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    March 27

    LE MISURE ANTI-CRISI: UN BILANCIO LUSINGHIERO

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 27 marzo 2009

    All'atto della nascita del Popolo della Libertà, che rappresenterà un partito liberale e moderato, aperto a diverse tradizioni politiche democratiche e alle idee di cambiamento che hanno permesso ad aprile del 2008 di vincere a larga maggioranza le elezioni politiche, è il momento di prendere una pausa e di riflettere su dove questo primo anno o poco meno di governo ci ha portato e soprattutto verso quale direzione si vuole andare.

    Si ricorderà che il governo Berlusconi aveva ereditato una situazione economica già fortemente compromessa da incaute scelte politiche di chi aveva precedentemente governato. Emblematico è stato l'aumento dell'imposizione fiscale che ha caratterizzato l'operato del governo Prodi, con tutti i suoi ministri economici, tra cui Padoa Schioppa, Visco e Bersani. La loro manovra aveva congelato la fragile ripresa dell'economia italiana del 2006. Un'altra pesante eredità è stata quella dei rifiuti in Campania, che, tra l'altro, ha leso fortemente l'immagine del nostro paese. Mediante l'intervento personale del presidente Berlusconi e dei suoi ministri il problema è stato risolto in pochi giorni con scelte ferme e coraggiose. Cosi come altrettanto tempestivamente e con coraggio è stato risolto dopo anni di rinvii il caso Alitalia, con la creazione di una nuova società con l'apporto della finanza privata.

    Purtroppo il governo di centrodestra ha dovuto affrontare fin dal settembre scorso la più grande crisi economica e finanziaria a livello globale che non ha precedente nella storia economica mondiale. Come noto, i cosiddetti titoli «tossici» hanno infettato tutti i paesi, quelli ricchi e quelli poveri. È stato pertanto necessario correre subito ai ripari e il governo italiano è stato il primo a prendere provvedimenti concreti. Per tutelare il sistema economico nazionale e di conseguenza i redditi, specie quelli da lavoro, e il risparmio, il governo ha preso provvedimenti di garanzia e di tutela del sistema bancario nazionale, poi imitate anche da altri paesi. In particolare, i redditi familiari sono stati sostenuti anche grazie alla convenzione sottoscritta dal governo con l'Associazione delle banche italiane, e divenuta operativa da maggio 2008, con la quale sono stati definiti i criteri di rinegoziazione dei mutui a tasso variabile, la cui rata su richiesta può scendere al tasso di interesse del livello 2006.

    Le proposte del ministro Tremonti riguardo al finanziamento del settore finanziario hanno incontrato il plauso anche in sede comunitaria e i «Tremonti bonds», ossia il prestito alle banche a tassi crescenti per fare fronte alle loro esigenze di liquidità, rappresenta un equilibrato strumento che sintetizza l'esigenza di un sostegno pubblico al sistema bancario, non privo però di una adeguata remunerazione, e di equità, in quanto il costo di una simile operazione ricade, secondo il disegno del ministro, su chi ha contribuito al disastro finanziario, ossia solamente sul sistema bancario.

    Il quadro degli interventi del governo a supporto dell'economia è stato fino ad ora molto complesso, perché si è voluto perseguire il duplice obbiettivo del sostegno sia della domanda sia dell'offerta. Tra le prime azioni, vi è stato il sostegno dei redditi della popolazione meno abbiente, con la social card, e si è voluto aumentare nell'immediato il reddito disponibile per i lavoratori, con la riduzione dei carichi fiscali sugli straordinali, in un primo tempo, e dopo con l'estensione del diritto alla cassa integrazione anche ai lavoratori con contratti di lavoro a termine non rinnovati. Inoltre, è stato privilegiato il ricorso a contratti di solidarietà per quelle aziende che hanno visto contrarsi la loro produzione e le loro vendite e che rischiano altrimenti di licenziare i loro dipendenti.

    È fuori di dubbio che la contrazione dell'attività economica in tutte le sue componenti, e quindi anche ad esempio il calo delle esportazioni, comporta una riduzione della produzione e quindi dell'occupazione e del reddito, implicando un avvitamento dell'economia su se stessa e un prolungamento della crisi nel tempo. È per impedire che ciò accada che il governo ha elaborato un piano di rilancio di un settore tra i più strategici, quello delle costruzioni e del suo grande indotto: il «piano casa» con finanziamenti complessivi di 550 milioni di euro. L'idea di fondo è stata, dopo aver già eliminato da maggio del 2008 l'Ici sulla prima casa, quella di aumentare la ricchezza nazionale e il patrimonio immobiliare delle famiglie mediante sia l'autorizzazione governativa all'ampliamento dei propri appartamenti, sia la loro ristrutturazione con agevolazioni fiscali. Si è inteso sostenere per tale via l'attività delle imprese costruttrici, ossia l'offerta, e con esse l'occupazione. Spetterà ora alle regioni, d'intesa con gli enti locali, elaborare, nel rispetto degli indirizzi generali fissati dallo Stato ed entro i finanziamenti assegnati, i programmi di edilizia residenziale.

