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    February 28

    Le illusioni del programa energetico veltroniano

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 28 febbraio 2008

    Nelle spinte inflazionistiche che colpiscono l'economia italiana una componente importante è rappresentata dai consumi energetici, il cui costo in Italia è in forte crescita per l'imprevidenza della politica del governo Prodi. Ora Veltroni ci vuole illudere con un piano energetico a basso costo, ma il programma elettorale non sembra differire granché dalla politica di Pecoraro Scanio, per cui sembra strano che non l'abbia imbarcato nel suo partito Pd. Indubbiamente, a causa del disastro della Campania, Pecoraro Scanio non era presentabile, ma per l'energia i punti in comune tra i Verdi e Veltroni sembrano molti, anzi troppi, che poi erano anche quelli di Prodi.

    Nelle sue linee generali il programma energetico di Veltroni si incentra nella produzione di energia elettrica e nel suo risparmio nella misura del 20% tramite gli impianti eolici e fotovoltaici, rinunciando ancora una volta al nucleare, per cui l'Italia sarebbe l'unico Paese ad economia avanzata a non disporre nemmeno di un Kwh di energia elettrica prodotta all'interno con l'energia atomica. Per contro, il programma di Veltroni vuole impiantare sui monti e sui mari d'Italia una fila interminabile di turbine eoliche, che si staglierebbero sui nostri cieli come inumane sentinelle del nostro vivere quotidiano. Inoltre, i nostri tetti e i nostri prati riverberebbero la luce solare disturbando la vita, senza darci l'energia di cui l'Italia ha bisogno. Per Roma, ad esempio, Veltroni potrebbe far rivestire le cupole delle chiese, compresa quella di San Pietro, di pannelli solari, che dato le cospicue altezze sarebbero sempre illuminate dall'alba al tramonto.

    Aspetto non meno grave di quello ambientale è quello economico. Secondo l'esperto Franco Battaglia, il costo della politica energetica veltroniana si aggirerebbe nei prossimi cinque anni in 50 miliardi di euro optando per l'energia eolica e addirittura in 500 miliardi di euro per produrre energia fotovoltaica. Tra questi due limiti si colloca una vasta gamma di combinazioni, tutte comunque tanto care da preferire l'importazione di energia elettrica dall'estero, ossia dalla Francia e dalla Svizzera, prodotta per lo più con il nucleare.

    Veltroni, impegnandosi al massimo nei prossimi cinque anni, potrebbe realizzare appena 1/5 del suo piano energetico. Questo è un ragionamento del tutto ipotetico, perché gli elettori non lo premieranno e questo senza considerare che le contraddizioni in cui è caduto il Pd esploderanno alla vigilia del voto, dovendo dare per scontate le tensioni crescenti tra ex Ds, ex Margherita, dipietristi e radicali.

    Ma quel quinto di programma energetico veltroniano costerebbe al paese, sempre secondo Battaglia, la cifra di circa 17 miliardi di euro, comprensiva dei costi degli impianti tradizionali da tenere in funzione quando, senza preavviso, il vento cessa di soffiare o il sole è coperto da spesse nubi. Tanto allora varrebbe coprire non soltanto il 20% del nostro fabbisogno energetico, ma addirittura, come la Francia, pure l'80% e più del fabbisogno italiano, con impianti nucleari di piccole dimensioni e senza problemi di scorie radioattive. È sufficiente andare in Giappone, Paese ad alto rischio tellurico, per rendersi conto come si può produrre energia atomica sicura. Se si investissero quei 17 miliardi di euro previsti da Veltroni sull'energia eolica e fotovoltaici nell'energia atomica, si potrebbero costruire 5 impianti nucleari che assicurerebbero il 20% del fabbisogno elettrico nazionale.

    Emanuela Melchiorre

    February 27

    Prodi ha messo in ginocchio l'economia italiana

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 febbraio 2008

    È stato rilevato che una volta c'era l'inflazione reale, poi quella programmata e, con l'introduzione dell'euro, è arrivata anche l'inflazione percepita. Oggi l'Istituto centrale di statistica conia un nuovo indice relativo ai prodotti ad «alta frequenza d'acquisto», quell'indice che è stato chiamato dai media «la vera inflazione» e che indica che nell'ultimo anno i prodotti d'uso quotidiano sono aumentati del 4,8%, ovvero quasi il doppio del tasso d'inflazione ufficiale che a gennaio è salito al 2,9%. Con buona probabilità, la «vera inflazione» non ha trovato ancora una giusta commisurazione tra i tassi ufficiali, che invece sottostimano tuttora il caro-vita con il quale le famiglie italiane devono fare i conti tutti i giorni. Infatti l'indice relativo ai prodotti ad «alta frequenza d'acquisto» è un passo avanti verso la giusta direzione, ma è stato presentato da Luigi Buggeri, presidente dell'Istat, come una semplice introduzione di un indice settoriale che rappresenta appena il 39% della spesa per gli acquisti di beni e servizi delle famiglie.

