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    December 23

    L'opzione nucleare in Italia

    di Emanuela Melchiorre

    comparso su www.ragionpolitica.it il 22 dicembre 2007

    Nel mondo ci sono 439 reattori nucleari in funzione in 32 Paesi, 33 reattori in costruzione in 14 Paesi (tra cui Finlandia, Romania, Russia e Slovacchia), 94 reattori in progetto (in Francia, Russia, Bulgaria e Ucraina) e 223 reattori in opzione (in 23 Paesi tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna). Dal 1986 al 2007, la potenza nucleare in funzione è passata da 250 a 371 milioni di kilowatt, con una crescita di circa il 50%. La produzione mondiale di energia elettrica da fonte nucleare è cresciuta, nello stesso periodo, del 60% grazie all'aumento dell'efficienza media degli impianti; nel 2006, in Europa, il contributo nucleare alla produzione di energia elettrica è stato del 33%, del 24% nei Paesi OCSE e del 16% a livello internazionale. Premettiamo ciò solo per confutare l'erroneo assunto ambientalista secondo cui il nucleare è una fonte energetica in disuso. Altri errati paradigmi ambientalisti sono stati confutati, dati alla mano, dalla comunità scientifica che si è riunita lo scorso 17 dicembre a Roma, nell'Aula Magna dell'Università la Sapienza.

    È una conquista di questi ultimi mesi aver cominciato nuovamente a parlare di nucleare. Prima sommessamente, con qualche sondaggio, che però ha mostrato un sostanziale cambiamento dell'opinione pubblica, che da abolizionista è divenuta oggi possibilista nei confronti della produzione di energia nucleare per fini civili. C'è stata poi la voce di alcuni guru dell'ambientalismo, i quali hanno vistosamente cambiato opinione sul nucleare grazie al considerevole vantaggio dell'emissione zero di anidride carbonica. Complice la bolletta sempre più cara (quella italiana è la più salata in tutta l'Europa unita), e complice forse una corretta informazione dei media, che hanno reso finalmente disponibili le informazioni tecniche sui progressi scientifici che in questi ultimi vent'anni hanno caratterizzato la produzione nucleare, il risultato è oggi confortante per quanto riguarda l'opinione pubblica, anche se non del tutto convincente da un punto di vista delle politiche economiche ed energetiche nazionali ed europee.

    Di questo avviso è Renato Angelo Ricci, presidente dell'Associazione Italiana Nucleare, che alla giornata studio AIN del 17 dicembre, dal titolo ambizioso «L'opzione nucleare in Italia», ha sollevato qualche perplessità su questa inversione di rotta dell'attenzione delle istituzioni e dei cittadini. Si è chiesto se sia realmente arrivato il momento giusto per poter non più solamente parlare di nucleare, ma anche per formulare le politiche di sviluppo energetico nazionale. Un risultato è stato però indubbiamente raggiunto: quello di poter far uscire il nucleare dall'oblio in cui era caduto in Italia dopo il disastro di Chernobyl.

    In una giornata, infatti, erano riuniti nella stessa sala esponenti dell'area produttiva, studiosi e professori universitari, politici e istituzioni per discutere insieme dell'effettiva alternativa che il nucleare può dare all'Italia per uscire dalla sconfortante situazione di importatore netto di energia e, quindi, dall'assoggettamento alle politiche dei Paesi produttori e in particolare dell'OPEC. Sarà forse questa l'occasione giusta per aprire un tavolo di confronto con le forze politiche? Potremo raggiungere finalmente la formulazione di un «Piano nazionale per l'energia elettrica» che prenda seriamente in considerazione i fabbisogni del nostro Paese e sappia orchestrare in maniera integrata tutte le fonti energetiche di cui dobbiamo poter disporre, compresa anche l'opzione nucleare?

    Lo scopo della giornata di studio alla Sapienza è stato anche quello di dimostrare che ricominciare dal nucleare è possibile. Il Paese, in questi vent'anni, ha mantenuto alto il livello di specializzazione e di competenze sulla materia, confermato dalla presenza di esponenti delle migliori realtà della ricerca e della produzione dell'energia presenti all'iniziativa. Società come Enel, Ansaldo, Srs, Techint e Sogin contribuiscono tuttora alla costruzione e alla gestione di numerosi impianti in tutto il mondo. Le considerazioni di Ricci hanno toccato anche la sfera ambientale. Egli ha sostenuto che il nucleare è l'unica fonte in grado di sostituire i combustibili fossili, mentre le fonti rinnovabili non sono tecnicamente in grado di farlo. Il professore ha dimostrato, dati alla mano, che il problema delle scorie si sta via via ridimensionando grazie ai progressi della tecnica nel riciclo dell'uranio e del plutonio.

