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February 22 IL GIAPPONE E LA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA'di Emanuela Melchiorre pubblicato il 21 febbraio 2009 su www.ragionpolitica.it Come tutti i paesi avanzati, il Giappone si trova ad affrontare oggi una crisi economica profonda tanto da non essere confrontabile con quella subita in seguito alla crisi petrolifera del 1973. Specie le banche e l'industria sono in questi ultimi mesi in forte rallentamento, con ripercussioni a livello sociale. Non sono certamente le immagini del ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa al vertice G7, forse ubriaco o forse sotto l'effetto di farmaci, che hanno fatto in poco tempo il giro del mondo, a ledere l'immagine del Sol Levante agli occhi dei grandi paesi industrializzati, anche se, per tale motivo, il ministro è stato costretto a dimettersi. Ciò che preoccupa è il disorientamento circa il modello di crescita fino ad ora seguito e che ha modificato il rapporto tra l'uomo e la fabbrica. Il tasso di disoccupazione non rivela il dramma dei vecchi che non possono, come fino a poco tempo fa, andare in fabbrica. Torneremo su questo aspetto sociale che in Occidente non è ben compreso. Intanto, si può rilevare che il Pil giapponese, nel quarto trimestre 2008, si è ridotto del 12,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente e del 3,3% su base trimestrale. Si tratta del terzo trimestre consecutivo in cui il Pil si riduce in termini reali e ora gli analisti si aspettano un ulteriore calo della produzione del 10% nel primo trimestre del 2009. Le aspettative pessimistiche trovano fondamento nell'andamento delle esportazioni giapponesi che, da ottobre a dicembre, sono calate del 13,9% rispetto al precedente trimestre, a causa della crisi globale che ha portato a forti tagli alla produzione delle aziende nipponiche, soprattutto di quelle automobilistiche e dell'elettronica (la produzione industriale giapponese a dicembre si è ridotta del 9,8% sul mese precedente e del 20,8% su base annua). Gli investimenti delle imprese e la spesa immobiliare, inoltre, sono diminuiti mentre il tasso di disoccupazione è aumentato di mezzo punto percentuale da novembre a dicembre, passando da 3,9% a 4,4%. I disoccupati sono 2,7 milioni, cioè 390 mila in più rispetto a un anno prima. I consumi delle famiglie continuano a calare e, di conseguenza, i prezzi al consumo sono aumentati soltanto dello 0,2% in un anno, facendo temere ad alcuni l'inizio di una deflazione. Il governo giapponese ha elaborato un ulteriore pacchetto di incentivi di 20 mila miliardi di yen (pari a 170 miliardi di euro) per rilanciare l'economia e si appresta a presentarlo per l'approvazione. Si tratta del quarto piano di sostegno pubblico in pochi mesi dopo quelli di agosto, di ottobre e di dicembre, in gran parte finanziati ricorrendo all'aumento del debito pubblico, di per sé già piuttosto elevato. Infatti, dalla fine degli anni Novanta ha raggiunto e superato il 100% del Pil (grafico 1) e oggi ne è pari al 175% circa. L'attuale manovra complessiva a favore dell'economia, se quest'ultimo pacchetto verrà approvato, sarà pari a 100.000 miliardi di yen, quasi 840 miliardi di euro. Grafico 1
Per comprendere l'attuale crisi giapponese occorre, però, partire da lontano e non soffermarsi solamente su dati congiunturali. Il Giappone, dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, ha già affrontato alcune crisi economiche di un certo rilievo, anche se quella attuale sembra essere notevolmente più vasta e di difficile soluzione. Oltre alla crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il paese all'inizio degli anni Novanta aveva visto rallentare fortemente i ritmi elevati di crescita che avevano caratterizzato il decennio precedente. I due periodi della fine del secolo scorso (dal 1991 al 1995 e dal 1997 al 1999) sono stati contraddistinti da bassi livelli di crescita, che hanno sfiorato anche momenti recessivi. Ulteriori rallentamenti dell'economia giapponese, profondamente dipendente dalle esportazioni, sono stati causati, infine, dalla crisi economica mondiale, in seguito allo scoppio della bolla speculativa della new economy (dal 2001 in poi) (grafico 2). Grafico 2
