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    November 25

    LA MONETA CHE UNISCE L'EUROPA

    di Emanuela Melchiorre

     

    L’euro è l’unità monetaria adottata dai paesi che hanno aderito all’Unione monetaria europea a partire dal 1 gennaio 1999 ossia dai appartenenti all’Unione europea con l’esclusione di Gran Bretagna, Svezia, Danimarca e inizialmente Grecia. È noto che il suo nome fu stabilito in occasione del vertice di Madrid del 15 e 16 dicembre 1995 e deriva dalla radice comune delle parole che nelle diverse lingue dei paesi aderenti indicano il nome del continente europeo. Un po’ meno noto è il significato del suo simbolo. Il simbolo € prende forma dalla lettera greca ε, in omaggio alla civiltà greca riconosciuta quale radice comune a tutte le civiltà e culture europee, con due barrette orizzontali che stanno ad indicare  la stabilità monetaria considerato l’obbiettivo fondamentale di ogni moneta.

    Il primo progetto di una moneta comune europea fu il piano Werner presentato l’8 maggio del 1970 che prevedeva la creazione di una unione economica e monetaria tra i paesi membri della CEE (Comunità economica europea). Il processo di integrazione secondo tale paino avrebbe dovuto essere articolato in tre fasi da completare entro 10 anni. Tale piano non trovò però concreta attuazione, perché considerato troppo ambizioso e forse anche prematuro. Gli stati membri della CEE vollero comunque perseguire la stabilità monetaria e a tal fine, con gli accordi di Basilea dell’aprile del 1972, in seguito alla fine del sistema dei cambi monetari fissi decretato dalla decisione unilaterale di Nixon di abolire la convertibilità esterna del dollaro, diedero luogo a meccanismi volti ad evitare la fluttuazione monetaria. Divennero noti come Serpente Monetario. Sebbene sia rimasto in vigore formalmente fino al dicembre 1978, dopo appena due anni dalla sua istituzione il Serpente monetario era già di fatto naufragato, in seguito alla crisi successiva allo shock petrolifero del 1973. Nel 1978 fu istituito lo SME (Sistema monetario europeo) con la sua moneta di conto ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ecu risultava dalla media ponderata di un paniere di altre valute nazionali e rappresentava il cardine del sistema monetario. Infatti, le monete nazionali potevano variare il loro rapporto di cambio all’interno di una banda di oscillazione intorno al valore fisso della parità centrale, rappresentata appunto dall’ecu. Tale sistema però non riuscì a superare indenne la crisi valutaria del 1992.

    Maturò la convinzione dell’opportunità di procedere verso un maggiore coordinamento tra le politiche monetarie dei paesi membri della CEE fino ad arrivare alla proposta di una moneta unica non più solamente di conto, ma coniata e circolante tra i paesi. Il primo passo formale in questa direzione fu compiuto con l’atto unico europeo siglato a Lussemburgo nel febbraio del 1986. Si stabiliva in quella sede il principio del coordinamento delle politiche economiche e l’obbligo di cooperazione  tra gli stati membri. Ad esso seguì, appena due anni dopo, il vertice di Hannover del 25 e 26 giugno 1988, che istituì lo speciale comitato presieduto da Jaques Delors, composto dai governatori delle banche centrali europee, affiancati da alcuni tecnici esterni. Il comitato aveva il compito di realizzare un piano che portasse alla concreta realizzazione dell’unione economica e monetaria tra gli stati membri. Il documento conclusivo, denominato “Rapporto Delors” riprendeva e perfezionava il piano Werner del 1970, riproponendo lo sviluppo temporale in tre fasi.

    La prima fase prevedeva la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale e una maggiore convergenza economica tra gli stati membri. La seconda fase era diretta a realizzare l’integrazione delle politiche economiche, imponendo vincoli in materia di finanza pubblica. Si decise, altresì, di istituire un organismo incaricato di monitorare il livello di convergenza raggiunto e di valutare la possibilità di passare ad una politica monetaria comune. La terza ed ultima fase prevedeva il trasferimento completo agli organismi comunitari della titolarità della politica economica e monetaria degli stati membri. Il rapporto Delors, presentato al Consiglio europeo, fu approvato nel giugno del 1989 e fu deciso che la prima fase del processo di unione avrebbe dovuto cominciare dall’anno successivo.

    Poiché le fasi successive prevedevano il trasferimento di parte della sovranità nazionale in capo a organismi comunitari, si presentò la necessità di rivedere il trattato di Roma, istitutivo della Comunità. Dopo due anni, in particolare il 7 febbraio 1992, fu firmato un ulteriore trattato denominato “trattato istitutivo dell’Unione europea”, risultato del lavoro della conferenza intergovernativa all’uopo convocata e dei fatti storici e politici importanti di quegli anni[1]. Tale trattato è universalmente noto come “trattato di Maastricht”, dal nome della cittadina olandese che ospitò i lavori. Per quanto attiene all’unificazione monetaria il trattato, ben più ampio sul piano politico[2], riprendeva le conclusioni del rapporto Delors e prevedeva tre fasi di integrazione monetaria. La prima fase partiva il 1 gennaio 1990 e prevedeva la creazione dell’Istituto monetario europeo (IME), incaricato di svolgere funzioni di coordinamento delle politiche monetarie nazionali e di armonizzazione normativa, mentre entro il 1º gennaio 1999 sarebbero nati da esso la Banca centrale europea (BCE) e il Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. La fase successiva, che partiva dal 1 gennaio 1994, prevedeva il raggiungimento da parte degli Stati membri di alcuni criteri di convergenza economica e monetaria[3]. Le monete nazionali sarebbero continuate a circolare, pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi, con il futuro euro. Per passare alla fase finale, ciascun Paese avrebbe dovuto rispettare i noti cinque parametri di convergenza[4].

    Il percorso originariamente previsto dal trattato di Maastricht fu modificato in parte con il vertice di Madrid nel dicembre 1995. Si decise in quella sede che la data opportuna affinché la terza fase avesse potuto avere inizio sarebbe stata il 1 gennaio 1999. Nel 1999 furono fissati i tassi irrevocabili di conversione delle monete partecipanti alla zona dell’euro. È noto che per la lira fu fissato un tasso di conversione pari a 1936,27 lire per ogni euro.  Le monete nazionali avrebbero comunque continuato a circolare, in un regime di doppia circolazione con l’euro, fino al 31 dicembre 2001, data di scadenza della fase transitoria. C’è chi sostenne che la scelta di consentire la doppia circolazione delle due monete per un periodo di tempo tanto breve non fosse in linea con le esigenze dei consumatori dei paesi aderenti, i quali non avrebbero avuto in tal modo il tempo di percepire l’effetto che la nuova moneta avrebbe avuto sul livello dei prezzi. La moneta unica sostituì completamente le monete nazionali il 1 gennaio 2002, diventando la moneta unica dell’Unione europea.

    Una ulteriore tappa importante fu la sottoscrizione del documento noto come “Patto di Stabilità e di crescita”, elaborato al termine del vertice di Dublino nel dicembre 1996.

    Con il vertice di Bruxelles, del 2 maggio 1998, si concretizzò la realizzazione dei due passaggi fondamentali, consistenti nella scelta dei paesi aderenti e nella nomina dei vertici della BCE, stabiliti con il Trattato di Maastricht. Si decise in quella sede che i paesi aderenti sarebbero stati 11 su 15 partecipanti. Rimasero esclusi la Grecia[5], perché non aveva dimostrato di essere in regola con i criteri di convergenza, e tre paesi che fecero un’esplicita richiesta di esclusione e che furono la Gran Bretagna, la Svezia e la Danimarca.

    Si aprì una aspra controversia sulla nomina del governatore della Bce. I candidati erano due: Jean-Claude Trichet governatore della banca centrale francese e candidato della Francia e l’olandese Wim Duisenberg presidente dell’IME candidato della Germania. Formalmente fu nominato Duisenberg per l’intero mandato di otto anni. Al termine del periodo transitorio dell’introduzione della moneta unica, il 31 dicembre 2001 lo stesso Duisenberg manifestò pubblicamente però la sua intenzione di rinunciare per “ragioni personali” all’incarico assegnatogli. Fu nominato quindi Jean-Claude Trichet nel novembre 2003.

    Attualmente il numero degli stati membri dell’unione monetaria europea è di 16. All’iniziale numero di 11 (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna), si sono aggiunti la Grecia il 1 gennaio 2001, la Slovenia il 1 gennaio 2007, Cipro il 1 gennaio 2008, Malta e la Slovacchia il 1 gennaio 2009. In seguito agli effetti valutari che l’attuale crisi finanziaria ed economica ha avuto sulle diverse monete, alcuni paesi dell’Unione europea ancora estrerni all’unione monetaria hanno cominciato a porre la questione se entrare a far parte della zona dell’euro. Tra questi vi è la Danimarca, che con il referendum del 22 novembre 2008 ha stabilito il suo ingresso nella moneta unica entro il prossimo anno. Anche la Gran Bretanga, che ha visto la sua valuta svalutata del 30% circa in appena tre mesi in concomitanza dello scoppio della bolla speculativa di ottobre dello scorso anno, si è interrogata sull’opportunità di rinunciare alla sua gloriosa sterlina.