    La chiusura delle centrali nucleari è costata all'Italia ben 120 miliardi di vecchie lire, mentre oggi l'85% del fabbisogno nazionale di energia elettrica dipende dall'estero, non considerando l'evidente paradosso per cui importiamo il 15% dell'energia elettrica dalle centrali nucleari di altri Paesi, Francia in testa. Da oggi al 2020, inoltre, pagheremo 25 miliardi di euro per gli incentivi alle fonti cosiddette rinnovabili (eolico, fotovoltaico, solare e termodinamico), che però non riusciranno ad andare molto oltre il già esiguo contributo dell'1% al fabbisogno energetico nazionale.

    All'abbandono del nucleare si aggiunge anche l'opinabile scelta di aver aderito al protocollo di Kyoto, con il quale l'Italia ha assunto l'obbligo di ridurre le proprie emissioni di gas serra del 6,5% rispetto ai livelli del 1990 entro il periodo 2008-2010. In questi anni, invece, le emissioni sono aumentate del 30% per il prevalente e inevitabile ricorso ai combustibili fossili, data la rinuncia all'atomo. Di conseguenza, per rispettare i parametri di Kyoto, l'obiettivo di riduzione è divenuto del 18% rispetto alle emissioni del 2006. Poiché quest'ultimo è un risultato impossibile da raggiungere, l'Italia, come ha ammesso lo stesso ministero dell'Ambiente, ha già incominciato a pagare una sanzione complessiva, per il periodo 2005-2012, che ammonta a 55 miliardi di euro.

    L'incontro all'Università La Sapienza ha significato un'assunzione di responsabilità da parte della comunità scientifica, in aperta contrapposizione all'ambientalismo verde più ideologizzato, che in Italia è perfettamente incarnato dal ministro Pecoraro Scanio. Ora tocca alla classe politica dimostrare - anche sulla questione energetica - di essere in grado di prendere decisioni per il bene del Paese e non per un immediato tornaconto elettorale.

    Emanuela Melchiorre

    December 15

    Una rivoluzione nel mercato italiano della tv

     

    di Emanuela Melchiorre

    comparso su www.ragionpolitica.it il 13 dicembre 2007

    Se il modello economico di riferimento nel mercato dell'audiovisivo italiano era il duopolio Rai - Mediaset, gli analisti saranno presto persuasi a cambiare opinione verso nuove formulazioni, poiché nel 2007 Mediaset ha acquisito alcune società strategiche (Endemol, Medusa e di recente la Taodue), che permetteranno al gruppo della famiglia Berlusconi di acquisire sempre più un ruolo principale lungo tutta la filiera produttiva, dalla produzione di contenuti televisivi alla loro distribuzione sulla tv generalista, anche detta free tv, e su piattaforme digitali terrestri e satellitari, ovvero la pay tv. Il Gruppo Mediaset ha acquisito, in prima battuta, il più grande produttore mondiale di format, l'olandese Endemol, con 3 miliardi di capitalizzazione e 1,2 miliardi di fatturato, che opera in 23 paesi, ed è proprietario di format di grande successo in Europa (tutti hanno conosciuto e qualche volta subìto «L'Isola dei Famosi», o «Affari Tuoi» e il più famoso tra i reality show, «Il Grande Fratello»).

    Questa acquisizione è stata un esempio di quella che gli economisti chiamano «integrazione verticale di filiera produttiva» nel settore dell'audiovisivo, riguardando la società che si occupa della produzione a monte della filiera, la produzione di format appunto, e che produce il maggior valore aggiunto del prodotto televisivo. Allo stesso tempo, ha rappresentato una forte scelta di internazionalizzazione della produzione audiovisiva di Mediaset, che già operava, oltre che a livello nazionale, anche nel mercato spagnolo. Questa scelta strategica ha cambiato sostanzialmente l'assetto del sistema produttivo nazionale di audiovisivi, che passa da importatore di format di successo a produttore ed esportatore. In seconda battuta, Mediaset ha acquisito il gruppo cinematografico Medusa, già controllata da Finivest e, il 27 novembre 2007, Medusa Film sigla, infine, un accordo con una delle più grandi case italiane di produzione di film tv e fiction, la Taodue, controllata da Rti (società capogruppo di Mediaset), per la costituzione di una joint-venture (un accordo di collaborazione tra due o più imprese) destinata a occuparsi della produzione di contenuti per la televisione e il cinema, in Italia e all'estero.