    Un forte impulso all'occupazione e all'economia verrà dalla realizzazione delle opere pubbliche, che riguardano soprattutto le vie di comunicazione stradale e ferroviaria e, in particolare, l'Alta velocità, la Variante di Mestre, il Terzo Valico Milano-Genova, l'autostrada della Cisa, la Brescia-Padova, la Cecina-Civitavecchia e la Tangenziale est di Milano, il Ponte di Messina, la Pedemontana, il nodo di Perugia, le Tre Valli, la tangenziale di Napoli e la rete viaria costiera, l'adeguamento della statale Telesina, il completamento della Salerno-Reggio Calabria, la strada 106 Jonica, l'Agrigento-Caltanissetta e l'asse stradale Maglie-Santa Maria di Leuca. Sempre nel quadro dell'ammodernamento delle infrastruttura del paese il governo ha operato a favore delle reti di trasporto e sistemi metropolitani: le opere connesse all'Expo 2015, la linea C della metropolitana di Roma, la rete metropolitana regionale campana, le reti metropolitane di Palermo e Catania, i sistemi urbani di Bari e di Cagliari, l'adeguamento dei sistemi metropolitani di Parma, Brescia e Bologna, l'aeroporto di Vicenza e i sistemi di trasporto lacuale. Occorre, inoltre, considerare l'intervento a favore dell'edilizia scolastica e carceraria e altre opere minori. Quelle citate sono tutte opere prontamente «cantierabili» per le quali è stato stanziato un totale di 17,8 miliardi di euro, ossia un fondo che secondo le stime preliminari potrebbe generare 20.000 posti di lavoro per ogni miliardo investito, ossia in totale più di 350.000 di nuova occupazione.

    Sempre con riguardo all'offerta, occorre segnalare l'azione a favore dell'attività agricola e, in particolare, l'aumento dopo tanti anni delle quote latte a disposizione del nostro paese nel quadro comunitario.

    Una forte attenzione è stata posta ai livelli di efficienza dell'intero sistema produttivo, a partire da quello pubblico, con la lotta all'assenteismo e con il ricorso ai premi di produttività, con la digitalizzazione e informatizzazione della burocrazia, con l'eliminazione degli enti inutili e la soppressione degli uffici doppione, con la riduzione del numero delle province, partendo dalle aree metropolitane. L'efficienza è intesa anche nel senso della semplificazione e della riduzione dei provvedimenti amministrativi e dei relativi oneri a carico delle imprese. Infine, nello stesso concetto rientra anche un uso più razionale delle risorse lasciate inoperose come, ad esempio, l'ausilio dell'esercito nelle città per integrare l'attività delle forze dell'ordine. Ne è seguito per ora l'arresto di numerosi famosi latitanti, e una lotta serrata alla delinquenza comune. Dall'efficienza del settore pubblico discende un risparmio di risorse pubbliche, ma anche e soprattutto una maggiore efficienza del settore privato e, quindi, del sistema economico nel suo complesso.

    In questo lungo elenco figura, inoltre, un'iniziativa di grandissimo rilievo e cioè la reintroduzione della produzione di energia nucleare nel sistema produttivo nazionale.  Si tratta di una grande rottura con il passato e una importante sfida per il futuro, soprattutto in tempi di crisi economica. La realizzazione di 4 reattori richiederà un grande coinvolgimento di risorse private e in parte anche pubbliche, di conoscenze e di know how acquisito dalla Francia, grazie all'accordo sottoscritto con il presidente Sarkosy. Per motivi di spazio occorre rinunciare all'elencazione dei provvedimenti sulla scuola, sull'università sulla giustizia eccetera che hanno indubbiamente influsso sulle attività economiche.

    March 23

    ADESSO MUTIAMO LE REGOLE DELL'ASSETTO MONETARIO

     

    È diffusa l’opinione che la crescita economica che alcuni grandi paesi del sud del mondo hanno sperimentato in questi ultimi due decenni possa incidere oggi sugli assetti mondiali e sulle sfere di influenza in modo da rivoluzionare la situazione fino ad ora consolidata del ruolo trainante delle economie tradizionalmente industrializzate, ossia di quei paesi che componevano il noto G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Giappone e Italia) e che con le loro economie, al momento della costituzione del summit in parola, contribuivano per l’80% alla ricchezza mondiale. Già nel recente passato, e con precisione col vertice di Birmingham del 1998, si è assistito a un primo ampliamento del summit internazionale alla Russia, in seguito al modificarsi degli assetti economici e politici e del differente contributo che i paesi hanno progressivamente dato alla ricchezza mondiale. Si è così cominciato a parlare del G7+1, anche detto G8.

     

    Oggi si pensa di allargare ulteriormente il foro ad alto livello decisionale, in cui si discute delle più importanti questioni macroeconomiche e di politica monetaria, ai paesi emergenti che presentano i più alti tassi di crescita economica. È infatti sembrato opportuno consentire l’ingresso a paesi, quali Australia, Corea del Sud, Arabia Saudita, Messico, Brasile, Argentina, Turchia, Sudafrica, Cina, Indonesia e India, al forum più importante e, per tale via, permettere loro di dare un contributo all’attuale crisi economica che ha investito tutto il mondo, non solo i paesi industrializzati ma anche le economie emergenti, in seguito allo scoppio delle tre bolle speculative di questi mesi (quella dei subprime, quella petrolifera e quella dei generi alimentari). Occorre comunque considerare che con il notevole aumento del numero dei paesi che interverranno al summit il processo decisionale sarà più lungo in quanto un accordo tra venti membri sarà di gran lunga più difficile da raggiungere rispetto a un accordo tra un minor numero di paesi.

     

     

    Si parla da qualche anno, dopo la diffusione della relazione del 2003 del Goldman Sachs Global Research Centres dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050, firmata dagli economisti Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dei cosiddetti “BRIC”, per indicare con tale acronimo l’insieme di quattro paesi (Brasile, Russia, India e Cina) che più di altri dimostrano vaste potenzialità di crescita (grafico 1). Nel loro complesso tali paesi contribuiscono a più della metà della popolazione mondiale e rappresentano circa la metà del totale delle terre emerse. La Russia e il Brasile sono ricchi di risorse naturali e in gran parte sfruttano proprio questa dotazione per migliorare le loro condizioni di vita. La Cina e l’India hanno sperimentato un processo di industrializzazione molto rapido.

