Emanuela's profileGEOPOLITICA - Il Blog d...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
November 25 Le libertà perdutedi Emanuela Melchiorre - 24 novembre 2007 Da molti anni sembra essersi affievolita la reazione al regime fascista che, unitamente ad altri fattori positivi, ha ispirato, nell'immediato dopoguerra, alcuni principi fondamentali posti a base della carta costituzionale. Non tutti gli istituti nati su quell'onda emotiva, però, si sono dimostrati nel tempo interamente positivi. Gli esempi più evidenti di una reazione esagerata all'odiato regime fascista sono un parlamento costituito da due camere con identiche funzioni e composte da troppi membri, produttore di innumerevoli leggi e di spese illimitate; un presidente del consiglio dai poteri limitati e un governo caduco e privo del pieno controllo delle spese pubbliche; un potere oltremodo frammentato fra governo, regioni, province e comuni; una magistratura completamente autonoma e spesso in contrasto con il governo; un'originaria legge elettorale proporzionale pura. Effetti certamente positivi ha prodotto, invece, la riaffermazione di alcune libertà fondamentali. Si tratta, fra le più importanti, delle libertà economica, di pensiero e di parola, di informazione, di circolazione, della tutela della proprietà e della sfera privata, dell'inviolabilità del domicilio. Tali diritti, riaffermati dalla Costituzione, avevano restituito al cittadino una sensazione di generale libertà e posto giusti limiti alla tentazione dello stato di sacrificare la dignità dei singoli. Sennonché, lentamente, e quasi impercettibilmente, è iniziato, ad un certo momento, un processo contrario, che, limitando progressivamente le libertà riconosciute come sacre e inviolabili, sta sempre più riaffermando una preponderanza delle esigenze dello stato, che di fatto restringono il campo delle libertà costituzionali. Prima fra tutte le limitazioni è la crescente pressione fiscale, che tende inesorabilmente a superare la metà del reddito prodotto, se è vero che lo stato incassa attualmente il 43,1% del Pil e che stima intorno ad un ulteriore 25% la quota che ne dovrebbe ancora prelevare, perché frutto di evasione fiscale secondo le leggi attuali. A fianco di questa macroscopica limitazione dell'attività economica dei cittadini, un processo più capillare di compressione delle scelte si è sviluppato in modo sempre più intollerabile. Già la riforma sanitaria, iniziata negli anni Settanta, che pure ha esteso il diritto alla salute a tutti i cittadini, ha comportato, con l'obbligo di scegliere il medico di base solo nell'ambito del luogo di residenza, una prima obbiettiva difficoltà a curarsi per chi abiti provvisoriamente, per necessità familiari o per motivi privati, fuori sede. Le varie riforme scolastiche successive al ‘68, privilegiando la scuola pubblica a discapito dell'insegnamento privato, hanno creato di fatto una sorta di monopolio, di sclerosi e di decadimento della cultura. Rotti gli argini del rispetto della libertà di scelta dell'individuo, una serie continua di norme specifiche ha contribuito a limitare, con crescente accanimento, l'ambito di autonomia dei singoli, con lo scopo prevalente, anche se non sempre dichiarato, di sottrarre ad essi quote crescenti di disponibilità finanziarie, da consegnare ad uno stato sempre più inefficiente e spendaccione. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Basti ricordare le continue limitazioni alla libertà di circolazione nel territorio nazionale poste dai pedaggi per l'ingresso nelle autostrade, dalle zone a traffico limitato nei centri cittadini, dalle strisce blu, che creano aree di sosta riservata o a pagamento, dai tickets stabiliti per l'ingresso delle autovetture in alcune città. Si può aggiungere il peso crescente dei numerosi provvedimenti che, in contrasto con la tanto decantata tutela della privacy, garantito dall'articolo 13 C., hanno consentito di tappezzare di autovelox le strade nazionali, di installare videocamere su migliaia di semafori e per delimitare le zone a traffico limitato. Si può citare il timore diffuso di parlare in libertà con familiari, parenti o amici al telefono o anche nel proprio ufficio o domicilio, perché forte è il rischio di intercettazioni telefoniche o ambientali, limitatrici della libertà di comunicazione. Crescenti sono anche i limiti alla libertà di informazione, di cui all'art. 21 C., posti dalle ricorrenti minacce di sanzioni ai giornalisti che violino il segreto istruttorio, e dai divieti posti ad alcuni di essi di partecipare a trasmissioni televisive, o dagli ostacoli ai politici di svolgere libera propaganda elettorale, per rispetto del principio illiberale della par condicio. Pesanti stanno diventando anche i limiti all'attività economica posti con l'obbligo