     

    Al termine di questo lungo excursus storico è opportuno riproporre alcune domande, che più volte nel tempo sono sorte, dal momento in cui la moneta unica è stata introdotta, e forse anche prima della sua introduzione. In particolare, due domande fondamentali animano oggi il dibattito sull’euro. In primo luogo, è lecito chiedersi se la moneta unica sia stata o meno in grado di arginare gli effetti depressivi delle crisi economiche di questo inizio millennio, ossia quelli successivi allo scoppio della bolla speculativa della new economy e quelli attuali causati dallo scoppio della bolla speculativa detta dei subprime. La seconda domanda che si pone è se l’euro abbia le caratteristiche per svolgere un ruolo importante nei mercati finanziari internazionali, alla pari o meglio del dollaro.

    Non si intende naturalmente in questa sede dare risposte certe a tali importanti domande, ma si ritiene utile portare all’attenzione alcuni semplici spunti di riflessione.

    L’11 settembre 2001, prima dell’inizio della circolazione dell’euro nei paesi che avevano approvato il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità, si ebbe il crollo delle Torri gemelle, ossia un attacco terroristico nel territorio degli Stati Uniti, che segnava l’inizio di una guerra subdola, nella quale il nemico non è di fronte, ma dentro la propria patria. Ne sono seguiti, come è noto, i conflitti in Afghanistan e in Iraq. Da un corso iniziale dell’euro inferiore al dollaro, si è passati via via a un  suo progressivo apprezzamento, che attualmente è posto pari a 1,45 dollari per euro[6]. La moneta unica in questi anni ha rafforzato il suo cambio ed ha dimostrato di non essere soggetta alle forti oscillazioni valutarie, sperimentate dalle valute nazionali. Ciò è dovuto, anche se non esclusivamente, a ragioni politiche perseguite attraverso gli alti tassi di interesse praticati dalla Bce, nell’intento di ottenere l’unico obbiettivo statutario della lotta all’inflazione. Un euro “forte”, come si suol dire, è vantaggioso per il pagamento delle importazioni. In virtù di tale principio, un’importazione rilevante quale quella dei prodotti energetici avrebbe dovuto essere a buon mercato e calmierare così i prezzi alla produzione e, quindi, per tale via, l’inflazione nel suo complesso. Ciò non è avvenuto, poiché i prezzi del greggio sono lievitati molto rapidamente per effetto della speculazione finanziaria che, nel mercato delle materie prime, ma non solo, non ha trovato validi ostacoli. Al contempo, però, il cambio euro/dollaro ha fortemente penalizzato le esportazioni verso i paesi extra-Ue, danneggiando soprattutto quei paesi dell’Unione che hanno una spiccata vocazione mercantilista.

    Altri due indicatori utili e importanti per valutare gli effetti di una moneta sul tenore di vita della popolazione è il livello del reddito pro capite e il livello di disoccupazione. È agevole constatare che la crescita del livello del reddito pro capite dei paesi appartenenti all’Unione monetaria europea si è rivelato nel tempo inferiore a quella del reddito dei paesi industrializzati appartenenti all’Unione europea (come ad esempio Regno Unito) e a quello degli Stati Uniti (tabella).

    Altro aspetto rilevante e da prendere in seria considerazione è il livello di disoccupazione dei paesi dell’area dell’euro, aumentato di più rispetto all’aumento di quello degli altri paesi industrializzati (Grafico)

    Riguardo alla seconda domanda fondamentale, ossia se l’euro sarà in grado di soppiantare il dollaro nel suo ruolo di moneta internazionale di riferimento, occorre considerare il fatto che la dimensione complessiva dell’economia dei paesi aderenti all’Unione monetaria europea è paragonabile a quella degli Stati Uniti. Tale Unione ha dato vita ad un mercato di strumenti finanziari denominati in euro di dimensioni simili a quello americano. Tale mercato ha permesso di annullare il rischio di cambio tra gli operatori europei che ha consentito ai grandi investitori istituzionali da un lato di usufruire di una maggiore potenziale diversificazione del portafoglio e dall’altro di non essere costretti a detenere grandi riserve di valute nazionali. La teoria economica ci dice che un mercato unico di grandi dimensioni è un mercato più liquido e più efficiente, in quanto, da un lato, ampliando il numero degli operatori si riduce il rischio di fluttuazioni dei prezzi, dall’altro il maggior volume delle transazioni consente di ridurne il costo unitario. Tuttavia, il rapporto BCE dal titolo “Review of the international role of the euro” dimostra che il ruolo internazionale dell’euro mantiene un forte modello regionale, in quanto il suo uso internazionale continua ad essere più marcato nei paesi che hanno stretti legami geografici e istituzionali con l’area dell’euro.



    [1] Il crollo del muro di Berlino del 9 novembre 1989, del comunismo nell’Europa dell’Est e la prospettiva dell’unificazione tedesca avevano determinato l’impegno a rafforzare la posizione internazionale della Comunità e il desiderio di scongiurare il pericolo di una rinnovata militarizzazione della Germania.

    [2] Il trattato di Maastricht crea l'Unione Europea, costituita da tre pilastri: le Comunità europee, la politica estera e di sicurezza comune, nonché la cooperazione di polizia e la cooperazione giudiziaria in materia penale.

    [3] Sostenibilità della finanza pubblica, stabilità dei prezzi, convergenza dei tassi di interesse, stabilità dei cambi delle valute nazioni

    [4] Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%; rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60%; tasso d’inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi; tasso d’interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi; permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale. 

    [5] La Grecia ha fatto in seguito il suo ingresso nell’Unione monetaria il 1 gennaio 2001

    [6] La moneta unica al momento della sua introduzione  nel 1999 era valutata a $1,18. Alla fine del 2000 il suo cambio perse di valore e scese fino a $0,85. Risalì all’inizio del 2001 fino a $0,95 per poi scendere nuovamente fino al minimo storico sotto $0,84 nel luglio 2001. Le due valute raggiunsero la parità il 15 luglio 2002, e per la fine dello stesso anno l’euro raggiunse gli $1,04. Attualmente è valutato $1,45.

     

    pubblicato su Charta Minuta

    novembre dicembre 2009

    November 24

    Prevenire la prossima crisi

    Emanuela Melchiorre - I flussi delle contrattazioni di borsa, in questi ultimi mesi, hanno ripreso rapidamente il vigore che li aveva caratterizzati negli anni di rigonfiamento delle bolle speculative. Queste dinamiche devono suscitare profonde riflessioni, perché grave è stato il pericolo fortunosamente evitato. Sono ancora vivi i ricordi delle immagini di impiegati finanziari di Wall Street che con i loro cartoni liberavano in tutta fretta le loro scrivanie. Non dissimili sono state le immagini apparse più recentemente all’uscita delle società di consulenza finanziaria nella City di Londra. Molti sono ancora i disoccupati che ingrossano le fila degli sportelli per i sussidi di disoccupazione. Per altri operatori, più giovani e freschi di studi, con spese fisse meno pesanti e senza una famiglia sulle spalle, si è invece spalancato l’ingresso nel dinamicissimo mondo della finanza. Si ricomincia a lucrare su differenziali di prezzo dei titoli esattamente come prima della crisi. Sembra che non si sia appreso proprio nulla da quanto è successo appena poco tempo fa con lo scoppio della bolla speculativa dei subprime e da quanto era successo con lo scoppio della precedente bolla speculativa della new economy, che aveva inaugurato l’inizio del nuovo millennio con vastissime perdite, soprattutto tra i piccoli risparmiatori. Oggi la situazione appare sostanzialmente restaurata ai valori e ai ritmi pre-crisi. Sono cambiati alcuni giocatori, ma non quelli che contano e non il gioco in sé.
    Rispetto alla crisi economica degli anni Novanta e a quella dei primi anni del Duemila, in occasione dell’ultima crisi, quella dei subprime, nelle sedi internazionali si è discusso più frequentemente e più a lungo della necessità di una attenta elaborazione di regole finanziarie ferree e comuni a tutti i paesi, che permettano di ridurre il rischio nelle operazioni in titoli e che scoraggino la speculazione. Si è discusso della riduzione se non dell’eliminazione dei super bonus che manager di banche d’affari hanno percepito e che, nonostante tutto, continuano ad avere nella loro busta paga, con cifre che raggiungono anche venti volte il valore dei loro profumatissimi stipendi. Ma nulla sembra ancora cambiato nelle regole del gioco, mentre i colpevoli sono rimasti impuniti e pronti a ricominciare come e peggio di prima.
    L’Italia, così come è rimasta solo parzialmente coinvolta dalla tempesta dello scoppio della bolla per via della sua vocazione manifatturiera, altrettanto rimane in gran parte estranea al rigonfiamento di quella attuale, che va dai mercati delle materie prime (soprattutto oro e petrolio) a quello delle valute (in particolare del dollaro statunitense e del renminbi cinese). Jean Claude Trichet, governatore della Banca centrale europea, è ottimista e ha sostenuto che la “depressione è finita”. Il suo parere è in linea con quello espresso in sede internazionale da altri organismi (Commissione europea e Ocse) e con le conclusioni dell’ultimo G20 riunitosi in Scozia. Ciò non toglie che le aziende, specie se medio-piccole, soffrono dell’atteggiamento di credit crunch delle banche. Queste, nonostante siano state ampiamente sostenute mediante il ricorso ai fondi pubblici e, quindi, con risorse provenienti dall’imposizione fiscale, preferiscono adottare un sistema eccessivamente prudenziale, mettendo le imprese di fronte ad un’ulteriore difficoltà rispetto a quella provocata dal calo della domanda nazionale e internazionale, quella del reperimento della liquidità, sia per l’attività circolante, sia soprattutto per il finanziamento di nuovi investimenti. Se tale fenomeno è comune a tutti gli stati dell’euro-zona, differenze si riscontrano, invece, nella capacità di affrontare la crisi economica delle diverse realtà nazionali. È evidente, infatti, che le economie nazionali che in Europa hanno ampliato i servizi finanziari a discapito delle attività tradizionali e manifatturiere (Inghilterra e Irlanda in primis, ma anche Spagna) hanno sofferto di più in termini di decrescita economica.
    L’Italia, che come si è detto è rimasta fedele alla sua vocazione fortemente manifatturiera, si è distinta per la sua capacità di resistere alle difficoltà, con una disoccupazione inferiore rispetto a quella degli altri grandi paesi europei (in Spagna il tasso di disoccupazione è pari al 19,3%; in Francia al 10%; nel Regno Unito al 7,8%; in Germania al 7,6% e in Italia al 7,4%, ben inferiore alla media dell’eurozona del 9,7% e dei paesi Ocse del 8,6%). Le numerosissime piccole imprese italiane che hanno privilegiato l’autofinanziamento con il reinvestimento nella loro impresa degli utili aziendali ed hanno rifiutato il modello anglosassone di finanziamento dell’attività produttiva con il ricorso alla borsa titoli, prima delle altre torneranno a crescere nella produzione, nell’export e ricominceranno ad assumere nuovi lavoratori.
    La crescita economica sembra infatti alle porte. I dati Istat hanno confermato che nel terzo trimestre del 2009 il prodotto interno lordo (PIL) italiano è aumentato dello 0,6% rispetto al trimestre precedente (primo valore positivo dopo cinque trimestri negativi). Anche il valore congiunturale degli Stati Uniti è positivo, mentre rimane negativo quello del Regno Unito.
    In conclusione, non è la crescita economica in discussione, ma piuttosto il pericolo di tornare lungo un cammino di bassa crescita (intorno all’1 – 1,5%), o il ripetersi prima o poi della crisi determinata dalla speculazione selvaggia.
    In primo luogo, occorre introdurre regole internazionali uniformi ed efficaci, per contrastare le avventure speculative, poiché dalla carta ( e quindi dalla speculazione finanziaria) non possono nascere che altra carta e illusioni facili da infrangere.
    In secondo luogo, occorre proseguire nella strada già intrapresa dell’ammodernamento e della realizzazione delle grandi infrastrutture (ne è un brillante esempio la realizzazione del treno ad alta velocità che collega il nord del paese, in particolare Milano e Torino, con il centro fino a Salerno), e cogliere l’occasione che offrirà la prossima prevedibile crescita economica per effettuare quelle riforme strutturali che consentano nuovamente la governabilità del paese (in primis della giustizia e del riordinamento dello stato) e quei grandi investimenti in opere pubbliche (ad esempio completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, realizzazione collegamento internet a banda larga già previsto nella “legge sviluppo”), che potranno portare l’Italia ad accelerare la ripresa dello sviluppo e a renderlo più saldo e costante.