       

    Il Brasile, oltre al tradizionale allevamento di bovini e alla fiorente agricoltura e alla coltivazione soprattutto di soia, caffè, canna da zucchero, agrumi, cacao e cotone possiede metalli preziosi e rilevanti giacimenti di petrolio, in parte sulla terra ferma e in parte sulla piattaforma continentale. Inoltre, immensi giacimenti di petrolio, di circa 8 miliardi di barili, sono stati scoperti recentemente nella Baia di Santos, al largo delle coste brasiliane, sotto uno strato di roccia e di sale, a 6 chilometri di profondità. La produzione, che dovrebbe iniziare a marzo del 2009, potrebbe aggirarsi intorno a 100 mila barili al giorno, unitamente a 3,5 milioni di metri cubi di gas. Le riserve brasiliane sono state stimate a 60 miliardi di barili equivalenti di petrolio, pari a circa tutte le riserve del sottosuolo russo. È un primato brasiliano la produzione di etanolo prodotto dal mais ed è giunta a compimento la sperimentazione della tecnologia per produrre “etanolo di seconda generazione”, ottenuto dai residui di canna da zucchero, mais, grano, soia e segatura, che entrerà in commercio nel 2010. Per via della produzione di etanolo dal mais il Brasile  aveva ricevuto le critiche corali di molti ambientalisti e anche di alcuni esponenti di governi che imputavano al paese carioca la responsabilità, per tale via, dell’impennata dei prezzi delle derrate alimentari, che nel 2008 ha provocato inflazione nei paesi industrializzati e aggravato ulteriormente il problema della fame nei paesi poveri. Tale errato convincimento era piuttosto diffuso e se ne parlò anche in occasione del vertice Fao sulla sicurezza alimentare, nel giugno 2008. Quando invece l’effettiva causa dell’impennata dei prezzi agricoli, ovvero la spinta della speculazione, è venuta meno con lo scoppio della bolla speculativa, anche le accuse al Brasile non sono state replicate.

     

    La Russia, con l’avvento di Putin al potere, ha conosciuto una nuova espansione grazie allo sfruttamento delle risorse naturali, minerali e pietre preziose, ma soprattutto petrolio e gas naturale. La politica di Putin di risanamento dell’economia russa è partita dal commercio di materie prime, ma anche da accordi presi con i governi delle economie avanzate. Egli è stato ben attento alla ripartizione dei rischi tra la Russia e i paesi consumatori, investendo nell’ammodernamento e nella realizzazione di nuovi impianti con capitali stranieri in quote di partecipazione inferiori al 50 per cento, garantendosi, in questo modo, la conservazione del controllo delle fonti energetiche e la diversificazione dei mercati di sbocco. Mosca controlla tutte le infrastrutture della regione delle ex repubbliche sovietiche, poiché il sistema di idrocarburi della vecchia Unione Sovietica era stato costruito per essere gestito dal centro, cioè da Mosca, e oggi è appannaggio delle società russe che, come la Gazprom, sono sotto il controllo governativo. La Russia, oltre che sul giacimento di Shtokman, nel Mare di Barents, nell’Artico, può contare su quello che è definito il «tesoro del Caspio». In questa regione Mosca esercita il controllo dei prezzi del gas naturale. I prezzi del gas destinato ai paesi limitrofi sono stati rivisti al rialzo rispetto a quelli praticati a livelli politici in nome di quella che era stata la «fratellanza sovietica». La Russia persegue la politica di riportare il livello dei prezzi a quello di mercato, provocando in tal modo un raddoppio del prezzo che tali paesi sono costretti a pagare per le loro forniture di gas. Un tale aumento ha originato la crisi tra Russia e Ucraina che si ripete ormai ogni anno nei mesi invernali, spesso a discapito dell’Europa tutta. Secondo i piani della «Putinomics» del 2006 l’economia delle fonti energetiche, inquadrata in un più ampio contesto delle esportazioni di tutte le materie prime, avrebbe dovuto portare al raddoppio del Pil della Russia in cinque anni, quindi entro il 2011, con un incremento medio annuo del 10%. L’attuale crisi economica però costringerà il governo di Mosca a ridimensionare i propri desideri di espansione.

     

    Durante gli anni Ottanta e Novanta, la Cina, la cui popolazione come noto si aggira intorno a 1,3 miliardi di persone, ha sperimentato una fase di crescita a tassi molto elevati, in gran parte in seguito agli investimenti di multinazionali europee e soprattutto americane nei settori tradizionali. Ciò è valso alla Cina l’appellativo di “fabbrica del mondo”, che ha visto svilupparsi soprattutto le aree costiere, più facilmente raggiungibili e collegabili al resto del mondo tramite i porti. Vastissime aree dell’entroterra con elevato carico di popolazione, invece, sono rimaste arretrate e povere. Le vie di comunicazione nelle campagne sono pressoché inesistenti, non vi sono presidi sanitari e in tutto il paese l’inquinamento ambientale ha raggiunto livelli allarmanti. Il fiume Giallo risulta essere tra i fiumi più inquinati al mondo e costituisce un pericolo per decine di milioni di persone che vivono lungo le sue rive.

    Per alimentare la crescita accelerata della sua economia, in questi anni il governo cinese si è adoperato per tessere una fitta rete di accordi commerciali e di intese politiche soprattutto con gli stati africani, in prevalenza con gli “stati canaglia”, e asiatici volti a ottenere materie prime e petrolio in cambio di investimenti e prestiti a tassi agevolati. Con la Russia è stato concordato un piano di collaborazione in diversi settori (energia, siderurgia, industria mineraria) in attesa della costruzione di oleodotti tra i due paesi per la fornitura di petrolio.

