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    March 29

    Il coraggio delle scelte

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 marzo 2008

    In occasione della sua visita a Londra, avvenuta questa settimana, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha incontrato il premier inglese Gordon Brown. Alla vigilia di questo incontro, che seguendo i titoli dei media internazionali dovrebbe avere una importanza storica, è stata annunciata la firma di un patto per la costruzione di almeno 18 centrali nucleari di nuova generazione, grazie alla partnership anglo-francese. Tale programma dovrebbe permettere la produzione di energia atomica sufficiente al fabbisogno inglese, colmare la leggera differenza di energia che ancora viene soddisfatta in Francia dall'importazione e far diventare entrambe le nazioni esportatrici nette di energia elettrica prodotta con il nucleare. Tale patto permetterà altresì all'Inghilterra e alla Francia di esportare anche competenze tecniche per la realizzazione in tutto il mondo di centrali nucleari di ultima generazione.

    Il progetto si inserisce in un ampio piano strategico per la costituzione di un asse Parigi-Londra volto a ridare slancio all'economia europea nel suo complesso. È un progetto ambizioso ed estremamente lungimirante, formulato da due politici che hanno il coraggio di sostenere le scelte, anche in parte impopolari, per poter garantire in questo caso l'economia dei loro rispettivi paesi contro i rischi, insiti nella dipendenza dal petrolio che tutti gli Stati importatori corrono (Italia compresa), di incertezza nelle forniture e di aumenti repentini dei prezzi conseguenti alla speculazione sul mercato delle materie prime. Per questo progetto Gordon Brown ha già stanziato 20 miliardi di sterline (equivalenti a circa 26 miliardi di euro) destinati alla costruzione dei reattori nucleari, allo smantellamento di otto già esistenti sul territorio britannico (che contribuiscono al 20% circa del fabbisogno energetico inglese, ma che presto diverranno obsoleti) e alla formazione di ingegneri nucleari. Oltre alla sicurezza energetica il patto dovrebbe prevedere un'intesa sull'immigrazione illegale e, quindi, anche alcune misure importanti per la sicurezza dei cittadini inglesi e francesi in primo luogo. Tale patto costituirà un utile precedente, poichè potrebbe trasformarsi in un patto europeo sull'immigrazione durante la seconda metà del 2008, quando Sarkozy diverrà, per un semestre, il presidente dell'Unione europea.

    In direzione diametralmente opposta procede invece l'Italia, sulla scia dell'improvvido referendum del 1987. È ben vero che essa conserva ancora molte risorse tecniche altamente qualificate nella realizzazione, manutenzione e smantellamento delle centrali nucleari. Basti pensare a società come Enel, Ansaldo, Srs, Techint e Sogin, che contribuiscono tuttora alla costruzione e alla gestione di numerosi impianti in tutto il mondo. Prima di quello sconsiderato referendum l'Italia poteva vantare una più grande specializzazione nell'ambito del nucleare, riconosciuta a livello internazionale. Invece negli ultimi anni queste società hanno dovuto agire in forma quasi clandestina rispetto all'opinione pubblica per conservare almeno in parte il livello qualitativo precedentemente raggiunto.

    Ma, al di là di questa nota positiva, l'Italia ha proceduto alla chiusura delle centrali nucleari che è costata ben 120 miliardi di vecchie lire. In conseguenza di ciò oggi oltre l'80% del fabbisogno nazionale di energia elettrica dipende dall'estero: l'Italia, paradossalmente, importa il 15% dell'energia elettrica dalle centrali nucleari di altri paesi, Francia in testa; entro il 2020, inoltre, pagheremo ben 25 miliardi di euro per gli incentivi alle fonti rinnovabili dell'eolico, del fotovoltaico e del termodinamico, che contribuiscono oggi ad appena l'1% del fabbisogno energetico nazionale e che non garantiranno, dato il loro irrisorio rendimento, alcuna forma di indipendenza energetica della nazione.

    Non dobbiamo dimenticare che l'Italia ha improvvidamente aderito al protocollo di Kyoto, con il quale ha assunto l'obbligo di ridurre le proprie emissioni di gas serra del 6,5% rispetto ai livelli del 1990 entro il periodo 2008-2010, ma che invece sono aumentate del 30% a causa dell'inevitabile ricorso ai combustibili fossili. Per rispettare i parametri di Kyoto, pertanto, l'obiettivo di riduzione di CO2 è divenuto del 18% rispetto alle emissioni del 2006. Poiché quest'ultimo è un risultato impossibile da raggiungere, l'Italia, come aveva ammesso tempo addietro il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, ha già incominciato a pagare una sanzione di ben 55 miliardi di euro per il periodo 2005-2012.

    In questi ultimi tempi qualcosa sembra che stia cambiando. A settembre scorso vi è stato un importante incontro all'Università La Sapienza di Roma, dove tutta la comunità scientifica italiana che si occupa di energia si è riunita prendendo una chiara posizione in aperto contrasto con l'ambientalismo verde più ideologizzato, che in Italia è perfettamente incarnato da Pecoraro Scanio ed è sempre sostenuto dalla sinistra più o meno radicale. Inoltre, si assiste in questi giorni ad un cambiamento significativo in una parte dell'opinione pubblica. Infatti, a quanto pare, molti ecologisti che rompono gli schemi tradizionali puntano oggi sul nucleare come fonte energetica più pulita - essendo, infatti, l'unica fonte ad emissione zero di anidride carbonica.

    Le scelte coraggiose possono essere perseguite solo se vengono proposte da una persona che gode di un'ampia stima non solo a livello nazionale, ma anche in Europa e Oltreoceano. Questi non sembra possa essere Walter Veltroni, la cui autorevolezza non varca di molto i confini del Comune di Roma e che guida un partito che fatica a presentarsi come espressione di un progetto coerente e nuovo. La considerazione di cui gode Silvio Berlusconi in Italia e all'estero è al contrario molto più evidente. Basti pensare alla considerazione che l'Italia aveva acquisito durante il suo governo, completamente vanificata dai due anni dell'esecutivo Prodi e dalle montagne di rifiuti che ricoprono tutt'ora Napoli e la Campania. E' quindi auspicabile che il 13 e 14 aprile esca dalle urne una netta vittoria del Popolo della Libertà, affinché il futuro governo Berlusconi possa avere sufficiente forza per realizzare le coraggiose politiche di ripresa e di sviluppo che sono scritte nel programma del Pdl e che prevedono, tra i punti essenziali, anche il ritorno della produzione nucleare italiana.

    Emanuela Melchiorre

    March 22

    LA STAGFLAZIONE, LA SFIDA PER IL GOVERNO CHE VERRÀ

    LA STAGFLAZIONE, LA SFIDA PER IL GOVERNO CHE VERRÀ

     

    di Emanuela Melchiorre

    Senior Fellow Centro Studi e Documentazione Tocqueville-Acton

    pubblicato su www.tocqueville-acton.org il 22 marzo 2008

      

    Il neologismo «stagflazione» è stato introdotto per la prima volta a metà degli anni Sessanta dal deputato inglese Ian McLeod che, in un suo discorso al parlamento britannico, descrisse la situazione economica del suo paese come la peggiore possibile, in cui l’inflazione e la stagnazione economica agivano insieme. È stato però il premio nobel Paul Samuelson a renderlo popolare, per descrivere la situazione economica mondiale in occasione della prima crisi petrolifera del 1973 che comportò una variazione percentuale negativa del Pil statunitense, che tecnicamente prende il nome di recessione, nel 1974 e 75 e successivamente nel 1982.

