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December 14 L'apprezzamento dell'euro penalizza l'economia dell'Uedi Emanuela Melchiorre - 14 dicembre 2006 Il rallentamento dell'economia degli Stati Uniti, provocato dalle flessioni sia nel settore dei beni durevoli (in particolare le nuove abitazioni) sia nell'indice del clima di fiducia dei consumatori, insieme ad una certa preoccupazione per possibili aumenti dei prezzi indotti dal costo del lavoro, ha prodotto un nuovo apprezzamento dell'euro sul dollaro Usa, con la conseguente penalizzazione delle esportazioni dei Paesi dell'area dell'Unione economica europea. La variazione non è notevole, ma ha portato il cambio dell'euro a oltre 1,32 dollari Usa, e lascia pensare che si prevedano ulteriori indebolimenti dell'apparato produttivo americano, a fronte non di un rafforzamento dell'economia dell'euro-zona, ma di una resistenza di quest'area su livelli molto bassi nella formazione di nuova ricchezza rispetto alla crescita economica del resto del mondo. Bisogna considerare, inoltre, la tendenza della Banca Centrale europea ad alzare i tassi d'interesse. L'ultimo aumento di 0,25 punti percentuali è stato annunciato pochi giorni fa. Ciò avrà ripercussioni sugli interessi passivi sui mutui, comporterà una minore propensione della domanda all'investimento in beni durevoli e un maggiore onere sul debito pubblico. Ci si avvia dunque verso il nuovo anno con una certa apprensione, che non trova motivi di conforto nelle previsioni per il 2007, che ipotizzano un rallentamento dell'economia internazionale e, per quanto più direttamente interessa l'area dell'euro, segnalano l'incapacità della Germania a ritrovare la via di una crescita sostenuta. Le previsioni danno un aumento del Pil dell'1,3% nel 2007, contro il 2,4% dell'anno che sta per finire. L'Italia segue a ruota ed è probabile che la crescita del Pil dell'1,3% si comprima a causa della pressione fiscale prodotta dalla Finanziaria. La bassa crescita dell'economia dell'euro-zona implica un mancato recupero dei livelli di produttività dei Paesi europei, i cui prodotti non penetrano facilmente nei mercati esterni all'area, sia perché sono cari in termini di dollari e di altre monete, sia perché non sono competitivi a causa del divario di produttività del lavoro. Occorrono nuovi massicci investimenti in capitale tecnico, che la bassa crescita non favorisce. In questa situazione sarebbe necessario l'indebolimento dell'euro fino a un livello di parità con il dollaro: ciò favorirebbe le esportazioni. A fronte di una ripresa del commercio estero, le imprese potrebbero essere indotte a fare nuovi investimenti tecnologicamente avanzati iniziando così a recuperare il livello di produttività sufficiente per essere competitivi. Ma l'indebolimento dell'euro è del tutto ipotetico, perché il banchiere centrale europeo ammanta la politica monetaria di prestigio, cosa che è stata sempre deleteria per la moneta, come dimostra la letteratura economica tra le due Guerre Mondiali. Non si deve dimenticare, inoltre, che la Banca Centrale europea è indipendente dai governi e dai parlamenti nazionali, in virtù del Trattato di Maastricht. L'unica via da seguire sarebbe quella di una modifica della statuto della Bce per adeguarlo allo statuto della Riserva Federale degli Stati Uniti, nel quale è sancito che compito della Fed è quello di difendere il dollaro tenendo conto della congiuntura. In altri termini: la difesa della moneta è posta sullo stesso piano della difesa dell'occupazione. Lo statuto della Banca Centrale europea non contempla, purtroppo, la necessità di difendere l'occupazione. Emanuela Melchiorre December 09 Previdenza saccheggiatadi Emanuela Melchiorre - 9 dicembre 2006 Nel settore della previdenza si è passati, negli ultimi decenni, da un atteggiamento estremamente prudenziale, che ha caratterizzato i vecchi progetti Scotti (degli anni Ottanta) e Marini (del 1991), molto rispettosi delle posizioni acquisite e attenti a non rendere traumatico il passaggio dal vecchio ad un nuovo regime, ad un accanimento esagerato e non completamente giustificato. A tale rigore si sono ispirate le ripetute riforme (Amato, Ciampi, Dini), che dal 1992 al 2001 hanno sempre più limitato il diritto ad andare in pensione, frenando le pensioni di anzianità, ostacolando il cumulo fra la pensione anticipata e la retribuzione, riducendo il valore non solo reale, ma persino nominale delle pensioni sia attraverso la riduzione delle aliquote sia mutando il regime da retributivo a contributivo, ritardando l'età della pensione di