    Pubblicato su www.litaliano.it il 24 novembre 2009

    November 22

    Nuovi segnali di ripresa. E la banda larga può costituire un fattore di crescita

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 20 novembre 2009


    La crescita economica sembra alle porte. L'Ocse ha confermato che nel 2010 l'Italia sarà il paese più dinamico dell'euro-zona, con una crescita dell'1,1% (le stime precedenti erano dello 0,4%) contro una media dello 0,9%. I dati Istat hanno confermato che nel terzo trimestre del 2009 il prodotto interno lordo italiano è aumentato dello 0,6% rispetto al trimestre precedente (primo valore positivo dopo cinque trimestri negativi). Sempre dall'Istat giungono nuovi segnali di ripresa per la produzione industriale italiana che, nel mese di settembre, ha visto aumentare gli ordinativi del 5,2% e il fatturato del 2,3% sul mese precedente.

    fatturato-ordinativi-indust.jpg

    I dati di settembre indicano che gli aumenti del fatturato e degli ordini dell'industria derivano soprattutto dalla domanda estera, mentre la domanda interna è più debole (il fatturato è aumentato dello 0,1% sul mercato interno e del 7,7% su quello estero; gli ordinativi nazionali hanno registrato una crescita del 4,2% e quelli esteri del 7%). Come ha sostenuto il ministro allo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, in un comunicato stampa, per colmare tali differenze è opportuno rilanciare gli investimenti e i consumi, con «stimoli selettivi alla ripresa, abbinati al necessario rigore dei conti pubblici». In particolare, incentivare i settori dell'innovazione potrebbe essere un volano di sviluppo per i comparti collaterali, complementari per il sistema economico nel suo complesso. Ad esempio, il nostro sistema produttivo può fare un salto di qualità se si procede nella realizzazione del progetto della «banda larga», che potrebbe dare un immediato impulso all'attività economica, poiché consentirebbe, come ha dichiarato Scajola, «l'apertura di oltre 30 mila piccoli cantieri con 60 mila occupati». Aumenterebbe, inoltre, la competitività del paese, perché consentirebbe l'accesso al mercato virtuale del commercio elettronico e ai servizi di comunicazione avanzati della rete a tutte le imprese e a tutte le famiglie. Il ministro si era già espresso a favore dell'introduzione della banda larga lo scorso 17 novembre, a margine della sua visita allo stabilimento di Ansaldo Nucleare di Genova. In quella occasione egli aveva sostenuto che «nei programmi del governo ci sono investimenti in nuove tecnologie e nella ricerca. La banda larga è come l'Autostrada del Sole nel 1960».

    In Europa la banda larga sta avendo grande incremento e diffusione, nonostante un contesto economico fortemente negativo (secondo un rapporto pubblicato il 15 novembre scorso dalla Commissione europea nell'ultimo anno il numero di collegamenti a banda larga ha continuato a crescere in tutta la Ue, con un incremento medio del 10,7% tra luglio 2008 e luglio 2009). È stato raggiunto il 5 novembre scorso, inoltre, l'accordo tra Parlamento europeo e Consiglio, volto a definire un nuovo quadro normativo orientato alla concorrenza per il mercato europeo delle telecomunicazioni. È, quindi, naturale aspettarsi che vi sarà un forte impulso alle iniziative per la diffusione di internet ad alta velocità in tutti gli Stati membri.

    Il nostro Paese, invece, per due terzi è ancora del tutto off line. Per non condannare giovani e imprese in tante parti del territorio italiano a rimanere al di là del digital divide, occorre «dare internet a tutti e soprattutto di darlo veloce. Per farlo, - ha precisato il ministro Scajola - vogliamo mettere insieme il contributo dei gestori e dei privati, ma sappiamo bene che alcuni territori non sono economicamente appetibili e quindi il libero mercato non servirebbe queste aree». Occorre, pertanto, che le risorse pubbliche siano destinate ad offrire internet a quei territori che non sarebbero altrimenti serviti e con le risorse dei privati redigere un pacchetto di interventi che possa mettere l'Italia al pari degli altri paesi. La legge sviluppo ha previsto un significativo investimento nella banda larga. È auspicabile che questi investimenti siano effettivi e che siano sbloccati in tempi brevi

    November 20

    Acqua e non solo. Via libera al ddl Ronchi

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 novembre 2009

    Nonostante il clima politico incerto degli ultimi giorni, le riforme non si arrestano e puntano alla modernizzazione del paese. Dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati ha approvato mercoledì il disegno di legge Ronchi relativo, tra le altre cose, alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali e alla gestione dell'intero ciclo dei rifiuti. Con tale normativa il parlamento ha ottemperato all'obbligo del rispetto delle disposizioni derivanti da atti normativi comunitari, da sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee e da procedure di infrazione comunitaria nei confronti del nostro paese. Il decreto contiene inoltre norme sulla privatizzazione di Tirrenia, l'etichettatura del made in Italy e le misure antimafia per l'Expo 2015.

    Il ddl Ronchi, all'articolo 15, stabilisce che entro il 31 dicembre 2011 tutte le gestioni interamente pubbliche di servizi locali cesseranno di essere tali e dovrà essere ceduta la quota del 40% del capitale di ogni azienda a società private. Il meccanismo di trasferimento della quota di capitale potrà essere quello della gara fra imprese pubbliche e private. Il decreto introduce un'ulteriore possibilità stabilendo che le società miste pubblico-privato (purché la quota privata della società sia di almeno il 40% del capitale) potranno accedere al capitale delle aziende che gestiscono i servizi pubblici locali attraverso semplici criteri di libero mercato, senza l'obbligo di ricorrere ad alcuna gara.

    Nonostante la generalità del provvedimento, al centro del dibattito è stata posta soprattutto la deregolamentazione del settore dell'acqua, con l'ingresso nella gestione delle società private. Le riserve espresse dall'opposizione, ma anche dalle associazioni ambientaliste, riguardano la necessità di tutelare la fruibilità del bene primario, la stabilità nella sua tariffazione e la gestione del servizio, il rispetto dei parametri di sostenibilità ambientale. Tutte queste considerazioni rientrano del vasto ambito dell'ovvio. L'acqua è un bene primario e tale resterà anche se cambia la composizione del capitale delle aziende. La fruibilità continuerà ad essere la stessa se non accresciuta, in virtù della lotta alle inefficienze e agli sprechi tipici della gestione pubblica. L'unico nodo da prendere in seria considerazione riguarda la tariffazione del servizio.