    Il dibattito sul costo della vita non deve però indurre a considerare che la soluzione sia l'aumento degli stipendi al tasso di inflazione, sia esso reale, presunto, percepito o «vero». Non si deve infatti distogliere l'attenzione dalla causa principale del forte rallentamento economico del nostro paese: il più basso incremento della produttività del lavoro nell'ambito dell'eurozona. E' una questione che il governo Prodi non solo non ha preso in considerazione, ma l'ha aggravata, perché ha lasciato un grosso buco nei conti pubblici, nonostante l'aumento insopportabile della pressione fiscale. Questo perché la spesa pubblica è aumentata molto più delle entrate, considerando anche il famoso «tesoro» e il «tesoretto», frutto di errori nelle stime del gettito tributario, che è aumentato anche per l'effetto dei prezzi sulle quantità. In altre parole, l'aumento del gettito tributario è derivato dalla maggiore pressione tributaria e dall'aumento dei prezzi a parità di beni e servizi prodotti e tassati è aumentato il Pil nominale, cioè a prezzi correnti, ma non quello reale, ossia a prezzi costanti. Il governo Prodi ha tolto potere d'acquisto alle famiglie e alle imprese e ha dato una spinta all'inflazione.

    È fuori luogo osannare i risultati della lotta all'evasione, che rimane sempre sacrosanta, perché per quanto il governo abbia cercato gli evasori, l'acquisizione delle relative entrate richiede un certo lasso di tempo, dovendosi espletare i diversi gradi del processo tributario, che comporta ricorsi e sentenze. Forse tra qualche anno si potranno cogliere i frutti della lotta all'evasione, quando cioè sarà esaurita la fase dei ricorsi e l'imposta evasa sarà incassata dallo Stato.

    Come più volte abbiamo detto, gli italiani sono stati ingannati sul tasso di crescita dell'economia e sul livello di inflazione. Prodi, nel novembre del 2006, e quindi dopo pochi mesi dal suo insediamento, annunciava che il Pil cresceva nell'anno del 3%. Poi questa cifra si è ridotta al 2% e poi al di sotto di quest'ultima percentuale. All'inizio la Commissione Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno preso per buone le cifre comunicate dal governo Prodi. Ora che su tutta l'Europa incombe lo spettro della recessione e dell'inflazione, per cui l'economia sarà colpita dal noto fenomeno della stagflazione, ossia dal ristagno con inflazione, la Commissione e il Fmi hanno rifatto i conti e il quadro italiano si presenta ben diverso da quello che Prodi ha contrabbandato. Il buco nel bilancio dello Stato è intorno al 4% e l'inflazione sfiora il 5% nei dati ufficiali, mentre l'inflazione percepita è molto più alta e c'è il pericolo che sia quasi il doppio. Unica consolazione a tanto disastro è che il trio Prodi Padoa-Schioppa e Visco è caduto ed è da dare per certo che non risorgerà più, perché né a destra, né a sinistra, nessuno lo vuole.

    Emanuela Melchiorre

    February 24

    Meno imposte più redditi

     

    di Emanuela Melchiorre 

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 febbraio 2008

    I timori di recessione che da qualche tempo preoccupano gli italiani sembrano rafforzati dalle recenti rilevazioni di Confindustria seguite da quelle della Commissione europea sull'andamento quasi piatto del Pil. Stiamo pagando le conseguenze delle sprovvedute politiche economiche del governo Prodi, che ha causato una riduzione della produzione dovuta all'accresciuta imposizione fiscale. La spinta in alto dei prezzi data dall'andamento del valore di mercato del greggio, che questa settimana ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, ha causato inoltre un incremento dei costi per le imprese, già messe a dura prova da un euro forte, che impone ostacoli alle esportazioni.

    Questi aspetti, nonché i timori di una stretta nella domanda degli Stati Uniti dei nostri prodotti, in seguito al rallentamento della loro economia, che sconta ancora gli effetti dell'esplosione della bolla speculativa del mercato immobiliare, hanno giocato un ruolo negativo sulle aspettative degli operatori export oriented che hanno già preso le loro decisioni di investimento per l'anno in corso. Le imprese che, invece, sono orientate al mercato interno, quindi al consumo domestico, pagheranno le conseguenze della cattiva redistribuzione del reddito messa in atto dal governo Prodi, che non ha permesso alle famiglie italiane di fare fronte alle loro esigenze di consumo, causando l'aumento delle loro esposizioni finanziarie, ovvero i loro debiti, per il consumo immediato e per l'acquisto di una abitazione. La domanda interna, quindi, resterà debole probabilmente per tutto il 2008.

