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March 29 Declino ed internazionalizzazione delle piccole e grandi aziende italianedi Emanuela Melchiorre - 29 marzo 2007 Il 22 marzo scorso si è tenuta a palazzo Marini, nella cornice di Piazza San Silvestro, a Roma, la conferenza dal titolo «I vantaggi dell'Italia» sul grado di internazionalizzazione delle imprese italiane e sulle prospettive che si aprono alle nostre piccole e medio-grandi imprese per via dei maggiori scambi commerciali con i nuovi mercati asiatici ed est europei. Tra i numerosi relatori intervenuti, invitati dalla Fondazione Rodolfo De Benedetti, si è distinto, per chiarezza e sagacia, l'interevento di Giulio Tremonti, Vice Presidente della Camera dei Deputati. Sarebbe stato interessante ascoltare anche l'intervento del ministro dello Sviluppo Economico, Pier Luigi Bersani, iscritto nell'agenda del convegno, che però non ha presenziato a causa, come l'ha definita il suo vice, della «questione fiducia» alla Camera dei Deputati in merito alle liberalizzazioni, che lo ha assorbito e gli ha impedito di partecipare. I relatori, che hanno preceduto l'interessante tavola rotonda finale, hanno discusso in primo luogo se la teoria del declino economico dell'Italia sia in generale da considerare attendibile o se, piuttosto, non sia solo una teoria pessimista. È un dato di fatto che il reddito pro-capite italiano abbia seguito un trend decrescente dagli anni Ottanta ad oggi, come alcuni relatori hanno evidenziato, e che, con l'Unione monetaria europea, la crescita del pil pro-capite italiano sia stata più debole rispetto agli altri paesi europei (Francia, Germania, Inghilterra e Spagna). La relazione del ricercatore è stata però lacunosa sulle cause da ascrivere alla minore crescita relativa del reddito italiano. Al riguardo, si può rilevare che la maggioranza dei commentatori economici sono concordi quando si afferma, ossia che sulla crescita del Pil italiano incide, in primo luogo, la produttività del lavoro, che ha avuto un andamento lento e molto basso in confronto agli altri grandi paesi economicamente avanzati, così come gli scarsi investimenti del nostro paese nel suo complesso in termini di tecnologia e in termini di R & D (ricerca e sviluppo). Un'altra causa sulla quale, invece, non tutti i commentatori sono concordi, è l'ingresso dell'Italia nell'Unione monetaria con la firma del Trattato di Maastricht, i cui parametri hanno tolto alla politica economica nazionale molti strumenti utili allo sviluppo e hanno imbavagliato la politica di bilancio e di investimenti pubblici nell'ambito di vincoli ristretti. Ma l'aspetto ancor più grave è rilevabile nella mancanza dell'unione politica, perché, dato il primato della politica anche sugli aspetti economici e monetari, la politica monetaria è stata sottratta al parlamento e al governo per affidarla alla Banca centrale europea, definita indipendente, e cioè al di sopra dei parlamenti e dei governi. Da ultimo, va rilevato che la continua rivalutazione dell'euro in confronto al dollaro, dal canto suo, ha posto notevoli ostacoli alle nostre esportazioni extra-Ue. Nell'ambito della conferenza si è riflettuto, più in particolare, sul fatto che una maggiore internazionalizzazione delle nostre imprese non sia un canale preferenziale di crescita. Si è evidenziata la struttura produttiva italiana divisa tra piccolissime aziende, per lo più a carattere familiare, piccole aziende per il mercato locale, medie aziende e anche aziende medio grandi la cui struttura della proprietà non è esclusivamente italiana. Per le prime, le aziende piccole o piccolissime, il canale dell'internazionalizzazione presenta notevoli difficoltà per gli elevati costi in termini di conoscenza dei nuovi mercati (gusti dei consumatori, legislazione locale, fiscalità locale ecc.) e in termini logistici (trasporto, stoccaggio delle scorte ecc.) qualora i nuovi mercati di sbocco siano molto lontani. Problemi, questi, che, per una realtà economica parcellizzata, costituiscono barriere all'entrata insormontabili. La soluzione, o una via da percorrere, è la cooperazione a più livelli fra più imprese che abbiano i medesimi obbiettivi di espansione. Un