Il Sol Levante ha saputo raggiungere in pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale un invidiabile livello di sviluppo, sia in termini assoluti di prodotto interno lordo (grafico 3), sia a livello di Pil pro capite (grafico 4). È divenuto ben presto la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti. E questo grazie anche e soprattutto ai numerosi aiuti sia economici e finanziari, sia organizzativi e di riforme degli Stati Uniti, che hanno considerato il Giappone una frontiera da difendere per opporsi alla Cina e agli altri paesi asiatici retti da regimi comunisti. Grafico 3 Grafico 4
L'economia giapponese, dopo la crisi petrolifera del 1973, si trasformò per orientarsi fortemente all'esportazione e seguire, in tal modo, le sorti dell'economia americana, sua partner commerciale preferenziale. Gli anni Ottanta sono stati caratterizzati dal boom economico, ma anche della crescente bolla speculativa di borsa (dal 1985 al 1989 i valori di borsa erano cresciuti del 170%). Era il periodo della piena occupazione e della crescita dei profitti delle aziende. Le banche giapponesi si sono via via progressivamente esposte al rischio d'impresa, finanziando le attività delle aziende. E le imprese, dal canto loro, ricorrevano più frequentemente al finanziamento bancario che all'emissione di capitale e di azioni da quotare in borsa. Inoltre, le banche finanziavano anche i privati nell'acquisto di immobili e di beni di consumo durevole. All'inizio degli anni Novanta, però, con la rivalutazione dello yen e con il conseguente rallentamento delle esportazioni, si innescò lo scoppio delle bolle speculative della borsa (con perdite di valori borsistici dell'ordine del 47%) e del mercato immobiliare. Le banche ridussero il credito alle imprese che, a loro volta, contrassero gli investimenti. Le famiglie, impoverite dalle perdite di borsa in cui avevano investito i loro risparmi e dal crollo dei valori immobiliari, non erano in grado di onorare i loro debiti e ridussero i loro consumi. Il sistema bancario giapponese si trovò esposto a molte insolvenze. La misura di politica economica che il governo giapponese adottò per contrastare la crisi fu quella di ridurre il tasso ufficiale di sconto per stimolare gli investimenti. Nel 1991 il tasso ufficiale di sconto giapponese era circa del 5%, mentre nel 1995 era sceso allo 0,7% (grafico 5). Da allora non ha più superato il punto percentuale. Grafico 5
Gli effetti positivi di una simile politica si sono avuti solo con un lag temporale e dal 1995 al 1997 l'economia ricominciò a crescere. Il rischio però è stato notevole, in quanto una politica di bassi tassi di interesse può indurre un sistema economico a ritrovarsi nell'ambito della «trappola della liquidità» della teoria keynesiana, in cui sia i depositi bancari che le emissioni del debito pubblico non sono più remunerativi e comportano una migrazione dei capitali verso mercati più remunerativi, come ad esempio quello americano, e riducono la liquidità nel sistema nazionale. Infatti, ciò accadde proprio in concomitanza della crisi economica giapponese della seconda metà del 1997 dovuta, questa volta, non già al sistema bancario nazionale, ma a una contrazione della domanda estera a causa della crisi internazionale, connessa alle gravi difficoltà delle «tigri asiatiche». In quel caso, l'economia giapponese non poteva essere sostenuta da ulteriori ribassi nei tassi di interesse, già prossimi allo zero, e si ricorse allora all'aumento della spesa pubblica (nella misura del 3% del Pil), finanziata in gran parte tramite il debito. Gli effetti positivi di questa politica di sostegno furono meno duraturi rispetto a quelli avuti in seguito