agli istituti di credito di comunicare all'amministrazione finanziaria i movimenti contabili dei loro clienti, con gli obblighi di emettere assegni non trasferibili e con i divieti di effettuare in contanti numerosi pagamenti. Grave appare, d'altra parte, l'attentato alla proprietà privata ed alla inviolabilità del domicilio da parte di alcune sentenze della magistratura, che affermano che le occupazioni di immobili da parte di persone in stato di bisogno non costituisce più reato. Esagerata è, infine, l'ordinanza del comune di Napoli (!) che vieta di fumare anche nei parchi pubblici, all'aria aperta, considerando ciò una minaccia all'igiene ambientale. Purtroppo esistono numerose persone che non si accorgono ancora che tale processo di privazione delle libertà sta dilagando o che lo giustificano troppo facilmente con la necessità di difendere il bene comune. Ma è importante rimarcare con forza il fatto che le eccessive privazioni delle libertà personali a causa della ragion di stato hanno spesso costituito la premessa per la rinascita di uno stato autoritario. Emanuela Melchiorre November 24 DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE
ECCO IL NUOVO FORUM DI DISCUSSIONE SULL'ATTUALITA', L'ECONOMIA, LA POLITICA, L'EUROPA, L'ENERGIA, LA PRESSIONE FISCALE, IL GOVERNO... E CHI PIU' NE HA PIU' NE METTA.
Qui potrete discutere degli argomenti che vi sono a cuore in piena libertà. Inoltre, gli interventi e gli articoli più interessanti saranno pubblicati in home page del Blog di Emanuela Melchiorre (che sarei io.... :o) ... ) A presto EM DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE November 20 La sfida del governo che verràdi Emanuela Melchiorre - 20 novembre 2007 Nello splendido scenario di piazza della Minerva a Roma, è stato presentato nella scorsa settimana il libro di Giancarlo Morcaldo, Dirigente superiore della Banca d'Italia, alto consulente del Governatore, dal titolo Intervento pubblico e crescita economica: un equilibrio da ricostituire. Il volume contiene un'esauriente panoramica dello scenario economico italiano degli ultimi cinquant'anni, e ha messo in luce pregi e difetti delle politiche economiche poste in essere dai governi che si sono succeduti. L'autore ha inoltre rilevato come molti mali dell'Italia risalgano addirittura agli anni Settanta, come se il passaggio della generazione della ricostruzione dopo la 2a Guerra Mondiale alla nuova abbia evidenziato la mancanza di uomini e di idee. In altri termini, sono state abbandonate le politiche dell'offerta e si sono seguite quelle della domanda. Si è pensato, cioè, alla distribuzione del reddito senza curarne la produzione. Il libro è stato presentato Giulio Andreotti e da Antonio Marzano, attuale presidente del CNEL. Il dibattito ha messo in evidenza lo scarso ricorso dell'attuale governo alle spese pubbliche per investimenti, spese propulsive di sviluppo e di crescita e l'eccessivo ricorso alle spese correnti, infruttuose da un punto di vista della crescita economica e principale causa della lievitazione del debito pubblico. In particolare la discussione ha toccato temi teorici, quali la politica della spesa pubblica secondo la teoria keynesiana. Da anni ormai impieghiamo poco più dell'1% delle nostre risorse nazionali nelle spese per la ricerca e lo sviluppo, tanto da essere appena al venticinquesimo posto nella graduatoria dei paesi Ocse. Lo scarso impegno dell'Italia nell'ambito degli investimenti in R&S non è una questione dell'ultimo quinquennio, ma risale ad alcuni decenni fa, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell'industria. Si può indicare, al riguardo, una tendenza al minor incremento della produttività in relazione sia al rallentamento dell'economia fin dall'inizio degli anni Ottanta, sia alle regole del Trattato di Maastricht che hanno costretto i vari paesi dell'Unione a politiche di contenimento delle spese pubbliche in conto capitale e l'incapacità a contenere le spese correnti. Dalla metà degli anni Novanta, a fronte di un più ampio ricorso in termini di qualità e quantità di lavoro e capitale, non si sarebbero inoltre accompagnati avanzamenti significativi nel contesto esterno (il c.d. ambiente imprenditoriale) e negli assetti organizzativi delle imprese (le c.d. innovazioni di processo). Ne è derivato un aumento della X-inefficiency, cioè della distanza delle nostre imprese dalla frontiera dell'efficienza produttiva. Rispetto ai principali paesi dell'Unione europea, inoltre, i livelli retributivi in Italia sono i più bassi. Secondo i dati dell'Eurostat, la retribuzione media oraria è di un valore inferiore del 30-40% ai valori di Francia, Germania e Regno Unito, mentre il tasso di occupazione italiano è il più basso rispetto ai maggiori paesi europei, Spagna compresa (Grafico).
