi finalizzati a ritardare il pensionamento per anzianità che hanno sostituito il sistema delle penalizzazioni nei confronti di chi lascia in anticipo il lavoro del regime precedente; traslazione nel tempo della data, dal 2008, in cui sarebbero stati presi in considerazione i nuovi requisiti di età, dai 60 ai 65 anni per le donne e oltre i 65 anni per gli uomini; il trasferimento del Tfr, Trattamento di Fine Rapporto, che maturerà dopo il 2008, ai fondi complementari di pensione o a società di assicurazione, a meno di un esplicito diniego del lavoratore, che incentiverà il sistema finanziario nazionale con l'ingresso di nuovi operatori e il consolidamento di quelli già operanti, che abbiano un orizzonte di investimento di lungo periodo, la c.d. previdenza integrativa. Quest'ultimo aspetto della riforma non risulta a nostro avviso concluso, in quanto un'espansione della previdenza complementare e di operatori privati non può prescindere dall'introduzione di un fondo centrale di garanzia che possa appunto garantire i privati risparmiatori contro il rischio di fallimento di qualche fondo integrativo. Al tempo stesso però permette al lavoratore la diversificazione dei rischi, garantita dalla coesistenza di due pilastri che sorreggano il sistema pensionistico, uno privato a capitalizzazione e uno pubblico a ripartizione, anche se la componente pubblica avrà un peso più importante. Ciò premesso, e sorvolando sui complessi calcoli attuariali e finanziari, occorre osservare che le condizioni essenziali sono l'aumento della produttività e della ricchezza nazionale, altrimenti non c'è stima previdenziale che concili aspettative con realtà. Parimenti importante è l'osservazione delle tavole della speranza di vita. Nel 1930, ad esempio, un lavoratore che andava in pensione a 65 anni di età viveva in media altri 12 anni. Nel 1981 aveva la speranza di godere della pensione per altri 13 anni e mezzo. Nel 2002, lo stesso lavoratore ha la speranza di godere della pensione per circa 17 anni. È ovvio l'aumento della spesa per pensioni al crescere della speranza di vita. Emanuela Melchiorre |
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