alla riduzione del tasso di sconto. La crescita del Pil fu modesta e durò solamente dal 1999 al 2000 per poi precipitare nuovamente nella recessione del 2001. Durante quest'ultimo periodo depressivo il governo giapponese ha sussidiato il sistema bancario per incentivarlo ad accordare finanziamenti alle imprese via via in misura maggiore e per facilitare, quindi, gli investimenti. Il Giappone, per contrastare l'attuale crisi economica, dovuta in gran parte al crollo della domanda estera e alla crisi economica del settore automobilistico a livello mondiale ed elettronico, si trova con molte armi spuntate. Non può ricorrere alla riduzione del tasso di sconto per le motivazioni anzidette e l'aumento della spesa pubblica comporterà un ulteriore aumento del debito pubblico, che è già a livelli allarmanti. Il consumo interno è già piuttosto elevato e aiutarlo con misure di sgravi fiscali non gioverebbe in modo determinante, poichè da solo non può sostenere la produzione nazionale. In definitiva il paese del Sol levante presenta le caratteristiche di una economia matura che ha sperimentato uno sviluppo accelerato e che ora vede la propria crescita rallentare progressivamente, con crisi economiche periodiche. Inoltre, in questi ultimi decenni si è fatta sempre più forte la concorrenza con la produzione cinese e indiana. È lecito pensare che nel momento in cui la domanda estera, soprattutto quella americana, comincerà nuovamente a crescere anche l'economia del Sol levante riprenderà a prosperare, ma il momento e la misura in cui tale evoluzione si verificherà dipenderanno da un numero elevato di fattori, e in primo luogo dalle sorti dell'economia dei concorrenti diretti asiatici. February 19 STABILITA' FINANZIARIA E TRASPARENZAdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 febbraio 2009 Al margine del G7 finanziario di Roma Mario Draghi, nella sua veste di presidente del Financial Stability Forum (FSF), ha affermato ancora una volta che la chiarezza sui bilanci delle banche sia una priorità, al fine di ripristinare la stabilità nel sistema finanziario mondiale. A simili affermazioni non vi è nulla da eccepire, poiché in linea di principio sono del tutto corrette. Individuare e confinare i titoli «tossici» in modo da stimare correttamente le perdite patrimoniali è senza alcun dubbio la via da perseguire e, per di più, occorre farlo in tempi molto rapidi. Alle affermazioni di principio dovrebbe però seguire in tempi altrettanto rapidi uno sistema pratico da attuare per la rimozione degli asset «tossici», che, invece, è ancora da iniziare. In primo luogo, non è ancora chiaro come si possa imporre alle banche di individuare, ma soprattutto confinare, i propri titoli in perdita, poichè gli istituti bancari hanno tutto l'interesse a mantenere il più stretto riserbo sulla loro situazione patrimoniale. In caso contrario, infatti, renderebbero evidenti le loro perdite e, quindi, la relativa riduzione del patrimonio. Di conseguenza, vedrebbero ridursi i cosiddetti «ratios», ossia i parametri per concedere il credito e, in definitiva, il loro livello di affidabilità. Tali auto-denunce sembra possano essere raggiunte, pertanto, solo tramite la coercizione della legge. Inoltre, la rimozione dei titoli in perdita comporterebbe una immediata riduzione del patrimonio delle banche, con le relative conseguenze sul piano operativo. Infatti, tali banche dovrebbero essere ricapitalizzate se si vuole sostenere il sistema bancario, pena altrimenti un suo forte ridimensionamento. La ricapitalizzazione può avvenire prevalentemente con fondi pubblici e in piccola parte con quelli privati. Se la ricapitalizzazione poi assume grandi dimensioni si raggiunge il livello delle nazionalizzazioni e, quindi, di una partecipazione notevole della pubblica amministrazione nel sistema finanziario e bancario a spese dei contribuenti, come è avvenuto ad esempio in Gran Bretagna, in Belgio e in altri paesi con l'esclusione dell'Italia.