     

    L’India, con 1,1 miliardi di persone, è il secondo paese più popolato al mondo dopo la Cina. Il governo Manmohan Singh ha portato avanti una serie di politiche economiche e sociali mirate alla crescita industriale, e al miglioramento delle condizioni di vita delle masse contadine più povere. Ha stretto accordi di cooperazione con l’Unione europea, sono migliorati i rapporti politici con la Cina, ma ancora difficile è la situazione con il Kashmir, la regione a nord del paese, e con il vicino Pakistan. La sua spiccata dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento dell’energia, è cresciuta soprattutto dal 1991, in seguito all’alto tasso di sviluppo dell’economia soprattutto di quella manifatturiera. Il bisogno di energia ha fatto si che il governo indiano stringesse un accordo con gli Stati Uniti riguardo al nucleare civile impegnandosi ad aprire i suoi stabilimenti nucleari alle ispezioni della AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) in cambio di forniture di tecnologie atomiche (reattori e combustibile) da parte statunitense. La necessità di cercare all’estero nuove fonti energetiche ha condizionato la politica estera indiana, inducendo Nuova Delhi a stabilire buone relazioni con alcuni “stati canaglia”, tra cui il Venezuela, il Sudan, la Siria, la Birmania e l’Iran, e proprio a causa delle relazioni con quest’ultimo paese e in particolare, il progetto di costruzione del gasdotto Ipi, il cosiddetto “gasdotto della pace” che dovrebbe collegare l’Iran all’India passando per il Pakistan, ha rallentato il processo di allineamento strategico con gli Usa.

     

    Il sospetto di un capovolgimento delle sfere di influenza dagli USA all’area asiatica, che fino a non molto tempo addietro non era raro leggere su quotidiani e riviste, non è nuovo. Basti pensare all’eco che ebbe il cosiddetto “pericolo giallo” in seguito al boom industriale giapponese degli anni Sessanta. Come si ricorderà, durante quel decennio, con la precisione dal 1961 al 1970, il Giappone, grazie anche agli ingenti aiuti americani, presentava un tasso di accrescimento annuo del Pil del 10%, di gran lunga superiore a quello di tutti i paesi altamente industrializzati nello stesso periodo. Poi c’è stato il rallentamento e da ultimo l’economia si è quasi fermata e scarso effetto ha avuto la politica dei bassi tassi di interesse.

     

    Così come è avvenuto per il Giappone, anche in questi ultimi anni, è circolata l’ipotesi che l’impeto dell’economia cinese avrebbe consentito che il Dragone potesse eguagliare l’economia statunitense nel giro di un ventennio o poco più. Per poter avere una idea riguardo a quanto questa ipotesi possa essere plausibile ci siamo esercitati nell’analisi dell’eventualità che l’economia cinese raggiungesse lo stesso livello di sviluppo di quello statunitense interrogandoci su quanti anni avremmo dovuto attendere prima che tale ipotesi si realizzasse. A tal fine abbiamo preso in considerazione un indice dello sviluppo e della ricchezza di un paese tra i più significativi, ossia il pil pro-capite. Attualmente il pil pro-capite cinese è appena il 5% di quello statunitense, ossia occorre moltiplicare ben venti volte il reddito medio di un cinese per eguagliare quello attuale di un americano. Mediante una nota formula di matematica finanziaria si può calcolare il numero degli anni che occorre attendere prima che il valore del reddito medio pro-capite cinese eguagli quello statunitense, con l’ipotesi che l’economia cinese cresca di almeno il 5% all’anno e quella americana al 3%. Da un simile calcolo è emerso che occorrerà attendere almeno un secolo e mezzo. È molto improbabile che una economia possa crescere a ritmi tanto sostenuti per un periodo di tempo tanto lungo. Altrettanto si può dire per l’India che potrebbe raggiungere la ricchezza pro-capite americana, crescendo sempre a un tasso del 5% annuo, non prima di due secoli, mentre occorrerà, con il medesimo tasso di sviluppo, un secolo al Brasile e alla Russia. Simili esercizi matematici possono solo essere considerati alla stregua di un complicato passatempo di una economista. La situazione economica mondiale è in continua evoluzione e le previsioni a lungo e lunghissimo termine perdono di qualsiasi valore pratico e teorico. Possono però essere strumentali alla comprensione di quanto ampio sia il divario tra i paesi citati.

     

    La crisi economica e finanziaria

     

    La crisi internazionale nei prossimi mesi si rivelerà in tutta la sua dimensione non solo in Cina, ma anche in India e in Russia e in generale nei paesi emergenti, votati all’esportazione, il cui sviluppo quindi dipende dalla crescita dei paesi industrializzati. Se i paesi ricchi smettessero di crescere la sorte dei paesi emergenti sarebbe segnata. I recenti dati relativi alle variabili economiche più importanti, come la produzione industriale e l’andamento delle esportazioni dei paesi asiatici, e della Cina in primo luogo, in seguito all’attuale crisi economica, non ha fatto altro che rafforzare il convincimento che il sostanziale sviluppo delle economie dei paesi emergenti debba ancora avvenire. Anche la Russia, ha subito gli effetti sfavorevoli del recente crollo delle borse. La borsa di Mosca, infatti, in un anno di attività ha perso quasi il 70% del suo valore in termini di capitalizzazione ed è stata addirittura chiusa per alcuni giorni per evitare eccessi di ribasso. Anche le borse asiatiche hanno subito perdite equivalenti, sempre in termini di capitalizzazione. La Cina ha perso in un anno di attività quasi il 65% del suo valore di borsa, l’India più del 57% (tabella 2).

     

    È importante considerare che il capitale ha una spiccata tendenza alla volatilità, anche nel caso in cui sia utilizzato per finanziare attività produttive in ambienti economici che presentano notevoli vantaggi in termini di basso costo di mano d’opera e di scarsa attenzione alla salubrità dell’ambiente di lavoro, di bassa imposizione fiscale e, infine, di scarsa attenzione alla tutela ambientale. Il fenomeno che ha interessato Cina e India prende il nome, come accennato, di delocalizzazione internazionale della produzione. Nel momento in cui i vantaggi della delocalizzazione in termini di costo vengono meno o si attenuano, gli investitori possono cambiare le loro decisioni e dirigersi verso altri paesi con maggiori vantaggi comparati o scegliere di tornare a produrre in patria.