     

      

    Le due crisi petrolifere ebbero effetti negativi sul tasso di crescita di molti paesi dell’attuale euro-zona, che in media, secondo la metodologia Ocse, furono spettatori di due picchi negativi nel trend del tasso di crescita del Pil reale dell’area: nel 1975 e nel 1995.

      

    Anche oggi si continua a parlare di «stagflazione», o stagflation per dirla come gli inglesi, così come se ne parlava in occasione delle crisi petrolifere dal 1973 al 1979. Oggi siamo spettatori dello scoppio di una bolla speculativa, quella del mercato immobiliare statunitense, detta «crisi dei subprime», che ha avuto ripercussioni finanziarie ed economiche a livello planetario. Almeno altre quattro bolle speculative, inoltre, possono essere date per accertate: quella relativa ai prodotti energetici, che ha prodotto un incremento del prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile (l’ultima quotazione mentre si scrive è di 104 dollari al barile) e un’impennata dei prezzi al consumatore finale; quella relativa alla speculazione sui titoli dei sistemi di finanziamento ad alto rischio dei mercati emergenti; anche i prodotti alimentari, inoltre, hanno visto un incremento dei prezzi significativo e non giustificato dall’andamento dei valori reali dell’economia, come ad esempio una contrazione significativa della loro produzione, oppure a parità di produzione un improvviso aumento della domanda. Infine, occorre anche considerare la speculazione dell’oro, ancora oggi considerato un bene rifugio, che ha toccato il prezzo di oltre 990 dollari l’oncia.

     

      

    La politica monetaria delle banche centrali e la situazione economica  internazionale

     

    La situazione odierna non è però confrontabile con la crisi petrolifera del 1973-79. La crescita economica è oggi indubbiamente stagnante (secondo le stime più pessimistiche, quelle di Confindustria, nel 2008 il Pil italiano crescerà appena dello 0,3%, secondo la Commissione europea le stime di crescita per il 2008 sono dello 0,7%, ovvero dimezzate rispetto le stesse previsioni Ue elaborate in autunno), ma non è ancora negativa come lo è stata in quegli anni bui.

    La nostra inflazione, al 4,6% (secondo l’indice degli «acquisti frequenti»), ovvero la stima più pessimistica, mentre l’Ue stima la crescita dell’inflazione dell’area dell’euro del 2,7%, non è paragonabile all’inflazione a due cifre (al 12%, con picchi del 24%) dei primi anni Ottanta, anche se i confronti non possono essere fatti in modo rigoroso giacché c’è stata l’introduzione dell’euro e la riformulazione a più riprese del paniere di riferimento.

     

    Le due principali banche mondiali, la Bce e la Fed pongono in essere due politiche opposte per fare fronte alla stagflazione. La Banca centrale europea difende inesorabilmente l’euro, lasciando inalterati i tassi di riferimento e tentando, in tal modo, di contrastare l’inflazione importata, ma a costo di una minore crescita economica di tutta l’eurozona, che trova forti ostacoli alle sue esportazioni. La Commissione Ue ha ridotto le sue previsioni di crescita dell'eurozona, che per il 2008 sarà dell'1,8% contro il 2,2% delle previsioni dell’autunno scorso. Anche l'Ue a 27 cresce al 2%, che costituisce un taglio delle previsioni di 0,4 punti, in quanto sempre in autunno si stimava un 2,4%.

     

    La politica monetaria della Bce è stata criticata apertamente dal Fondo monetario internazionale. Dominique Strass-Kahn, il suo direttore, ha infatti affermato, in una sua recente intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde, che la Bce accentra troppo potere all’interno dell’eurozona e che occorrerebbe l’istituzione di un contraltare politico impersonato da un ministro europeo delle finanze, che fosse in grado di indirizzare la politica comunitaria verso la crescita economica dell’area dell’euro e, quindi, non solo per perseguire la rivalutazione dell’euro nei confronti del dollaro. Il numero uno del FMI si è spinto anche oltre nelle sue dichiarazioni, affermando che è venuto il momento di considerare la politica di bilancio, ovvero il deficit spending, come uno strumento utile per innescare la spirale dello sviluppo per quei paesi che, per usare le sue testuali parole, “se lo possono permettere”. Non è chiaro se DSK si riferisse espressamente alla ristrettezza dei margini imposti dai parametri di Maastrich alle politiche di sviluppo governative dei paesi membri. Certo è però che una simile affermazione costituisce un importante precedente per poter rivedere il Trattato sulla scorta dell’esperienza accumulata dai paesi firmatari in questo arco di tempo, sedici anni, che, dall’atto della sottoscrizione del 7 febbraio 1992 hanno sperimentato trend di crescita estremamente modesti.

     

    A differenza della Bce, la Federal Reserve ha, invece, tagliato a più riprese il tasso di sconto per fare fronte agli effetti depressivi della crisi dei subprime, così come fece in occasione della crisi economica successiva al crollo delle Torri gemelle in seguito all’attacco di Al Qaeda. La Fed ha permesso in tal modo di ridurre il disavanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti americana, che con un dollaro “debole” ha la via spianata per le esportazioni. La banca centrale americana si è concentrata su politiche monetarie espansive, in concerto con le politiche governative di taglio delle imposte e di sostegno alle famiglie colpite dalla crisi finanziaria dei subprime poiché prevede che sarà il rallentamento dell’economia statunitense ad influire sulla crescita dell’inflazione comprimendola. Entrambe le banche centrali hanno, inoltre, immesso sul mercato una ingente quantità di valuta, al fine di, come dicono gli addetti ai lavori, «raffreddare i mercati» dopo le reazioni emotive degli speculatori al crollo dei valori di borsa, ma a costo di una ulteriore spinta inflazionistica.

     

     

    Indicazioni di politica economica

     

    La stagflazione è la sfida tra le più gravose che le economie avanzate devono affrontare. L’inflazione è in buona parte importata, per via dell’andamento dei mercati internazionale dei prodotti energetici e alimentari, mentre la stagnazione  è in parte dovuta alle situazioni interne, ma anche internazionali in relazione al grado di interdipendenza, come nel caso dell’eurozona. Le politiche per aggredire le stagflazione sono diverse, ma da usare contemporaneamente, a iniziare dalla riduzione coraggiosa della pressione fiscale, dagli incentivi alla concorrenza e dal taglio delle spese pubbliche improduttive, volgendo i risparmi verso gli investimenti pubblici e iniettando fiducia agli operatori economici con piani a medio termine di investimento credibili. Occorre inoltre epurare il mercato lasciando fallire le imprese speculative o obsolete che impiegano in modo inefficiente risorse sia pubbliche che private.