Riguardo alla produttività del lavoro, lancia l'allarme anche l'Unione europea, che individua in Italia e in Spagna i fanalini di coda dell'Europa dei grandi. È quanto afferma il Rapporto 2007 sull'economia dell'Unione del commissario agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia. Di questo aspetto se ne accorge anche il nostro strabiliante ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, il quale constata, dopo un anno e mezzo di governo, che il principale ostacolo alla crescita economica italiana è l'insufficiente capacità della nazione di essere «competitiva in termini di produttività». C'è da chiedersi come potrebbe essere diversamente se fino ad ora il governo ha inanellato misure, come l'aumento delle imposte e il rinvio dei lavori pubblici, capaci soltanto di ridurre gli investimenti e di spingere i capitali a uscire dall'Italia. La legge finanziaria, che ha superato l'approvazione al Senato ed ora attende il giudizio della Camera, è ricca di stravaganti rivoli finanziari, finalizzati alla sovvenzione di altrettanto stravaganti spese. Fa specie il finanziamento per le famiglie che iscrivono il figlio, magari «bamboccione», in palestra o che intendono acquistare il frigorifero, usufruendo della rottamazione caldeggiata dal governo. Con simili rimedi non sembra possibile che l'attuale governo possa fare fronte al nostro ritardo tecnologico e produttivo. Non resta che augurarci che la conclusione di questa legislatura arrivi presto e che il futuro governo, auspicabile per la prossima primavera, si prenda carico delle difficoltà che l'Italia presenta nel sostenere la concorrenza internazionale. Emanuela Melchiorre November 06 CREDITO AL CONSUMO E PRESTITI IMMOBILIARIAumento notevole dei debiti degli italiani. Circa metà del loro reddito disponibile è destinato al pagamento dei propri debiti La crescita degli impegni finanziari degli italiani pone l’interrogativo sulla loro sostenibilità
Di Emanuela Melchiorre
La crisi finanziaria che nel mese di agosto ha tormentato i listini di tutte le borse mondiali, da quella statunitense a quelle europee a quelle asiatiche, costringe ad attente riflessioni su quanto sia successo, sui meccanismi di trasmissione della crisi, sui ruoli della politica in generale e della politica monetaria in particolare, che in Europa, come negli Stati Uniti, è portata avanti dalle banche centrali, la Federal Riserve e la Banca centrale europea. Ma se gli Stati Uniti hanno voluto comunque mantenere un sano collegamento tra politiche monetarie in senso stretto e politiche di crescita economica in senso più ampio, inserendo nello statuto della Fed l’obbiettivo della stabilità monetaria in relazione alla crescita economica e dell’occupazione, in Europa tale approccio non è stato considerato. Al contrario la Bce considera come suo unico obbiettivo la lotta all’inflazione, senza porre la dovuta attenzione alla crescita economica dell’euro-zona. Quest’ultima, secondo parola del trattato sarà perseguita rispettando i soli parametri, stabiliti a tavolino, del deficit e del debito, asettici e irrispettosi dell’andamento ciclico delle economie mature.