Inoltre, le banche che si sono mostrate vulnerabili da un punto di vista patrimoniale si espongono al pericolo dell'ingresso dei fondi sovrani nel loro capitale, così come è già avvenuto, in alcuni casi, in Italia. I fondi sovrani, che sono finanziati dall'avanzo della bilancia commerciale dei paesi di appartenenza, soprattutto di quei paesi esportatori di petrolio, hanno la caratteristica di essere fortemente volatili. Infatti, una drastica riduzione degli avanzi di bilancia commerciale, specie in seguito al crollo del prezzo del petrolio, farà sì che tali fondi si esauriscano in breve tempo, con le conseguenze che ne possono derivare per la banca ricapitalizzata. Il presidente del Financial Stability Forum Draghi presenterà al prossimo G20 di Londra i risultati delle azioni che si è impegnato a porre in essere, riassumibili in: maggiore vigilanza sulla governance degli istituti, sulle remunerazioni dei manager e sull'atteggiamento al rischio delle banche; e una elaborazione di standard finanziari più rigorosi sui quali vigilare. Un ruolo di maggior rilievo avrà il Fondo Monetario Internazionale che, in seguito al summit di domenica scorsa, vedrà attribuirsi maggiori competenze in termini di vigilanza finanziaria sui bilanci bancari, comprese ispezioni periodiche presso gli istituti bancari. Resta il fatto che la situazione finanziaria mondiale non è ancora del tutto chiara. Fino ad ora le perdite nel settore bancario sono state stimate, secondo quanto ha detto Draghi, tra i 1.400 miliardi e i 2.000 miliardi di dollari. Tali valutazioni sono però necessariamente affette da un elevato grado di discrezionalità e, comunque, destinate a essere riviste al rialzo. Intanto gli interventi pubblici, e in parte privati, che sono stati posti in essere fino ad ora per tamponare le perdite si aggirano intorno agli 800 miliardi di dollari di ricapitalizzazione, che in gran parte sono stati bruciati dall'alternarsi dei risultati negativi delle sedute di borsa. È lecito attendersi che si avranno ulteriori perdite di borsa al momento in cui le banche seguiranno l'invito di Draghi o saranno comunque costrette a esporsi, dichiarando l'ammontare dei propri asset «tossici». Infine, ancora nessuna conclusione è stata raggiunta riguardo alla definitiva ideazione della «bad bank», che rimane per il momento sospesa tra l'eventualità di finanziamenti pubblici, nazionali o comunitari che siano, e il finanziamento da parte delle singole banche esposte alle perdite. In definitiva, quindi, si evince che gli interrogativi posti sono tuttora attuali e che occorre aspettare ulteriori incontri internazionali per ottenere le attese risposte esaurienti. February 14 BAD BANKdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 febbraio 2009 In seguito alla crisi finanziaria internazionale e per fare fronte all'immensa mole di titoli «tossici» che si è diffusa in ogni angolo del pianeta, si è fatta strada in questi giorni in Europa e negli Stati Uniti l'ipotesi di costituire una banca del tutto particolare, una specie di contenitore denominato, appunto, «bad bank», dove versare i cosiddetti titoli «tossici», cioè quelli che hanno perduto il loro valore. In tal modo sarebbe possibile ripulire i bilanci delle banche, delle società finanziarie e delle imprese di assicurazione e consentirebbe loro di riprendere la normale attività. Si ridarebbe, pertanto, stabilità ai sistemi bancari. Quest'ipotesi non è però fino ad oggi sfociata in iniziative concrete. Il problema di fondo è che il sistema bancario, in tutti i paesi e a livello internazionale, è ormai affetto da una vasta crisi di fiducia. Ossia le banche nutrono un elevato grado di diffidenza le une verso le altre, perché dato l'elevato grado di «opacità» dei bilanci bancari è piuttosto difficile valutare