     

    La stagflazione ha comunque un andamento ciclico, in quanto tende ad esaurirsi quando le risorse lasciate disoccupate dalla contrazione della crescita dell’economia ridurranno la loro domanda, facendo abbassare i prezzi. Ma questa prospettiva lasciata al mercato ha tempi lunghissimi, generazionali, producendo e diffondendo nel frattempo disoccupazione e miseria. La situazione economica italiana è a rischio recessione, poiché al di là dei trionfalismi degli ultimi giorni del governo Prodi, il quale si piccava di aver rilanciato il sistema economico, l'economia ha imboccato la via del declino e ora subisce l'andamento della congiuntura economica europea, anch'essa in grave empasse, mentre il resto del mondo, Asia compresa, è in ansia per gli effetti provocati dalla bolla speculativa sull'economia degli Stati Uniti.

     

    È questo, quindi, il momento di rimboccarsi le maniche e di porre in essere le politiche di sviluppo che la nazione necessita, uscendo da due anni di malgoverno. Occorre rimediare ai tanti danni che il governo Prodi ha causato. È essenziale restituire alle famiglie il mal tolto a causa delle tasse di TPS e di Visco, restituire loro la possibilità di disporre dei redditi percepiti grazie ad una attività lavorativa onesta e che sono stati decurtati da una imposizione fiscale del 43,3% del Pil (stigmatizzato dall’Istat in aperto contrasto con il ministro Visco) e forse più, senza contare il costo dei servizi pubblici, la cui inefficienza fa aumentare la pressione fiscale occulta. È quindi essenziale che il futuro governo agisca nell'immediato, riportando subito, fin dal primo consiglio dei ministri, il grado di imposizione fiscale almeno al livello precedente le due ultime vessatorie leggi Finanziarie.

     

    Nell'arco di due anni sarà necessario abbassare ulteriormente le imposte in modo da raggiungere un livello funzionale alla formazione del reddito, come avviene negli Stati Uniti, in cui l'imposizione fiscale è mediamente al di sotto di un terzo del reddito. Nel medio lungo periodo è essenziale riprendere le politiche di sviluppo del precedente governo Berlusconi, che prevedevano la realizzazione di grandi opere pubbliche e di investimenti per rendere efficienti i servizi di pubblica utilità. Quindi sarà importante, nell'arco dei prossimi due o tre anni, la costruzione di termovalorizzatori per rendere economicamente sostenibile la gestione dei rifiuti, non solo campani, ma anche di tutte le regioni meno virtuose, nel rispetto dell'ambiente e non più come attività strumentale agli interessi personali e particolari degli amministratori locali. È essenziale, altresì, riprendere la costruzione dei rigassificatori, anch'essa improvvidamente interrotta, che permetterà la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e quindi a costi minori, riducendo la dipendenza dai maggiori fornitori esteri, non sempre del tutto affidabili. Più in generale, occorre riprendere i piani di sviluppo di una politica nazionale energetica, che preveda un mix efficiente di fonti di energia tale che consideri il nucleare come fonte principale e che releghi i «mulini a vento» dell'eolico, il fotovoltaico e le biomasse a funzioni loro proprie, che sono del tutto marginali.

    March 21

    Crisi finanziaria: opinioni a confronto

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 marzo 2008

    Nel mercato finanziario gli ultimi dodici mesi sono stati caratterizzati dallo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare americano, i cui primi sintomi risalgono al mese di marzo del 2007, e dalle crisi di borsa di tutto il mondo. Anche lo scorso lunedì sono state registrate notevoli perdite di valore delle azioni (gli indici europei hanno avuto ribassi del 3 e 4% e pare siano stati «bruciati» 260 miliardi di euro), e negli Stati Uniti la Jp Morgan ha provveduto ad acquistare nottetempo la banca Bear Stearns al prezzo di 2 dollari per azione, contro gli 87 dollari per azione della fine di febbraio. Ma il terremoto non sembra finito, perché sono in crisi grandi istituti finanziari, che si sperava non si fossero impelagati nella speculazione finanziaria sugli immobili. Hanno subìto perdite ingenti anche le grandi banche svizzere, come la Ubs. Di fronte a fenomeni di tale gravità le previsioni pessimistiche godono normalmente di maggior credito di quelle ottimistiche, forse perché offrono un'impressione di maggiore realismo, o perché si vuole in qualche modo esorcizzarle. Così avviene anche in borsa, dove, in momenti di particolare tensione, emerge la fragilità degli operatori, che, al di là della loro professionalità e impassibile efficienza, conservano le stesse sensazioni dell'uomo comune, di ansia e di paura nei confronti del futuro e dell'ignoto.

    Tra le opinioni espresse sui quotidiani finanziari e non di tutto il mondo, e dagli osservatori internazionali più autorevoli, alcune si differenziano dal coro di quelle puramente negative. Particolare interesse riveste quella di Dominique Strauss-Kahn, il successore di Barroso al Fondo Monetario Internazionale. Questi torna ancora una volta a parlare di sostegno pubblico all'economia mediante incentivi fiscali, sostenendo che non bastano le politiche monetariste delle banche centrali, quella europea compresa, che ricorrono ai soli strumenti di variazione del tasso ufficiale di sconto e dell'immissione di liquidità nel sistema finanziario. Strauss-Kahn, facendo seguito alle sue precedenti dichiarazioni, individua nella politica economica di intervento pubblico a sostegno dell'economia la via da perseguire in questi momenti di concitata evoluzione negativa della crisi finanziaria ed economica mondiale. In particolare, per quanto riguarda l'Eurozona, ha suggerito recentemente l'istituzione di un ministero dell'economia europeo che affianchi l'azione della Banca centrale europea, una sorta di contraltare pubblico alla politica monetaria della banca centrale indipendente. In tal modo, sarebbero prese in considerazione al momento della formulazione delle politiche della Bce anche le evoluzioni dell'economia e dell'occupazione dell'eurozona, che al momento attuale non rientrano negli obbiettivi esclusivamente antinflazionistici della Banca centrale europea. Ma qui si tratta di rivedere lo statuto della Bce.

    Su questo lunedì nero delle borse si è espresso anche Alan Greenspan, l'ex presidente della Federal Reserve, in un commento pubblicato sul «Financial Times», sostenendo che la crisi finanziaria degli Stati Uniti «sarà la più dolorosa dalla fine della seconda guerra mondiale». Egli prevede che le turbolenze finiranno «quando i prezzi delle case si stabilizzeranno», visto che i titoli garantiti dai mutui si basano sul valore delle abitazioni e quindi sui loro prezzi di mercato. Nell'immediato, sia pure con strumenti ancora insufficienti, le autorità monetarie e politiche degli Stati Uniti tentano febbrilmente di contenere gli effetti negativi della crisi. Il Federal Open Market Committee, l'organismo della Fed che decide le manovre sui tassi di riferimento federali, martedì scorso ha tagliato il tasso sui Fed Funds di tre quarti di punto percentuale, portandolo al 2,25% dal 3% precedente. Ha anche tagliato il tasso di sconto, che passa dal 3,25% al 2,50% ampliando il divario fra il costo del denaro negli Usa e quello nell'eurozona (4%).