Non stupiscono pertanto le provocazioni del presidente francese Nicolas Sarkozy il quale, rivolto al governatore della Bce, tal Trichet, ha sostenuto che «nutrire il dibattito» sul futuro dell'euro ha fatto cambiare atteggiamento al banchiere centrale il quale, infatti, non ha aumentato a settembre il tasso di interesse di riferimento europeo. Gli Stati Uniti hanno agito diversamente. La Fed ha ridotto il tasso di interesse di riferimento, mentre il governo ha posto in essere politiche di sostegno ai piccoli risparmiatori che non erano in grado di sostenere gli impegni finanziari assunti per l’acquisto della propria casa.
La crisi subprime ci fa riflettere su quanto possa essere importante ed efficace, se non un accentramento di tutte le politiche di crescita, siano esse monetarie che economiche, in capo al governo, almeno una sinergia tra le due azioni, quella del governo e quella della banca centrale, per perseguire il medesimo obbiettivo: la crescita economica e quindi il benessere della collettività.
Poiché l’origine della crisi finanziaria prima americana e poi asiatica e quindi mondiale risiede nella facile cartolarizzazione dei mutui immobiliari americani ad alto rischio (detti appunto «subprime», di seconda scelta) che non sono stati onorati, la nostra riflessione si spinge anche entro i confini nazionali per investigare sulla tipologia e sulla sostenibilità dei debiti che gli italiani hanno contratto, e per comprendere se sia o meno possibile che il dannoso meccanismo della crisi finanziaria americana non possa replicarsi anche in Italia.
Secondo la Banca d’Italia circa la metà del reddito disponibile degli italiani sia destinato al rimborso dei debiti contratti (dalla fine degli anni novanta l’indebitamento delle famiglie è passato dal 31 al 48 per cento del reddito disponibile). A maggio 2007 ha segnalato, inoltre, un aumento dei prestiti alle famiglie consumatrici dell’8,7 per cento sui dodici mesi. L’ordine di grandezza oggi dei debiti delle famiglie consumatrici è di 342 miliardi di euro circa a marzo 2007, di cui il 78 per cento circa è in capo ai residenti del Centro-Nord e il restante 22 per cento circa ai residenti del Mezzogiorno. Le voci principali per le quali le famiglie ricorrono al prestito sono l’acquisto di un immobile e il credito al consumo. In particolare, il monte mutui concessi per l’acquisto di una casa nel 1996 era di 36.784 milioni di euro, nel 2006 è arrivato a 208.295 milioni, con una crescita del 19 per cento circa in media l’anno.
La Banca d’Italia prevede che nel terzo trimestre 2007 si ridurrà la domanda di prestiti per mutui immobiliari in risposta ai timori che i consumatori nutrivano già nel mese di luglio rispetto alla crisi del mercato immobiliare americano e acuiti in seguito alla crisi dei mutui subprime che ha tormentato i mercati finanziari di tutti i paesi industrializzati nel mese di agosto. Prevede, invece, un incremento nel ricorso al credito al consumo. Tali previsioni sono perfettamente in linea con le previsioni che la Bce ha redatto, nel bollettino di agosto, per il prossimo trimestre riguardo l’area dell’euro.
Il credito al consumo
Il credito al consumo è una forma di finanziamento in base alla quale una banca o una società finanziaria eroga una somma di denaro che viene restituita a rate con gli interessi. Destinatari di tale forma di finanziamento sono naturalmente le famiglie che in questi ultimi anni hanno fatto sempre più ricorso al credito per acquistare beni non solo durevoli, ma anche di consumo intermedio, come elettrodomestici, telefonini, computer, ma anche per le vacanze e i viaggi e infine per beni di uso quotidiano.
Rientrano nel credito al consumo i prestiti personali, i finanziamenti rateali, le aperture di credito rotativo (revolving) e le operazioni di cessione del quinto dello stipendio. Si tratta di un prestito, il cui importo secondo l’Assofin (Associazione italiana del credito al consumo e immobiliare) è compreso tra un minimo di 154,94 e un massimo di 30.987,41 euro, che può essere concesso esclusivamente dalle banche, dagli intermediari finanziari iscritti nell'apposito albo tenuto presso l'Ufficio italiano dei cambi e dai commercianti. In questo ultimo caso, però, il credito a consumo può essere concesso solo nella forma di dilazione del pagamento del prezzo.