argomento caro a Tremonti è la tutela del «distretto industriale», che costituisce uno strumento utile nel contesto produttivo italiano prevalente. Inoltre, la penetrazione di nuovi mercati è favorita, in un contesto di piccola azienda, quando il servizio offerto è altamente specializzato. Qualora siano, invece, le grandi aziende a internazionalizzarsi, non si discute più di cooperazione tra più aziende, ma il contesto rimane tradizionalmente di tipo competitivo. Resta da stabilire quanta parte della proprietà della grande azienda che opera sul nostro territorio sia italiana e quanta sia straniera, quanto quindi gli interessi delle aziende di grande dimensione coincidano con gli interessi di crescita del nostro paese o se, piuttosto, non prevalga la logica della specializzazione internazionale, che non favorisce necessariamente gli interessi nazionali. La specializzazione internazionale riguarda anche il mercato del lavoro. La specializzazione del lavoro ha assunto carattere internazionale in seguito alla delocalizzazione della produzione, ovvero dell'implementazione di alcune fasi della produzione in paesi diversi dalla nazione d'origine, per sfruttare i vantaggi comparati in termini di costo. Nei paesi dove le fasi produttive sono a più alto livello qualitativo e specializzate saranno occupati i lavoratori con qualifiche più alte. Nei paesi dove le produzioni delocalizzate sono a più basso livello qualitativo o specialistico il lavoro sarà meno qualificato. Un caso emblematico della produzione italiana che delocalizza e incentiva la specializzazione internazionale del lavoro è il settore tessile, abbigliamento e calzaturiero, il c.d. «made in italy». Però, a fronte di una maggiore necessità di lavoro altamente qualificato nel nostro Paese non corrisponde un aumento degli investimenti delle aziende stesse nella formazione del personale e nell'assunzione di lavoratori altamente qualificati. Conseguentemente, i lavoratori in cerca di prima occupazione si trovano di fronte alla scomoda alternativa di dover accettare un lavoro non qualificato o a un percorso formativo su base puramente volontaria o, comunque, non adeguatamente retribuito. In conclusione, il quadro complessivo del grado di internazionalizzazione delle aziende italiane risultato dai lavori della conferenza non è molto confortante. Carenza di investimenti in ricerca e sviluppo; formazione professionale ad alto livello, il c.d. «capitale umano»; andamento della produttività del lavoro in lento aumento e inferiore alle medie europee; ostacoli alla commercializzazione creati dall'apprezzamento della valuta europea, nonché concorrenza asiatica, sono tutti aspetti che non vanno sottovalutati per non perdere la sfida all'internazionalizzazione. Emanuela Melchiorre March 22 A gennaio frena la produzione industrialedi Emanuela Melchiorre - 22 marzo 2007 Nello scorso mese di gennaio l'indice della produzione industriale ha registrato una brusca frenata, pari ad una flessione del 1,4% rispetto a dicembre 2006. Stando ai dati ISTAT si tratta della più ampia flessione dall'aprile 2001. I settori che hanno sofferto la maggiore riduzione di produzione sono il settore dei mezzi di trasporto (-6,3%), l'industria del legno (-3,1%), dei prodotti di metallo (-2,7%), alimentari (-2,4%), della carta (-1,4%), della gomma e della plastica (-1,3%). In seguito a questo risultato negativo della produzione industriale, le ottimistiche previsioni che da più parti sono state avanzate circa una prodigiosa crescita economica per l'anno in corso del 2% del Pil italiano, peraltro del tutto insufficiente a ridare slancio all'occupazione e ad altri settori, sono state riviste al ribasso. Era, invece, prevedibile che nei primi mesi di quest'anno ci sarebbe stata una riduzione della crescita economica proprio per gli effetti depressivi della Finanziaria. Ma, ancora più importante per comprendere l'andamento dell'economia italiana, occorre osservare con attenzione le sorti dell'economia tedesca, nostro maggiore partner commerciale europeo. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha stabilito per quest'anno un incremento dell'Iva. Poiché tale intenzione era stata già annunciata l'anno passato, l'effetto annuncio ha fatto sì che la domanda tedesca di beni esteri aumentasse al fine di creare quelle scorte necessarie per fare fronte ai consumi di quest'anno e non subire così l'aumento dell'Iva. La maggior domanda tedesca ha stimolato la nostra produzione nel mese di dicembre, ma tale incremento non può trovare riscontro nei mesi futuri, poiché gli acquisti sono stati fatti. Le esportazioni italiane verso la Germania sono, infatti, aumentate nel solo mese di dicembre del 10,7%.Occorre poi considerare altri aspetti che agiscono direttamente e indirettamente sulla crescita dell'economia italiana. In primo luogo occorre considerare la flessione della domanda interna italiana che quest'anno, a causa di una Finanziaria vessatoria, sarà inevitabile. In secondo luogo, gli investimenti in tecnologia e innovazione, sia privati che pubblici, tardano a verificarsi o sono del tutto ostacolati dalla mancanza di adeguati incentivi all'innovazione tecnologica e quindi all'aumento della produttività. In sostanza, si continua a ignorare la politica dell'offerta e, pertanto, il Pil non potrà aumentare nella misura necessaria per sciogliere i nodi dell'economia italiana. In terzo luogo, la bolletta energetica nazionale, che è arrivata a 50,1 miliardi di euro, pesa molto sulla bilancia commerciale italiana e anche sui bilanci delle famiglie. La nostra incapacità di produrre energia ci porta ad essere importatori netti e, quindi, largamente dipendenti dalle importazioni di petrolio, gas ed energia nucleare, prevalentemente della Russia, dell'Algeria e della Francia, e di subire gli effetti negativi delle oscillazioni dei prezzi di mercato dei prodotti energetici. Infine, last but not least, i continui incrementi del tasso ufficiale di sconto della Bce, che comportano un apprezzamento dell'euro sul dollaro, giocano a sfavore delle nostre esportazioni extra-Ue. Emanuela Melchiorre March 21 L’ENERGIA EOLICA: UNA FONTE NON ALTERNATIVA
Di Emanuela Melchiorre
Le fonti cosiddette rinnovabili, tra cui prevalentemente l’energia idroelettrica, contribuiscono appena al 6% della produzione mondiale di energia, contro una copertura del 42% data dal petrolio, del 22% dal gas naturale (comprensivo della geotermica), del 16% dai combustibili solidi (il carbone) e del 14% dal nucleare. Limitatamente all’energia eolica, la produzione mondiale, secondo i dati ENEA, è stata nel 2004, ultimo dato disponibile, di appena 47.000 MW, di cui il 14,0% in Usa e il 72,3% in Europa. In particolare, 35,0% in Germania, quasi il 7% in Danimarca e il 2,7% in Italia (grafico 1). In rapporto alla produzione elettrica totale in Italia, quella eolica è appena l’8 per mille, come risulta dal grafico 2 e dalla tabella 1 allegati. Ciò non toglie che oggi si parli molto dell’energia eolica e di altri sistemi alternativi, come il fotovoltaico, le biomasse e i rifiuti urbani, i quali, nel loro insieme possono alleviare, ma non sostituire le fonti tradizionali e soprattutto quella del futuro, ossia l’energia atomica. In seguito alle scelte imposte dai Verdi, la Germania ha installato ben 18 GW (gigawatt. Si ricorda che 1 GW è un miliardo di watt) di potenza eolica e ha contemporaneamente chiuso uno dei suoi reattori nucleari. È così rimasta con 18 GW di potenza nucleare, che costituiscono il 30% dei consumi tedeschi di energia elettrica. Una simile politica di diversificazione della produzione elettrica non considera, però, il fatto che i GW prodotti da un reattore nucleare sono ben diversi dai GW prodotti da fonti eoliche. Un reattore nucleare garantisce, a parità di potenza di una wind farm (una centrale eolica) una costanza di fornitura che l’energia eolica non può garantire. Non si può, infatti, ordinare al vento di soffiare ininterrottamente, e non sono prevedibili i cali di produzione, dati appunto da un calo nell’intensità del vento. Pertanto, una centrale eolica, per poter funzionare a regime e fornire elettricità a grandi utenti in modo continuo e affidabile, deve essere supportata da altri impianti, di tipo tradizionale, che siano efficienti e pronti ad entrare in funzione nell’istante in cui ci sia una caduta a picco della potenza eolica, al fine di evitare