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    November 30

    IL PIANO UE DA 200 MILIARDI

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 28 novembre 2008

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    La Commissione europea ha annunciato mercoledì 26 novembre il pacchetto da 200 miliardi di euro, pari all'1,5% del Pil dell'Ue a 27 paesi, per affrontare la crisi finanziaria ed economica. Il piano proposto dalla Commissione è finanziato in gran parte dai governi nazionali, mentre una quota minoritaria, pari allo 0,3%, sarà a carico del bilancio dell'Unione e della Banca Europea per gli Investimenti. Se si considera, però, il fatto che il bilancio comunitario è comunque finanziato dalle imposte nazionali, si può concludere che l'intero piano sia a carico delle risorse finanziarie dei singoli paesi. Costituisce in ogni caso un piano di sostegno piuttosto deludente, nonostante le parole di José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, che lo ha definito «una risposta senza precedenti a una crisi senza precedenti». La risposta sembra infatti inadeguata alla gravità della crisi e la cifra cui i governi potranno attingere non appare confrontabile con quella degli Stati Uniti, che hanno già stanziato 1.500 miliardi di dollari, tra il Piano Paulson di 700 miliardi e i successivi interventi straordinari di 800 miliardi. Sembra che in questa occasione la Commissione abbia invece partorito un topolino per fare fronte ad una crisi finanziaria di dimensioni elefantiache.

    Inoltre, occorre considerare che l'ammontare complessivo non sarà raccolto in modo uniforme, ma sarà versato dai governi nazionali in proporzione alle differenti economie. Nell'Unione a 27 paesi, quelli più grandi in termini economici sono Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna (che messi insieme concentrano più del 70% del Pil, espresso a parità di potere di acquisto). Pertanto, il finanziamento del piano sarà a carico prevalentemente di questi paesi. Non è ancora del tutto chiaro quale criterio, invece, seguirà la ripartizione delle risorse raccolte, ma è presumibile pensare che verranno ripartite in relazione alle esigenze delle economie, nel senso che le economie di recente ingresso e in ritardo economico, come i paesi dell'Europa dell'Est, riceveranno una quota di aiuti maggiore rispetto a quella ricevuta dai paesi maggiormente finanziatori. Pertanto, durante l'attuale crisi finanziaria che non risparmia nessuno, da Est a Ovest, in seno all'Ue ci si pone comunque la questione di ripartire le risorse che ancora non sono state prodotte, il cui prelievo, data la recessione, può risultare pesante.

    Per quanto riguarda la «flessibilità» del Patto di Stabilità, ovvero i livelli massimi del rapporto deficit/Pil e del rapporto debito/Pil che i paesi membri non dovranno superare, è stato dichiarato che saranno sfruttati i margini di flessibilità previsti dal Patto, che equivalgono a una variazione  più simbolica che effettiva e che non saranno congelate le regole europee, come ha sostenuto il commissario europeo agli Affari economici e monetari Joaquin Almunia, come invece avevano auspicato il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkosy. Si fanno scongiuri per evitare una lunga recessione con il pericolo di cadere nella depressione e i commissari europei continuano a perseguire una politica deflazionistica.

    Per fare fronte a una crisi generalizzata di colossali dimensioni le politiche di sostegno e di intervento dovrebbero considerare gli effetti di breve periodo e gli effetti di medio-lungo periodo. Va da sé che ogni incentivo al consumo immediato sia una politica che ha effetti immediati anche se non duraturi. Viceversa, politiche di sostegno agli investimenti e quindi all'occupazione hanno respiro più ampio ed effetti duraturi, ma richiedono un lag temporale per il loro espletamento, che al momento attuale costituisce più un lusso che non una scelta. Nel senso che occorre agire nell'immediato, ma anche contemporaneamente porre le basi per le politiche pluriennali. Trascurare il breve periodo significa compromettere gli effetti di medio periodo.

    Riguardo l'incentivo ai consumi e alla domanda immediata, Bruxelles propone la riduzione dei tassi Iva, limitatamente però ai «prodotti verdi» e ai servizi per il settore delle costruzioni. In precedenza aveva proposto riduzioni permanenti per i servizi ad alta intensità di lavoro e, su tale proposta, la Ue dovrebbe decidere entro primavera, termine che comunque è piuttosto lontano nel tempo. Quanto all'idea di una riduzione generalizzata temporanea dell'Iva, come quella decisa a Londra dal primo ministro Gordon Brown, Bruxelles indica che, per dare un impulso fiscale al sostegno dei consumi, può essere introdotta rapidamente una riduzione temporanea delle aliquote standard. Ci si deve augurare che tali concessioni siano sufficienti per il sostegno alla domanda, poiché non sembra che ci siano state altre proposte, né in seno all'Ue, né a livello nazionale, social card a parte, per aiutare i consumi.