    Previsione delle principali variabili macroeconomiche (variazioni percentuali sull'anno precedente)

    grafico

    Fonte: elaborazioni su dati Banca d'Italia e Istat. Nota: (*) l'IACP è l'Indice Armonizzato dei prezzi al consumo, ovvero l'inflazione.

    Pertanto, anche se le future elezioni permetteranno la vittoria del centro-destra e il nuovo partito di Berlusconi riuscisse in tempi brevi a porre in essere le promesse dell'attuale campagna elettorale di una riduzione della pressione fiscale, non ci si potrà comunque attendere, almeno per tutto il 2008, un grande cambiamento nella dinamicità dell'economia italiana. È comunque importante e impellente porre in essere una politica di incentivi alla produzione e agli investimenti che possa in tal modo far sì che le aspettative, sia degli imprenditori italiani, sia degli investitori esteri, diventino positive per il futuro.

    Non potremo aspettarci nemmeno un repentino incremento degli stipendi non giustificato da un aumento della produttività del lavoro. Infatti, una crescita nominale dei salari innescherebbe la «spirale salari-prezzi-salari», il noto effetto perverso della imprevidente politica della «scala mobile». Né tanto meno lo potranno pretendere le parti sociali messe sull'avviso dalla Banca centrale europea, nel suo bollettino economico di gennaio, che ha affermato che "non tollererà e non si adeguerà a spinte inflazionistiche provenienti dal lato dei costi".

    Va però precisato che l'abbassamento immediato della pressione fiscale di almeno 4 punti percentuali, in modo da riportarla al livello della fine della legislatura nella primavera del 2006, equivarrebbe a un aumento generalizzato degli stipendi e delle pensioni tramite il maggiore potere di acquisto liberato dall'abbassamento appunto dei carichi fiscali, e permetterebbe alle famiglie italiane di tirare un sospiro di sollievo dopo i sacrifici imposti loro nel corso dei due anni passati. Mentre per poter aumentare il livello nominale dei salari e delle pensioni, occorrerà attendere che gli investimenti già messi in atto e quelli futuri, che saranno posti in essere in seguito alle politiche di incentivi anzidette, daranno i loro frutti in termini di maggiori produttività del lavoro.

    Emanuela Melchiorre

    February 22

    I primi cento giorni

     

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 febbraio 2008

    È buona norma per un politico, quando deve fare una scelta, ragionare su due differenti livelli temporali. Il primo livello è quello del breve periodo, che si estende fino a un anno di attività, mentre il secondo livello riguarda un arco temporale più ampio, dai due ai dieci anni circa. I politici più lungimiranti riescono a pensare in termini temporali più lunghi, che vanno ben oltre la normale durata di un paio di legislature. Sono i cosiddetti «cavalli di razza» che purtroppo sono sempre pochi nella storia dell'umanità.

    Alcune politiche economiche, infatti, manifestano i loro risultati nell'immediato; altre richiedono un lag temporale più lungo. Un esempio del primo genere di politiche è l'aumento delle disponibilità finanziarie delle famiglie mediante l'abbassamento della pressione fiscale, che permette, in breve tempo, di aumentare i consumi. Un esempio del secondo genere di politiche, invece, è una riduzione delle imposizioni fiscali alle imprese, che permette maggiori investimenti, che esplica i suoi effetti nell'arco di 5 o 10 anni. Da qui l'esigenza di elaborare sia un programma dei primi «cento giorni», come si suol dire, che abbia effetti immediati, sia un programma pluriennale di sviluppo degli investimenti al fine di aumentare la produttività.

    La situazione economica italiana è a rischio recessione, poiché al di là dei trionfalismi di Prodi, che si picca di aver rilanciato il sistema economico, la realtà è invece ben diversa, perché l'economia ha imboccato la via del declino e ora subisce l'andamento della congiuntura economica europea, anch'essa in grave empasse, mentre il resto del mondo, Asia compresa, è in ansia per gli effetti provocati dalla bolla speculativa sull'economia degli Stati Uniti. Le bugie che il Professore ha raccontato dal suo pulpito riguardanti la ripresa economica del sistema Italia si scontrano con l'aumento del costo della vita per le famiglie, con le crescenti difficoltà dei giovani di trovare lavoro e con gli stipendi da paesi sottosviluppati.