quei fastidiosi black out di cui siamo stati di recente spettatori e vittime. Il fatto che le centrali eoliche debbano essere supportate da impianti di tipo tradizionali smentisce chi considera tali centrali come fonti alternative di energia, in quanto non permettono una totale sostituzione delle fonti tradizionali. È stato calcolato, infatti, che, per garantire ogni margine di sicurezza nella costanza delle forniture e per evitare i black out, 18 GW eolici non consentono di sostituire nemmeno 1 GW di tipo convenzionale. Occorrono, invece, fino a 24 GW eolici, quindi 24.000 turbine eoliche, per sostituire un gigawatt di potenza nucleare. Il paradosso diventa ancora più evidente nel momento in cui si considerano i costi di una simile operazione. Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, afferma, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro. Un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre un gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro, ossia appena un dodicesimo degli impianti eolici. Il sistema eolico non è, quindi, così come si presenta oggi, economicamente sostenibile. Lo afferma anche Carlo Rubbia, premio Nobel, in una sua recente intervista comparsa sul Corriere della Sera, il quale dice che fonti “alternative” del tipo di quella eolica e di quella fotovoltaica, i cosiddetti «specchi di Archimede», resteranno sempre marginali. La Danimarca, che concorre per quasi il 7 % alla produzione eolica mondiale e copre, con questa fonte, il 13% del suo fabbisogno energetico nazionale, si trova in posizione più avvantaggiata, grazie agli impianti marini, off shore, e alla sua configurazione morfologica, priva com’è di montagne. È, inoltre, esposta per molti mesi all’anno a forti correnti di vento da quasi tutte le direzioni. L’Italia ha una configurazione morfologica notevolmente differente non solo a quella della Danimarca, ma anche di altri paesi europei. L’Italia, con il suo aspetto morfologico allungato, estremamente montuosa, con la catena delle Alpi e degli Appennini, e al centro dell’area mediterranea, presenta, infatti, ostacoli naturali al flusso del vento. Può contare solo su pochi venti che hanno una buona intensità come il maestrale, la tramontana, lo scirocco e il libeccio, ma che non hanno una lunga durata. Per posizionare una wind farm, on shore, cioè su terra ferma, occorre localizzare un’area che sia priva di ostacoli naturali, e quindi non montuosa, con una pendenza tra i 6 e i 16 gradi, dove il vento superi una velocità di almeno 5.5 metri al secondo e che soffi in modo costante per gran parte dell’anno. Sono oggi presenti oltre 12.000 aerogeneratori concentrati nelle province di Trapani, Foggia, Benevento, Avellino e Potenza che costituiscono il principale polo eolico nazionale. Questi aerogeneratori, però, seppur rispettano i rigori tecnici per il loro corretto funzionamento, di certo non rispettano l’integrità del paesaggio. Infatti, soluzioni che sono esaltate come eco-sostenibili sono, al contrario, paesaggisticamente deturpanti. È sufficiente osservare, a titolo di esempio, la wind farm di Castiglione Messer Marino, in provincia di Chieti, per convincersi definitivamente dell’assoluta mancanza di rispetto per il paesaggio e per l’ambiente che tali sistemi necessariamente impongono. Un contributo da prendere in considerazione sembra quello fornito dagli aerogeneratori di piccole dimensioni, come nella foto allegata, strumentali alla fornitura di pochi kW, quanti ne possono servire a una casa isolata, una baita, un rifugio alpino, un podere o una fattoria, sempre che non sia possibile un allacciamento alla rete elettrica. Negli altri casi, occorre sempre un impianto tradizionale per sopperire alla mancanza di vento. Inoltre, dal punto di vista paesaggistico, questi piccoli aerogeneratori non sono esteticamente gradevoli e, sotto il profilo ecologico, non sopportano grandi piante nelle vicinanze. Sono da prendere con una certa cautela le proiezioni di organizzazioni non governative internazionali per gli anni a venire. Ad esempio, nel 2010 la potenza installata degli aerogeneratori si aggirerebbe sui 113.000 MW, contro i 47.000 MW del 2004, per salire a 280.000 