l'effettiva solvibilità degli istituti di credito. Ne consegue, dunque, che il credito interbancario è andato via via ingessandosi e con esso anche il credito alle imprese e alle famiglie. È il fenomeno del «credit crunch». Premesso ciò, occorre innanzitutto trovare una via adeguata per uscire dalla pericolosa china in cui il sistema bancario e con esso le economie nazionali si sono avviati. Infatti, la scarsa disponibilità del credito non permette alle aziende di affrontare, senza grosse difficoltà, nuovi investimenti, ma nemmeno è possibile per le piccole e medie imprese fare fronte alle necessità di liquidità, tra cui, soprattutto, il pagamento degli stipendi per i dipendenti. Una serie di considerazioni a favore e contro la bad bank è stata posta all'attenzione di tutti i paesi e ancora si discute se e come tale istituto debba essere realizzato. In primo luogo, occorre stabilire il livello in cui tale «banca cattiva» dovrebbe operare. Ossia, ancora non è stato deciso se la banca ad hoc debba essere istituita da ciascun istituto di credito, il quale provvederà poi a dirottarvi i propri «titoli tossici». Oppure, un'altra ipotesi è quella che prevede che la banca sia istituita a livello nazionale e con fondi pubblici. Infine, la terza via prevedrebbe la costituzione di una bad bank a livello di aree economiche, ad esempio l'eurozona, l'area del dollaro e l'area dello yen. Il problema centrale è quello della stima dei titoli e, quindi, del loro eventuale valore residuale. Inoltre, occorre stabilire se l'acquisizione dei titoli tossici debba essere a carico dello stato e, in definitiva, dei contribuenti, o se piuttosto la bad bank debba essere solo un mero contenitore, senza spese per lo stato, destinato a essere riaperto tra un certo numero di anni, forse non prima del 2030, quando - si spera - la ricchezza nazionale nei vari paesi o a livello internazionale sarà adeguatamente aumentata. Occorre fare riferimento alla ricchezza, che è un fondo, e non al reddito, che è un flusso, perché i titoli tossici sono stati emessi a valere sul patrimonio delle banche e delle imprese. Anche i mutui edilizi sono stati contratti a valere sul patrimonio, ossia sul valore delle abitazioni. Nel caso di un rimborso dei titoli per effetto dell'aumento della ricchezza, anche i cittadini privati che sono stati indotti a investire in titoli tossici avrebbero il diritto di recuperare i loro risparmi. Dati questi problemi non è difficile comprendere perchè tali ipotesi siano fortemente contrastate dall'opinione pubblica in generale. La Germania, in particolare, è stata categorica nell'escludere l'istituzione di una bad bank comunitaria, in quanto non intende affrontare la crisi finanziaria in cui si trova il suo paese ridistribuendo risorse finanziarie a favore di altri stati. Sotto questa ottica l'ipotesi più coerente sarebbe, quindi, quella di istituire una banca depositaria dei titoli tossici per ciascun paese obbligando ogni banca a depositare i titoli tossici nel suddetto contenitore. Senza un tale obbligo le banche tenderanno a nascondere i titoli tossici, perché la loro denuncia comporterebbe effetti devastanti sulle azioni intestate all'istituto quotate in borsa. Comunque la si voglia guardare, la questione della bad bank presenta difficoltà che per ora sembrano insormontabili. Infine, occorre fare un'altra considerazione a proposito, questa volta, delle banche virtuose. Infatti, tali banche non si sono esposte in investimenti rischiosi, o si sono esposte in misura molto minore, e non hanno richiesto aiuti e finanziamenti pubblici per la loro gestione. Pertanto, gli aiuti a favore delle banche non virtuose potrebbero ledere il gioco della concorrenza e produrre danni proprio alle banche più prudenti. Perciò, nel momento in cui si pensa