    La Fed ha esteso la sua autorità di erogazione del credito alle società di intermediazione mobiliare, facoltà riservata fino ad ora alle sole banche che gestiscono il credito e i depositi dei privati. La misura adottata ricorda una precedente simile decisione risalente ai tempi della grande crisi del 1929, e se, da un lato, ha il sapore delle scelte drammatiche dettate da situazioni contingenti di crescente gravità, allo stesso tempo lancia il rassicurante messaggio di una costante presenza sul mercato della banca centrale americana per tutelare non solo i privati e piccoli risparmiatori, ma anche gli investitori istituzionali. Non sarà questa l'unica novità nelle azioni della Fed. Infatti, è presumibile pensare, poiché si è riunita la President's Task Force on Financial Markets presenziata da Paulson, il segretario al Tesoro americano, e da Bernanke; essa seguirà una serie di riforme e di nuove regole per l'erogazione del credito negli Stati Uniti, per la trasparenza e per la creazione di nuovi strumenti finanziari, in aggiunta a quelli finora a disposizione, che non hanno offerto riparo dall'esplosione della bolla speculativa. Quello che occorre, però, è una serie di misure che impediscano alla finanza speculativa di imperversare fino a creare bolle speculative che inevitabilmente scoppiano e bruciano il risparmio accumulato con sacrifici.

    Emanuela Melchiorre

    March 19

    Siamo in recessione

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 marzo 2008

    Siamo in recessione ed è questo il regalo che il governo Prodi ci ha lasciato prima dell'uscita di scena, che avverrà con la formazione del nuovo governo nel prossimo mese di giugno, esaurite cioè le lungaggini del dopo voto. Il governo Berlusconi aveva lasciato un'economia in ripresa e Prodi, Padoa-Schioppa, Visco e Pecoraro Scanio, tanto per citarne i ministri più perniciosi, hanno fatto ripiegare il sistema economico sotto il peso di una pressione fiscale perversa, arrivata ormai al 44% del Pil, e priva degli impulsi dei lavori pubblici, tutti fermi a livello locale e nazionale. L'eccessiva pressione fiscale ha tagliato i consumi già prima di Natale e quelli di Pasqua accusano vistose cadute, che in una economia di mercato deprimono ulteriormente gli investimenti delle imprese. Si temono inoltre rallentamenti nei flussi turistici. Non meraviglia, quindi, che la produzione industriale sia in discesa, come dimostrano i dati statistici.

    Inoltre, gli investimenti pubblici sono stati tagliati per ridurre il disavanzo annuale dello Stato, senza peraltro riuscirvi che in minima parte, e non era questo l'obiettivo essenziale dell'economia italiana bisognosa, invece, di poderosi rilanci, che non possono venire purtroppo dall'eurozona. Per contro, la spesa pubblica corrente, che doveva essere tagliata vistosamente, ha continuato, invece, a dilagare per mille rivoli senza produrre impulsi. In sostanza, ancora una volta, si è pensato di ridistribuire non preoccupandosi minimamente di provvedere alla produzione. Ciò significa che la distribuzione si configura in questo caso come una spoliazione con tutti gli effetti deleteri che essa produce, come è testimoniato dalle vicende delle dittature bolsceviche o comuniste in generale, che oltre a togliere la libertà hanno prodotto miseria, in confronto almeno agli altri Paesi democratici, e hanno privilegiato gli armamenti e le varie «nomenklature». Purtroppo ormai i giochi sono fatti e sarà un miracolo se nei restanti sei mesi dell'anno sarà possibile provocare una svolta, indispensabile, per dare respiro anche all'occupazione, soprattutto a quella precaria dei giovani, diventata ormai una piaga nazionale vera e propria.

    Il PdL, che i sondaggi danno largamente vincente alle prossime elezioni, dovrà avere il coraggio di tagliare la pressione fiscale di diversi punti, con il risultato immediato di ridare potere di acquisto ai lavoratori, alle loro famiglie e alle imprese. La riduzione della pressione fiscale locale e centrale, tagliando tutti i balzelli imposti dal governo Prodi, significa aumento degli stipendi e delle pensioni senza provocare conflitti sociali con le imprese, le quali potranno giovarsi della riduzione dei carichi fiscali per aumentare gli investimenti tecnologicamente avanzati. Il maggiore potere di acquisto derivante dalla riduzione della pressione fiscale non provoca impulsi sui prezzi, come, invece, accade con gli aumenti salariali. Altra cosa da fare subito e in misura massiccia è la ripresa dei lavori pubblici. Il solo annuncio del loro avvio ha un effetto immediato sulla produzione. È il cosiddetto «effetto d'annuncio», che mette in moto il moltiplicatore del reddito, che nell'edilizia, come è noto, è molto elevato anche oggi, nell'epoca dell'informatica e dei servizi.

    Tante altre cose il nuovo governo dovrà fare, ma in via prioritaria si impone, giova ripeterlo, una riduzione ampia della riduzione fiscale, e il taglio della spesa corrente improduttiva. Ci sarà tempo, con la finanziaria del 2009, per formulare un compiuto programma di rilancio dell'economia italiana, al fine di arrestarne il declino in cui sta precipitando e per fronteggiare il forte rallentamento dell'economia internazionale. Come è noto, e lo si può dimostrare, le risorse per la ripresa economica non mancano e ad esse si aggiungono quelle derivanti proprio dalla riduzione della pressione fiscale e dal maggiore reddito prodotto dai lavori pubblici.

    Emanuela Melchiorre

    March 16

    Sempre più penalizzati i redditi da lavoro

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 16 marzo 2008

    L'Ocse - l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico - ha pubblicato in questi giorni il rapporto dal titolo «Tax and Wages 2007» (Imposte e Stipendi 2007). Ne emerge un quadro desolante della situazione italiana da qualunque angolo di visuale lo si voglia esaminare, sia che lo si confronti con quello degli altri Paesi facenti parte dell'Ocse, sia che lo si consideri in relazione ai Paesi dell'Europa a 15. In particolare, per quanto riguarda il livello di retribuzione medio annuo, l'Italia si colloca al 23mo posto nella graduatoria dei Paesi a maggiore industrializzazione, seguita solo da Stati come il Portogallo, la Turchia, l'Austria e la Polonia. Gli stipendi medi annui in Italia sono, infatti, di 13.000 euro (pari a 19.184 dollari Usa), di gran lunga inferiori alla media dell'Europa a 15 (17.235 euro, corrispondenti a 26.434 dollari), alla media Ocse (16.081 euro, ossia 24.660 dollari). Il confronto da questo punto di vista è ancora più sconfortante se viene effettuato in relazione alle retribuzioni della Svizzera (34.136 dollari), degli Stati Uniti d'America (33.189 dollari), o del Canada (26.531 dollari).

    Se i dati sulle retribuzioni vengono combinati con quelli riguardanti l'imposizione fiscale da redditi da lavoro, il cosiddetto «cuneo fiscale», la situazione italiana appare ancora più drammatica. Infatti, tale imposizione fiscale supera, in percentuale, quella di tutti i Paesi con redditi da lavoro più bassi e quella di quasi tutti gli altri con redditi da lavoro più alti (con le sole eccezioni, di lieve entità, del Belgio, della Germania, della Francia e del Giappone). Hanno invece una imposizione fiscale inferiore (fino a 15 punti) Paesi come gli Stati Uniti d'America, la Svizzera, il Regno Unito, il Canada e persino la Svezia, in cui le imposte sono state tradizionalmente sempre molto elevate, in corrispondenza però di un più elevato grado di protezione sociale. Emblematico può essere considerato l'esempio della Spagna, che, a distanza di pochi anni dalla caduta della dittatura, è riuscita a superare l'Italia nel livello medio delle retribuzioni (22.207 dollari), con una differenza in più di circa 9 mila euro rispetto a quello italiano, pur mantenendo una imposizione fiscale più leggera di 7 punti percentuali.