    È questo il momento di rimboccarsi le maniche e di rimediare ai tanti danni che il governo Prodi ha causato. È essenziale restituire alle famiglie il mal tolto a causa delle tasse di TPS e di Visco, restituire loro la possibilità di disporre dei redditi percepiti grazie ad una attività lavorativa onesta e che sono stati decurtati, per non dire altro, da una imposizione fiscale del 44% del Pil e forse più, senza contare il costo dei servizi pubblici, la cui inefficienza fa aumentare la pressione fiscale occulta. Giustamente si dice che se il fisco si appropria di circa metà del reddito anche la nazione più forte si ripiega su se stessa e corre verso la povertà. È quindi essenziale agire nell'immediato, riportando subito, fin dal primo consiglio dei ministri, il grado di imposizione fiscale almeno al livello precedente le due ultime vessatorie leggi Finanziarie.

    Nell'arco di due anni è necessario, inoltre, abbassare ulteriormente le imposte in modo da raggiungere un livello funzionale alla formazione del reddito, come avviene negli Stati Uniti, in cui l'imposizione fiscale è mediamente al di sotto di un terzo del reddito. Queste politiche di sviluppo richiedono sia coraggio, poiché i parametri di Maastricht non permettono ai governi firmatari ampi margini di manovra, sia autorevolezza, perchè le politiche, prima di essere messe in atto, devono essere credute e ben accolte dagli operatori economici, siano essi imprese o famiglie.

    E se è vero che l'autorevolezza, come si suol dire, «la si guadagna ad etti e la si perde a chili», riconquistarla non sarà una impresa facile, anche perché ai problemi economici si affiancano quelli sociali, tra cui in primo piano quelli della sicurezza dei cittadini. In termini economici, interessa anche la sicurezza per gli investimenti di capitale straniero necessari alla crescita economica. Occorre ripristinare i «fattori di competitività di sistema» dell'Italia che pare oggi cooperino, invece, per respingere gli investimenti esteri, piuttosto che per attrarli. Un caso emblematico è stato, durante la legislatura appena conclusa con la sfiducia al Senato, quello del rigassificatore di Brindisi nella cui implementazione aveva concorso per 400 milioni di euro la Brindisi LNG (ex British Gas), che ha costituito il maggior investimento britannico nel Sud Italia. Il rigassificatore non ha trovato un compimento, nonostante avesse ricevuto tutte le autorizzazioni governative, facendo «perdere la faccia» all'Italia di fronte agli investitori stranieri. Un altro esempio analogo riguarda l'acquisto dell'Alitalia da parte dell'Air France, anch'esso divenuto incerto.

    Nel medio lungo periodo è essenziale riprendere le politiche di sviluppo del precedente governo Berlusconi, che prevedevano la realizzazione di grandi opere pubbliche e di investimenti per rendere efficienti i servizi di pubblica utilità. Quindi sarà importante, nell'arco dei prossimi due o tre anni, la costruzione di termovalorizzatori per rendere economicamente sostenibile la gestione dei rifiuti, non solo campani, ma anche di tutte le regioni meno virtuose, nel rispetto dell'ambiente e non più come attività strumentale agli interessi personali e particolari degli amministratori locali. È essenziale, altresì, riprendere la costruzione dei rigassificatori, anch'essa improvvidamente interrotta, che permetterà la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e quindi a costi minori, riducendo la dipendenza dai maggiori fornitori esteri, non sempre del tutto affidabili. Più in generale, occorre riprendere i piani di sviluppo di una politica nazionale energetica, che preveda un mix efficiente di fonti di energia tale che consideri il nucleare come fonte principale e che releghi i «mulini a vento» dell'eolico, il fotovoltaico e le biomasse a funzioni loro proprie, che sono del tutto marginali.

    Emanuela Melchiorre

    February 19

    Il precariato giovanile: piaga della società italiana

     

    di Emanuela Melchiorre

     

    pubblicato su www.tocqueville-acton.org il 18 febbraio 2008

     