    Pertanto, della sola Rti, dedicata all'intrattenimento, fanno ora parte del gruppo sia Endemol, e quindi di una grossa fetta del mercato dei format televisivi, che Medusa, leader nella produzione e distribuzione dei diritti cinematografici. Taodue va a completare il progetto di integrazione di Mediaset, che si arricchisce, quindi, del settore fiction di qualità, creando così una major tutta italiana. Mediaset potrà, in tal modo, governare l'intero ciclo di vita del diritto di proprietà intellettuale, dal momento dell'ideazione alla distribuzione del prodotto. Potrà, inoltre, individuare anche nuove finestre di sfruttamento nell'area dei new media. In una nota del patto siglato tra Medusa e Taodue si legge che il gruppo si prefigge l'obbiettivo di «garantire un impegno diretto e crescente nella produzione di cinema e fiction, con nuovi investimenti che valorizzeranno il talento dei professionisti italiani e si tradurranno in sviluppo per tutto il settore e in sostegno al valore culturale dei prodotti nazionali». Talento e professionalità sono obbiettivi di interesse pubblico e logica vorrebbe che fossero perseguiti non tanto da una società privata, che mira giustamente al profitto, ma soprattutto da una azienda di stato avente finalità a beneficio della collettività.

    La Rai, l'altro grande duopolista, è ancora impegnata a espellere e poi a reintegrare consiglieri non appartenenti alla nomenclatura e a mantenere al loro posto presidenti sfiduciati. Queste gravi disfunzioni non permettono al consiglio di amministrazione di elaborare le politiche di sviluppo aziendali e costringono la tv di stato a subire un distacco, ormai a tutti i livelli, da parte della diretta concorrente. Di questa inadeguatezza dei vertici Rai pagano le conseguenze non solamente i dipendenti dell'azienda stessa, né solo gli spettatori, che assistono a spettacoli di basso profilo e di dubbio gusto, ma e soprattutto ne subiscono le conseguenze i produttori indipendenti, quelle piccole società di produzione, e post produzione, di piccole dimensioni, che caratterizzano il vero tessuto produttivo nazionale del settore dell'audiovisivo. Ne pagano le conseguenze anche i c.d. «creativi», i giovani che escono fuori dalle scuole di specializzazione, carichi di idee e fortemente propensi all'innovazione, che però non trovano un terreno fertile per crescere nella loro professionalità e nella loro creatività. Anche la cultura italiana, per non parlare del turismo, sono penalizzati dalla mancanza di uno strumento adeguato, che possa fare da eco alle loro potenzialità.

    In risposta ai cambiamenti del mercato le strade alternative che la Rai potrebbe perseguire oggi sono molteplici. In primo luogo, essa potrebbe investire maggiormente nella formazione e nell'incentivo dei propri creativi, così come avviene nella televisione pubblica inglese, che è priva di pubblicità e fa ricorso a contenuti televisivi prodotti da aziende del Regno Unito. La Rai aumenterebbe, in tal modo, le c.d. produzioni «in house», con un notevole risparmio per l'azienda, e perseguirebbe quindi gli obbiettivi di interesse pubblico, propri di uno organismo statale, come l'occupazione, il miglioramento della qualità e dell'efficienza del prodotto italiano. In secondo luogo, potrebbe seguire la stessa strada intrapresa da Mediaset, ma questa volta a livello nazionale, integrando la filiera produttiva audiovisiva, acquistando o partecipando al capitale dei piccoli produttori di format nazionali. Questa seconda via avrebbe anche un duplice vantaggio: incrementare la produzione nazionale del settore nel momento produttivo in cui si concentra un maggiore valore aggiunto e, al contempo, ancora una volta favorire l'occupazione.

    Emanuela Melchiorre

    December 12

    L'economia italiana verso la «stagflazione»

    di Emanuela Melchiorre

    comparso su www.ragionpolitica.it l'11 dicembre 2007

    L'Ocse, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha pubblicato le sue stime sull'andamento dell'economia internazionale per il corrente anno e le previsioni per l'anno a venire. Per quanto riguarda l'Italia, il quadro che ne risulta non è dei più edificanti. L'andamento dell'inflazione è stato stimato per quest'anno al 2% e per l'anno prossimo al 2,4%, mentre il Pil dovrebbe crescere nel 2007 dell'1,8%, mentre per il 2008 le previsioni sono allarmanti, perché la crescita dovrebbe aggirarsi sull'1,3% - salvo imprevisti. Una simile situazione di crescita lenta, quasi stagnante, del prodotto nazionale e di una contemporanea crescita dell'inflazione viene identificata dagli economisti col termine di «stagflazione». È questo il vocabolo più indicato per descrivere la situazione economica italiana sotto il governo Prodi.

    La politica economica del binomio Prodi-Padoa Schioppa sta portando dunque cattivi frutti. All'origine di ogni male economico italiano c'è la crescita della pressione fiscale che ha caratterizzato l'attuale governo e che ha raggiunto la soglia del 43,1% del reddito quest'anno e che raggiungerà il 44% l'anno prossimo. E questo aumento serve per alimentare non gli investimenti, ma la spesa corrente. L'inasprimento della stretta tributaria ha come diretta conseguenza, dal lato dell'offerta, una riduzione degli investimenti e, di conseguenza, della produzione. La contrazione di queste scelte che gli imprenditori sono chiamati a effettuare comporta l'incremento dei prezzi, ossia dell'inflazione. Dal lato della domanda, invece, l'effetto combinato dell'inflazione e delle maggiori imposte e tasse - siano esse centrali o locali - ha eroso le disponibilità finanziarie degli italiani, portando a una contrazione dei consumi. Il risultato complessivo è, appunto, la «stagflazione».