    Un risultato davvero sorprendente si può riscontrare se si provvede a scomporre l'intero onere italiano sui redditi da lavoro nelle sue diverse componenti. Viene infatti frequentemente sollecitata, a tutti i livelli, un'ennesima riforma delle pensioni, ventilando incessantemente il rischio che il sistema non possa a lungo sostenere la tendenza a crescere della media della vita umana. Si scopre, tuttavia, che l'onere fiscale complessivo, pari al 45,9% del reddito da lavoro, è costituito da una tassazione media di 14,4 punti percentuali, mentre il restante 31,5% è costituito da contributi previdenziali (24,3% a carico dei datori di lavoro e 7,2% a carico dei lavoratori). Si tratta di un'aliquota considerevole, che potrebbe essere proficuamente confrontata con quella degli altri Paesi per trarne delle conclusioni anche in merito agli scopi per i quali viene utilizzato un gettito tanto considerevole.

    Ma il quadro di raffronto dell'Italia con gli altri Paesi va completato con la considerazione della diversa qualità di tutti i servizi resi dal settore pubblico. Se è indubbiamente vero che le cosiddette pensioni di anzianità (del resto di fatto quasi eliminate) sono state una prerogativa quasi esclusivamente italiana, l'indennità di disoccupazione, gli assegni familiari, la sanità, per non parlare dei trasporti, dei servizi postali, della raccolta e del riciclo dei rifiuti, della fornitura di luce, gas ed acqua, della viabilità, offrono tutti esempi di migliore qualità nei Paesi stranieri rispetto all'Italia. Tutto ciò con buona pace del governo Prodi e dei suoi ministri, in particolare Padoa-Schioppa, che nonostante il fallimento della loro politica economica e sociale, continuano ad imbonire l'opinione pubblica di ritornelli sul risanamento dell'economia e sulla solidità della ripresa delle attività produttive che non c'è, mentre l'inflazione incalza e falcidia i più bassi livelli dei redditi da lavoro.

    Emanuela Melchiorre

    March 14

    Il prezzo del petrolio e i ritardi della politica italiana

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 marzo 2008

    Il prezzo in ascesa delle materie prime energetiche ed alimentari, quelle che gli economisti chiamano «commodities», comporta un incremento generalizzato di tutti i prezzi dei prodotti di uso quotidiano, causando effetti negativi più evidenti di giorno in giorno sui bilanci delle famiglie italiane. Dal prossimo aprile avranno luogo nuovi aumenti di prezzi del gas e dell'elettricità e ulteriori incrementi si attendono anche per luglio. Tra le cause basilari da ascrivere all'incremento del prezzo dei prodotti energetici e del petrolio in particolare, che costituisce la componente principale di inflazione importata, vi è l'atteggiamento avverso dei paesi produttori e esportatori appartenenti al cartello dell'Opec, che hanno stabilito di lasciare immutate le quantità prodotte, causando una reazione amplificata dei mercati. Il prezzo del greggio ha raggiunto, pertanto, il livello di 108 dollari al barile, mentre le borse mondiali, e in particolare Wall Street, hanno registrato risultati ampiamente negativi. Le ipotesi di limitatezza delle riserve di idrocarburi e la limitata capacità estrattiva, che sono spesso citate come cause della riluttanza dei produttori ad aumentare la loro fornitura in tempi rapidi, non sono credibili.

    È vero, piuttosto, che i paesi del Medioriente - Arabia Saudita, Iran e Iraq - utilizzano i petroldollari per fini diversi dall'investimento e dall'ammodernamento dell'industria estrattiva. Le strutture usate oggi infatti sono ancora quelle realizzate negli anni Sessanta dalle compagnie occidentali di grandi dimensioni, che hanno comunque una capacità estrattiva maggiore di quella utilizzata attualmente. È documentato infatti, come sostiene Davide Tabarelli in un suo recente articolo comparso sul Sole 24 Ore, che nel 1979 vi fu un picco di produzione superiore di 2 milioni di barili al giorno rispetto al livello estrattivo odierno, a fronte di una domanda di allora inferiore di 24 milioni di barili al giorno rispetto a quella attuale. La domanda di petrolio e di materie prime è oggi aumentata sensibilmente rispetto agli anni Sessanta e Settanta, poiché esistono nuovi grandi consumatori, come l'India e la Cina. La finanza speculativa, inoltre, è sempre in cerca di nuovi mercati da «contagiare», e quello delle materie prime rappresenta un investimento che garantisce, come si dice in gergo, una «buona tenuta dei prezzi», come lo è anche il mercato dell'oro, il cui prezzo sfiora oggi la soglia dei 1000 dollari l'oncia.

    Per quanto riguarda l'Europa dell'euro, la rivalutazione della moneta unica rispetto al dollaro, che ha toccato il livello di oltre 1,53 dollari per euro e un picco record di oltre 1,54, non è sufficiente per contrastare l'impennata del prezzo del greggio, in quanto il dollaro perde potere di acquisto più rapidamente di quanto non possa essere rivalutato l'euro. Di conseguenza, in termini relativi, l'euro non costituisce un tempestivo argine all'inflazione internazionale. Mentre comporta effetti negativi fin troppo tempestivi sulle esportazioni dei paesi dell'unione monetaria. Solamente in una recente dichiarazione, rilasciata in occasione dell'attuale G10 di Basilea, il governatore della Bce, Jean-Claude Trichet, si è mostrato preoccupato per l'andamento della quotazione dell'euro nei confronti del dollaro, senza però porvi alcun rimedio. Al contrario, egli sostiene che sia la Federal Reserve a dover cambiare le politiche espansive di sostegno all'economia e, quindi, di riduzione del tasso ufficiale di sconto, per far sì che il rapporto euro/dollaro muti. È una richiesta, quella del governatore europeo, fuori dalla realtà. Non vi è, infatti, alcun motivo per il quale la banca centrale americana debba preoccuparsi dell'andamento dell'economia europea, a maggior ragione se è proprio il banchiere centrale europeo il primo a contrastare, con le sue decisioni di politica monetaria, una crescita economica dell'area secondo le potenzialità dei paesi membri.