    Per l’imminente consultazione popolare i partiti sono intenti a preparare le liste elettorali e i programmi per il futuro governo da presentare ai cittadini che manifesteranno le loro preferenze con il voto. Oggi più che mai è auspicabile che la società italiana crei possibilità di lavoro stabile per tutti i giovani che abbiano terminato i loro studi. Questo sarà un tema ineludibile della prossima campagna elettorale. E sarà possibile risolvere in tempi ragionevoli, che si auspicano brevi, un tema così complesso solamente ricorrendo a politiche di sviluppo, di ammodernamento e di crescita, che agiscano sinergicamente nell’ambito scolastico e nell’ambito produttivo e occupazionale.
    Certamente, compito della scuola dovrebbe essere non solo quello di fornire sapere e cultura, ma anche quello di scoprire chi ha inclinazione per l’arte, per la logica o la filosofia, per la politica, per la matematica e per le altre discipline. In altre parole, la scuola dovrebbe scoprire le naturali attitudini e potenzialità dei giovani studenti. Negli Stati Uniti, la scuola da la possibilità di scegliere tra un numero molto elevato di insegnamenti che lo studente può seguire a mano a mano che scopre le sue naturali predisposizioni. Fin dalle scuole medie, il giovane americano è aiutato a fare una programmazione di studi e durante l’anno può cambiare materia fino a trovare quella più confacente alle sue naturali vocazioni. Così facendo i giovani possono ottenere più facilmente una buona preparazione e la stessa scuola diventa per loro una palestra in cui allenarsi per affrontare meglio il mondo del lavoro.
    Oltre alle politiche peculiari della scuola e dell’università per preparare i giovani ad affrontare il mondo del lavoro, è necessario porre in atto una politica della piena occupazione, che si può conseguire aumentando la produzione del Pil nella misura di almeno il 3 – 3,5% in media l’anno e per molti anni. È questo l’aumento indispensabile per portare la disoccupazione al livello c.d. “frizionale”, ovvero quella disoccupazione dovuta agli attriti del sistema economico e che si può indicare sul 3% circa delle forze di lavoro. Disoccupazione frizionale non significa però disoccupazione permanente, ma temporanea mancanza di lavoro, di pochi giorni o di poche settimane, il tempo necessario per trovare una nuova occupazione. Con il pieno impiego vengono ad essere quasi superflui i meccanismi detti “ammortizzatori sociali”. In senso moderno, disoccupazione frizionale significa però anche la possibilità concreta di trovare un lavoro confacente alle aspirazioni dei giovani e non un posto a tempo indeterminato qualsiasi.
    Il percorso della crescita può essere perseguito solo passando attraverso le politiche di basse tasse e di incentivi all’investimento e all’innovazione, che comportano un aumento della produttività del lavoro. Pertanto, è necessario moltiplicare le occasioni di lavoro: la differenza tra mobilità e precariato consiste, infatti, nel numero di opportunità che un lavoratore ha di fronte al momento di scegliere una diversa occupazione e non quella del datore di lavoro di licenziarlo arbitrariamente.
    Secondo le ultime stime del Censis, appena il 36,1% dei nuovi ingressi sul mercato del lavoro viene assunto con un contratto a tempo indeterminato. Questa tipologia contrattuale è quindi un privilegio per pochi, appena un terzo circa dei nuovi assunti infatti può usufruirne. Inoltre, sempre secondo il Censis nel 2006, su 902 mila lavoratori che si sono ritrovati senza occupazione, perché l’hanno persa, o perché si sono ritirati dal lavoro, una quota rilevante è costituita da popolazione giovanile: il 38,4% (che rappresenta  più di 346 mila persone) è di età inferiore ai 34 anni e il 22,2% (più di 200 mila persone) sono giovani tra i 35 e i 44 anni.
    Negli ultimi due anni il Censis registra un leggero incremento della quota di lavoratori a termine tra i 20 e 34 anni, che è riuscita nel giro di un anno ad accedere al lavoro a tempo indeterminato che però rimane sempre a livelli molto bassi. Per quanto riguarda i lavoratori temporanei, infatti, nel 2006 tale quota è stata di appena del 17,7%. La maggior parte dei lavoratori flessibili, invece, resta immobile nella propria condizione, quando non rischia di perdere il posto di lavoro, evento che, sempre secondo il rapporto Censis, nel 2006 ha interessato il 12,4% dei giovani con contratto a termine e il 12% dei collaboratori, a progetto o occasionali.
    I lavoro a termine è diffuso in tutta l’Europa, sia nei paesi economicamente avanzati, sia in quelli arretrati. La maggiore incidenza del lavoro a termine si rileva, secondo l’Istat, nella Spagna con oltre il 40% sul totale degli occupati, seguita dalla Polonia con oltre il 35%. Percentuali superiori a quelle italiane riguardano molti paesi con economie tra le più avanzate, come la Svezia, la Germania, la Svizzera e la Francia. Tra i  paesi con minore incidenza troviamo la Romania, la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Grecia e l’Austria. Considerare i soli contratti a termine però esclude tutte le altre forme di precariato, come il contratto di lavoro a progetto, quello occasionale e i vari contratti di consulenza che mascherano, invece, un rapporto di dipendenza. È evidente quindi che i dati dell’Istat sottostimano l’incidenza di tutto il lavoro in qualche modo precario sul totale del lavoro a tempo indeterminato.
    Il senso di insicurezza e di insoddisfazione delle giovani generazioni si amplifica. Sicuramente il lavoro in qualche modo precario rappresenta una forte minaccia al bisogno di giustizia sociale, che si ripresenta con forza nello scenario della storia attuale, non solo in Italia ma anche nel mondo civile e occidentale in generale. Un trend così evidentemente sfavorevole per la popolazione in cerca di lavoro, e per quella giovanile in particolar modo, in un’epoca caratterizzata da un livello tecnologico sempre più elevato, non può non sollevare la domanda sulla opportunità, per una società nel suo complesso, di non far partecipi dei benefici derivanti da una crescente produttività anche i lavoratori e specialmente quelli giovani. Una società che disillude le nuove leve di lavoro non ha possibilità di fare grandi balzi in avanti e corre il rischio in tempi non molto lunghi di ripiegare su se stessa.