    Il surplus di entrate fiscali, denominato «tesoro» e «tesoretto» dallo stesso governo (che ha così implicitamente ammesso di non aver fatto accuratamente i propri calcoli, sottostimando, per incompetenza o per specifico intento, l'effettiva entità della manovra fiscale) non è stato indirizzato alla copertura del disavanzo pubblico annuale. Al contrario, il «tesoretto» è defluito in una miriade di rivoli finanziari destinati a sostenere prevalentemente la spesa corrente e, in parte, alcune rottamazioni prive di qualche valenza economica o di sviluppo. Abbiamo così perso l'occasione di agganciarci alla crescita economica mondiale dei primi mesi di quest'anno. La mancata copertura del disavanzo pubblico ha comportato, per il nostro Paese, le «bacchettate» della Commissione Europea, dell'Ocse e del Fondo Monetario Internazionale.

    L'ultima trovata - in ordine di tempo - del presidente del Consiglio è l'intenzione di dare vita ad una Authority sui prezzi che, secondo il Professore, dovrebbe tutelare gli italiani dalla crescita eccessiva dell'inflazione. È notorio che i prezzi crescono a causa della riduzione dell'offerta, del minore o nullo aumento della produttività e per inflazione importata, o per la combinazione delle tre cause. Se non si agisce sulle cause dell'inflazione, non si frena l'aumento dei prezzi. Una Authority che sia chiamata a vigilare sull'andamento dei prezzi, dimenticando che alla rilevazione provvede già l'Istat, non potrà fare altro che lanciare l'allarme ogni volta che questi raggiungano una soglia massima, ma sicuramente non avrà alcuno strumento per agire sul mercato. Sarà, in buona sostanza, un inutile «carrozzone», un ulteriore dispendio di risorse pubbliche che non produrrà alcun effetto se non quello dell'incremento delle spese correnti.

    Al contrario, basterebbe ridurre significativamente l'imposizione fiscale per avviare il processo inverso - quello dell'aumento della produzione, degli investimenti e della produttività del lavoro - e per innescare, in tal modo, il circolo virtuoso della crescita economica, aumentando il reddito e quindi la base sulla quale vengono calcolate le imposte. L'effetto ultimo sarebbe proprio quello di garantirsi maggiori entrate tributarie abbassando la percentuale di imposizione fiscale. Al tempo stesso, si perseguirebbe l'obiettivo dell'aumento dell'occupazione e dell'adeguamento degli stipendi al costo della vita.

    Emanuela Melchiorre

    December 04

    Gli Stati Uniti alle prese con un'economia che rallenta

    di Emanuela Melchiorre - 4 dicembre 2007

    comparso su www.ragionpolitica.it

    Quello che si temeva già da qualche mese si sta verificando: il rallentamento dell'economia degli Stati Uniti è in atto e coinvolge la congiuntura internazionale con più accentuate tendenze al ribasso delle attività economiche, compreso il commercio internazionale. Nelle prospettive al rallentamento si è inserita infatti la crisi dei mutui subprime, con le conseguenti turbolenze del mercato finanziario. In altri termini: il rallentamento va al di là delle previsioni a suo tempo formulate. La crisi creditizia si scarica non soltanto sulla capacità di spesa delle famiglie, ma anche sull'attività di costruzione delle abitazioni, per cui c'è un effetto sulla domanda e un altro sull'offerta. Naturale, quindi, che le autorità monetarie statunitensi si preoccupino e agiscano nel settore di loro competenza, ossia la moneta, e cerchino di non far mancare la liquidità abbassandone i costi per gli operatori. Alla Federal Riserve la congiuntura è attentamente osservata e si è dell'opinione di giocare in anticipo, specie sul costo del denaro. Secondo il presidente della Fed, Ben S. Bernanke, è necessario essere eccezionalmente flessibili e ciò vuol dire, in questo momento, essere pronti ad abbassare ulteriormente il costo del denaro. Si confermano così le voci di un prossimo taglio dei tassi d'interesse - quelle voci che nella scorsa settimana avevano portato la borsa a forti recuperi nei listini. Il taglio del costo del denaro dovrebbe verificarsi il prossimo 11 dicembre, durante la riunione consueta dei direttori della Banca Centrale statunitense.