    Il piano Ue prevede che ogni paese possa ottenere l'autorizzazione per facilitare l'accesso delle imprese al capitale attraverso garanzie e prestiti per investimenti, mentre sono esclusi interventi pubblici diretti a sostegno delle imprese in difficoltà. Inoltre, sono ammessi sostegni nell'ambito della ricerca, dell'innovazione, della protezione ambientale, delle tecnologie pulite, dei trasporti e nell'ambito dell'energia. Oltre al fatto che non sia stato fatto alcun accenno all'energia atomica, unica fonte realmente alternativa al petrolio, occorre considerare anche che investire in ricerca e innovazione è sempre una politica desiderabile, ma più tipica di periodi di «vacche grasse» piuttosto che di crisi e di redistribuzione di scarse risorse.

    Nel complesso la Commissione di Bruxelles spende, come di consueto, molte parole e nei fatti rimanda le attese alle possibilità della Banca europea per gli Investimenti, che non sono illimitate e che ha previsto un intervento totale di 15,6 miliardi, sia nel 2009 sia nel 2010, prevalentemente destinati alle piccole e medie imprese. Inoltre, gli interventi in sede comunitaria corrono il rischio di subire i soliti ritardi burocratici. C'è da sperare che qualche miglioramento sia possibile quando il piano sarà sottoposto al giudizio dell'Ecofin, il consiglio dei ministri dell'economia e delle finanze dei paesi membri, di  martedì prossimo e poi, tra due settimane, a quello dei capi di stato e di governo.

    November 25

    La Casa Bianca interviene a favore di Citigroup

    di Emanuela Melchiorre

    www.ragionpolitica.it

      
    martedì 25 novembre 2008

    L'americana Citigroup Inc. è la più grande azienda di servizi finanziari del mondo. Nacque il 7 aprile 1998 dalla fusione tra la Citicorp e la Travelers Group e, come tutte le grandi banche, ha combinato in grande misura i servizi bancari con quelli assicurativi e ha operato con titoli ad alto rischio. I suoi asset sono stimati in 300 miliardi di dollari e ha 200 milioni di clienti in più di 100 paesi.

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    La storia della Citigroup è travagliata, poiché è costellata di diversi scandali finanziari. Il più noto fu quello relativo alla Enron Corp., una delle più grandi multinazionali statunitensi operanti nel campo dell'energia, fallita nel 2002 a causa delle speculazioni fatte durante l'amministrazione Clinton. Altri investimenti finanziari non andati a buon fine hanno caratterizzato l'operato della Citi, sia in Europa sia in Giappone. Si trova oggi estremamente esposta a causa di scelte strategiche sbagliate con l'acquisto di asset «tossici», che hanno comportato perdite per 20 miliardi di dollari in quattro mesi. Nel quarto trimestre 2007 la banca contava 375 mila dipendenti, che poi si sono ridotti a 340 mila. L'amministratore delegato Vikram Pandit ha annunciato il taglio di oltre 50 mila posti di lavoro. I nuovi licenziamenti dovrebbero partire in tempi relativamente stretti e proseguire nei prossimi mesi.

    Dopo il salvataggio delle due sorelle F&F e del gigante assicurativo Aig, l'amministrazione Bush percorre ancora una volta la via del sostegno al sistema bancario americano, stanziando ora a favore della Citigroup 300 miliardi di dollari in garanzie e 20 miliardi di dollari come nuovo capitale dell'istituto, senza però che con tale partecipazione pubblica si superi il 7,8% del capitale totale dell'azienda. I nuovi capitali saranno elargiti dal Tesoro, per i primi 5 miliardi, e per i restanti 15 dalla Federal Reserve e dalla Federal Deposit Insurance Corporation, l'agenzia federale americana per l'assicurazione dei depositi. Tali nuovi capitali si sommano ai precedenti 25 miliardi già elargiti dal fondo speciale di 700 miliardi di dollari del piano Paulson. Il governo riceverà in cambio azioni privilegiate per 27 miliardi di dollari, con un rendimento dell'8%, e 2,7 miliardi di warrant, ossia di diritti ad acquisire titoli in futuro. Il piano di salvataggio prevede che su asset tossici per un ammontare di 306 miliardi di dollari, in gran parte collegati ai mutui subprime, la Citigroup debba sostenere i primi 29 miliardi di perdite. Le restanti perdite saranno a carico delle autorità citate per il 90%. La banca dovrà, invece, rispondere per il restante 10% del passivo.