È aumentato a ritmo molto sostenuto il ricorso ai finanziamenti garantiti dalla cessione di un quinto dello stipendio, soluzione un tempo esclusiva dei dipendenti pubblici ma possibile, dal 2004, anche per i lavoratori privati e, dal 2005, per gli atipici e i pensionati.
Un’altra forma importante di credito al consumo è l’apertura di un credito rotativo, attraverso una carta di credito. È una forma di finanziamento che prevede la messa a disposizione del consumatore di una somma di denaro che l’utente può usare come vuole. Il finanziamento può essere collegato all'uso di una carta di credito presso negozi convenzionati con la società emittente, oppure può avvenire attraverso la richiesta alla banca o finanziaria di una somma di denaro. L’utente ha il vincolo di garantire il pagamento di una determinata rata minima ogni mese e può scegliere la forma per restituire la cifra finanziata.
L’aumento del credito al consumo è riconducibile inoltre alla perdita del potere di acquisto della moneta con l’introduzione dell’euro che si è via via acuita per via dell’inflazione la quale è aumentata più di quanto sia cresciuto il valore nominale degli stipendi. Dai dati Istat si riscontra, infatti, un andamento discontinuo dei redditi da lavoro dipendente, con crescita e decrescita del loro valore nominale. L’andamento dell’inflazione misurato, come di consueto, dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo, è stato sempre positivo. Con buona probabilità quindi gli italiani si troveranno costretti a rivolgersi sempre più spesso alle diverse forme di credito al consumo.
I mutui alle famiglie
Per quanto riguarda invece i mutui o prestiti a vario titolo concessi alle famiglie lo scenario si presenta più complesso. Esiste una maggiore concorrenza poiché in questi ultimi anni si sono formate nuove finanziarie che concedono prestiti anche a chi non detiene un reddito continuativo nel tempo, come i lavoratori a tempo determinato o con contratti a prestazione occasionale o di collaborazione, e a chi non da’ garanzie di perfetta solvibilità, come chi è stato già protestato in precedenza. Sotto questo aspetto quindi il mercato finanziario dei mutui ha ampliato il proprio margine di rischio. Questo tipo di credito costituisce la tipologia italiana dei mutui subprime che hanno comportato lo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare americano.
Un altro fattore che ha inciso negativamente sul margine di rischio di insolvenza, ampliandolo, è l’incremento dei tassi di interesse passivi che ha reso molto più onerosi nel tempo i mutui concessi a tassi variabili. Infatti, in seguito alla politica monetaria della Banca centrale europea per contrastare l’insorgere dell’inflazione, che ha aumentato il tasso ufficiale di riferimento, i tassi bancari sostenuti dai titolari dei mutui sono divenuti via via più alti fino a raggiungere il livello di 5,63 per cento, che costituisce il livello più alto degli ultimi cinque anni ed è sensibilmente maggiore rispetto alla media europea (4,72 per cento).
È un fenomeno che riguarda una vasta parte della popolazione italiana. Infatti, in Italia 3,2 milioni di famiglie hanno un mutuo a tasso variabile (dati Adusbef). Dal 2005 ad oggi, i prestiti a tassi variabili si sono apprezzati di oltre il 2%. Intanto, anche grazie all'eliminazione delle penali, in molti hanno deciso di estinguere anticipatamente il mutuo. La maggioranza, rivela un'indagine di Standard & Poor's, erano contratti firmati nel 2005 e chiusi con la rinuncia alla casa acquistata.
Molte altre famiglie costrette dalla eccessiva onerosità dell’impegno finanziario mensile si sono rivolte alle proprie banche per poter rinegoziare il mutuo, allungandone la durata, al fine di mantenere costante la rata. Le associazioni dei consumatori denunciano a tal proposito che non tutte le banche però concedono la rinegoziazione del mutuo concesso in precedenza.
L’ABI sostiene, nella sua relazione del 20 settembre u.s., che le sofferenze bancarie relative ai mutui immobiliari non sono aumentate sensibilmente, rimanendo entro un margine di aumento dell’1%. Il rapporto Nomisma al contrario sostiene che il numero delle famiglie che non sono oggi in grado di fare fronte ai loro impegni finanziari per l’acquisto della propria abitazione è aumentato del 7,3% quest’anno rispetto all’anno passato.