    L'Italia potrebbe contrastare in parte l'andamento dell'inflazione combattendo almeno una delle sue cause maggiori: l'alto prezzo delle importazioni di materie prime. Vale la pena notare che quest'anno il deficit energetico italiano aumenterà di altri 10 miliardi di euro, raggiungendo un livello record di 61 miliardi di euro, pari al 3,7% del Pil e maggiore dello 0,6% rispetto al livello del 2007. L'inflazione importata può essere contrastata solamente mediante due vie, complementari tra loro. La prima è la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la scelta delle più convenienti in termini di prezzo, ma anche di affidabilità geopolitica. Infatti, mediante la creazione di nuovi rigassificatori, si potrebbe importare gas liquefatto da paesi più lontani rispetto all'Algeria e alla Russia, che forniscono gas all'Italia mediante gasdotti. La seconda via è la produzione di energia elettrica all'interno dei confini nazionali mediante l'impianto di centrali nucleari di quarta generazione, la cui capacità di produzione è di gran lunga superiore a qualsiasi altra fonte di produzione di energia, nonché mediante un ammodernamento e un ripensamento in termini di maggiore efficienza della produzione idroelettrica.

    Emanuela Melchiorre

    March 11

    Il costo del denaro e la crescita economica dell'eurozona

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 marzo 2008

    Si è persa ancora una volta l'occasione per dare slancio alle economie dei paesi dell'eurozona. Infatti, nonostante gli imprenditori europei chiedessero a gran voce una diminuzione del tasso di interesse della Bce per ridurre la differenza tra euro e dollaro, che sta fortemente penalizzando le esportazioni europee, specie nei confronti degli Stati Uniti, il banchiere centrale, Jean-Claude Trichet, ha confermato questa settimana che il prezzo del denaro da lui stabilito al 4%, ovvero il tasso di interesse di riferimento dell'eurozona, non subirà variazioni, in vista delle previsioni di marzo della Bce che ha rivisto al rialzo, rispetto alle previsioni dello scorso dicembre, il tasso annuo di inflazione stimato per il 2008 e quello per il 2009.

    Tabella

    Le stime della Bce sono pessimistiche anche riguardo l'andamento della crescita economica, misurata dalla variazione percentuale del Pil dell'area dell'euro. Come più volte detto, l'obbiettivo statutario della Bce è esclusivamente il perseguimento di un basso tasso di inflazione, al di sotto del 2%. Pertanto, sembra sia di scarsa importanza il fatto che per perseguire tale risultato il prezzo da pagare sarà una crescita lenta, quasi stagnante, dei paesi firmatari del Trattato di Maastricht. La politica monetaria della Bce è stata criticata apertamente dal Fondo monetario internazionale. Dominique Strauss-Kahn, il suo direttore, ha infatti affermato, in una sua recente intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde, che la Bce accentra troppo potere all'interno dell'eurozona e che occorrerebbe l'istituzione di un contraltare politico impersonato da un ministro europeo delle finanze, che fosse in grado di indirizzare la politica comunitaria verso la crescita economica dell'area dell'euro e, quindi, non per perseguire, come è nei fatti, l'apprezzamento continuo dell'euro nei confronti del dollaro. Il numero uno del Fmi si è spinto anche oltre nelle sue dichiarazioni, affermando che è venuto il momento di considerare la politica di bilancio, o meglio il deficit spending, come uno strumento utile per innescare la spirale dello sviluppo per quei paesi che, per usare le sue testuali parole, «se lo possono permettere». Il direttore del Fmi ha usato un linguaggio diplomatico, ma il significato del suo intervento è stato molto chiaro. I parametri di Maastricht impediscono all'economia dell'eurozona di crescere in funzione delle loro molte potenzialità. Da quando è stato firmato il patto di stabilità tra i paesi dell'eurozona, la crescita del Pil, dei consumi e, soprattutto, degli investimenti è stata modesta, rimanendo inferiore a oltre la metà della crescita degli Stati Uniti.

    Ora incombe la recessione con l'inflazione a causa dell'andamento dei prezzi del petrolio, delle materie prime e dei beni rifugio, come l'oro, ed è quindi più che auspicabile, anzi si impone, un cambiamento della politica economica dell'eurozona e, prima di tutto, una modificazione dello statuto della Bce, in modo che governi e parlamenti riacquisiscano almeno in parte i poteri monetari, cui hanno abdicato a favore della banca centrale europea indipendente.

    Emanuela Melchiorre

    March 09

    La speculazione sul prezzo del petrolio

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'8 marzo 2008

    La riunione dell'Opec si è chiusa mercoledì scorso a Vienna con la decisione di mantenere la produzione di greggio invariata, mentre ci si aspettava un suo aumento. I paesi produttori di petrolio hanno così lasciato il mercato degli idrocarburi in balia della speculazione, che attende, come mostrano gli andamenti dei futures nella borsa di Chicago e di Londra, nuovi rialzi del tutto ingiustificati, almeno con riguardo all'indebolimento del dollaro rispetto alle valute forti, come l'euro. La decisione dell'Opec produrrà un'altra spinta all'inflazione internazionale, che ha riflessi preoccupanti sul mercato dell'oro, che presenta nuovi aumenti di prezzo ormai prossimi a toccare i mille dollari per oncia di fino. Si è mosso anche il prezzo dell'argento, insieme con i valori dei metalli preziosi e non preziosi, e con quelli dei prodotti alimentari di base.

    La risposta all'andamento dell'inflazione, che ormai è giunta a livelli pericolosi, sarà un aumento dei prezzi dei prodotti finiti e, quindi, un rincaro dei beni di importazione nei mercati dei paesi Opec. In altre parole, gli eccessivi aumenti del prezzo del greggio si ripercuoteranno sugli stessi paesi produttori, che dipendono in tutto e per tutto dall'importazione di beni e servizi forniti dai paesi economicamente avanzati. Si ripeterà quanto accadde con la crisi petrolifera del 1973-79, che a metà degli anni Ottanta fu risolta dalla politica economica del presidente Reagan, il quale rivalutò il dollaro e di conseguenza produsse una drastica caduta del prezzo del greggio e di quello dell'oro, strozzando la speculazione. Ne derivò subito la caduta del tasso di inflazione. Non mancherà occasione per ritornare su quella politica monetaria ed economica, molto complessa per essere descritta in poche righe.

    Se la speculazione finanziaria distrugge ricchezza, anche l'inflazione produce danni e alla fine richiede un aggiustamento dei valori. Nel frattempo produttori e consumatori sono danneggiati e se fa difetto la politica economica il mondo sfocia in una crisi economica epocale. È già accaduto e può ripetersi se manca la saggezza nei governanti. Da qui la necessità che i paesi economicamente avanzati si muovano uniti per sventare i pericoli di una crisi economica internazionale che potrebbe produrre decine e decine di milioni di disoccupati e, di conseguenza, l'abbassamento drastico del tenore di vita fino ad ora raggiunto.

    Come la storia economica insegna - e ciò vale molto di più della teoria - il mercato non può essere lasciato solo a se stesso, senza una disciplina che da una lato consenta il dispiegarsi del gioco della domanda e dell'offerta, e quindi della concorrenza e, dall'altro lato, stabilisca le linee guida per impedire che proprio il mercato si involva nelle crisi che sempre crea e che lo portano a far lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile, penalizzando soprattutto i lavoratori, mentre potrebbe far conseguire la piena occupazione e il miglioramento del tenore di vita delle popolazioni attraverso l'aumento incessante della produttività. In termini sintetici, ciò significa impiegare al meglio il lavoro, il capitale e la terra.