    February 15

    Le bugie di Prodi

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 febbraio 2008

    Il governo Prodi e i suoi ministri economici ci hanno raccontato un mucchio di bugie fin dal giorno del giuramento di fronte al Capo dello stato. Come più volte abbiamo tentato di dire, essi affermavano il falso quando nell'ottobre 2006 illudevano la gente su una ripresa dell'economia, fino a sfiorare il 3% d'aumento del Pil, che nessuno ha mai visto. In seguito, hanno contrabbandato dati e analisi che nascondevano la strada del declino imboccata dal sistema economico italiano in seguito alla Finanziaria per il 2007, con il suo carico di imposte dirette e indirette, che contro ogni legge economica dovevano far aumentare la produzione e i consumi, mentre è noto e arcinoto che l'aumento della pressione fiscale fa diminuire la produzione del reddito, l'accumulo del risparmio e quindi gli investimenti, col solo risultato di far aumentare la spesa pubblica di parte corrente ossia quella improduttiva. Così è andato e la Finanziaria per il 2008 ha dato il colpo di grazia e l'effetto di annuncio di nuovi inasprimenti tributari si è fatto subito sentire con la caduta inusitata della produzione industriale del 6,5%, il peggior risultato dalla fine del 2001, e l'ulteriore calo dei consumi e degli investimenti. Ora si ammette che per quest'anno la crescita dell'economia sarà al di sotto dell'1% e c'è il pericolo che mostri ad aprile un andamento del tutto piatto se non addirittura in recessione.

    Erronee previsioni sulle entrate fiscali sono state fatte passare per «tesoro» e poi per «tesoretto» al fine di aumentare la spesa pubblica distribuendo, anzi sperperando, risorse a pioggia per accontentare questo o quell'altro ministro, senza possibilità di imprimere al sistema economico una qualche spinta innovativa. Il bilancio dello stato non è stato risanato e anzi, quando a fine marzo saranno resi noti i dati della trimestrale di cassa, avremo la sorpresa di rilevare un allargamento del disavanzo della pubblica amministrazione, sia centrale che periferica.

    Prodi ha formato il più pletorico governo che lo stato italiano abbia avuto da quando avvenne l'Unità d'Italia e in ventidue mesi è andato avanti con decreti legge approvati imponendo il voto di fiducia alla sua stessa maggioranza, fino a stancarla tanto da suscitare reazioni che infine l'hanno fatto cadere nella polvere, ma non nell'oblio, perché sarà ricordato come il governo che ha aumentato notevolmente la pressione fiscale, mentre era necessario ridurla di molti punti percentuali al fine di rimettersi almeno in linea con la produzione del reddito degli altri paesi dell'Unione monetaria, anch'essi purtroppo costretti dal Trattato di Maasticht a segnare il passo. Il popolo ricorderà Prodi e Visco come coloro che hanno ridotto il potere di acquisto ai lavoratori e ai pensionati, quando invece andava aumentato anche per riparare il danno provocato dall'introduzione dell'euro, senza consentire la doppia circolazione monetaria per cinque o sei anni, vietata dalla Banca centrale europea per il timore che l'euro non si affermasse.

    Ma oltre ai ministri economici e al premier la gente non vorrà più sentire parlare del ministro dell'ambiente e dei suoi collaboratori, perché hanno bloccato i lavori pubblici, impedito la costruzione dei termovalorizzatori e dei rigassificatori, la realizzazione della Tav e hanno illuso che l'Italia potesse procurarsi l'energia di cui ha forte bisogno ricorrendo alle fonti alternative, che come noto, ne possono fornire solo una piccolissima parte e con il pericolo di deturpare l'ambiente. È noto altresì, che ad esempio nel caso specifico dell'energia eolica è necessario disporre di impianti tradizionali per produrre energia, perché il vento non avvisa quando inizia e quando cessa di soffiare, come sa bene la Germania, che con tutti i suoi generatori eolici deve tenere in funzione gli impianti nucleari e a carbone, pronti per entrare in funzione appena il vento cala. Il risultato è stato il raddoppio dei costi, nonostante specie lungo le coste del mare del Nord e del Baltico il vento quando soffia e abbastanza forte. Ma sono da dimenticare anche gli altri ministri di Prodi, nessuno escluso, perché ogn'uno di loro ha fatto la sua parte per spingere la nazione verso il declino economico e sociale. Berlusconi e le altre forze alleate, compresa in primo luogo la Lega, che nel prossimo aprile si accolleranno l'eredità di Prodi non devono tralasciare nessuna occasione per denunciare l'incapacità del governo uscente a guidare il paese, documentata dai dati che via via sbugiarderanno la propaganda del Partito democratico di Prodi.