    E' ancora presto per quantificare gli effetti della riduzione del costo del denaro, perché occorre attendere certe scadenze, tra cui l'importo dei mutui che a fine anno e nei primi mesi del prossimo vedranno aumentare il costo per i mutuatari. Molto probabilmente il congelamento dei tassi e le misure per fronteggiare le insolvenze non saranno sufficienti a ridare slancio all'economia. Le turbolenze dei mercati finanziari, l'aumento che sembra inarrestabile dei prezzi dell'energia e la crisi del credito si inseriscono nel bel mezzo di tensioni inflazionistiche di un certo rilievo. In questa situazione occorre una notevole dose di coraggio per ribassare il costo del denaro. Ma forse è il prezzo minore da pagare: un punto in più di inflazione per salvare l'occupazione, che sembra minacciata dal rallentamento dei consumi.

    Il sistema economico statunitense è particolarmente sensibile all'andamento dei consumi, che ora, proprio sotto le feste, segna un rallentamento preoccupante e contro il quale sembrerebbe più appropriata una politica di sgravi fiscali. D'altra parte, la sola politica monetaria non è sempre sufficiente a ridare slancio all'economia, perché, come dice un vecchio adagio, «la corda si tira ma non si spinge». Quindi per spingere l'economia occorrerebbero anche provvedimenti fiscali, che la politica statunitense non esclude mai dal vasto repertorio dei suoi atti - politica ben contraria a quello che capita in Italia, dove le imposte, sia locali che statali, aumentano sempre e non si riducono mai.

    Il forte rallentamento già in atto dell'economia internazionale si ripercuoterà immancabilmente sull'economia dei Paesi dell'euro-zona, imbrigliati dalla politica monetaria della Banca Centrale europea, oggi maggiormente preoccupata dall'aumento del tasso di inflazione, che si aggirerebbe sul 3%. Di fronte a questa prospettiva, il presidente della Bce sarà molto restio ad abbassare il costo del denaro e sarà già un dato positivo se non lo aumenterà nella riunione prevista per il prossimo 5 dicembre. Di fronte al mancato ribasso del costo del denaro in Europa e del suo ribasso negli Stati Uniti, l'euro presenterà un ulteriore apprezzamento nei confronti del dollaro, con conseguente danneggiamento, come più volte detto, delle esportazioni verso il resto del mondo dei Paesi dell'euro-zona. Questo danneggiamento risulterà più marcato se il mercato statunitense non tirerà a dovere.

    È probabile che, perdurando questa situazione, sia necessario rivedere al ribasso le stime di crescita dell'economia europea per il prossimo anno. Per l'Italia, considerando che anche la Finanziaria per il 2008 non produrrà alcuna riduzione della pressione fiscale (anzi si verificherà un qualche aumento almeno a livello locale), c'è il pericolo che la crescita non raggiunga nemmeno l'1%. Un valore, questo, che aggraverebbe i soliti problemi dell'occupazione e accentuerebbe il declino del sistema economico, incapace di sviluppare adeguati incrementi di produttività. Questi sono motivi più che validi per dare al Paese un nuovo governo, che fin dal suo insediamento dovrà avere il coraggio di abbassare di almeno 5 punti la pressione fiscale, nel contesto di un programma di progressive altre riduzioni, indispensabili per rimettere in moto l'economia.

    Emanuela Melchiorre

    December 03

    Scenari di povertà sempre più diffusa

    comparso su Finanza Italiana, novembre - dicembre 2007 e su www.finanzaitaliana.net

     



    Dal Rapporto Acri, diffuso in occasione della Giornata del Risparmio, è emerso che meno di un terzo della popolazione riesce ormai a risparmiare

    di Emanuela Melchiorre


    Dal rapporto Acri (Associazione di fondazioni e di casse di risparmio), esposto durante la Giornata mondiale del risparmio, è emerso che circa il 40% di una popolazione campionaria di 975 individui non risparmia, consumando, nell’arco del mese l’intero reddito percepito, mentre poco più del 30% della stessa popolazione riesce a risparmiare. Il 20%, invece, deve ricorrere ai risparmi accumulati in precedenza per sostentarsi. Infine c’è un 10% circa che deve ricorrere a prestiti. È questo un quadro allarmante, anche se su base campionaria, della situazione finanziaria delle famiglie italiane attuale. In generale, a causa dell’introduzione dell’euro e del mancato adeguamento delle retribuzioni all’inflazione, che se pure strisciante, anno dopo anno ha eroso le retribuzioni, è diminuito il potere di acquisto dei redditi dal lavoro e tante famiglie non riescono a sbarcare il lunario. Di conseguenza, non solo è diminuito il risparmio, ma sono aumentati i debiti, anche attraverso il credito al consumo, facilitato dalla grande distribuzione. A questo stato di cose ha contribuito anche la facilità di accesso ai mutui per l’acquisto dell’abitazione.
    Dai dati della Banca d’Italia è emerso, infatti, che gli italiani hanno aumentato, soprattutto in questi ultimi anni, il ricorso all’indebitamento e con essi sono aumentati anche i costi del servizio del debito, la cui voce principale è costituita dagli interessi passivi.