    Ma prima occorre arrivare al più presto a un nuovo ordine monetario internazionale, considerando che la moneta deve far aumentare il reddito nazionale e produrre ricadute benefiche sui bilanci familiari. È necessario altresì studiare interventi volti ad eliminare le strozzature tanto nell'offerta che nella domanda di beni e servizi. È auspicabile che in opportuna sede i paesi del G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Italia, Inghilterra e Canada) più la Russia si riuniscano e decidano di ritornare al sistema dei cambi monetari fissi e basati sull'equilibrio della bilancia dei pagamenti valutaria e non su parametri cervellotici come quelli di Maastricht. Gli altri paesi, in primo luogo la Cina e l'India, non potrebbero che adeguarsi al nuovo ordine monetario internazionale, nel quale - giova ricordare - ogni paese od ogni area economica mantiene la sua libertà, accettando soltanto il vincolo dell'equilibrio dei suoi conti nei confronti del resto del mondo.

    È un po' un ritorno all'accordo di Bretton Woods del 1944, in base al quale, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l'insieme dei paesi economicamente più avanzati, vincitori e vinti, hanno conosciuto l'impetuosa crescita economica, il benessere e, quello che è più importante, la piena occupazione delle forze lavoro, comprese quelle giovanili. Dopo la rottura di quell'accordo, avvenuta nella domenica di mezzagosto del 1971, con lo sganciamento del dollaro dall'oro, l'economia internazionale è andata avanti tra alti e bassi con ripetute crisi economiche e valutarie, con speculazioni finanziarie selvagge, con alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile e ora con il lavoro precario.

    Emanuela Melchiorre

    March 07

    I giovani e il lavoro precario

    Finanza Italiana - gennaio febbraio 2008 - www.finanzaitaliana.net

     

    I GIOVANI E IL LAVORO PRECARIO

     

    Di Emanuela Melchiorre

     

    Per l’imminente consultazione popolare i partiti sono intenti a preparare le liste elettorali. Difficilmente alcuni ministri oggi in carica potranno trovare posto nel futuro governo nel caso in cui vincesse il PD di Veltroni. Viceversa, sarebbero tutti messi da parte se vincesse il centro-destra. Si può dare per certo che tra gli esclusi spicca il ministro Tommaso Padoa Schioppa, divenuto molto impopolare non solo per le due leggi finanziarie, che sono state approvate con decreti di fiducia, che hanno impedito ogni discussione parlamentare, ivi compresa quella in seno alla stessa maggioranza, ma anche per alcune sue dichiarazioni che hanno provocato reazioni negative tra la gente. Oltre che ad affermare che è «bello pagare le tasse», senza specificare che cosa ciò significasse con riferimento all’antica Grecia, ha definito «bamboccioni» i giovani che a trenta e più anni vivono ancora con i genitori. Così facendo il ministro non ha dimostrato alcuna sensibilità nei confronti della difficile situazione che i giovani vivono oggi al momento del loro ingresso nel mercato del lavoro e durante il percorso della loro vita lavorativa.

     

    Oggi più che mai è auspicabile che la società italiana crei possibilità di lavoro stabile per tutti i giovani che abbiano terminato i loro studi. Questo sarà un tema ineludibile della prossima campagna elettorale. E sarà possibile risolvere in tempi ragionevoli, che si auspicano brevi, un tema così complesso solamente ricorrendo a politiche di sviluppo, di ammodernamento e di crescita, che agiscano sinergicamente nell’ambito scolastico e nell’ambito produttivo e occupazionale.

     

     

    La scuola e la formazione per l’ingresso nel mondo del lavoro

     

    Certamente, compito della scuola sarebbe non solo quello di fornire sapere e cultura, ma anche quello di scoprire chi ha inclinazione per l’arte, per la logica o la filosofia, per la politica, per la matematica e per le altre discipline note. In altre parole, la scuola dovrebbe scoprire le naturali attitudini e potenzialità dei giovani studenti. Questo obbiettivo non è utopia, perché in altri paesi, come ad esempio negli Stati Uniti, la scuola da la possibilità di scegliere tra oltre 150 materie che lo studente può seguire a mano a mano che scopre le sue naturali predisposizioni.

    Fin dalle scuole medie, anzi fin dalle ultime classi delle elementari, il giovane americano è aiutato a fare una programmazione di studi e durante l’anno può cambiare materia fino a trovare quella più confacente alle sue naturali vocazioni. Ciò facendo i giovani possono ottenere più facilmente una buona preparazione e la stessa scuola diventa per loro una palestra in cui allenarsi per affrontare meglio il mondo del lavoro.

      

    Ma non solo la scuola…

     

    Oltre alle politiche peculiari della scuola e dell’università per preparare i giovani ad affrontare il mondo del lavoro, è necessario porre in atto una politica della piena occupazione, che si può conseguire aumentando il Prodotto interno lordo nella misura di almeno il 3 – 3,5% in media l’anno e per molti anni. È questo l’aumento indispensabile per portare la disoccupazione al livello c.d. “frizionale”, che si può indicare sul 3% circa delle forze di lavoro ed è detto appunto “frizionale”, perché è dovuto agli attriti del sistema di produzione e di scambio dei beni e servizi, ossia del sistema economico.

    Disoccupazione frizionale non significa però disoccupazione permanente, ma temporanea mancanza di lavoro, di pochi giorni o di poche settimane, il tempo necessario per trovare una nuova occupazione. Con il pieno impiego vengono ad essere quasi superflui i meccanismi detti “ammortizzatori sociali”.

    In senso moderno, disoccupazione frizionale significa anche possibilità concreta di trovare lavoro confacente alle aspirazione dei giovani e non un posto a tempo indeterminato qualsiasi. Tanto per fare un esempio, un giovane che si è laureato in ingegneria civile dovrebbe trovare impiego e fare carriera nel ramo dei lavori pubblici e delle costruzioni, senza dover passare, come avviene ancora oggi, per una serie di occupazioni a tempo parziale e a bassa remunerazione e con alta mortificazione delle aspirazioni.

    Il percorso della crescita può essere perseguito passando necessariamente attraverso le politiche espansive di basse tasse e di incentivi all’innovazione, che comportano un aumento della produttività del lavoro. Pertanto, è necessario moltiplicare le occasioni di lavoro: la differenza tra mobilità e precariato consiste, infatti, nel numero di opportunità che un lavoratore ha di fronte nel momento del cambiamento per scegliere una diversa occupazione e non quella del datore di lavoro di licenziarlo arbitrariamente.

     

     

    Il lavoro precario giovanile

     

    Secondo le ultime stime del Censis, appena il 36,1% dei nuovi ingressi sul mercato del lavoro viene assunto con un contratto a tempo indeterminato. Questa tipologia contrattuale è quindi un privilegio per pochi, appena un terzo circa dei nuovi assunti infatti può usufruirne.

     

    Inoltre, sempre secondo il Censis nel 2006, su 902 mila lavoratori che si sono ritrovati senza occupazione, perché l’hanno persa, o perché si sono ritirati dal lavoro, una quota rilevante è costituita da popolazione giovanile: il 38,4% (che rappresenta  più di 346 mila persone) è di età inferiore ai 34 anni e il 22,2% (più di 200 mila persone) sono giovani tra i 35 e i 44 anni.