    Così come avvenne durante il periodo del New Deal di Roosevel, i provvedimenti posti fin'ora in essere dagli Stati Uniti sono finalizzati al sostegno del sistema bancario per impedire il fallimento delle banche e quindi la mancanza di credito per le imprese e le famiglie. Tra l'altro, le imprese non potrebbero pagare i propri dipendenti. L'intero sistema economico si avviterebbe su se stesso a causa del crollo della domanda, in termini di consumo e in termini di investimenti, coinvolgendo l'offerta di beni e servizi. Con la crisi odierna quanto detto a proposito degli Usa vale per tutti i paesi economicamente avanzati, con la conseguenza del collasso planetario dell'economia.

    È pertanto essenziale oggi continuare a sostenere con ogni mezzo il sistema bancario non solo americano. Tutti i paesi, Italia compresa, hanno già preso le prime misure per garantire il credito alle imprese. Occorre però che queste politiche di intervento siano coordinate a livello internazionale e, per quanto più ci riguarda, a livello europeo. È un obbiettivo necessario che purtroppo al momento sembra lungi dall'essere raggiunto, stando almeno alle recenti dichiarazioni del cancelliere tedesco Angela Merkel, che si mostra ancora del tutto contraria alla costituzione di un fondo europeo di garanzia.

    Non ci si deve stancare di ripetere che la crisi finanziaria ed economica attuale ha avuto origine durante l'Amministrazione Clinton in cui si diffuse la new economy e con essa l'atteggiamento al facile accesso alla speculazione di borsa considerato una via rapida per arricchirsi senza produrre alcun che. Ci furono persone che investirono in borsa la propria liquidazione di una vita di lavoro e che persero ogni loro risparmio. Anche oggi i risparmi risultano essere molto assottigliati, se non del tutto assenti.

    Accanto al sostegno finanziario è opportuno quindi agire sull'economia reale, con interventi mirati a sostenere sia la domanda, sia l'offerta. Il mix di politiche economiche che sono più efficaci nei momenti di crisi è quello assunto dal Keynes, che ha teorizzato le politiche economiche poste in essere dal presidente Roosevelt durante il suo New Deal a far data dal 1933, i cui primi effetti nell'economia si cominciarono a vedere non prima del 1934. Anche nella situazione contingente la politica più opportuna risulta essere, ancora una volta, l'intervento con investimenti pubblici finalizzati ad aumentare il reddito e l'occupazione, passando anche attraverso la riduzione della pressione fiscale, che é nel programma di Barak Obama. Questa riduzione è ancora più necessaria in Europa tutta, dal Nord al Sud, perché è la più alta in assoluto tra i paesi economicamente avanzati.

    November 18

    IL VERTICE DEI VENTI

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 17 novembre 2008

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    Durante la giornata di sabato scorso, 15 novembre del 2008, si è tenuto a Washington il vertice dei Venti formato dai paesi del G7, più tredici paesi emergenti tra cui Brasile, Cina, India e Russia. Nell'insieme, questo gruppo di paesi produce l'80% circa del Pil mondiale. L'incontro è servito per individuare le linee guida delle politiche d'intervento nell'economia necessarie per poter uscire dalla crisi finanziaria ed economica che attanaglia l'intero pianeta, con forte rischio di depressione e non soltanto di recessione.

    In estrema sintesi, le linee guida che sono emerse dal vertice sono di quattro diversi ordini:

    a) si impone la necessità di una cooperazione internazionale e non di interventi singoli e disordinati. In particolare, è di estrema importanza evitare le spinte protezionistiche. A tal proposito è utile chiudere gli annosi negoziati del Doha Round iniziati nel novembre del 2001 e raggiungere un accordo entro un anno;

    b) è urgente impegnarsi per una maggiore sorveglianza sui mercati finanziari internazionali, che garantisca una maggiore trasparenza e una migliore regolamentazione; a tal fine occorre rivedere il ruolo del Fondo monetario internazionale e del Financial Stability Forum per riportare la finanza nell'alveo della politica economica di crescita sana, vale a dire imporre, come accadeva una volta, il primato della politica;

    c) le strutture stesse nate dagli accordi di Bretton Woods dovranno essere riviste: sia il Fondo monetario internazionale sia la Banca mondiale dovranno avere al loro interno una maggiore rappresentatività dei paesi di nuova industrializzazione;

    d) occorre sostenere le famiglie e le imprese con politiche fiscali e con investimenti.