vecchiaia. Dopo la boccata di ossigeno concessa ai pensionati dal governo Berlusconi, che ha sostituito il sistema delle penalizzazioni nei confronti di chi lascia in anticipo il lavoro con quello degli incentivi a rimanere anche dopo aver maturato il diritto e ha aumentato i trattamenti pensionistici minimi, viene oggi nuovamente seminato il panico, sia con provvedimenti punitivi per gli imprenditori ed i lavoratori (trasferimento di parte del Tfr all'Inps o ai Fondi Pensione, sistema del silenzio assenso), sia con la minaccia assillante di nuovi, ineluttabili, indefiniti provvedimenti restrittivi, che comunque dovranno ridurre strutturalmente, ossia definitivamente, a danno dei pensionati, la sempre più insostenibile spesa pubblica. La motivazione che si adduce normalmente per giustificare le menomazioni del diritto alla pensione viene desunta dal fatto che la vita media tende ad allungarsi e che il numero dei lavoratori e, quindi, dei contribuenti previdenziali tende a diminuire, con il duplice svantaggio, per i fondi di previdenza, di maggiori uscite per trattamenti pensionistici e di minori entrate contributive. Impostato in tal modo, il problema sembra di difficile soluzione. Così facendo, però, due fenomeni, che ogni persona di buon senso riterrebbe assolutamente positivi - l'allungamento delle speranze di vita e la liberazione dalla fatica e dalla necessità del lavoro - vengono considerati alla stregua delle massime calamità per il Paese. L'errore fondamentale del ragionamento comincia ad apparire se solo si pone mente al fatto che negli ultimi decenni, pur in presenza di un sensibile aumento della popolazione anziana, di una rilevante diminuzione dell'occupazione giovanile e di una corsa sfrenata alle pensioni di anzianità, dettata dal panico, la spesa previdenziale è rimasta, in percentuale rispetto al Pil, pressoché inalterata (dal 14,8% del 1992 al 15,7% del 2005), con oscillazioni minori nei periodi intermedi. Come si è potuto verificare questo miracolo inaspettato? Le ragioni sono semplici. L'aumento della produttività del lavoro legato soprattutto allo sviluppo tecnologico, dell'informatica e della telematica, ha incrementato il Pil. Le ripetute riforme previdenziali, anche se ritenute ancora parziali ed insufficienti, hanno però limitato notevolmente la spesa, per effetto della drastica riduzione del diritto alla pensione di anzianità e dell'introduzione del sistema contributivo in sostituzione di quello retributivo. L'inflazione, soprattutto quella successiva all'introduzione dell'euro, ha penalizzato le pensioni anche in rapporto al Pil. Se finora il rapporto spesa previdenziale/Pil si è mantenuto entro limiti sopportabili è prevedibile che, sic rebus stantibus, possa rimanere tale anche nei prossimi anni, per alcune ragioni. Innanzitutto, il numero di coloro che potranno ancora beneficiare della pensione anticipata, esaurita la corsa determinata dal panico seminato e trascorso il periodo transitorio previsto nella riforma Maroni, diminuirà, fino praticamente a scomparire. In secondo luogo, con il passare degli anni aumenterà il numero delle pensioni calcolate con il sistema contributivo, e si esauriranno quelle calcolate con il sistema retributivo, con notevole diminuzione del valore dei trattamenti pensionistici. In terzo luogo, essendo notevolmente diminuito il numero dei lavoratori occupati, non molto tardi diminuirà anche il numero dei pensionati, o i pensionati godranno di un trattamento previdenziale rapportato ad un minor numero di anni lavorativi. Infine, la schiera dei lavoratori che al limite dell'età pensionabile non sarà riuscita a lavorare per il periodo minimo richiesto (ieri cinque anni, oggi venti anni), pur avendo versato cospicui contributi, non potrà godere di alcun diritto a pensione. Le conclusioni che si possono trarre sono di due ordini. Innanzitutto, va abbandonato il dogma che la previdenza vada finanziata esclusivamente con i contributi dei lavoratori ed accettato il fatto che possa essere finanziata dalla fiscalità generale, pur restando inalterato il rapporto finanziamento previdenziale/Pil. In secondo luogo, più della sostenibilità finanziaria del sistema, è urgente cominciare a preoccuparsi della perdita del potere d'acquisto delle pensioni e della situazione di quei lavoratori che nel corso della vita lavorativa rimarranno più facilmente senza occupazione e senza nessuna protezione previdenziale. Sicuramente la graduale eliminazione del Tfr lascerà privi i pensionati dei benefici della liquidazione, ma non riuscirà neppure a coprire