    Emanuela Melchiorre

    February 10

    Un difficile 2008

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 9 febbraio 2008

    Il quadro previsivo del bollettino economico di gennaio della Banca d'Italia stima una crescita molto lenta del Pil del nostro paese, non superiore all'1%, per tutto il 2008. Non andrà meglio nel 2009 per il quale le previsioni stimano una crescita di poco superiore all'1%. Questi livelli di crescita costituiscono una brusca frenata dell'economia italiana, che già non vantava ritmi sostenuti, e sono valori molto lontani dalle previsioni del Dpef dello scorso governo, che giova ricordare prevedevano per il 2008 una crescita dell'1,5% e ancor più lontani dalle previsioni trionfalistiche dell'autunno del 2006, quando il governo Prodi annunciò una crescita del Pil del 3%, mai verificatosi. Le cause sono ormai note anche a chi di economia «mastica poco», ma che con la spesa quotidiana deve comunque fare i conti.

    Tra le componenti di domanda che incidono maggiormente nella minore crescita vi è, in primo luogo, infatti, la contrazione dei consumi delle famiglie che rallenteranno a causa dell'inflazione cresciuta tanto da raggiungere la soglia del 2,6%, secondo le ultime dichiarazioni dell'Istat. La Banca d'Italia stima che la crescita dell'inflazione sarà molto sostenuta, al di sopra del 2%, anche per tutto il 2008. Si tratta di stime prudenziali e, come accade a tutte le previsioni economiche, soggette a essere modificate entro breve tempo.

    Per poter valutare l'inflazione in termini più aderenti allo stile di vita dell'italiano medio, l'istituto di statistica ha dovuto rivedere quest'anno il paniere di beni sul quale si calcola il costo della vita e la sua variazione. Un'inflazione crescente la cui componente è costituita dal prezzo di beni non essenziali, può essere sostenuta meglio dalla popolazione di un'inflazione composta dall'incremento dei prezzi dei beni di prima necessità, come invece è il caso italiano. Le componenti di prezzo che incidono sull'inflazione sono, infatti, in maggior misura quelle degli alimentari e quelle dei prodotti energetici, che costituiscono i beni di prima necessità. In sei mesi il prezzo in euro del petrolio è aumentato di quasi il 20%, quello di beni alimentari di oltre il 10%.

    grafico

    A fronte di una inflazione crescente i salari non si sono adeguati in proporzione. Infatti nei primi nove mesi del 2007, sempre secondo il bollettino economico, l'adeguamento è stato dell'1,7% per l'intera economia. I salari non possono crescere se non cresce prima la produttività del lavoro che invece si è mostrata sostanzialmente ferma per tutto il 2007, mentre dovrebbe crescere di qualche punto percentuale.

    grafico2

    La coerenza di questo ultimo dato sta nel fatto che gli investimenti fissi lordi non sono cresciuti così come la produzione industriale delle imprese che risentono nelle loro scelte imprenditoriali dell'accresciuta pressione fiscale degli ultimi due anni e dell'apprezzamento dell'euro, che ostacola fortemente le esportazioni. La crescita annua prevista per l'accumulazione del capitale, in altre parole gli investimenti, scenderà nel corso del 2008 al 2% (nel 2007 era già ad una soglia molto bassa, del 2,5%), mentre nel 2009 le previsioni sono più pessimistiche, arrivando alla soglia dell'1,5%.

    Il quadro previsivo si conclude con la componente della competitività del nostro paese, ma anche di tutta l'area dell'euro. Infatti, come sopra accennato, l'euro forte contrasta l'espansione delle esportazioni e quindi con una allocazione estera della produzione. Una domanda interna contratta e una domanda estera impedita dalla eccessiva onerosità agiscono contemporaneamente a contrarre la produzione interna.