    È evidente che si sono modificate le preferenze degli italiani, notoriamente risparmiatori. Soprattutto sembra che i risparmi dei giovani siano inesistenti. D’altra parte, i loro stipendi non si sono adeguati ai nuovi prezzi saliti alle stelle dopo l’introduzione dell’euro e per la spinta dell’inflazione interna e internazionale.
    Oggi il valore reale dei redditi da lavoro si riduce e impone livelli qualitativi di vita sempre più bassi, a causa, anche, dell’inflazione importata, dovuta all’alto prezzo dell’energia che, a dispetto di un euro forte, tende ad aumentare, e dell’inflazione endogena al sistema nazionale, dovuta all’aumento dei prezzi con forti accentuazioni nel comparto dei beni alimentari .

    Il tasso di
    disoccupazione

    Altro aspetto preoccupante è il tasso di disoccupazione che, secondo le rilevazioni dell’Istat, si attesta al 5,7% nel secondo trimestre del 2007, ben lontano dal livello del 3,5% circa proprio della disoccupazione frizionale, ovvero della piena occupazione, che può essere raggiunta solo grazie a un tasso di crescita dell’economia almeno del 3% l’anno protratto per più anni, quindi superiore all’1,7% (stimato a settembre da Confindustria) per quest’anno, e dell’1,3% per l’anno prossimo.

    Dal confronto internazionale con l’area dell’euro si constata che il tasso di occupazione italiano nell’ultimo decennio è il più basso rispetto ai maggiori paesi europei, Spagna compresa.


    L’Istat rileva, inoltre, che dal secondo semestre 2006 ad oggi hanno rinunciato alla ricerca attiva di un lavoro per un "diffuso sentimento di scoraggiamento" ben 260.000 persone in Italia, in gran parte residenti nel Mezzogiorno.
    Come accennato, cresce invece l’occupazione degli immigrati, che nei lavori domestici, nell’edilizia e nel lavoro agricolo trovano in prevalenza i mezzi finanziari adeguati per il sostentamento loro e delle loro famiglie in patria. Secondo l’indagine della Caritas-Migrantes crescono, infatti, i loro redditi e le loro rimesse all’estero. A tutto il 2006 gli immigrati, in prevalenza rumeni, marocchini e albanesi, hanno raggiunto la soglia dei 3,6 milioni di presenze, dislocati su tutto il territorio italiano, ma concentrati in prevalenza nelle aree urbane di Milano e Roma. Secondo i dati Inail, sono oltre 2 milioni (2.194.271) gli occupati nati all’estero che lavorano in Italia. Essi guadagnano in media 10.042 euro l’anno.
    A questo dato se ne contrappone un altro che fa riflettere. Le famiglie italiane che dichiarano di avere molta difficoltà a “raggiungere la fine del mese”, ossia che il loro stipendio è insufficiente per il sostentamento della famiglia, sono arrivate alla soglia del 27%, vale a dire quasi un terzo della popolazione italiana. Non è difficile comprendere quanto una situazione tanto diffusa di difficoltà finanziarie non contribuisca favorevolmente al sereno menage familiare e alle aspettative per l’avvenire, specie considerando le aspirazioni per il futuro dei figli.

    La diffusione
    del precariato

    Dalla trasformazione del mercato del lavoro, cominciata con la riforma Treu e continuata con quella Biagi, e quindi con l’introduzione di contratti coordinati e continuativi (Co.Co.Co.), di lavoro a tempo determinato, a prestazione occasionale e a progetto, il precariato, che doveva essere un regime transitorio, si è diffuso sproporzionatamente, senza che con esso siano stati introdotti anche ammortizzatori sociali adeguati per fare fronte ai periodi di inattività lavorativa. È praticamente successo come con la Cassa integrazione guadagni, che da strumento transitorio si è trasformato, almeno in Italia, in una forma di sottoccupazione quasi di lungo periodo.
    La situazione che si presenta ai giovani, anche quando escono dall’Università, è la stessa possibilità di lavorare con un basso profilo qualitativo dei loro coetanei meno qualificati e per lo più con contratti a tempo determinato e mal retribuiti. Tali soluzioni offrono scarsi margini di autonomia economica e non consentono aspettative, né progetti o ambizioni. Contratti che prevedono periodi lavorativi di due o tre mesi, ma anche di due o tre anni, e che non garantiscono un continuum nel tempo, quindi un loro rinnovo immediato, non permettono ai lavoratori precari di assumere impegni finanziari che diano la possibilità di incominciare una vita in autonomia dalla famiglia paterna.