     

    In Cina, in particolare, si assiste in questi mesi all’aumento dei fallimenti e dei tagli produttivi delle imprese cinesi, tanto che non sono da escludere una massiccia disoccupazione e forti tensioni sociali. L’effettiva gravità della tensione sociale è di difficile determinazione anche perchè la stampa locale, soggetta al controllo del governo cinese, si adopera per ridimensionare gli eventi. Si è innescato, inoltre, il fenomeno del controesodo dalla fascia costiera e industrializzata verso le zone rurali dell’entroterra. Si tratta della inversione del flusso migratorio che negli ultimi 30 anni aveva provocato l’esodo della popolazione dalle campagne verso le città, come era accaduto ad esempio in Italia, fatte le dovute proporzioni, negli anni Cinquanta. L’esodo ha ingrossato la popolazione urbana e ha costituito la forza lavoro a buon mercato che ha permesso l’industrializzazione delle aree costiere del paese. La disoccupazione che il processo inverso della delocalizzazione sta comportando in questo periodo di crisi economica riguarda, secondo stime preliminari, circa 250 milioni di cinesi che si avviano a ritornare nelle campagne e in quelle terre che avevano abbandonato nei decenni precedenti, con la speranza di una vita lavorativa in fabbrica. Quando le fabbriche chiudono, a questi disoccupati non resta altro che tornare a coltivare la terra, ma questa volta senza le tutele che l’economia socialista assicurava loro prima dell’apertura del regime alle logiche e ai vantaggi del mercato e dello scambio internazionale.

     

    Il prezzo del petrolio è destinato a stabilizzarsi verso i valori di lungo periodo

     

    La crisi odierna è un momento importante anche per quei paesi che hanno incentrato la propria economia esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse petrolifere del loro territorio. Dopo lo scoppio della bolla petrolifera nell’estate del 2008, infatti, il prezzo del petrolio ha subito un vistoso calo, è crollato cioè dai 147 dollari dell’11 luglio 2008 (grafico 2) a circa 35-40 dollari in questi giorni di gennaio.

       

    Il repentino incremento del prezzo del petrolio dell’estate scorsa, dovuto alla speculazione, ha innescato una serie di reazioni da parte della domanda che si è rivolta, in parte, alla ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare e le fonti cosiddette rinnovabili. Gioca in questo periodo, inoltre, un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del 2009. In particolare, oltre alle autorizzazioni della precedente amministrazione Bush a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin da marzo 2009, come accennato, il giacimento recentemente scoperto nella Baia di Santos, in Brasile. L’insieme di queste reazioni, dette «diversione di domanda», unitamente al calo della stessa domanda di prodotti energetici per via della contrazione della produzione mondiale hanno fatto si che il prezzo del petrolio sia tornato ai livelli precedenti al rigonfiamento della bolla speculativa. In questo contesto, non solo per la Russia, che ha visto contrarsi gli introiti da esportazione, ma anche e soprattutto per l’Opec la crisi odierna è un momento importante. I paesi che compongono il cartello petrolifero dovrebbero comprendere che fare largo ricorso ai tagli della produzione non sortirà gli effetti desiderati dell’incremento del prezzo di mercato, perché il petrolio caro è un incentivo al potenziamento del nucleare, e al ricorso, seppur marginale, alle fonti alternative, allo sfruttamento dell’energia geotermica e a politiche di risparmio energetico.

     

    Il rischio di una guerra commerciale e il ruolo dei paesi industrializzati nella crisi economica mondiale

     

    L’incalzare della crisi economica ha  portato i paesi industrializzati, e gli Stati Uniti in primo luogo, a importanti interventi non solo per il sostegno del settore bancario e finanziario, ma anche di quello automobilistico. Queste decisioni hanno segnato il punto di svolta. Infatti, proprio in virtù di questi primi interventi pubblici a sostegno di un settore produttivo in particolare e non più solamente nei confronti del sistema finanziario e bancario in generale, ulteriori interventi in altri settori e in altri paesi saranno sempre più probabili.

     

    Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell’industria non si rivelino però una forma di “protezionismo non tariffario”, ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell’imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione e i sostegni pubblici all’industria e all’agricoltura. In questo contesto il ruolo del G7+1, ma anche e soprattutto quello del G20 sarà quello di raggiungere un accordo sugli inevitabili interventi di politica economica, affinché si sventi il rischio che si inneschi una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e tra questi ultimi e quelli emergenti, che inevitabilmente porterebbe a una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, e a futuri probabili conflitti.

     

    L’ipotesi che i paesi emergenti diventino ricchi in poco tempo come i paesi economicamente avanzati e possano svolgere un ruolo determinante per la sorte dell’economia mondiale è, alla luce delle considerazioni fin qui esposte, ancora abbastanza lontana. Ciò non toglie che anch’essi partecipino alle scelte strategiche per un mondo migliore, dove le relazioni economiche siano improntate alla cooperazione e alla collaborazione internazionale. Banco di prova sarà il superamento della crisi finanziaria ed economica, ormai planetaria e che rischia per ampiezza e per profondità di provocare fratture tra i vari paesi e in primo luogo quelli economicamente più deboli. Il prossimo G 20 che si svolgerà sotto la presidenza italiana, potrà stabilire i principi sani per una ripresa economica equilibrata e scevra da speculazioni di ogni sorta. La via da indicare sarà quella di un ritorno nel più breve tempo possibile a un nuovo ordine monetario e finanziario internazionale, basato sui cambi valutari fissi. Mutatis mutandis, dovrà essere un ritorno agli accordi di Bretton Woods, allorché nel lontano luglio del 1944, ogni paese partecipante agli accordi rinunciò in parte alla propria sovranità monetaria in vista dell’equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Il sistema dei cambi valutari fissi consentì la ricostruzione dopo la guerra e il conseguimento del benessere in molti paesi, compresa l’Italia.