     

    Negli ultimi due anni il Censis registra un leggero incremento della quota di lavoratori a termine tra i 20 e 34 anni, che è riuscita nel giro di un anno ad accedere al lavoro a tempo indeterminato che però rimane sempre a livelli molto bassi. Per quanto riguarda i lavoratori temporanei, infatti nel 2006 tale quota è stata di appena il 17,7%. La maggior parte dei lavoratori flessibili  invece resta immobile nella propria condizione; quando non rischia di perdere il posto di lavoro: evento che, sempre secondo il rapporto Censis, nel 2006 ha interessato il 12,4% dei giovani con contratto a termine e il 12% dei collaboratori, a progetto o occasionali.

     

     

    Il confronto internazionale

     

    È di un certo interesse osservare che il lavoro a tempo parziale è diffuso in tutta l’Europa, sia nei paesi economicamente avanzati, sia in quelli arretrati, come appare dal relativo grafico. La maggiore incidenza del lavoro a termine si rileva nella Spagna con oltre il 40%, seguita dalla Polonia con oltre il 35%. Percentuali superiori a quelle italiane riguardano molti paesi e tra questi e in ordine decrescente anche economie che passano per le più avanzate, come la Svezia, la Germania, la Svizzera e la Francia. Tra i  paesi con minore incidenza e partendo dal basso troviamo la Romania, la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Grecia e l’Austria.

    Va però precisato che il grafico si riferisce ai soli contratti a termine, con l’esclusione delle altre forme di precariato, come il contratto di lavoro a progetto, quello occasionale e i vari contratti di consulenza che mascherano, invece, un rapporto di dipendenza. È evidente che i dati dell’Istat sottostimano l’incidenza di tutto il lavoro in qualche modo precario sul totale del lavoro dipendente.

      

    Un trend così evidentemente sfavorevole per la popolazione in cerca di lavoro, e per quella giovanile in particolar modo, in un’epoca caratterizzata da un livello tecnologico sempre più elevato non può non sollevare la domanda sulla opportunità per una società nel suo complesso di non far partecipi dei benefici derivanti da una crescente produttività anche i lavoratori e specialmente quelli giovani. Una società che disillude le nuove leve di lavoro non ha possibilità di fare grandi balzi in avanti e corre il rischio in tempi non molto lunghi di ripiegare su se stessa. Nel momento si amplifica il senso di insicurezza e di insoddisfazione delle giovani generazioni. Sicuramente il lavoro in qualche modo precario rappresenta una violazione del diritto alla giustizia sociale, che oggi colpisce un’Europa che, per tanti aspetti, compresi quelli dell’immigrazione senza rigidi controlli e della mancanza di una politica energetica comune, sembra avere smarrito la via del progresso.

    March 05

    La stagflazione è planetaria

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 5 marzo 2008

    La paternità del neologismo «stagflazione» è attribuita al deputato inglese Ian McLeod che in un suo discorso al parlamento britannico nel 1965 descrisse la situazione economica del suo paese come la peggiore possibile, in cui l'inflazione e la stagnazione economica agivano insieme. È stato però il premio nobel Paul Samuelson a renderlo popolare, per descrivere la situazione economica mondiale in occasione della prima crisi petrolifera del 1973.

    Anche oggi si continua a parlare di «stagflazione», così come se ne parlava in occasione delle crisi petrolifere dal 1973 al 1979. Anche oggi, come allora, siamo spettatori dello scoppio di una bolla speculativa, quella del mercato immobiliare statunitense, che ha avuto ripercussioni finanziarie ed economiche a livello planetario. Inoltre, almeno altre due bolle speculative possono essere date per accertate: quella relativa ai prodotti energetici, che ha prodotto un incremento del prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile e un'impennata dei relativi prezzi del 9,3% in Ue e del 17,6% negli Usa; e quella relativa alla speculazione sui titoli dei sistemi di finanziamento ad alto rischio dei mercati emergenti. Anche i prodotti alimentari hanno visto un incremento dei prezzi significativo (crescita del 4,8% negli Usa e nell'Ue e addirittura del 15,9% in Cina) e non giustificato dall'andamento dei valori reali dell'economia, come ad esempio una contrazione significativa della loro produzione, oppure a parità di produzione un improvviso aumento della domanda. Occorre anche considerare la speculazione dell'oro, ancora oggi bene rifugio, che ha toccato il prezzo di 990 dollari l'oncia.

    La situazione odierna non è però confrontabile con la crisi petrolifera del 1973-79. La crescita economica è oggi indubbiamente stagnante (secondo la Confindustria nel 2008 il Pil italiano crescerà appena dello 0,3%), ma non è ancora negativa come lo è stata in quegli anni bui, come si vede dai grafici seguenti. La nostra inflazione al 4,3% (indice degli «acquisti frequenti») non è paragonabile con l'inflazione a due cifre (al 12%, con picchi del 24%) dei primi anni Ottanta, anche se i confronti non possono essere fatti in modo rigoroso giacché c'è stata l'introduzione dell'euro e la riformulazione a più riprese del paniere di riferimento. Le due principali banche mondiali, la Bce e la Fed, pongono in essere due politiche opposte per fare fronte alla stagflazione. La Banca centrale europea difende inesorabilmente l'euro, lasciando inalterati i tassi di riferimento e tentando, in tal modo, di contrastare l'inflazione importata, ma a costo di una minore crescita economica di tutta l'eurozona, che trova forti ostacoli alle sue esportazioni. La Federal Reserve ha, invece, tagliato a più riprese il tasso di sconto, così come fece in occasione della crisi economica successiva al crollo delle Torri gemelle in seguito all'attacco di Al Qaeda. La Fed ha permesso in tal modo di ridurre il disavanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti americana, che con un dollaro «debole» ha la via spianata per le esportazioni. Entrambe le banche centrali hanno, inoltre, immesso sul mercato una ingente quantità di valuta, al fine di, come dicono gli addetti ai lavori, «raffreddare i mercati» dopo le reazioni emotive degli speculatori al crollo dei valori di borsa, ma a costo di una ulteriore spinta inflazionistica.

    La stagflazione è la sfida tra le più gravose che le economie avanzate devono affrontare. L'inflazione è in buon parte importata, per via dell'andamento dei mercati internazionale dei prodotti energetici e alimentari, mentre la stagnazione è in parte dovuta alle situazioni interne, ma anche internazionali in relazione al grado di interdipendenza, come nel caso dell'eurozona. Le politiche per aggredire le stagflazione sono diverse, ma da usare contemporaneamente, a iniziare dalla riduzione coraggiosa della pressione fiscale, dagli incentivi alla concorrenza e dal taglio delle spese pubbliche improduttive, volgendo i risparmi verso gli investimenti pubblici e iniettando fiducia agli operatori economici con piani a medio termine di investimento credibili. Occorre anche far fallire le imprese speculative o obsolete, permettendo l'epurazione del mercato.

    La stagflazione ha comunque un andamento ciclico in quanto tende ad esaurirsi quando le risorse lasciate disoccupate dalla contrazione della crescita dell'economia ridurranno la loro domanda, facendo abbassare i prezzi. Ma questa prospettiva lasciata al mercato ha tempi lunghissimi.

    Emanuela Melchiorre