a una soluzione per uscire dall'empasse bancaria, salvando le banche speculatrici, occorre pensare anche alla tutela della concorrenza e a non danneggiare le banche più avvedute. In seguito, occorrerà però procedere, altresì, a una attribuzione delle responsabilità dell'attuale crisi e a una rigenerazione di tutta la classe dirigente che ha operato nella speculazione, che non ha provveduto alla corretta valutazione dei rischi e che, infine, non ha sorvegliato l'agire dei diversi istituti di credito. In ultima analisi, dovrà essere chiaro che la responsabilità dell'attuale situazione va attribuita anche agli istituti di sorveglianza, alle società di controllo delle borse, ecc., al Fondo monetario internazionale, alle banche centrali e anche alle agenzie di rating, ossia di valutazione della solidità delle imprese. Sarebbe del tutto naturale attendersi le dimissioni in massa, ancora però di là da venire, di tutte le figure chiave che hanno agito in questi ultimi anni a vario titolo nella speculazione, a far data dall'origine della crisi stessa, ossia dall'inizio della new economy clintoniana. February 13 LA CRISI ECONOMICA NEL REGNO UNITOdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 febbraio 2009 Tra i grandi paesi europei, quello che sembra pagare il prezzo più caro per lo scoppio delle bolle speculative è il Regno Unito. Fin dal 7 ottobre scorso, a pochi giorni dall'inizio della crisi di borsa, il governo inglese aveva annunciato un vasto piano di ricapitalizzazione del sistema bancario, mediante finanziamenti e garanzie pubbliche. Sono state nazionalizzate, dopo aver subito ingenti perdite nel patrimonio, le otto principali banche: Abbey, Barclays, Hsbc, Bank of Ireland, Northern Rock, Bradford, Lloyds Tsb, Bank of Scotland. Sono ancora vive nella memoria le immagini della «corsa agli sportelli», quando i correntisti inglesi si recavano alla Northern Rock, creando file lunghe fin fuori la banca, per prelevare i contanti nel timore di perdere i risparmi. La sterlina inglese, che fin dalla creazione dell'euro nel 2001 aveva sempre avuto un valore molto superiore alla parità con la moneta comunitaria, ha perso da settembre a dicembre del 2008, circa il 30% del suo valore. In quei giorni si sono moltiplicati i servizi giornalistici che esaltavano la convenienza per i turisti dei paesi dell'area dell'euro nel visitare la Gran Bretagna e acquistare i beni di consumo e i regali di Natale. Nonostante ciò, la domanda interna in Inghilterra in quegli ultimi mesi dell'anno e in gennaio non sembra sia riuscita a sostenere i livelli produttivi. Infatti, nel quarto trimestre del 2008 il Pil inglese si è ridotto dell'1,5%, secondo le dichiarazioni di fine gennaio dell'ufficio di statistica inglese. Grafico 1 - Cambio sterlina/euro dal gennaio 2001 a febbraio 2009
Circa 500.000 piccole imprese sono state costrette a limitare la loro produzione. In particolare, il settore automobilistico è in forte crisi: nel mese di dicembre la produzione ha avuto un calo del 48,7%. Sembra siano sul lastrico le grandi aziende automobilistiche Land Rover, Jaguar e Aston Martin. Anche il settore delle costruzioni presenta grandi difficoltà e il prezzo delle abitazioni si è ridotto del 21% nel 2008. I disoccupati nel loro complesso, nel Regno Unito, a gennaio, sempre secondo l'ufficio statistico, sono 1,92 milioni. Le previsioni ufficiali dell'istituto di rilevazione statistica inglese per il 2009 stimano una contrazione del Pil del 2,1%. Quelle del Fondo Monetario Internazionale, invece, sono più allarmanti e indicano una riduzione del 2,8%. Forse il Fondo è stato ancora ottimista rispetto ai futuri eventi, in quanto occorre considerare che la produzione di petrolio inglese del Mare del Nord (grafico 2) è in forte calo già da diversi anni.