    La quota limitata al 40% del capitale da destinare a società private risponde in prima analisi al problema posto, in quanto il restante 60% rimane in capo all'ente pubblico. Esso conserva i fini di interesse pubblico e continuerà ad essere chiamato a tutelare il cittadino di fronte ad eccessivi aumenti delle tariffe. Allo stesso tempo esistono anche le Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, che sono soggetti istituzionali pubblici, ai quali la legge di riforma dei servizi idrici ha affidato i compiti di pianificazione e controllo e che, quindi, sono tenuti istituzionalmente a stabilire anche le tariffe. Seguendo le parole del presidente dell'Antitrust Catricalà, occorre comunque che la qualità del servizio e l'andamento delle tariffe siano poste sotto l'osservazione di un organismo autonomo e indipendente. Tale ruolo potrebbe essere svolto dall'Authority per l'energia, come potrebbero anche essere rafforzate le competenze del Comitato di vigilanza sulle risorse idriche o creata una nuova Authority ad hoc.

    Al contenimento delle tariffe gioverà anche il fatto che l'ingresso delle società private nel capitale delle aziende che erogano i servizi locali comporta l'indubbio vantaggio dell'introduzione di innovazioni sia di prodotto sia di processo. Queste, sperimentate precedentemente da privati e a loro carico, aumenteranno il livello di efficienza del servizio senza alcun aggravio dei costi pubblici.

    Una più elevata efficienza sarà ulteriormente favorita dalla maggiore concorrenza nella gestione dei servizi locali, dovuta alla parziale privatizzazione del settore. Un maggior numero di imprese sarà, infatti, in grado di opporre più resistenza alle interferenze ed ai condizionamenti politici, anche in quelle Regioni, Province e Comuni che, non avendo avuto una salutare alternanza al governo dell'ente locale, hanno potuto consolidare nel tempo perversi meccanismi e relazioni di potere.


    November 18

    L'imposta di Tobin

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 novembre 2009

    La proposta recentemente avanzata da Gordon Brown, primo ministro inglese, di introdurre un'imposta sui capitali speculativi inglesi presenta difficoltà insormontabili nella sua applicazione. Se in teoria sembra essere una tassa da Robin Hood, nel senso di tassare i ricchi per aiutare i poveri, di fatto è inapplicabile per la vastissima quantità e per la rapidità con la quale i capitali transitano giornalmente sui listini di borsa. Inoltre, se nei grandi insiemi è possibile distinguere transazioni effettive da operazioni speculative facendo riferimento all'andamento dei valori reali (ad esempio, quando i prezzi delle case crescono più rapidamente rispetto alla crescita del loro valore reale dovuta a migliorie, restauri o ampliamento della volumetria, tale andamento dei prezzi degli immobili ha una giustificazione puramente speculativa), nelle singole transazioni tale distinzione è impossibile. Di conseguenza, una simile imposizione fiscale non comporterebbe nient'altro che una diversione nel flusso di capitali a discapito del paese che la impone e a favore dei paesi che non la impongono.

    L'idea avanzata nel 1972 dal premio nobel per l'economia James Tobin, dal quale prende il nome l'imposta in questione, era originariamente quella di imporre una bassa aliquota d'imposta sulle transazioni valutarie, e quindi sui soli scambi di valuta, tale che avrebbe potuto garantire un gettito tributario da destinare agli obbiettivi della comunità internazionale e al tempo stesso scoraggiare l'atteggiamento speculativo sulle valute, che comportava la loro fluttuazione e le relative conseguenze negative sull'economia reale dei vari paesi coinvolti. Era il periodo nel quale gli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Nixon, uscivano da Bretton Woods e segnavano la fine dell'accordo sui cambi valutari. La «Tobin tax» faceva parte di un più vasto piano studiato per reintrodurre un sistema internazionale che garantisse in qualche modo la stabilità valutaria. Ben presto, però, ci si rese conto che nella pratica una tale imposizione era impossibile da attuare. Il fallimento di quel tentativo non ha impedito a novelli Robin Hood di riproporlo all'opinione pubblica ad ogni evidente impennata dei listini di borsa. Si tratta, però, di una idea romantica e di un baluardo spesso utilizzato e riproposto dal noto movimento pregiudizialmente ostile ad ogni tipo di globalizzazione, considerata origine di ogni male. Non appare essere questo il caso del premier inglese, il quale più probabilmente si propone semplicemente di riacquisire un consenso politico interno, che sembra invece irrimediabilmente compromesso.

    È evidente che l'imperativo, soprattutto oggi, sia quello della lotta alla speculazione, che, sebbene sia una caratteristica della finanza da secoli (la prima bolla speculativa risale al XVII secolo detta «dei tulipani» e secondo studi approfonditi sembra che da allora ci sia stato il rigonfiamento di una bolla speculativa ogni otto anni nei diversi mercati finanziari), negli anni della globalizzazione, priva di una adeguata regolamentazione internazionale, ha avuto maggior vigore e le diverse bolle speculative hanno raggiunto dimensioni e diffusione mondiale, con rapidi effetti deleteri sull'economia reale, sull'occupazione e sul benessere delle persone.

    Nel turbinio di opinioni avanzate dai numerosi analisti, diverse proposte appaiono più valide di una applicazione della Tobin tax. Innanzi tutto, non è possibile prescindere dalla considerazione che un qualsiasi intervento a sfavore della speculazione debba essere generalizzato e applicato in maniera uniforme in tutti i paesi industrializzati, pena eventuali diversioni nei flussi finanziari a sfavore dei paesi più virtuosi da un punto di vista della regolamentazione dei mercati. Al tempo stesso occorre individuare un intervento regolamentativo che non disincentivi il flusso di capitali nelle borse, ma solo la loro componente speculativa.

    Dato che i titoli oggetto di maggiore speculazione sono stati fino ad ora i futures, ossia quelli acquistati a pronti che prevedono il loro pagamento a termine e, quindi, dilazionato nel tempo, sarebbe interessante considerare l'introduzione di un deposito a pronti di una parte del capitale investito per l'acquisto del titolo. Ciò obbligherebbe gli acquirenti a disporre di un capitale iniziale al momento della sottoscrizione ed eviterebbe che l'intera transazione (di acquisto a pronti e rivendita del titolo prima della sua scadenza) possa avvenire senza che l'acquirente rischi in proprio neanche un quattrino. In caso contrario il rischio di ogni operazione resterebbe a carico della collettività.

    Altra proposta avanzata in questi giorni è stata quella della costituzione di un fondo di garanzia da eventi critici, come appunto la deflagrazione di una bolla speculativa, che coinvolga il sistema bancario nazionale. Tale fondo, da costituirsi in tempi non sospetti dalle stesse banche con propri capitali, ha lo scopo di preservare il contribuente da un ulteriore finanziamento del sistema bancario in caso di pericolo di fallimento. Le banche, infatti, non dovrebbero più ricorrere al sostegno pubblico. Le proposte emerse ed evidenziate non aiuteranno nell'immediato la lotta contro la depressione e la bassa crescita economica, ma costituiranno, se attuate, un presidio per l'economia mondiale a più lungo termine. Saranno misure di natura più preventiva che curativa, ma contribuiranno anche a risvegliare la fiducia, che è il motore dell'economia.

    November 15

    IL GOVERNO TAGLIA L'ACCONTO IRPEF

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 novembre 2009

    Nonostante le numerose critiche rivolte in questo periodo al governo Berlusconi in relazione alla gestione della crisi economica sembra che il metodo seguito fin qui dal medesimo stia dando i suoi frutti. Il Pil italiano é tornato a crescere nel terzo trimestre del 2009 (dello 0,6% sul trimestre precedente), dopo 5 trimestri di risultati negativi. Il dato complessivo del Pil italiano per il 2009 è ancora negativo (-4,8%), ma comunque sensibilmente inferiore alle precedenti stime Istat (del -5,1%). Ciò significa che dopo l'attenuarsi della crisi, chiaramente indicato dal minor ricorso alla cassa integrazione guadagni, si comincia ora a vedere un primo significativo segnale di ripresa.

    Entro questo scenario, giovedì, in serata, il Consiglio dei ministri ha deciso la riduzione dell'acconto Irpef di dicembre dal 99% al 79%. È ben vero che non si tratta di una riduzione delle imposte sulle persone fisiche, ma solamente di un rinvio nel tempo del loro pagamento. La logica del provvedimento consiste, tuttavia, nel fatto che la timida ripresa economica, data dall'aumento del valore aggiunto dell'industria e dei servizi, possa essere incentivata dalla maggiore liquidità, pari al 20% di imposta, che le famiglie avranno a disposizione entro la fine dell'anno per aumentare la domanda, in vista delle prossime feste natalizie.

    A beneficiare del ridotto acconto, la cui differenza sarà versata a giugno a saldo, saranno le piccole e medie imprese, le ditte individuali, le società di persone e i liberi professionisti che versano l'imposta sulle persone fisiche; il «popolo delle partite iva», ossia gli artigiani, i commercianti e i professionisti; i lavoratori dipendenti che percepiscono altri redditi, ad esempio, per locazione di seconde case.