completamente le carenze del nuovo regime pensionistico. La forte e sempre crescente pressione fiscale, oggi al 43% del Pil secondo i dati Ocse, dovrebbe far fronte prioritariamente a questi problemi (indennità di disoccupazione e rivalutazione delle pensioni), piuttosto che alimentare vecchie e nuove spese inutili o di minore utilità sociale. Emanuela Melchiorre December 01 La Finanziaria 2007 penalizza la crescita economicadi Emanuela Melchiorre - 25 novembre 2006 L'Europa dell'euro si trova in un momento storico non felice per la sua economia. La pressione fiscale è più elevata di quella statunitense e la crescita del reddito molto inferiore. Dell'eccessiva pressione fiscale soffre in maggior misura l'Italia, che fra gli altri due grandi Paesi dell'euro-zona, la Francia e la Germania, presenta un reddito medio pro-capite inferiore; quindi, a parità di incidenza sul prodotto lordo, il carico fiscale che grava in media su di un italiano è più pesante. Anche per il 2007 le previsioni sono pessimistiche in quanto, a fronte di una crescita nel 2006 del 2,4%, il Pil reale crescerà nell'Europa dell'euro ad un ritmo inferiore, pari approssimativamente al 2% in media. La crescita per la Germania è prevista in un 1,3%. Le previsioni per tutte le maggiori economie sono di una crescita contenuta, imputabile all'andamento del prezzo dell'energia. La crescita economica mondiale, che nel 2006 ha segnato un +5%, nel 2007, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, sarà più contenuta, intorno al 4,9%. Il timore, per l'immediato futuro, risiede in probabili aumenti del costo del greggio e anche nell'andamento del mercato immobiliare statunitense: tra giugno e agosto del 2006 si è registrato un brusco calo (-17,4%) della spesa per le nuove abitazioni. La bolla speculativa che cresce da alcuni anni potrebbe scoppiare, con gravi ripercussioni sull'economia mondiale. Riguardo all'Europa, la minore crescita è da imputare al Trattato di Maastricht, che con il vincolo di bilancio impedisce agli investimenti pubblici di crescere. Inoltre, la Germania non è in grado di sostenere il proprio ruolo di locomotiva dell'area dell'euro e ciò comporta, per il nostro Paese, un effetto negativo sul commercio, essendo la Germania il nostro partner commerciale preferenziale (circa il 30% delle esportazioni italiane commerciate all'interno dell'Unione monetaria sono destinate alla Germania). Per di più, l'elevata pressione fiscale, che in Europa è di 1,7 volte maggiore di quella degli Usa, causa una inefficienza nella produzione del reddito, in quanto da un lato impedisce l'aumento della produttività del lavoro e dall'altro comprime i consumi e, quindi, la domanda. Il divario tra la produttività italiana e, più in generale, tra quella europea e quella statunitense o giapponese è frutto, come rileva l'ultimo numero di Finanza Italiana, di politiche che da anni, nel Vecchio Continente, privilegiano la domanda, considerando la distribuzione del reddito quasi una variabile autonoma dall'offerta, ossia dalla produzione del reddito stesso. Al contrario, privilegiare la creazione del reddito produce più risorse da ridistribuire ed evita di ricorrere ad una maggiore pressione fiscale. La Finanziaria 2007 sembra figlia delle miopi politiche comunitarie, in quanto pone in primo piano la distribuzione del reddito, capovolgendo il nesso funzionale tra produttività, produzione e ridistribuzione, e penalizzando la crescita economica. Le previsioni al ribasso per la debole crescita italiana sono rafforzate, inoltre, dall'annuncio del blocco delle grandi opere pubbliche. L'effetto annuncio comporta spinte recessive anche quando non ci sia una effettiva rinuncia alla creazione delle opere, in quanto agisce sulle aspettative, generando in tal modo una serie di comportamenti degli operatori economici di tipo cautelativo, di minori investimenti. Gioca ancora a sfavore della crescita del nostro Paese l'aumento della pressione fiscale locale (addizionali regionali e comunali Irpef) e il passaggio del catasto ai Comuni. In un momento come quello odierno, in cui i consumi tendono a comprimersi e in cui si cominciano ad avvertire i primi effetti dello scoppio della bolla speculativa nel mercato degli immobili (che, partendo dal mercato statunitense, avrà presto ripercussioni mondiali), la Finanziaria 2007 e le altre politiche fiscali messe in atto dall'attuale governo impediranno all'economia italiana di crescere; o, addirittura, innescheranno una spirale recessiva. Emanuela Melchiorre |
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