    È stato messo in agenda un nuovo incontro, entro il 30 aprile del prossimo anno, al fine di verificare la messa in atto delle iniziative concordate.  A questo secondo vertice, che si svolgerà probabilmente a Londra o a Tokyo, seguirà un terzo che, secondo quanto ha affermato il presidente francese Sarkozy, si svolgerà in Italia.

    Il governo italiano ha risposto prontamente alla richiesta del G20 di predisporre piani nazionali di intervento e di sostegno in tutti i venti paesi partecipanti. Ha, infatti, predisposto, secondo quanto dichiarato in sede del vertice stesso dal presidente Berlusconi e dal ministro Tremonti, un piano di sostegno e di investimenti pubblici in tre anni per 80 miliardi di euro, pari a cinque punti percentuali del Pil italiano. Venerdì prossimo si terrà a tal proposito una riunione del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) con l'intento di avviare interventi per 16 miliardi di euro in infrastrutture. Di questi, 12miliardi saranno destinati a investimenti pubblici, altri quattro saranno raccolti mediante il concorso dei privati, attraverso il metodo della finanza di progetto (project financing). Il governo punta, inoltre, a un accordo con le società autostradali per modernizzare la rete con interventi per circa 10 miliardi di euro. I finanziamenti per gli investimenti sulla rete stradale saranno reperiti con la rimodulazione delle tariffe autostradali.

    Il governo, inoltre, sbloccherà risorse finanziarie di origine europea accantonate per 40 miliardi, che andranno soprattutto alla ricerca, allo sviluppo, agli incentivi per le energie rinnovabili e per la riconversione delle aree ex industrializzate. Dei 14 miliardi che restano dal computo degli 80 miliardi totali, una buona parte saranno accantonati per fare fronte alla probabile stretta nel credito alle imprese da parte delle banche (il c.d. credit crunch). Il governo intende incoraggiare il settore finanziario ad accordare crediti alle imprese con misure sulla falsa riga delle garanzie sulle obbligazioni, previste dai decreti del mese scorso.

    A favore dei redditi, infine, non si punta più sullo sgravio fiscale delle tredicesime. L'esecutivo intende puntare tutto sulla proroga ed eventuale estensione della detassazione degli straordinari e dei premi aziendali, che costituisce un modo per sostenere i redditi e la produttività. Gli ammortizzatori sociali giocheranno un ruolo importante, poiché la crisi non potrà non avere effetti sull'occupazione. Il piano prevede, infine, misure destinate ai soggetti economicamente più deboli, tra cui i pensionati a basso reddito. Tra queste misure rientra, ad esempio, la carta di credito sociale. Nei piani del governo c'è poi la possibilità concreta di finanziare il piano casa, facendo intervenire la Cassa depositi e prestiti.

    Sicuramente le misure che i governi del gruppo dei venti prenderanno nel concreto andranno incontro a molte critiche, soprattutto per evidenziare l'opportunità di una defiscalizzazione generalizzata, e non mancheranno difficoltà oggettive e politiche nell'attuazione degli interventi singoli. Va però precisato che oggi non serve tanto la meticolosità del farmacista, quanto la politica di intervento in se stessa, che, invece, mancò del tutto durante la lunga e profonda crisi del 1929-1932, prolungando e aggravandone gli effetti. La crisi odierna ha riscoperto per fortuna la necessità in un libero mercato operante nell'alveo della politica economica di regolamento e di intervento.

    November 12

    IL PREZZO DEL PETROLIO è DESTINATO A SCENDERE

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 novembre 2008

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    L'euforia e l'entusiasmo per l'elezione del primo presidente afroamericano alla Casa Bianca hanno lasciato presto il posto alle considerazioni di carattere economico, che in questi mesi assillano tutti, dai policy makers all'uomo della strada. Le borse, dopo una prima settimana di saldi positivi in prossimità dell'esito delle elezioni, hanno ricominciato rovinosamente a calare, con andamenti degni della Grande Depressione del '29, ossia altalenanti: dopo una forte caduta si assiste a rialzi anch'essi di natura speculativa. La ventata di ottimismo e di cambiamento portata dalle elezioni americane contrasta però con le scelte che il neoeletto, Barack Obama, sta prendendo riguardo lo staff di consulenti e di collaboratori, almeno in relazione a quelli economici, che dovranno lavorare al suo fianco da gennaio del 2009, dopo il Discorso sullo Stato dell'Unione, che sancirà l'inizio della nuova presidenza. È necessario che gli interventi governativi a favore delle banche e delle imprese siano seguiti da misure tendenti a disciplinare la borsa valori e la borsa merci, in modo tale che la speculazione selvaggia non abbia più luogo. Invece gli uomini che il giovane presidente eletto sembra preferire appartengono alla sfera clintoniana, ovvero alla vecchia guardia di dirigenti e consulenti che hanno sostenuto il presidente Clinton durante la sua amministrazione e che hanno favorito, anzi lodato come rivoluzionaria, la new economy, che, insieme a una deregulation selvaggia, è all'origine dell'attuale crisi finanziaria.