    C'è da dire che le imprese hanno già beneficiato lo scorso anno, secondo le disposizioni dell'art. 10 del decreto legge 185/2008, di una riduzione dell'acconto Ires e Irap di tre punti percentuali. Quindi, in definitiva, dopo aver agito a favore delle imprese, con la riduzione anzidetta, e a favore dei disoccupati, con l'estensione della cassa integrazione guadagni anche a contratti di lavoro prima esclusi, il governo con il nuovo provvedimento si rivolge questa volta alle famiglie e alla microimpresa per aumentare la loro disponibilità finanziaria.

    La dilazione dell'acconto stabilita dal Consiglio dei ministri sarà pari a 3,8 miliardi di euro, che saranno coperti in conto cassa dallo scudo fiscale, nel senso che il gettito dato dallo scudo sarà utilizzato in questo frangente per poi essere reintegrato grazie al versamento del saldo dell'imposta Irpef a giugno prossimo. Non è da escludere, comunque, che in quella data si possa ipotizzare un'ulteriore provvedimento volto ad una riduzione effettiva delle imposte o che i tempi siano maturi per il ridimensionamento dell'Irap, come promesso dal governo.

    Con un secondo provvedimento il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che è passato quasi inosservato, per via dell'attenzione che ha accentrato il provvedimento Irpef. Il ddl contiene norme tese a semplificare i rapporti della pubblica amministrazione con i cittadini e le imprese e prevede due importanti deleghe. La prima delega riguarda l'emanazione della «Carta dei doveri delle amministrazioni pubbliche», che - secondo quanto si legge sul sito della Presidenza del Consiglio - renderà più incisivi, per l'azione amministrativa, gli obblighi di trasparenza, buona fede e leale collaborazione. Inoltre, punterà a rendere più ragionevoli i tempi di adozione dei provvedimenti e moltiplicherà le iniziative per consentire ai cittadini l'accesso telematico agli atti della pubblica amministrazione. La seconda delega prevede la raccolta dei capisaldi della disciplina vigente in materia di pubblica amministrazione in un unico grande codice che dovrà essere di facile consultazione e fruibilità.

    Il terzo importante provvedimento approvato dal Consiglio riguarda il riordino degli enti di ricerca. La riforma punta al riconoscimento di un'ampia autonomia statutaria degli enti e di un nuovo sistema di finanziamento che sia legato alla valutazione e al merito. Esso intende, inoltre, costituire un sistema nazionale degli enti di ricerca per favorire la collaborazione e l'integrazione tra strutture complementari e l'incentivazione di una sinergia tra gli enti di ricerca, le università e le imprese, secondo quanto più volte riconosciuto necessario dal ministro della pubblica istruzione Maria Grazia Gelmini.

    November 13

    Evitata la depressione, è possibile un cauto ottimismo

    di Emanuela Melchiorre

    pubbllicato su www.ragionpolitica.it l'11 novembre 2009

    Al termine della riunione alla Banca dei regolamenti internazionali Jean-Claude Trichet, il governatore della Bce, ha affermato che è stata «evitata la depressione nelle economie europee». L'ottimismo di Trichet è in linea con quello espresso in sede internazionale da altri organismi (Commissione europea e Ocse) e dall'ultimo G20 riunitosi lo scorso fine settimana in Scozia. Le politiche del banchiere europeo, che in questi mesi hanno lasciato inalterati i tassi d'interesse di riferimento europei, non hanno inciso negativamente sul costo dei capitali, dei mutui e dei finanziamenti in generale, i quali a loro volta non hanno inasprito i tassi di interesse passivi. Ciò non ha però messo al riparo le aziende da un atteggiamento di credit crunch delle banche, le quali, nonostante siano state finanziate con fondi pubblici e, quindi, con risorse provenienti dall'imposizione fiscale, hanno preferito adottare un sistema eccessivamente prudenziale e restringere i cordoni della borsa, mettendo le imprese di fronte ad un'ulteriore difficoltà, quella del reperimento della liquidità, sia per l'attività circolante, sia soprattutto per il finanziamento di nuovi investimenti.

    Fin qui i fenomeni sono stati simili in tutta l'area dell'euro. Si riscontrano, invece, differenze tra le diverse economie nazionali nella loro capacità di affrontare la crisi economica. È evidente, infatti, che le economie nazionali che in Europa hanno ampliato i servizi finanziari a discapito delle attività tradizionali e manifatturiere (Inghilterra e Irlanda in primis, ma anche Spagna) hanno sofferto di più in termini di decrescita economica.

    L'Italia, che è rimasta fedele alla sua vocazione fortemente manifatturiera, si è distinta per la sua capacità di resistere alle difficoltà, con una disoccupazione inferiore rispetto agli altri grandi paesi europei (Tabella). Le numerosissime piccole imprese italiane, familiari e di piccoli imprenditori, che hanno rifiutato il modello anglosassone di finanziamento dell'attività produttiva con il ricorso alla borsa titoli e che hanno, invece, privilegiato l'autofinanziamento con il reinvestimento nella loro impresa degli utili aziendali, sono quelle che prima delle altre torneranno a crescere nella produzione, nell'export e ricominceranno ad assumere nuovi lavoratori. Alcune di esse lo stanno già facendo e l'interessante inchiesta di Marcello Foa su il Giornale ne racconta l'evoluzione.

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    Ne è persuaso il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che è intervenuto alla rubrica di Maurizio Belpietro di Mattino 5, su Canale 5. Sacconi ha sostenuto che il governo si appresta a «definire nuove misure volte alla protezione del reddito e all'accompagnamento verso attività lavorative e formative». Saranno premiate, quindi, le imprese che hanno preferito mantenere stabile l'occupazione - anche ricorrendo a contratti di solidarietà - e saranno promossi i corsi di formazione. Poiché è salda l'intenzione di tenere fede all'impegno preso nel giugno 2008 di mantenere i saldi di bilancio stabili per tre anni; ogni decisione che il governo assumerà nell'immediato e nel prossimo futuro, sostiene il ministro, sarà subordinata alla valutazione dell'andamento delle entrate, comprese quelle relative allo scudo fiscale dei capitali dall'estero e degli immobili siti fuori dai confini nazionali.

    L'Italia, dopo le previsioni di Bruxelles riviste al rialzo, è stata promossa anche dall'esame del «superindice» Ocse, che ha indicato il nostro paese ai primi posti nella graduatoria europea. In particolare, il Bel Paese si trova al sesto posto della graduatoria delle nazioni più industrializzate, con un evidente sorpasso dell'economia inglese. Il composite leading indicator, (più semplicemente indicato come superindice Ocse), è un indicatore del ciclo economico che punta ad anticiparne l'andamento di sei/nove mesi. In quanto tale è soggetto, quindi, ad un certo margine di incertezza e di errore statistico e rappresenta uno strumento in grado di segnalare più un clima di fiducia, che non una misura esatta dell'andamentodell'economia dell'immediato futuro.

    Segnali di ottimismo provengono anche dalle associazioni degli imprenditori italiane con le quali è in contatto il premier, che hanno manifestato la loro fiducia nel buon operato del governo. L'Istat, da parte sua, ha pubblicato un'indagine dal titolo «Aspetti della vita quotidiana», dalla quale emerge una diminuzione della quota di italiani che ritiene peggiorata la propria situazione economica, mentre sono in ripresa i consumi alimentari. È importante diffidare delle «cassandre» che si esercitano a prevedere solo catastrofi. Ma al tempo stesso anche l'incalzare di troppe dichiarazioni e soprattutto di cifre a favore della ripresa rischiano di rendere diffidenti i lettori. «La virtù sta nel mezzo, tra due vizi opposti, ben lontana da entrambi» diceva Quinto Orazio Flacco. L'invito è, pertanto, quello di un cauto ottimismo, attenuato dalla osservazione attenta dell'andamento dell'economia statunitense, che, oltre ad aver registrato un indice di disoccupazione estremamente elevato (10,2%), ha visto fallire in questi giorni quattro piccole banche e una di grande dimensione, la United Commercial Bank, assorbita dalla East West Bank. Dal canto loro, le borse di tutto il mondo stanno registrando indici positivi non del tutto giustificati, che lasciano presagire il rigonfiamento di nuove bolle speculative, non ultima quella del mercato dell'oro.