MW nel 2020, pari, a quest’ultima data, al 2,7% della produzione elettrica mondiale. Circa i costi, il loro abbassamento, dagli alti valori odierni di circa 1.000 euro per MW, ossia 1 euro per kW, contro 23 centesimi per kW per consumi familiari, sarebbe modesto. Nel 2020, ad esempio, il costo per kW risulterebbe di poco superiore a 70 centesimi di euro per kW e tale si manterrebbe all’incirca per i successivi trent’anni. Da questo e da altri dati si evince che l’energia eolica, come quella fotovoltaica, o da biomasse, ecc., è una fonte particolare, il cui impiego, dati anche gli altri costi, è destinato ad essere molto limitato e soprattutto non appare in grado di dare un contributo determinante al fabbisogno crescente di energia. L’unica fonte sicura e illimitata rimane quella dell’atomo, ossia l’energia atomica da fissione. Per la tanto sospirata energia atomica da fusione siamo ancora purtroppo in alto mare, non avendo, per ora, possibilità né di sviluppare le alte temperature per la fusione dell’atomo di idrogeno, come avviene nel Sole, né di avere materiali che possano sopportare temperature di alcune migliaia di gradi. Il futuro dell'energia europeadi Emanuela Melchiorre - 20 marzo 2007 Venerdì 9 marzo scorso si è riunito il Consiglio europeo di Bruxelles composto dai capi di Stato e di governo dei ventisette Paesi dell'Unione Europea. Ancora una volta l'Europa ha perso l'occasione per formulare una politica energetica sostenibile e di autosufficienza, dando invece spazio solamente ad alternative energetiche che non porteranno l'Europa al di fuori della sfera di influenza della politica energetica ed espansionistica della Russia. Il piano Ue sulle energie rinnovabili è vincolante per i paesi membri e prevede sanzioni pecuniarie nel caso non vengano rispettati i dettami del Consiglio europeo. La tabella di marcia è la seguente: tagliare le emissioni di gas serra del 20% entro il 2020 e negoziare una riduzione del 30% a livello internazionale; aumentare poi fino al 20% (rispetto all'attuale 7%) la quota delle fonti rinnovabili nel mix energetico totale comunitario. È prevalsa la proposta della presidenza tedesca, che ha previsto una riduzione delle emissioni di gas serra non tramite sistemi economicamente efficienti e sostenibili, come il nucleare, che è un fonte energetica a emissione zero di anidride carbonica, ma tramite fonti chiamate oggi «alternative», che poi alternative all'energia tradizionale non sono. Sotto il vessillo dell'eco-sostenibilità, si vogliono spacciare il fotovoltaico, l'eolico e il biocarburante come fonti energetiche che possano traghettare l'intera Europa verso «il primato della politica energetica mondiale». Peccato che l'obbiettivo che è essenziale perseguire oggi a livello comunitario non è tanto il primato della «politica» energetica quanto il primato della «produzione» energetica. La differenza fra i due obbiettivi è importante. Il primo è sostanzialmente una scatola vuota che permette di perseguire tutte le mode ambientaliste e popolari del momento; il secondo, invece, permetterebbe all'Europa di investire in tecnologia e innovazione per rendere l'energia nucleare ai primi posti del mix di fonti energetiche comunitarie, e aumentarne la produzione in modo efficiente. La libertà per i paesi membri di ricorrere al nucleare, che è stata considerata solo grazie all'iniziativa francese, è stata, invece, confinata all'ultimo punto del «piano Ue sulle energie rinnovabili», che coprirà il periodo dal 2007 al 2009, e sarà poi rinnovato di tre anni in tre anni. La contraddizione delle idee ambientaliste, di cui è affetta Angela Merkel, ha fatto sì che, secondo il futuro piano comunitario di sviluppo delle fonti alternative, gli sforzi in campo di innovazione tecnologica saranno finalizzati per rendere più efficienti le centrali energetiche basate su combustibili fossili (carbone), che è notoriamente una delle fonti energetiche più inquinanti sia a livello di estrazione del carbone, che di produzione di energia. L'obbiettivo operativo sarà la costruzione di ben 12 impianti di centrali a carbone entro il 2015. Le altre risorse saranno destinate agli incentivi per la produzione di energia