    Una nuova disciplina, invece, s'impone in primo luogo per le operazioni allo scoperto, impedendole non solo temporaneamente ma permanentemente. La nuova disciplina dovrà riguardare anche le contrattazioni tramite i noti futures, che sono operazioni di mero rischio per cifre sempre imponenti e che in generale riguardano le materie prime, compreso il petrolio e i principali generi alimentari, tra cui, in particolare, frumento, mais e soia. Limitatamente al petrolio, i futures sono strumenti di scommessa meramente finanziaria, che date le cifre in gioco influenzano e in molti casi determinano l'andamento dei prezzi. Dopo lo scoppio della bolla speculativa di borsa, gonfiata a dismisura dai guru della new economy, la speculazione, come più volte sottolineato su queste pagine, ha attaccato il settore immobiliare, facendo crescere ogni anno i prezzi delle abitazioni. È ormai noto come, tramite la cartolarizzazione dei mutui concessi dalle banche, compresi i mutui subprime, e trasformati in titoli speculativi, la bolla si sia gonfiata  fino a scoppiare. È stato sufficiente, infine, il pericolo incombente di un rallentamento della crescita economica dei principali paesi per innescare la bolla sulle materie prime e, in particolare, sui prodotti alimentari di base e sul petrolio e sui suoi derivati.

    Anche questa ennesima bolla non poteva non scoppiare, con la conseguenza di un vistoso calo del prezzo del petrolio, che, astraendo da fiammate speculative, è sceso dai 147 dollari dell'11 luglio scorso a circa 100 dollari negli ultimi giorni di settembre, fino ad arrivare circa a 64 in questi primi giorni di novembre. Il prezzo dovrà ulteriormente calare, perché la crisi finanziaria ha prodotto un forte rallentamento della crescita economica a livello internazionale. Un rallentamento che le ultime stime danno per certo per l'anno in corso, con prospettive pessimistiche per l'immediato futuro. È molto probabile, infatti, che anche l'anno prossimo sia una stagione più che deludente per l'accrescimento del reddito e dell'occupazione. Nonostante le vaste misure prese in tutti i paesi, il pericolo della depressione economica, ben più grave di quello di una recessione, non è fugato. Rientrava nell'ordine naturale delle cose che il prezzo del greggio dovesse calare sotto i 100 dollari al barile; esso si posizionerà presto su un livello compatibile con il deprezzamento del dollaro. Se la nuova amministrazione americana dovesse regolamentare rigidamente i futures, imponendo ad esempio un forte deposito previo nelle contrattazioni, il petrolio cosiddetto «finanziario» non potrebbe trascinare e alla fine anche determinare il prezzo del greggio, che dovrebbe risentire soltanto del gioco della domanda e dell'offerta.

    Altre considerazioni possono essere fatte riguardo la reazione della domanda, che oggi stimola la ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare, che sono a medio termine. A breve termine, invece, dovrebbe giocare un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati e che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del prossimo anno. In particolare, oltre alle autorizzazioni a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin dal marzo 2009 l'area brasiliana della Baia di Santos, con centomila barili al giorno e con 3,5 milioni di metri cubi di gas. Grazie a tale giacimento, dal prossimo anno il Brasile diventerà esportatore netto di petrolio per assidersi nel giro di pochi anni al livello dei più grandi esportatori di idrocarburi, disponendo di giacimenti stimati in oltre 60  miliardi di barili equivalenti di petrolio, pari a circa tutte le riserve del sottosuolo russo.

    La crisi odierna è un momento importante anche per l'Opec, che dovrebbe comprendere che la corsa al rialzo del prezzo del greggio, attuata con tagli alla produzione, è una specie di suicidio annunciato, perché il petrolio caro non può non portare al potenziamento del nucleare, alla diffusione dei rigassificatori, allo sfruttamento dell'energia geotermica e al risparmio di petrolio.