    È da augurarsi che il nuovo presidente degli Stati Uniti voglia inserire nel suo programma l’obiettivo di un nuovo ordine monetario internazionale, al quale tutti i paesi, nessuno escluso, possano partecipare accettando un insieme di regole comuni atte a impedire il sorgere di protezionismi, di speculazioni finanziarie e di guerre affinché l’unica lotta da combattere sia quella contro la fame e il sottosviluppo.

     

     
    March 13

    CRISI ECONOMICA ED ENERGIA

     

     

                          CRISI ECONOMICA ED ENERGIA

                          OBAMA TENTA DI CAVALCARE 

                          IL "BUSINESS VERDE" *

                          Con l'obbiettivo di creare cinque milioni di nuovi posti di lavoro

     

     

    di Emanuela Melchiorre

     

            pubblicato su FINANZA ITALIANA - gennaio febbraio 2009 - numero 1-2

                         

     

    Lo scoppio delle tre bolle speculative, quella del mercato immobiliare e quelle dei prodotti energetici e alimentari, continua ad avere gravi conseguenze in tutto il mondo, con una recessione planetaria ancora lungi dall’essere superata. Il rigonfiamento del prezzo del petrolio e il suo repentino crollo a valori precedenti alla spinta speculativa hanno indotto i governi dei paesi avanzati, Stati Uniti e Unione europea in primo luogo, a porsi nuovamente l’interrogativo di quale via sia la più adatta da percorrere, affinché si possa ridurre la dipendenza delle rispettive economie dall’importazione di fonti energetiche. Inoltre, non solo oggi ma anche più volte nel passato, la combinazione tra gli alti prezzi dell’energia e le preoccupazioni in merito al riscaldamento globale o comunque dell’impatto che l’uso di alcune fonti energetiche poteva avere sull’ambiente, ha generato richieste e appelli a favore di un’intera gamma di nuove fonti di energia. Ma troppo spesso le fonti cosiddette rinnovabili ottengono un consenso diffuso senza dover superare alcun esame dal punto di vista pratico e vengono accolte da attivisti e politici senza la dovuta riflessione in merito ai costi e ai benefici. Fa quasi sorridere pensare che l’uso dello stesso petrolio fu considerato un’alternativa “verde” al momento in cui se ne diffuse l’uso, dapprima per l’illuminazione al posto dell’olio di balena. In seguito, fu proprio il petrolio a consentire lo sviluppo dell’automobile. Il suo utilizzo non dipese, pertanto, come erroneamente fu detto in seguito, dalla pressione ambientalista del tempo avversa all’utilizzo del carbone fortemente inquinante.

    Oltre alla convinzione che le fonti rinnovabili siano un bene per il pianeta, si è affermata da qualche decennio anche la convinzione che tali fonti possano costituire anche una via da percorrere per incentivare l’occupazione, specie in momenti di crisi economica e quindi di crescente disoccupazione, considerato che per il loro funzionamento è necessario un numero elevato di operatori specializzati.

     

     

    La decisione di Obama di cavalcare il "business verde"

     

    Il presidente Obama ha deciso di cavalcare questa idea. In campagna elettorale egli aveva promesso, appunto, la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009, con l’obiettivo finale di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Ma questo sembra essere più un obbiettivo politico che non economico. Le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali, nel rapporto di dieci a uno e, quindi, incentivandole si aumenta notevolmente l’occupazione. Ma è come fare le buche per poi ricoprirle. Questo assunto, infatti, perde di qualsiasi significato se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, integrare la produzione nazionale di energia per utilizzare maggiormente fonti che presentano costi più alti (v. tabella), rispetto a quelle tradizionali più economiche, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda, la quale perderebbe una buona parte della sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni, nessuno escluso. Lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti e in quantità sufficienti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico (21 centesimi di dollaro per kW/h con i sussidi e 36-45 centesimi senza i sussidi) e del solare termico (12,6 centesimi per kW/h) che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili. Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente conveniente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere un elemento sufficiente a far riversare miliardi di dollari di nuovi sussidi a spese, in ultima istanza, del contribuente. 

     

             
      Costo in centesimi di dollaro Usa per kW/h della generazione di elettricità   
      fonte per fonte  
        con i sussidi senza i sussidi  
      Idroelettrico 2    
      Carbone 4,3    
      Geotermico 4,4    
      Gas naturale 4,7 6 - 7  
      Eolico 4,8 8 - 9  
      Biomassa 5,1 7  
      Nucleare  6    
      Petrolio 8 - 11    
      Solare termico 12,6    
      Fotovoltaico  21 36-45  
             

     

    Ci aveva già provato anche Jimmy Carter

     

    La politica “verde” di Obama non è nuova. Nell’aprile del 1977, il presidente Jimmy Carter, più bravo – si disse – a produrre noccioline che a fare politica, proponeva varie misure come risposta, fra le quali l’istituzione della Synthetic Fuels Corporation, per promuovere le energie alternative (ad esempio incentivando la gassificazione del carbone) e l’erogazione di sussidi per l’energia solare ed eolica. Come ricorda Michael C. Lynch nel suo recente articolo dal titolo “Crocifissi su una croce di biomassa?”, in seguito al piano varato si moltiplicarono negli Stati Uniti i pannelli solari termici e gli impianti per l’energia eolica e fu finanziata la ricerca in una varietà piuttosto ampia di fonti di energia. Si disse che l’auto elettrica era prossima a fare il suo ingresso nel mercato, e la Chrysler rivide la propria offerta produttiva a favore di vetture di dimensioni più contenute. Il piano di Carter non sortì i risultati sperati e i prezzi di mercato non crebbero tanto quanto era stato ipotizzato dagli analisti di allora. I pannelli per il solare termico e le turbine eoliche ebbero numerosi problemi tecnici e gli americani tornarono ad acquistare le auto tradizionali, premiando la Ford e la General Motors, che avevano mantenuto la gamma delle loro produzioni, e penalizzando la Chrysler, mentre le auto elettriche solamente di recente hanno fatto una timida comparsa.