elettrica tramite le biomasse, il fotovoltaico e l'eolico, che non potranno risolvere il problema energetico alla radice e nel contempo produrranno delusioni e costi esorbitanti. La differenza tra energia prodotta e il consumo di energia necessario al processo di produzione della stessa non è così consistente, come piuttosto viene fatto apparire per interessi particolari, per mode e per ignoranza. Almeno per l'Italia, per sostituire circa il 10 % del carburante per autotrazione con il bioetanolo, secondo i calcoli di Franco Battaglia riportati in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, occorrerebbe coltivare circa 50.000 kmq di territorio nazionale a mais, una superficie equivalente all'intera pianura padana. In Italia, inoltre, non sarebbe possibile coprire il territorio con decine di migliaia di turbine eoliche, sia per il deturpamento dell'ambiente, sia per l'inaffidabilità dei venti, sia ancora per la scarsa resa degli impianti. In Germania, ad esempio, dove sono state installate ben 18.000 turbine eoliche, si ricava appena il 5 % dell'energia consumata, e si corre sempre il rischio di black out a causa dell'incostanza dei venti. Proprio per questo, la Germania deve tenere in efficienza gli impianti tradizionali. Emanuela Melchiorre March 13 Il costo del denaro e la crescita economicadi Emanuela Melchiorre - 13 marzo 2007 L'8 marzo 2007 ha avuto luogo il settimo rialzo dei tassi di interesse della Banca Centrale europea negli ultimi quindici mesi, che ha posizionato il tasso ufficiale di sconto, ovvero il tasso pronti contro termine, al livello di 3,75 per cento, ad appena 1,5 punti percentuali al di sotto del tasso statunitense.
Sulla base delle stime sulle «potenzialità dell'Europa», come il presidente della Banca Centrale europea, Jean-Claude Trichet, ha affermato, sono state riviste al rialzo le stime di crescita per l'euro-zona (portandole per il 2007 dal 2,2 per cento previsto nel dicembre scorso al 2,5 per cento, mentre per il 2008 la stima è stata alzata dal 2,3 per cento al 2,4 per cento). Di conseguenza, sulla base delle stesse congetture che hanno portato a prevedere una crescita maggiore del Pil dell'Unione monetaria, Trichet si attende una crescita dell'inflazione. Per scongiurare tale pericolo il banchiere centrale è disposto, ancora una volta, a impedire una crescita economica pari a quella degli Stati Uniti. Ma il banchiere centrale europeo sembra ignorare gli effetti della sua decisione. In primo luogo quest'ultimo aumento comporterà un ulteriore apprezzamento dell'euro sul dollaro, con la conseguenza di ostacolare le esportazioni dei paesi dell'Euro-zona. In secondo luogo l'aumento del tasso di interesse non favorisce l'incremento del Pil nella misura necessaria ad accrescere l'occupazione. Come è noto l'aumento dell'occupazione, fino a conseguire il regime della piena occupazione, caratterizzato da un tasso di disoccupazione del 3 per cento della forza lavoro, detta «disoccupazione frizionale», non può avvenire con tassi di incremento del Pil inferiore al 3,5 per cento l'anno e per più anni. Infine, è bene rilevare che i pericoli di inflazione sono oggi insiti nella politica creditizia europea, anzi internazionale, che ha erogato, sulla base dei meri criteri di opportunità bancaria, i mutui per l'acquisto della casa. In tal modo, è stata innescata e alimentata la speculazione finanziaria, che ha portato i prezzi delle abitazioni a valori monetari ormai discosti, anche più del doppio, dai valori reali. Per abbattere la speculazione immobiliare si possono utilizzare leve particolari, come, ad esempio, i massimali, oppure i vincoli alla distribuzione del credito a particolari settori, ecc., che non impediscono, come l'aumento del tasso ufficiale di sconto, l'incremento del prodotto interno lordo e dell'occupazione. Emanuela Melchiorre March 08 Il martedì nero delle borse asiatichedi Emanuela Melchiorre - 8 marzo 2007 La settimana passata e ancora, in una certa misura, i primi giorni della settimana corrente sono stati segnati da una serie di bruschi cali negli indici di borsa che, partendo dalle borse asiatiche, si sono ripercossi in tutte le maggiori borse occidentali. Tutto è cominciato