    La vita reale
    di un “precario”

    Un esempio può giovare alla comprensione della gravità del fenomeno. Un giovane di 24 o 25 anni, appena laureato, che vive in famiglia, quindi l’esemplare di "bamboccione" secondo l’infelice definizione dell’attuale ministro delle finanze, Padoa Schioppa, che ottiene un contratto come quello descritto, che prevede una retribuzione lorda nel migliore dei casi di 1.100 euro, per un periodo di tre mesi o giù di lì, non può ottenere nemmeno un contratto di affitto, che normalmente prevede un anticipo di due mensilità. Anche nel caso in cui lo ottenesse, non potrebbe garantire il pagamento della locazione oltre i tre mesi previsti dal contratto di lavoro. La casa di proprietà diventa un mero sogno. Anche se istituti finanziari concedono oggi finanziamenti a lavoratori precari (quelli che negli Stati Uniti vengono chiamati mutui subprime), il medesimo contratto di lavoro, che ha un orizzonte temporale tanto breve, non garantisce al giovane lavoratore di poter onorare l’impegno finanziario stipulato. Tanto meno il giovane precario può risparmiare, come invece, pretenderebbe il nostro strabiliante ministro dell’economia.
    Poiché la precarietà economica non permette di intraprendere progetti finanziari di lunga scadenza, anche gli altri aspetti della vita sociale ne risentono, con la conseguenza di una delimitazione degli orizzonti temporali degli stessi progetti sentimentali.
    Il giovane precario, non potendo pensare al proprio sostentamento, troverà difficoltà a programmare una famiglia e una relazione stabile e duratura. Le difficoltà economiche, inoltre, non giovano alla serenità familiare. Molte famiglie, messe a dura prova da una esistenza economicamente difficile, finiscono col dividersi.
    Non stupisce, perciò, che sia aumentato il numero delle convivenze mentre, con il concorso di altre cause, come la divisione dei beni in caso di separazione, sono in calo i matrimoni. La precarietà economica rischia sempre più di tramutarsi in precarietà affettiva e familiare.
    Secondo la Banca d’Italia, "nell’ultimo decennio l’incidenza di impieghi temporanei tra i lavoratori dipendenti di età compresa tra i 25 e i 35 anni è raddoppiata rispetto al decennio precedente, raggiungendo il 17% del totale. L’entità complessiva del fenomeno della precarietà è tuttavia più ampia, poiché comprende i lavoratori classificati come autonomi, ma che prestano il loro lavoro secondo modalità e tempi caratteristici del lavoro dipendente. Tra questi la quota dei più giovani è elevata e sfiora il 45%". Ciò sta a significare che quasi la metà della popolazione giovanile italiana vive un’esperienza lavorativa di precariato prolungato.

    Il “Generation gap”

    Da studi della Banca d’Italia, inoltre, si constata che oggi le carriere dei neo-assunti sono meno rapide rispetto a quelle delle generazioni passate. In particolare, in un recente studio svolto da Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, "The generation gap: relative earnings of young and old workers in Italy", raccolto nella collana “Temi di discussione” della Banca d’Italia, lo stesso studio al quale ha attinto il Governatore Mario Draghi per il suo discorso a Torino all’Assemblea degli economisti e che ha suscitato le ire del Tesoro, si mette in evidenza che l’attuale generazione, negli ultimi anni, ha subito un sostanziale arretramento delle condizioni di vita rispetto a quelle godute dalle generazioni precedenti.
    Il salario relativo dei lavoratori dipendenti più giovani si è ridotto nel corso degli anni Novanta. Infatti "alla fine degli anni Ottanta – sostiene lo studio - le retribuzioni nette medie mensili degli uomini tra i 19 e i 30 anni erano del 20% più basse di quelle degli uomini tra i 31 e i 60 anni; nel 2004 la differenza sale al 35%" a tutti i livelli di istruzione.
    Tale perdita di reddito in valore reale tra le diverse generazioni, denominata "generation gap", risulta in larga parte permanente. Infatti l’aggiustamento delle retribuzioni è stato asimmetrico, penalizzando maggiormente le prospettive dei lavoratori neoassunti rispetto a quelle dei lavoratori già impiegati, in un quadro di generale moderazione salariale.

    Il confronto
    internazionale

    Nel confronto internazionale, rispetto ai principali paesi dell’Unione europea, i livelli retributivi in Italia sono i più bassi. Secondo i dati dell’Eurostat, la retribuzione media oraria è, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, un valore questo inferiore del 30 - 40 % ai valori di Francia, Germania e Regno Unito.
    Tradizionalmente in Italia i giovani più intraprendenti scelgono l’espatrio volontario verso quei paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, che offrono maggiori possibilità professionali, maggiore attenzione all’innovazione e alla ricerca, maggiore mobilità dei lavoratori, che significa per essi la possibilità di scelte e di cambiamenti, e non precarietà, che vuol dire certezza di perdere il proprio posto di lavoro entro pochi mesi.
    Alla "fuga delle braccia", vecchia piaga dell’Italia, si è aggiunta negli ultimi decenni quella "dei cervelli". Oggi i giovani che espatriano lo fanno non per necessità di sopravvivenza, ma per portare avanti percorsi professionali ad alto livello, che in Italia non potrebbero essere raggiunti. Sono esempi lampanti i numerosi riconoscimenti internazionali che hanno ricevuto i ricercatori italiani trasferitisi negli Usa per perseguire gli scopi delle loro ricerche, nell’ambito soprattutto della chimica e della medicina, ma anche della fisica e della ingegneria.
    La società italiana, limitando le aspettative professionali e i livelli retributivi, penalizza fortemente i giovani dell’attuale generazione. L’aspetto più preoccupante è che una società che non si preoccupa di promuovere le capacità e le aspirazioni delle nuove generazioni è destinata a rimanere sempre attardata nel contesto internazionale.