Molti opinionisti hanno attribuito la causa dell'attuale crisi economica del paese alla rivoluzione thatcheriana. Ma tale giudizio, a nostro avviso, sembra piuttosto semplicistico. Infatti, il progressivo slittamento della struttura economica inglese dalle produzioni industriali verso l'economia dei servizi, in seguito alla rivoluzione operata dalla «Lady di ferro» è un passaggio necessario di ogni economia matura. In definitiva, il primo ministro aveva operato, dal 1979 al 1990, un insieme di scelte per ammodernare la struttura economica del paese anglosassone che può essere considerato rivoluzionario nei modi, ma che è stato del tutto coerente con il processo di industrializzazione e di sviluppo di un paese avanzato. A tale rivoluzione, tuttavia, è seguita purtroppo la new economy clintoniana, con la specializzazione verso i servizi finanziari non strumentali all'economia e fortemente speculativi, a discapito di tutte le tradizionali forme di produzione. È stato questo orientamento verso la finanza speculativa che ha comportato le conseguenze più devastanti e probabilmente durature. Fin dai tempi dell'amministrazione Clinton, infatti, la City di Londra si è dedicata alla speculazione di borsa, che è sembrata essere la via più rapida per ottenere facili e forti guadagni. La cosiddetta «ingegneria finanziaria» ha trionfato, facilitando la proliferazione in tutto il mondo dei titoli ora detti »tossici«. Tra i titoli speculativi figurano per cifre ingenti i futures sulle materie prime, in primo luogo sul petrolio e sui generi alimentari. Lo scoppio delle bolle speculative (quella sul mercato immobiliare, quella sui prodotto alimentari e quella petrolifera) ha fatto sì che l'intero castello di carte delle società finanziarie inglesi sia crollato rapidamente, con ripercussioni su tutta l'economia nazionale. Il governo laburista ha cercato di tamponare le falle, ma fino ad ora, nonostante la nazionalizzazione delle banche giunte sull'orlo del fallimento, non ha ottenuto i risultati sperati. Anche in Gran Bretagna si cercano, in modo quasi drammatico, nuove vie per rimettere in stato l'economia. C'è chi propone di entrare nell'euro e fare il funerale alla gloriosa sterlina, ma questa sembra essere un'ipotesi non convincente. Un'altra proposta riguarda l'accantonamento dei titoli tossici nascosti ora nelle pieghe dei bilanci bancari in un unico contenitore detto «bad bank». Quest'idea però non ha ancora trovato applicazione, perché i contribuenti inglesi, come del resto quelli del continente europeo, non sono disposti a pagare il conto della pulizia dei bilanci bancari attraverso le imposte, come sembra debba avvenire con le nazionalizzazioni. Intanto, l'Inghilterra è sprofondata in una crisi che non ha confronti nella storia e la City ha perduto arroganza e presunzione. February 07 Il pacchetto anti-crisi del governodi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 febbraio 2009 Il Consiglio dei ministri ha varato ieri il pacchetto di aiuti all'auto e al settore degli elettrodomestici e dei mobili, del valore complessivo di circa due miliardi di euro. La copertura delle risorse necessarie sarà reperita, secondo le parole di Giulio Tremonti, in gran parte utilizzando i fondi «non spesi che sono in bilancio». Il numero uno del dicastero dell'Economia ha spiegato che «questo é un paese in cui c'é una quantità enorme di risorse da spendere. ...Il nostro problema non é quello di mettere più soldi, ma di spendere i soldi che ci sono». Il provvedimento probabilmente confluirà nel Milleproroghe. Nel pacchetto anti-crisi è prevista una detrazione del 20% ai fini Irpef per coloro che acquistano mobili ed elettrodomestici nell'ambito della ristrutturazione di un immobile. Mentre per il settore dell'auto il provvedimento accorda un bonus di 1.500 euro per l'acquisto di un'auto Euro 4 o 5, rottamando un autoveicolo inquinante di oltre dieci anni di vita. La novità di questo provvedimento sta nel fatto che prevede la rottamazione anche delle auto euro 2 (che negli anni dal 1997 al 1999 hanno avuto una grande diffusione), che invece erano state escluse dalle precedenti rottamazioni. Secondo l'Unrae (Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri) le