martedì 27 febbraio scorso, quando la borsa di Shanghai ha subito un calo, in un solo giorno, di quasi nove punti percentuali (con una perdita di circa 130 miliardi di dollari Usa di capitalizzazione), provocato dall'annuncio del governo cinese di introdurre una tassa sul capital gain (i profitti da capitale azionario). L'annuncio è stato ritirato nel giro di poco tempo, ma l'errore di politica economica del governo cinese aveva già manifestato i suoi evidenti effetti sulla borsa locale. Le ha fatto eco la borsa di Tokyo e, tramite il canale delle imprese produttrici di metalli e materie prime, di cui l'America è grande produttrice, mentre la Cina ne è una grande consumatrice, il brusco calo si è ripercosso nella borsa di New York. Ciò che accade a New York accade poi, dato il jet lag, anche nelle borse europee,di Parigi,di Francoforte,di Londra e di Milano, con un ritardo di poche ore. In tal modo, la «questione cinese», come è stata definita, ha avuto degli effetti notevoli in tutto l'Occidente. Anche nei primi giorni di questa settimana, Shanghai e Tokyo stanno registrando ulteriori cali, così come le borse di Francoforte, Parigi e Milano. Mentre New York non registra brusche frenate, forte delle dichiarazioni tranquillizzanti che si sono succedute durante la settimana passata, da parte del Governatore della Federal Riserve, Ben Bernanke, sulla solidità dell'economia statunitense. È presto per poter affermare se siamo di fronte ad una inversione di tendenza della congiuntura economica internazionale o se si tratta solamente di effetti perversi della speculazione e delle manovre di aggiotaggio. È lecito però avanzare delle prime ipotesi, che a nostro avviso sembrano plausibili. È un dato di fatto che il mercato immobiliare statunitense abbia registrato dei bruschi cali nei mesi passati, come è evidente dall'andamento dell'indice più significativo di tale mercato, mostrato dal grafico che indica l'andamento percentuale dell'avvio di nuovi cantieri edilizi.
Il mercato immobiliare, per sua natura costituisce un settore strategico per ogni economia avanzata, in quanto variazioni espansive o recessive comportano effetti sia reali sull'intera industria edilizia, sia finanziarie tramite il canale del credito e dei mutui immobiliari. Pertanto, l'inversione di tendenza del trend in tale mercato, ovvero il suo repentino ridimensionamento, può aver fatto serpeggiare il timore tra gli operatori non solo del settore immobiliare di un rallentamento dell'economia degli Usa più marcato di quello previsto e, di conseguenza, dell'economia mondiale. C'è stato poi, nella stessa settimana, l'effetto annuncio delle dichiarazioni di Alan Greespan, ex governatore della Fed, considerato ancora una autorevolissima voce della finanza mondiale, il quale ha avanzato l'ipotesi di una eventuale crisi dell'economia americana. Questi timori, uniti al calo inatteso delle borse asiatiche può aver amplificato gli effetti di quella che altrimenti sarebbe potuta essere una crisi locale. Il dibattito internazionale scatenato da questo «martedì nero» è destinato a non esaurirsi molto presto. Nel caso in cui, come sostengono in molti, ci sia stato effettivamente una inversione nelle aspettative, ossia se ora gli investitori internazionali e gli operatori economici in generale abbiano cominciato a pensare che l'economia mondiale sia di fronte ad una battuta di arresto, allora potranno esserci conseguenze sempre maggiori in termini di una crescente avversione al rischio. Ciò comporterà il ridimensionamento delle decisioni di investimento e di finanziamento. I titoli asiatici saranno i primi a soffrire di tale atteggiamento prudenziale, in quanto sono tra i più rischiosi, anche se tra i più remunerati. Se poi si è trattato, come sovente succede, di aggiotaggio, sarà chiaro nell'andamento delle quotazioni giornaliere. Emanuela Melchiorre March 04 Il magro bilancio del governo Prodidi Emanuela Melchiorre - 3 marzo 2007 Questa settimana riprende l'attività del governo Prodi dopo la crisi della scorsa settimana. Ci si chiede se questa pallida rinascita consentirà la prosecuzione della ripresa economica italiana. Una ripresa che è da attribuirsi da un lato alle