    December 01

    Una grande manovra di aggiotaggio

     

    di Emanuela Melchiorre - 1 dicembre 2007

    È stato sufficiente diffondere la voce che il prossimo 11 dicembre la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, abbasserà il costo del denaro per trasformare la caduta dei listini di borsa in una ripresa formidabile dei corsi azionari in tutte le piazze del mondo, dagli Usa alla Cina, dalla Gran Bretagna all'Australia, da Nord a Sud e da Est a Ovest. Dopo le vistose perdite derivanti dallo scoppio della bolla speculativa sugli immobili, gonfiatasi anno dopo anno a far data dal crollo di borsa del 2001, c'era la voglia di rifarsi, di limitare le perdite e anche di guadagnare recuperando i vecchi valori in essere prima della crisi dei mutui subprime, ancora ben lungi dall'essere superata, per cui c'è il sospetto che l'improvvisa e impetuosa ripresa dei valori azionari di questi ultimi due giorni non sia altro che una grande manovra di aggiotaggio: vale a dire recuperare le perdite con manovre non sempre corrette e poi rivendere i titoli, specie quelli che scottano, ripetendo il percorso ben collaudato di ogni bolla speculativa appena scoppiata.

    Dopo una grande speculazione che dura da anni, la fase discendente dei listini di borsa è fatta a «denti di sega», ossia di cadute e di rialzi lungo un trend al ribasso fino ad annullare i valori speculativi. Accadde così anche nella crisi del 1929, il cui ramo discendente della parabola durò, tra alti e bassi, fino al 1934, allorché negli Stati Uniti il presidente Franklin Delano Roosevelt varò il famoso «New Deal» per la ripresa dell'economia e dell'occupazione.

    Il rischio che vistosi rialzi di questi giorni siano transeunti deriva dall'osservazione di altri dati, specie quelli dell'economia degli Stati Uniti, come si rileva dal Beige Book, pubblicato ieri. In questa pubblicazione periodica si legge che l'economia cresce a passo ridotto, ossia attraversa la fase di rallentamento già prevista. Inoltre, le vendite al dettaglio puntano verso il basso, contrariamente a quanto sempre accade all'avvicinarsi del periodo delle feste natalizie, durante il quale c'è la tendenza a spendere di più. Se al riguardo le previsioni sono piuttosto deludenti, per non dire fosche, ciò vuol dire che la gente trova difficoltà nella spesa quotidiana e a maggior ragione nella spesa straordinaria. Anche in Italia, come nel resto dell'Europa, si rileva un rallentamento. D'altra parte, le perdite connesse ai mutui subprime iniziano ad avere effetto e le prospettive al riguardo non sono incoraggianti. La cartolarizzazione dei mutui ha illuso le banche che concedono mutui di liberarsi del loro peso e le società che cartolarizzano detti mutui si sono illuse di ripartire i rischi su un gran numero di risparmiatori più o meno ignari dei rischi che potevano correre. Questa è la cosiddetta finanza innovativa, che altro non è che un aspetto della finanza speculativa, che sempre danneggia i sistemi economici, le imprese e soprattutto i lavoratori. I governi dovrebbero impedire la formazione delle bolle speculative intervenendo oculatamente nel mercato, che mai e poi mai deve essere lasciato a se stesso. Il cosiddetto «libero mercato» deve muoversi entro precise linee guida, entro le quali deve essere concorrenziale. Altrimenti c'è la certezza di far lavorare i fattori della produzione alla loro minima combinazione possibile lasciando inoperose altre risorse, tra cui il lavoro.

    In tutti questi frangenti preoccupa il silenzio della Banca centrale europea, che non ha avuto il coraggio di abbassare il costo del denaro quando era ora al fine di inserire l'euro-zona nella ripresa economica internazionale e ora deve affrontare il rallentamento di questa crescita in presenza di spinte inflazionistiche preoccupanti, quali quelle derivanti dalla speculazione sul prezzo del petrolio e in generale dell'energia e su alcuni beni alimentari. È difficile pertanto che la Bce diminuisca il costo del denaro nella riunione del prossimo 6 dicembre con conseguente rafforzamento dell'euro e con danni per l'esportazioni dell'euro-zona.

    Emanuela Melchiorre