    Emanuela Melchiorre

    February 01

    Le bolle speculative e le crisi di borsa

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 31 gennaio 2008

    Nel primo giorno di contrattazione di questa settimana si sono registrate nelle piazze affari europee ulteriori perdite di borsa che seguono i c.d. «rimbalzi» positivi della scorsa settimana. Non è inusuale che in seguito all'esplosione di una bolla speculativa le borse abbiano andamenti altalenanti con ampie oscillazioni, alternativamente positive e negative. Ciò che però è di difficile previsione è il momento di in cui tali oscillazioni termineranno o tenderanno ad assottigliarsi lungo il trend dell'andamento dei valori reali. Studi riguardanti le dinamiche delle bolle speculative hanno constatato che il termine del ciclo delle oscillazioni di borsa relative all'esplosione della bolla finiscono presumibilmente quando i valori di borsa tornano ad essere vicini a quelli precedenti alle azioni speculative al rialzo.

    La crisi dei mutui subprime, che ha origine dalle spinte speculative nel mercato immobiliare, costituisce la prima bolla del XXI secolo e avviene a poca distanza dall'esplosione della precedente bolla, quella della new economy, che ha riguardato i prodotti legati alla tecnologia e che ha caratterizzato gli ultimi anni del XX secolo. La generazione attuale ha potuto, quindi, sperimentare la nascita e l'esplosione di due differenti bolle speculative, tra loro molto ravvicinate, che hanno avuto in comune il rapidissimo propagarsi degli effetti negativi in tutto il mondo a causa dei sistemi telematici borsistici e della globalizzazione.

    Nei secoli precedenti le bolle speculative erano meno dinamiche, meno diffuse ma non meno frequenti. Una bolla speculativa che la storia economica ha documentato è quella dei «tulipani», iniziata presumibilmente alla fine del XVI secolo, essa ha caratterizzato il mercato fioristico europeo per circa quattro decenni, fino al 1640 circa. Un'altra bolla speculativa avviene intorno al 1720. Essa prese il nome di «South Sea Bubble», poiché riguardò l'andamento di borsa delle azioni della britannica South Sea Company, una società inglese costituita con lo scopo di rilevare le quote del debito pubblico inglese, ricevendone un interesse annuo pagato dallo stato e il monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. Per finanziare l'operazione la società emise proprie azioni a prezzi crescenti. L'euforia verso questo e altri collocamenti azionari avvenuti nello stesso periodo spinse verso l'alto il valore delle azioni. Nel secolo successivo, il XIX, si sono verificate diverse bolle speculative in relazione agli sviluppi delle borse e delle società industriali, la più nota è quella legata alla nascita della ferrovia del 1847.

    Per il XX secolo è d'obbligo ricordare «la grande depressione», ovvero la crisi del 1929, durata fino al 1933. Dopo la seconda guerra mondiale le politiche economiche e monetarie si sono affinate e il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods hanno limitato la formazione di bolle speculative di un certo rilievo, salvo quella della new economy, sul finire degli anni Novanta e terminata presumibilmente nel 2001, e quella odierna dei mutui subprime.

    Tutte le bolle speculative hanno in comune l'aumento ingiustificato dei prezzi delle azioni, o dei beni durevoli oggetto delle attività imprenditoriali coinvolte, dovuto ad una crescita repentina della domanda. I movimenti del prezzo di un determinato bene sono ingiustificati quando diventano indipendenti dai loro «fondamentali», ossia da quelle ragioni economiche che possono giustificare un determinato livello di prezzo del bene stesso. Sono, quindi, movimenti sospinti non da ragioni economiche di base, ma dai comportamenti speculativi. La variabile sostanziale e più imponderabile dell'andamento delle crisi di borsa è costituita dalle aspettative degli operatori, per loro natura mutevoli e imprevedibili.

    Lo spettro ripetutamente evocato di una eventuale recessione degli Stati Uniti, pertanto, sta giocando un ruolo importante tra le aspettative degli operatori. In particolare, le borse asiatiche sono molto attente all'andamento dell'economia americana poiché gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco delle esportazioni per i paesi della regione asiatica. Una crisi marcata e prolungata dei consumi sull'altra sponda del Pacifico avrebbe perciò gravi conseguenze sui conti economici e sui piani d'investimento del continente asiatico.

    Ciò che oggi può modificare le aspettative degli operatori sono, in primo luogo, le «reputazioni» della Federal Reserve e del Presidente americano che possano agire da garante per la tenuta dell'economia americana. È, quindi, essenziale che le politiche di bassi tassi di interesse e di sostegno ai mercati, che la Fed sta portando avanti, l'ultimo in ordine di tempo è il taglio del tasso di interesse di questa settimana, in concomitanza con le politiche governative di sostegno all'economia e all'occupazione, vengano ritenute efficienti e soprattutto convincenti dagli operatori.

    Emanuela Melchiorre