    November 09

    Crisi economica mondiale e imposizione fiscale: Usa, Europa e Italia a confronto

    di Emanuela Melchiorre

    Emanuela Melchiorre - Allo stato attuale non vi sono paesi al mondo che non risentano della profonda crisi economica iniziata con lo scoppio della bolla speculativa erroneamente detta dei subprime. Tale denominazione si riferisce particolarmente alla tipologia di mutui a basso livello di garanzia di solvibilità che nel tempo sono stati accordati nel sistema finanziario statunitense. L’elevato numero di contratti non onorati ha ingigantito l’effetto della deflagrazione della bolla speculativa del mercato immobiliare americano, gonfiatasi durante gli anni Novanta e soprattutto durante i primi anni del nuovo Millennio. Tale bolla era evidente e gli effetti della sua esplosione erano largamente prevedibili, ma non sono stati affatto denunciati dagli organi internazionali di controllo e di analisi economica. Il meccanismo delle cartolarizzazioni ha ingigantito gli effetti della crisi del mercato immobiliare americano con ripercussioni mondiali, prima solamente finanziarie e rapidamente in seguito anche economiche.
    Si stima che l’ammontare dei valori speculativi, tra cui i titoli tossici e i derivati vari, si aggiri su cifre da capogiro, che vanno da un minimo di 10 a un massimo di 24 volte il prodotto lordo mondiale. La carta finanziaria non coperta da nuova ricchezza prodotta ammonterebbe, quindi, ad un importo compreso tra i 660.000 miliardi e i 3 milioni di miliardi di dollari. Se volessimo rimanere entro i confini prudenziali della media tra questi due valori, il numero che risulta dal calcolo è sempre di difficile lettura per la quantità dei suoi zeri e pari a 1.100.000.000.000.000 (1.100.000 miliardi di dollari Usa). Ogni caduta degli indici di borsa riduce questa massa di carta, che infine dovrà essere in qualche modo azzerata, altrimenti si avrà una ripresa drogata e quindi precaria.
    La ripresa economica potrà essere vasta e duratura solamente se i governi sapranno agire nell’ambito dell’economia reale e non solamente entro i margini della regolamentazione del mercato finanziario. È questo il momento del coraggio e di scelte politiche lungimiranti, che sappiano individuare gli ostacoli e proporre le strategie per superarli. Il riferimento principale è alla pressione fiscale, che nei maggiori paesi europei è estremamente elevata e di gran lunga più alta di altri paesi Ocse dell’Europa dell’est, degli Stati Uniti, dell’America Centrale e dell’Asia (tabella). 

     

    Ricorre spesso, e di recente con particolare vigore, il proposito del governo italiano, ma anche di altri governi dei grandi paesi europei, di ridurre la pressione fiscale, come via obbligata per avviare un nuovo processo di sviluppo. Sebbene nel breve periodo il debito pubblico sia destinato ad aumentare ad ogni riduzione delle imposte (il debito pubblico Usa nel 2008 era pari al 70% del Pil ed è salito al 90,4% negli ultimi dodici mesi, con la prospettiva di raggiungere il 101% nel 2011; l’Italia si trova oggi con un debito pubblico pari al 113% del Pil, con la prospettiva di salire, secondo le stime di Bruxelles, al 116% nel 2010), la teoria economica e alcuni eventi economici del recente passato insegnano che la riduzione delle entrate tributarie per effetto dell’abbassamento della pressione fiscale è però solamente temporanea. L’aumento della produzione del reddito nazionale, per effetto proprio degli incentivi fiscali e dei contestuali investimenti in infrastrutture e in investimenti reali, fa successivamente aumentare la base imponibile e, quindi, l’ammontare totale delle entrate tributarie. Operazioni di questo genere ricevono maggiore stimolo e si rivelano più efficaci se riguardano la generalità delle imposte sul reddito e sui consumi, poiché oltre gli investimenti e la produzione, stimolerebbero anche la domanda.
    Di tali effetti sono persuasi, tra gli altri, il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, che stanno perseguendo la via delle riduzioni delle imposte rispettivamente in Francia, con la riduzione dell’equivalente francese dell’Irap italiana per 12 miliardi di euro, e in Germania, con un taglio alle imposte per 24 miliardi di euro.
    Bene sarebbe che tale approccio fosse più generale e comune a tutta l’area dell’euro e, ancor più, ai paesi dell’Unione europea, che diverrebbe una regione economica a più alto incentivo all’investimento in tecnologia e in innovazione. In ambito europeo, i paesi che imboccheranno per primi tale via godranno maggiormente dei vantaggi competitivi dati dalla maggiore tempestività dei provvedimenti virtuosi. È chiaro che nei momenti di grave crisi, come quella attuale, anche se sembra che si colgano i primi germogli di crescita, appare più arduo proporre una immediata riduzione delle entrate fiscali. Si tratta tuttavia per l’Europa e per l’Italia, più che per ogni altro paese, di una via obbligata, pena una progressiva loro emarginazione. Occorre, quindi, procedere con discernimento lungo la via della riduzione delle imposte in funzione dell’effetto che tali imposte hanno sulla crescita economica.
    In tal senso, è importante sottolineare il fatto che le imposte sui redditi d’azienda hanno un impatto immediato sulla crescita economica maggiore rispetto a quelle sul reddito da lavoro dipendente, a quelle indirette e a quelle sulla proprietà. Resta comunque indubbio che l’aumento di ognuna delle differenti tipologie di imposte ha effetti depressivi sullo sviluppo economico del paese. Considerando però il lag temporale che intercorre tra il momento in cui si procede alla riduzione delle imposte e il conseguente incremento del reddito prodotto, la riduzione delle imposte dovrebbe procedere cominciando appunto dalla quella sui redditi d’impresa. Giustamente, è allo studio del Governo italiano il programma di riduzione dell’IRAP (l’imposta regionale sulle attività produttive). Si tratta dell’odiosa imposta introdotta dal Governo Prodi con il decreto legislativo 15 dicembre 1997 n.446 e oggetto di controversie e di critiche discusse anche in sede della Commissione europea. Contestualmente però il maggior risparmio aziendale, se così si può dire, dato dalla minore imposizione fiscale dovrebbe essere reinvestito nell’azienda stessa con innovazioni di processo e di prodotto tali da far aumentare la produttività del lavoro impiegato. La defiscalizzazione pertanto dovrebbe essere subordinata a questo comportamento virtuoso dell’imprenditore. La riduzione dell’Irap annunciata in campagna elettorale dal nostro governo e oggetto dell’acceso dibattito politico è orientata a questo scopo. La via prescelta dal governo per giungere in tempi rapidi al taglio dell’Irap è il decreto Ronchi discusso oggi in Senato sulle infrazioni Ue.

    pubblicato su www.litaliano.it l'8 novembre 2009

    November 08

    La scommessa di Putin

    UNA RIPRESA ECONOMICA FONDATA SULL'ENERGIA

    NONOSTANTE LA CRISI ECONOMICA IN CORSO E IL CROLLO DEL PREZZO DEL PETROLIO, IL FUTURO DEL SISTEMA RUSSO PASSA ANCORA ATTRAVERSO IL COMPARTO ENERGETICO

    di Emanuela Melchiorre

     

    Oltre ad aver tolto la libertà, il marxismo ha prodotto la miseria. Merita ricordare che Lenin nel gennaio del 1918 abolì la moneta e impose lo scambio obbligatorio: merce contro merce, prodotto contro prodotto. La malattia e la morte del dittatore permisero alla Russia di avviarsi di nuovo sulla strada dell’avanzamento tanto che nel 1924 ritornò all’economia monetaria con il Rublo d’oro[1]. Nel 1928 Stalin riportò violentemente la Russia al regime comunista, dal quale è risorta con la scomparsa del tetro Leonida Brežnev nel novembre del 1982. Il ritorno della Russia nell’ambito dei paesi democratici è stato molto sofferto, a causa anche delle resistenze degli apparati comunisti nell’economia e dell’impossibilità di smantellare in breve tempo la collettivizzazione di ogni forma di produzione e di scambio. L’Occidente e, in particolare, il Fondo monetario internazionale non hanno aiutato molto la Russia a tornare nell’ambito dell’economia di mercato, ma infine molti progressi sono stati fatti nonostante le resistenze a perpetuare l’assistenzialismo della Grande madre Russia.

     

    Merito del cambiamento va attribuito più che a Michail Gorbaciov e a Boris Nikolaevi El’cin, a Vladimir Putin. Forte della trasformazione avvenuta in seguito alle riforme politiche della Perestrojka di Gorbaciov , e dopo El’cin, il primo Presidente della Russia post-sovietica, con lo scioglimento dell’Unione sovietica e del nuovo assetto federale di cui la Russia si è dotata, Vladimir Putin ha impiegato due mandati presidenziali per porre le basi del suo piano di ricostruzione economica della Russia. Impossibilitato dai dettami della nuova Costituzione, approvata il 12 dicembre 1993, a candidarsi per la terza volta alla carica di presidente della Federazione, ha elaborato lo stratagemma di candidare il suo delfino Dimitri Medvedev al suo posto e da questi farsi nominare primo ministro, al fine di poter continuare nell’opera di ricostruzione intrapresa. Il paese sembrerebbe essere politicamente stabile grazie alla salda alleanza tra Medvedev e Putin[2]. Tuttavia Putin, con l’aggravamento della crisi economica e finanziaria internazionale, si trova ad affrontare molti problemi di carattere economico e sociale (come la diminuzione dei salari reali), che potrebbero minare l’ampio consenso di cui dispone. Al tempo stesso, in Cecenia si sta assistendo ad un processo di pacificazione e di rinascita economica imposto con la forza dal presidente Kadyrov, mentre le altre regioni del Caucaso settentrionale (Inguscezia, Daghestan e Kabardino Balkaria) attraversano un periodo di crescente instabilità politica, che spesso porta a fenomeni di violenza xenofoba[3].

     

    Il piano di Putin si è articolato, dal 2000 fino a prima dell’attuale crisi economica mondiale, fondamentalmente in due fasi. Egli, in primo luogo, ha inteso porre le basi per una solida ricostruzione della crescita economica della Russia, puntando in special modo sulla produzione e sulla commercializzazione di prodotti energetici. Il capitale privato è entrato nelle grandi società prima esclusivamente pubbliche, ma il processo di privatizzazione in Russia assume connotati specifici, poiché la leadership dei più grandi colossi energetici russi e delle grandi società è rimasta nelle mani degli “uomini del presidente”, ossia degli ex colleghi del primo ministro Putin all’epoca della sua militanza nel Kgb, che seguono i dettami della volontà presidenziale.