politiche del governo Berlusconi, dall'altro al traino esercitato dall'economia internazionale nell'anno appena trascorso. È doveroso, a questo punto, tracciare un primo bilancio delle scelte più importanti che il governo Prodi ha perseguito, sul piano economico, in questi nove mesi di attività. Partiamo dall'introduzione di ben 63 nuove tasse, che pesano direttamente sulle tasche degli italiani. Queste nuove imposte, che incidono sia sulla produzione che sul consumo, comportano un effetto repressivo generale, con la riduzione sia dell'offerta che della domanda. Con questi presupposti è piuttosto improbabile che il tasso di crescita dell'1.9% del 2006 comunicato dall'Istat possa replicarsi nel 2007, anno in cui dovrebbe verificarsi, invece, l'atteso rallentamento dell'economia internazionale. Altro elemento negativo messo in campo da questo governo è l'incertezza trasmessa al mercato. Un'incertezza che viene da lontano, cominciata con la «fabbrica del programma», continuata con la Carta di Caserta e con il proliferare delle cabine di regia, e che ora trova il suo culmine con il Dodecalogo della sopravvivenza, ultimo esempio di equilibrismo e vaghezza. Il malcontento che si è diffuso in tutte le categorie di operatori economici non può certo favorire nuove scelte di investimento. Scelte che erano state rese possibili dal governo Berlusconi e che avrebbero potuto manifestare i loro effetti nel 2007 e negli anni a venire se non ci fosse stata la Finanziaria punitiva di Prodi. Restano ancora da approntare le riforme. In un recente articolo comparso sul Sole 24 Ore si fa il punto della situazione. I servizi, anche quelli oggetto delle piccole liberalizzazioni, mantengono un livello di alti costi e di insoddisfazione per il consumatore. Si pensi, ad esempio, alla sanità e alla scuola. La giustizia rimane incredibilmente lenta e inefficiente. L'energia è ancora molto cara e non sono state diversificate né la produzione, con l'introduzione di impianti nucleari, né la fornitura, poiché sono ancora in discussione i rigassificatori che erano già stati approvati e di cui erano già cominciati i lavori di costruzione. Le infrastrutture non sono state migliorate, mentre sono stati bloccati i lavori delle grandi opere che il governo precedente aveva approntato. Non ci sono incentivi per gli investimenti in tecnologia e innovazione, che si mantengono a livelli costantemente bassi da molti anni. Il costo del lavoro aumenta molto più di quanto non faccia la produttività del lavoro, il cui livello è da tempo il più basso tra i Paesi economicamente avanzati. Secondo il quadro dell'Innovation Scoreboard 2006, una tabella elaborata dalla Commissione Europea sulla base di 25 indicatori che coprono cinque aree di interesse (elementi trainanti dell'innovazione, creazione di sapere, imprenditorialità, applicazioni e proprietà intellettuale), l'Italia si trova, per quanto riguarda gli investimenti per l'innovazione, agli ultimi posti insieme a Spagna, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Estonia e Malta. I maggiori innovatori sono invece Svezia, Finlandia, Danimarca e Germania. A fronte di un calo nei consumi all'interno dei confini nazionali, l'export italiano verso l'area dell'euro ha ricominciato ad aumentare, trainato dalla crescita dell'economia tedesca, che costituisce tradizionalmente il nostro partner commerciale preferenziale. Sono infatti aumentati gli ordini di prodotti della nostra industria verso l'estero del 10.7% nel 2006. Nonostante ciò, la bilancia commerciale nel suo complesso rimane in rosso, poiché permane il deficit derivante dalla necessità, per l'Italia, di importare prodotti energetici. In conclusione, il bilancio che possiamo trarre da questi primi nove mesi di attività del governo Prodi è tutt'altro che edificante. Inoltre, con i nuovi venti di crisi finanziaria che soffiano oggi dalla Cina con ripercussioni sulle borse occidentali, è difficile essere ottimisti per l'immediato futuro. Questo governo debole non può prendere decisioni forti e autorevoli. Per questo dovrebbe compiere un grande gesto di dignità e porre fine al suo cammino. Emanuela Melchiorre |
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