     

    Le previsioni degli "esperti"

     

    Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che, se la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione, questa fonte è ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972, che fu considerato un’offesa all’intelligenza dell’uomo, aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli esperti catastrofisti, interessati però a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e, a marzo di quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento di un giacimento brasiliano di recente scoperta, dalle dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.

     

     

    Come nel 1973-'79 rincari originati dalla speculazione

     

    Ma allora perchè assistiamo a ricorrenti "fiammate" nelle quotazioni del greggio? Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. È stato sufficiente tagliare gli artigli degli speculatori (come, ad esempio, limitando fortemente il ricorso alle vendite allo scoperto) per ricondurre il prezzo del greggio a un problema fisiologico.

    Quindi ancora una volta, come è successo ai tempi del presidente Carter, anche oggi le aspettative di prezzi crescenti dell’energia saranno fortunatamente disattese. Come infatti già argomentato nel precedente articolo del numero 11-12 (novembre dicembre 2008) di Finanza Italiana, il prezzo del petrolio, dopo l’impennata di luglio scorso (in cui aveva superato i 140 dollari al barile), è crollato ai valori compresi fra i 30 e i 40 dollari attuali. Ciò è avvenuto a causa dello scoppio della bolla speculativa e delle misure prese per le nuove direttive delle contrattazioni di borsa, specie di Chicago e di Londra relativamente ai futures.

     

     

     

     

    Le correlazioni tra finanza e prezzo del petrolio

     

    Appare pacifico che tra il mondo finanziario e il mondo energetico vi sia una stretta correlazione, complice anche l’Opec. Per superare la grave empasse mondiale occorre, in primo luogo, agire sulla regolamentazione degli strumenti finanziari al fine di tagliare gli artigli alla speculazione. Allo stesso tempo, occorre elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di Co2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso ad un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse con i relativi termoconvertitori. Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA).

     

     

    Il pacchetto dell'Ue clima-energia

     

    Occorre ricordare che lo stesso indirizzo in gran parte ipotetico che ha fatto proprio il nuovo presidente americano riguardo alle energie rinnovabili è stato intrapreso ancor prima dall’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, allorquando ha elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto (che per l’Italia imponevano di ridurre del 6,9% le emissioni di co2 rispetto al 1990, ma oggi siamo al +12) non sono stati soddisfatti. Come è noto, lo slogan 20-20-20 sta a indicare che con tale piano si intende: aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili; aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020; ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato. Però partendo dalla considerazione che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di Co2 rischia di compromettere la crescita di un paese. Inoltre, altre critiche sono state sollevate al piano europeo da molti osservatori indipendenti. In particolare, posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie che corrono a diverse velocità, imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia indiscriminato e uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali a economie differenti. In virtù di tale valutazione, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stato contrastato dal governo Berlusconi ed è stato riesaminato rendendo i parametri flessibili e soggetti a revisione nel tempo.

    La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi. Le altre fonti energetiche, oltre che essere tutt’ora antieconomiche, presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. Ma Obama sa che le fonti tradizionali forniscono circa il 90 per cento dell’energia prodotta?

     

    Nota: * comprende geotermica, solare, eolica ecc.

     

    March 07

    LA BOLLA SPECULATIVA DEL MERCATO DELL'ORO

    di Emanuela Melchiorre

    pibblicato su www.ragionpolitica.it il 6 marzo 2009

     

    Ancor prima che scoppiassero le bolle speculative sulle case, sui prodotti petroliferi e sui generi alimentari, si gonfiava già da tempo la bolla sull'oro, il bene rifugio per eccellenza. Infatti, un semplice sguardo al diagramma della quotazione del metallo prezioso fa sorgere fortemente il sospetto che siano in atto vaste azioni speculative a far data almeno dal 2002, ossia in seguito allo scoppio della bolla speculativa della new economy (grafico 1), con una rivalutazione del prezzo di mercato di oltre il 340% negli ultimi sei anni, che è cresciuto in media di oltre il 50% l'anno. Come è ormai noto, agli inizi del nuovo millennio i capitali speculativi che fuggivano dai mercati della new economy si sono diretti verso altri mercati: prima verso quello immobiliare, il cui scoppio della bolla nell'agosto del 2007 ha portato all'attuale crisi finanziaria; in seguito quello del petrolio e dei generi alimentari, le cui bolle sono scoppiate a novembre del 2008 e hanno contribuito notevolmente ad aggravare la situazione economica mondiale; quindi, verso quello dei metalli preziosi, dell'oro in primo luogo, che diversamente dagli esiti delle altre bolle continua a gonfiarsi, comportando l'innalzamento del prezzo dell'oro molto vicino ai 1000 dollari per oncia di fino. Oggi, quindi, in seguito allo scoppio ravvicinato delle bolle sulle materie prime e con i settori economici in crisi, agli speculatori non resta altra via da seguire se non dirigersi verso il mercato dell'oro e dei metalli preziosi che ancora può garantire loro lauti guadagni.

     

    Grafico 1 - quotazione del prezzo dell'oro in dollari usa per oncia troy, dal 1992 a oggi

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    Fonte: Financial Times

     

    Anche in seguito all'attuale crisi mondiale, che ha investito tutti i paesi sia avanzati che meno avanzati, con ripercussioni che si protrarranno ancora a lungo, è ormai diffuso il convincimento che la speculazione permette di arricchire pochi furbi a spese di tutta l'economia mondiale. Finalmente, le conclusioni a cui sono giunti i numerosi incontri internazionali (dal Financial Stability Forum, ai vari G7+1 e infine all'incontro dei grandi europei di Berlino del 22 ultimo scorso, in preparazione del G20 di Londra) si è arrivati alla conclusione che le azioni speculative vanno ostacolate con ogni mezzo.