     

    Al contempo Putin ha operato per ricostruire uno stabile ambiente normativo e legale, cosciente del fatto che un ambiente legale ostile o inaffidabile avrebbe disincentivato l’afflusso di capitali stranieri[4]. Per quanto riguarda questo aspetto la SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero)[5] ritiene che il paese abbia compiuto, negli ultimi anni, progressi nell’adozione di un quadro normativo coerente, soprattutto per uniformare la legislazione regionale a quella federale. Il problema principale, sostiene l’agenzia, è legato all’enforcement di tali provvedimenti. D’altro canto, sempre secondo l’osservatorio geopolitico della società assicurativa, il sistema giudiziario risulta essere ancora fortemente burocratizzato e dotato di limitata indipendenza dal potere politico.

     

    Crisi economica e sostegno all’economia di mercato

    Negli Stati Uniti e nei paesi europei il ruolo dello stato nell’economia tende a rafforzarsi dopo lo scoppio delle bolle speculative e l’esplosione della crisi economica. Per quanto riguarda la Russia questa evoluzione è quanto mai allarmante, per il pericolo di rigurgiti collettivistici. Tuttavia, il governo russo non ha finora proceduto a nazionalizzare di nuovo vasti settori dell’economia. Il più considerevole intervento dello stato negli affari economici, infatti, è stato rivolto all’imprenditoria e al mercato. Si è appreso che gli interventi governativi a sostegno dell’economia russa hanno previsto un pacchetto di misure a sostegno del sistema industriale e finanziario, per oltre 220 miliardi di dollari Usa, ossia pari al 15% del prodotto interno lordo russo. Anche la recente decisione di ridurre le imposte, che all’inizio del 2009 ha portato la tassazione sul reddito di impresa a una forte diminuzione (dal 24% al 20%), e quella sulle piccole imprese (dal 15% al 5%), va nella direzione di facilitare l’imprenditoria privata. Tuttavia, si legge sulla pubblicistica specializzata, soltanto poche imprese possono sperare nell’aiuto dello stato per evitare il fallimento sotto il peso dei debiti e delle pretese avanzate dai creditori stranieri. Le scelte di politica economica del governo russo dovrebbero anche tenere conto delle linee di orientamento convenute in ambito G8/G20, che dovrebbero progressivamente influenzare la “socializzazione” della normativa russa, richiesta al paese per aderire sia all’Omc (Organizzazione mondiale del commercio), sia all’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). D’altro canto lo stesso Putin sembrerebbe essere della stessa opinione, considerando le dichiarazioni che ha fatto in occasione del Forum economico mondiale di Davos (28 gennaio - 1 febbraio 2009), quando invitava a non «ritornare all’isolazionismo e a un immoderato egotismo economico» e, al contrario, a rafforzare la cooperazione economica internazionale, evitando un ritorno allo statalismo e al protezionismo.

     

    Per valutare le ricadute della crisi finanziaria sull’economia russa è opportuno osservare il contesto in cui il paese si trovava quando il crollo dei corsi azionari si è verificato. L’economia russa cresceva a un tasso elevato (l’8% del primo semestre 2008 faceva, infatti, seguito all’8,1% del 2007). Secondo l’istituto ISPI di politica internazionale, l’economia russa presentava evidenti segnali di “surriscaldamento”. L’inflazione in Russia aveva superato il 10% a ottobre 2007 e aveva accelerato fino al 15,1% a maggio e a giugno 2008, mentre a ottobre 2008 era lievemente rallentata al 14,2%. La disoccupazione era declinata dall’8,6% del 2003 al 5,3% di luglio 2008. I salari reali erano cresciuti vistosamente (del 16,2% nel 2007 e ancora del 12,8% nei primi nove mesi del 2008) e avevano raggiunto livelli di crescita nettamente superiori all’aumento della produttività del lavoro, che secondo l’Istituto era del 6% nel 2007 e del 7% nel primo semestre 2008[6]. È presumibile che tali segnali di surriscaldamento fossero dovuti in buona parte all’accresciuta spesa pubblica in preparazione delle elezioni parlamentari e presidenziali del dicembre 2007 e del marzo 2008.

     

    Uno sguardo più ampio porta a valutare l’economia russa nell’arco dell’ultimo decennio (grafico 1). È evidente che i tassi di crescita che il paese ha sperimentato negli anni 2000 siano divenuti solamente un ricordo. Tuttavia, il Fondo monetario internazionale sembra essere piuttosto ottimista e prevede una ripresa della crescita economica nel 2010. Secondo i dati della Banca mondiale, a fronte di una contrazione in tutti i settori economici, quelli che più degli altri hanno accusato valori negativi più alti negli indici di crescita sono stati il manifatturiero e le costruzioni (tabella 1). Si tratta di due settori economici ad alto valore del moltiplicatore keynesiano del reddito. Ciò significa che una contrazione della crescita della produzione in questi due settori si traduce in una più ampia riduzione della crescita in tutto il loro indotto e nei settori a essi collaterali.

     

    Il mercato finanziario e monetario

    La borsa russa ha mostrato il peggiore risultato tra i mercati emergenti (-71% da inizio 2008 a fine novembre 2008) e si è ridotto il peso economico di alcuni oligarchi. Secondo Forbes, il giornale americano che pubblica periodicamente la lista degli uomini più ricchi al mondo, il numero dei miliardari in Russia è passato da 87 all’inizio del 2008 a 32, ossia si è ridotto di circa due terzi. A luglio 2008, ossia prima che scoppiasse la bolla speculativa immobiliare e si innescasse la crisi economica a livello planetario, in una dichiarazione Putin attaccò pubblicamente la società Mechel, una grande azienda siderurgica, criticandone la politica dei prezzi e accusandola di evasione fiscale. Ne è seguito il tracollo delle sue quotazioni sulla borsa di New York (-38% in un solo giorno). Gli investitori fuggirono dal titolo per il timore che si stesse ripetendo il caso della società Yukos, ossia un attacco da parte del governo contro una grande azienda[7]. La vicenda allarmò i cosiddetti oligarchi, che hanno temuto che il governo tornasse a colpire direttamente aziende e patrimoni personali. Per reazione vi è stata la fuga di capitali che si è però fermata negli anni più recenti. Nel 2007, al contrario, ampi capitali russi detenuti all’estero erano stati addirittura rimpatriati mentre a settembre 2008 gli IDE (Investimenti diretti all’estero) che si erano diretti verso l’economia russa avevano raggiunto la cifra di 52 miliardi di dollari (cresciuti del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente)[8]. Ora però con la crisi il deflusso di capitali russi dal paese sembra si sia amplificato.

     

    Comunque, il mercato azionario non è una delle principali fonti di finanziamento per l’economia russa e, conseguentemente, le fluttuazioni hanno avuto un impatto relativo sulle imprese[9]. Il sistema finanziario è estremamente concentrato. I cinque principali istituti, infatti, controllano il 43% delle attività totali, mentre le 24 banche statali detengono circa un terzo delle attività bancarie totali e il 60% dei depositi. Le banche in possesso di istituti stranieri[10] sono 85 e ricoprono un ruolo marginale nel sistema bancario russo.

    Nel corso del 2008, si legge sul rapporto SACE, si è avviato un lento processo di consolidamento a favore degli istituti bancari medio-grandi, mediante numerose fusioni e acquisizioni di piccole banche regionali. L’acuirsi della crisi, secondo gli esperti, potrebbe accelerare questo processo a favore, però, delle banche statali. A seguito della crisi dei mutui, il sistema ha subito una riduzione della liquidità e la Banca centrale russa (Veb Vnesheconombank) ha fornito liquidità alle tre principali banche statali e ad altre 25 banche commerciali. Risultano essere invece maggiormente a rischio le banche private medio-piccole, poichè non godono del sostegno statale e dispongono di minori possibilità di rifinanziamento.

     

    L’esportazione di idrocarburi è stato il motore principale della rinascita economica della Russia. Tuttavia la riduzione dei prezzi degli idrocarburi, con la contrazione dei consumi e dei prestiti ha contribuito a portare l’economia russa in recessione. Per il 2010 si prevede che il PIL torni a crescere anche se ad un tasso decisamente più contenuto rispetto al passato. Fino al 2008 i conti del paese hanno registrato ampi avanzi di bilancio. Per il biennio 2009-10, si prevede che il saldo diventi negativo a causa della riduzione delle entrate legate all’esportazione del petrolio. Il prezzo del petrolio è tornato a crescere anche se a livelli sensibilmente inferiori rispetto all’andamento speculativo della bolla del 2008, che aveva portato il livello del prezzo a 147 dollari dell’11 luglio 2008.