automobili in circolazione in Italia che hanno più di 10 anni sono circa 18 milioni. Il bonus di 1.500 euro è accordato anche per l'acquisto di autoveicoli poco inquinanti (gpl, metano, elettriche o a idrogeno). È stato inoltre annunciato un bonus di 2.500 euro per l'acquisto di veicoli commerciali leggeri in cambio della rottamazione di veicoli Euro 0, 1 e 2. Sarà di 500 euro, infine, il bonus per la rottamazione di motorini e motocicli Euro 0 e Euro 1 in cambio di un nuovo veicolo a due ruote Euro 3 fino a 400 di cilindrata. Non vi sarà invece alcuno sconto fiscale sulla tassa automobilistica, in termini di esenzione del bollo, della quale si era parlato inizialmente. Per quanto riguarda invece gli interventi a sostegno dei redditi dei disoccupati il governo ha preparato un piano da 8 miliardi di euro, in accordo con le regioni, per gli ammortizzatori sociali. I due provvedimenti, quello del sostegno al settore automobilistico e quello dell'accantonamento di fondi sufficienti per il crescente ricorso alla cassa integrazione, vanno di pari passo in quanto, secondo il ministero dello Sviluppo economico, senza gli incentivi nel settore auto nel 2009 ci sarebbero stati presumibilmente fino a 360 mila immatricolazioni in meno e si avrebbero 60 mila lavoratori in esubero, con una conseguente riduzione del gettito fiscale tra 1 e 3 miliardi di euro, senza considerare i maggiori oneri per cassa integrazione straordinaria pari a circa 500 milioni di euro. Il premier Silvio Berlusconi, nel corso della successiva conferenza stampa a Palazzo Chigi, ha chiesto alle imprese del settore automobilistico alcune «assicurazioni, come mantenere gli attuali stabilimenti in Italia, investire su nuovi prodotti e rispettare i pagamenti ai fornitori della componentistica che sono in forte sofferenza». In seguito alle misure approvate dal governo per contrastare la crisi economica «il Pil italiano - secondo le parole del premier - potrebbe ricevere una spinta tra lo 0,5 e l'1% in virtù dei maggiori consumi. Quindi il Pil 2009 potrebbe essere significativamente migliore del previsto -2,2%». Gli effetti positivi del provvedimento del governo sul settore automobilistico, sul suo indotto e sull'economia nazionale nel suo complesso dipendono tuttavia dalla capacità di spesa delle famiglie e da come quindi i consumatori risponderanno agli incentivi. Indubbiamente la risposta dipenderà in gran parte dall'andamento della crisi a livello planetario. Ciò nonostante il provvedimento del governo smentisce la propaganda della sinistra che ha sempre accusato il governo di inerzia e non ha mai voluto aprire gli occhi alla realtà, che vede tutti gli altri paesi dell'Unione europea navigare in acque molto più agitate di quelle dell'Italia. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia plaude alle misure prese dall'Esecutivo a favore del comparto auto: «Sono positivi i provvedimenti presi dal governo sul settore auto, perchè eravamo l'unico paese a non aver fatto qualcosa a supporto dell'auto e della filiera e questo avrebbe comportato una distorsione competitiva». Infatti, dopo gli interventi statunitensi a favore delle Tre Sorelle (Chrysler, Ford e General Motors) ancora in discussione al senato, anche la Francia e la Germania avevano provveduto a incentivare il settore automobilistico nazionale. La Marcegaglia ha sostenuto anche che «È importante, al di là dei provvedimenti positivi adottati dal governo, sostenere la piccola e media impresa italiana», come ad esempio predisporre l'opportunità di «crediti di imposta sugli investimenti». Anche l'Unione europea, nel vertice del 19 e 20 marzo prossimo, presenterà il piano europeo per l'auto, prediligendo incentivi coordinati in termini di rottamazione, ma anche investimenti in ricerca e innovazione per i modelli non inquinanti e per la sicurezza degli autoveicoli. L'auto nell'Unione europea occupa 12 milioni di persone, è il pilastro dell'export europeo, ma l'anno scorso ha prodotto un milione di vetture in meno e quest'anno ne produrrà, secondo le previsioni, due milioni in meno. Tale contrazione delle produzioni potrebbe mettere a rischio fino a 400.000 posti di lavoro. |
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