    Gli ostacoli alla speculazione chiamano necessariamente in causa la vigilanza su tutti i mercati, nessuno escluso, da parte degli organismi finanziari internazionali preposti, quali il Fondo Monetario Internazionale e il Financial Stability forum, ma anche le banche centrali nazionali, la Bce e la Federal Reserve e, infine, le agenzie di controllo delle borse. Però la vigilanza non è sufficiente, poiché al momento in cui si identifica una dinamica speculativa, la si deve contrastare sul nascere con azioni sì tempestive, ma soprattutto coordinate a livello mondiale. Infatti, azioni scollegate e schizofreniche non farebbero altro che creare comportamenti protezionistici deleteri, che non produrrebbero comunque gli effetti desiderati sulla speculazione.

    L'identificazione di una bolla speculativa passa per l'osservazione delle variabili economiche fondamentali. Se l'andamento della domanda (in aumento) e dell'offerta (in diminuzione) non sono tali da giustificare un incremento repentino del prezzo di mercato, in quel caso occorre vigilare con attenzione in quanto può annidarsi un andamento speculativo. Ciò è avvenuto nel mercato dell'oro dai primi anni del secondo millennio. Se si considera la produzione mineraria mondiale (grafico 2), infatti, è evidente che non si è affatto in presenza di un crollo dell'offerta, che potrebbe giustificare un aumento repentino del prezzo di mercato. Al contrario essa è andata via via crescendo nel tempo rallentando leggermente e non significativamente negli ultimi anni in cui è aumentato più rapidamente il prezzo di mercato. Secondo il World Gold Council (WGC), la produzione mineraria (che nel 2007 era pari a 2.380 tonnellate) rappresenta il 60% della disponibilità di oro sul mercato, alla quale contribuiscono anche per il 14% le vendite delle riserve auree delle banche centrali e la vendita di «oro riciclato», ossia riutilizzato, per il 26%.

    Grafico 2 - Produzione mineraria mondiale di oro ( in tonnellate l'anno)

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    Passando alla domanda, sempre secondo il WGC, essa è costituita in gran parte (circa il 70%) dalla quota destinata alla produzione di monili e gioielli. Una componente minore (circa il 10%) è per uso industriale (l'oro è utilizzato prevalentemente per i componenti elettronici, data la sua elevata conduttività e resistenza alle corrosioni) e sanitario-dentistico, mentre la quota rimanente (del 20% circa) è relativa agli investimenti. Se si analizza l'andamento di tutte le componenti di domanda si evince che in questi anni recenti si è ridotta la domanda per usi industriali (dal 2007 al 2008 del 7%) e ancor di più si è contratta la domanda di oro destinato alla produzione della gioielleria (-11%). Al contrario è aumentata sensibilmente la domanda di oro per investimenti (+64%), ossia da destinare alla tesorizzazione privata in lingotti (con l'esclusione delle riserve delle banche centrali), per il conio ufficiale di monete e per la produzione di medaglie.

    Un ruolo a parte rivestono le riserve auree delle banche centrali (grafico 3). Attualmente la Federal Reserve detiene la maggior quantità di oro tra i paesi industrializzati del G7+1, seguita dalla Germania, dalla Francia e dall'Italia. Il ruolo delle riserve auree è andato modificandosi col tempo. Durante il Gold exchange standard il dollaro doveva mantenere una convertibilità esterna con l'oro e la banca centrale americana doveva detenere una quantità di riserve tale da poter garantire la conversione esterna della sua moneta. Nell'agosto del 1971 Richard Nixon sospese la convertibilità esterna con l'oro e la moneta americana divenne completamente fiduciaria. Il sistema dei cambi valutari fissi stabilito a Bretton Woods nel 1944 saltò e quindi la circolazione monetaria di ogni paese non ebbe più il vincolo di equilibrio della bilancia dei pagamenti. Da allora la moneta è divenuta ovunque del tutto fiduciaria e le sue variazioni quantitative sono demandate ai governi e per essi alle banche centrali. Unica eccezione è la Banca centrale europea, indipendente dai parlamenti e dai governi. In seguito alla rottura del sistema dei cambi fissi, le riserve auree hanno cessato il loro ruolo di garanzia per la convertibilità del circolante e sono diventate un capitale a disposizione delle Banche centrali. Pertanto, in questo momento, potrebbero anche essere utilizzate come uno strumento per la lotta alla speculazione, oltre che come mezzo efficace per ridurre sensibilmente il debito pubblico.

    Grafico 3

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    L'insieme delle riserve auree delle banche centrali, secondo il World Gold Council, è pari a circa il 18% dello stock di oro esistente nel mondo. Se ne deduce che le Banche centrali potrebbero incidere fortemente sull'andamento del prezzo di mercato dell'oro e potrebbero agire, quindi, per contrastare la crescente speculazione, mediante un accordo tra loro. Infatti, la vendita di parte delle riserve auree di tutte o delle principali banche centrali farebbe crollare repentinamente il prezzo. Al limite, non sarebbe nemmeno necessario effettuare materialmente la vendita, in quanto l'effetto sul prezzo si avrebbe già dal momento dell'annuncio dell'accordo.

    L'effetto che si vorrebbe ottenere dovrebbe essere quello di una riduzione del prezzo dell'oro, e quindi un crollo dei guadagni da speculazione, fino al punto che il prezzo di mercato ritorni ad essere espressione della domanda e dell'offerta reali. Il prezzo dell'oro coerente con tale obbiettivo potrebbe essere quello precedente alla bolla speculativa, attualizzato per gli anni intercorsi per tenere conto della perdita del potere d'acquisto della moneta di riferimento, ossia del dollaro. Un semplice calcolo di prima approssimazione indica che il prezzo dell'oro dovrebbe aggirarsi al massimo intorno ai 150 dollari per oncia di fino.