     

    Nel biennio 2009-10, l’inflazione dovrebbe registrare una leggera contrazione rispetto al 2008, rimanendo comunque al di sopra del 10%[11]. L’inflazione comporta una erosione degli stipendi della classe media, che conserva il suo carattere prevalentemente burocratico (circa il 70% svolge la propria attività nel settore pubblico). Nel contesto di un deterioramento delle condizioni di vita, caratterizzato dal ritorno di una forte crescita del tasso di disoccupazione, salito oggi al 9,5 % della popolazione economicamente attiva si fa strada un fenomeno di xenofobia. La questione dell’immigrazione si rivela complessa dal momento che le stime parlano di un afflusso di oltre 25 milioni di immigrati. La distribuzione di lavoratori sul territorio dovrà essere bilanciata in modo da evitare che si amplifichi ulteriormente il divario fra il centro e le regioni periferiche. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, dai 3,5 ai 5 milioni di migranti sono attualmente impiegati sul mercato del lavoro informale, in particolare nel settore agricolo e delle costruzioni. Questi migranti provengono in gran parte dalla Comunità di Stati Indipendenti e dal sudest asiatico.

     

    Per quanto riguarda il commercio internazionale, la bilancia commerciale russa presenta un saldo positivo e crescente dal 2001 a oggi. Le esportazioni russe rappresentano il 2,7% del totale delle esportazioni mondiali e consistono prevalentemente in prodotti energetici, con il 50% delle esportazioni totali russe. Seguono le esportazioni di manufatti per circa il 20%, minerali e metalli per circa l’8%, materie prime agricole e prodotti alimentari per la restante parte. Le merci e i prodotti russi si indirizzano prevalentemente verso i paesi CSI, alla Germania, all’Italia e ai Paesi Bassi e gli Stati Uniti. In Asia le esportazioni sono rivolte soprattutto verso la Cina.

    La Russia è attualmente il maggiore paese produttore di petrolio e di gas naturale, rispettivamente pari a 12,4% e al 21,5% della produzione mondiale. la Russia si colloca anche tra i primi posti per le esportazioni di questi due beni. È seconda dopo l’Arabia saudita nelle esportazioni di petrolio (11,26% delle esportazioni mondiali) ed è il primo paese esportatore di gas naturale (21,3% delle esportazioni mondiali)

     

    Sono stati proprio i prodotti energetici e il loro crescente prezzo sul mercato mondiale per effetto del gioco della speculazione ad aver comportato ampie disponibilità finanziarie che sono state investite in Russia prevalentemente negli settori energetici a discapito però degli altri settori produttivi (industriali e delle costruzioni) che avrebbero invece permesso all’economia russa di affrancarsi dalla dipendenza dalle esportazioni. Il calo della domanda mondiale conseguente all’attuale crisi economica, quindi, ha comportato un impatto sull’economia russa (recessione e disoccupazione) che dovrà essere considerato nella giusta proporzione e che dovrà portare il governo a modificare il modello di crescita fino ad ora seguito. Le scelte di politica economica di contrasto alla crisi dovranno essere di più ampio respiro e volte al rafforzamento dell’economia nei suoi settori principali (agricoltura, industria e costruzioni), e al sostegno della domanda interna. Si tratta di un obbiettivo non facile da raggiungere – considerando che la popolazione russa è di  145 milioni di abitanti, pari alla somma di quella della Francia e della Germania, e una superficie di 17 milioni di kmq, pari al doppio di quella degli Stati Uniti – e comunque non in tempi brevi. Prima che il reddito pro capite russo possa raggiungere il livello del reddito pro capite americano, infatti, utilizzando una nota formula di matematica finanziaria, occorrerà attendere, posto che l’economia russa cresca del 5% l’anno e quella statunitense del 3%, almeno un centinaio di anni. 



    [1] Confrontare Rublo: storia civile e monetaria della Russia da Ivan a Stalin (1991) di Angiolo Forzoni edizione Valerio Levi (Roma)

    [2] Il partito presidenziale Russia Unita controlla infatti i due terzi dei seggi in parlamento. Oltre a Russia Unita, altri tre partiti sono riusciti a superare lo sbarramento proporzionale del 7%: il Partito Comunista, il Partito Liberal-Democratico, entrambi in calo rispetto le precedenti elezioni, e il nuovo partito Russia Giusta.

    [3] Rapporto sul rischio paese dal titolo Russia di Marco Minoretti, a cura dell’Ufficio Studi Economici SACE, aggiornato all’11 marzo 2009

    [4] ISPI Policy Brief n. 132, maggio 2009 dal titolo The Great Transformation: How the Putin Plan Altered Russian Society di Nicolai N. Petro

    [5] Rapporto SACE citato

    [6] ISPI Policy Brief n. 112, dicembre 2008 dal titolo La crisi finanziaria e le prospettive dell’economia russa di Franco Zallio

    [7] ISPI Policy breaf n.112 citata

    [8] Il volume degli investimenti italiani era ancora modesto: secondo i dati ICE-Istat, dal 1991 al primo semestre del 2008 gli investimenti totali dall’Italia sono stati pari a 1,1 miliardi di dollari di cui: 863 milioni di investimenti diretti esteri, 0,1 milioni di investimenti di portafoglio e 256 milioni di altri investimenti. La principale destinazione degli investimenti italiani rimane tutt’ora il settore energetico dove, oltre al tradizionale ruolo dell’ENI, si è affiancata anche l’attività dell’ENEL. Si legge sul rapporto SACE citato che la presenza italiana si sta rafforzando nei settori ad alto contenuto tecnologico, (con Alenia Aeronautica, del Gruppo Finmeccanica) nel settore delle telecomunicazioni (con Artetra, Alenia ed Aermacchi) e nei comparti automobilistico, (FIAT e Iveco), elettrodomestici (Indesit, Candy e Merloni), agroalimentare (Parmalat, Perfetti, Ferrero e Cremonini) e nel settore bancario (Gruppo Intesa SanPaolo e Gruppo Unicredit).

    [9] Rapporto SACE citato

    [10] Come detto in nota 8 le banche italiane che operano nel settore sono: Banca Intesa Sanpaolo (ZAO Banca Intesa, KMB- Bank) e Gruppo Unicredit (International Moscow Bank)

    [11] Rapporto SACE citato

     

     

     

     

     

     

    Pubblicato su

    CHARTA minuta

    nuova serie anno III - N. 18 - settembre/ottobre 2009

    «LA RUSSIA DOPO IL MURO»

    November 05

    Bruxelles rivede al rialzo le previsioni di crescita dell'economia italiana

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 5 novembre 2009

    L'Unione Europea rivede al rialzo le sue stime relative alla crescita dell'economia italiana. In particolare, secondo Bruxelles, dopo il 2009, l'anno orribile per l'economia mondiale, l'Italia tornerà a crescere, nel 2010, dello 0,7%, in linea con la media europea, per poi accelerare nel 2011 con un valore vicino al punto e mezzo percentuale (1,4%). Lo ha detto Joaquin Almunia, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, presentando le previsioni economiche Ue per l'autunno. Gli altri paesi europei torneranno a crescere a ritmi alterni. Della crisi economica, secondo i dati della Commissione, risentiranno in misura minore la Francia e la Germania, che vedranno crescere il loro Pil di un valore superiore al punto percentuale. Il Regno Unito, il paese che più di ogni altro ha risentito in Europa degli effetti dello scoppio della bolla speculativa dei derivati, sembra che ricomincerà a crescere l'anno prossimo. I paesi che saranno ancora in recessione nel 2010 saranno la Grecia, la Spagna e l'Irlanda.

    Ciò che preoccupa maggiormente degli effetti della crisi economica sono i costi sociali che sono stati sostenuti fino ad ora e che ancora dovranno essere sostenuti nel breve periodo. Il riferimento principale è alla disoccupazione, che in Europa ha raggiunto il 9,5%. Anche l'Italia ha risentito dell'aumento della disoccupazione (7,8%), ma in misura minore rispetto agli altri paesi dell'euro-zona. Le previsioni per l'anno che verrà sono di un aumento della disoccupazione fino a raggiungere l'8,7% per quanto riguarda il nostro paese, valore sempre di gran lunga inferiore alla media europea.

    Gli investimenti si sono contratti del 19,8% quest'anno nel Belpaese. Il dato è significativo ma, secondo le stime di Bruxelles, tornerà ad essere positivo (0,9%) nel 2010 e ancor più nel 2011 (4,6%). Ciò significa che gli investimenti in Italia, secondo Bruxelles, saranno maggiori rispetto alla media dell'euro-zona. Il deficit pubblico rimarrà inalterato (5,3%) per l'anno in corso e per il 2010, mentre diminuirà nel 2011 (al 5,1%). I valori percentuali italiani sono anche in questo caso inferiori rispetto alla media europea. La nota dolente rimane sempre il nostro debito pubblico. Infatti, i dati della Commissione evidenziano il fatto che l'elevato valore del 2008 (105,8%) è destinato a crescere entro il 2011 (117,8%), anche se il nostro primato in Europa passerà alla Grecia, la quale nel 2011 avrà raggiunto un livello di gran lunga superiore a quello italiano (135,4%).

    L'Europa è nel complesso, quindi, piuttosto ottimista sulle sorti dell'economia italiana nel prossimo biennio. Ciò non toglie che la via da seguire sia in salita. La questione di fondo è come uscire dal tunnel che l'Italia ha imboccato da decenni: quello della lenta crescita. Infatti, una crescita economica che si aggira intorno al punto percentuale annuo non garantisce la piena sostenibilità dei costi sociali. La via di svolta può essere quella dell'innovazione. O, ancor meglio, è opportuno incentivare e favorire la caratteristica del sistema produttivo occidentale, che lo differenzia nella sostanza dalle economie emergenti asiatiche: l'ideazione.