L’incremento dei debiti delle famiglie e, allo stesso tempo, l’incremento delle sofferenze delle stesse sono indici importanti del disagio economico in cui versano i consumatori che pur non disponendo di mezzi finanziari adeguati non rinunciano all’acquisto dei beni necessari, di lusso o di svago. Se un tale atteggiamento può da un lato essere comunque positivo per l’economia nazionale nel breve periodo in quanto una domanda sostenuta facilita la produzione, allo stesso tempo, costituisce un comportamento ad alto rischio che non può essere sostenuto nel lungo periodo. LA TV SENZA FRONTIERE
Di Emanuela Melchiorre
La Commissione Europea ha presentato, il 25 maggio scorso, il testo consolidato della direttiva "Televisione senza frontiere" aggiornata. La direttiva risale al 1989 ed è stata oggetto di revisione nel 1997. Il testo consolidato della nuova direttiva sarà ora esaminato dal Parlamento europeo e dal Consiglio in sede di seconda lettura e si prevede che la “conclusione dei lavori” avverrà entro il secondo semestre 2007. La direttiva "Televisione senza frontiere" (direttiva TSF – TWF “Television without frontiers”) costituisce la pietra angolare della politica audiovisiva dell'Unione europea e stabilisce le condizioni per la trasmissione di programmi televisivi all’interno del mercato unico europeo. I principi fondamentali a cui essa si ispira sono due: la libera circolazione dei programmi televisivi europei nell'ambito del mercato interno, ovvero che nessun paese membro deve ostacolare il libero ricevimento e la libera trasmissione sul territorio nazionale di programmi di altri paesi membri, e l'obbligo, per le reti televisive, di riservare almeno la metà del tempo di trasmissione ad opere europee ( le c.d. "quote di diffusione"). Il perno della nuova direttiva comunitaria è il principio del «paese di origine», che già costituiva la pietra miliare della direttiva "Televisione senza frontiere" del 1989. Tale principio ha svolto un ruolo centrale nel promuovere la televisione satellitare transfrontaliera e nella progressiva diffusione di canali televisivi paneuropei a partire dalla fine degli anni '80. In virtù di tale principio, i fornitori di servizi audiovisivi diversi dalle emittenti radiotelevisive (i fornitori di video a richiesta, di notizie a richiesta, di sport a richiesta o di contenuti audiovisivi scaricabili per apparecchi mobili) dovranno limitarsi a rispettare la normativa in vigore nel loro paese di stabilimento e non dovranno più rispettare i 27 ordinamenti nazionali diversi. Le nuove regole dovrebbero, inoltre, costituire una risposta agli sviluppi tecnologici in atto in questi anni e dovrebbero porre le basi per una parità di concorrenza in Europa per i servizi audiovisivi emergenti (i video a richiesta, la televisione mobile e i servizi audiovisivi trasmessi dalla televisione digitale). Un recente studio effettuato per conto della Commissione europea, indica che nel 2010 i contenuti in linea, video, musica e videogiochi, genereranno entrate per 8,3 miliardi di euro in Europa, con una crescita di oltre il 400% in cinque anni. I contenuti in linea rappresenteranno una quota significativa delle entrate complessive dei settori più avanzati. Lo studio indica che, grazie alla diffusione della banda larga, all'introduzione di reti mobili avanzate e all'adozione generalizzata dei dispositivi digitali, la distribuzione di contenuti in linea sta diventando un mercato di massa, che offre opportunità senza precedenti per l'Europa.
Con questa nuova direttiva la Commissione propone, inoltre, di garantire l'indipendenza delle autorità nazionali di regolamentazione dei media. In questa sede, infatti, le norme sulla pubblicità televisiva sono meno particolareggiate di quanto succedeva dal 1989 a oggi. Saranno le emittenti televisive e i produttori di opere cinematografiche a decidere come e quando interrompere con la pubblicità i programmi trasmessi gratuitamente dalla televisione e non una regolamentazione prestabilita da Bruxelles. Viviane Reding, la commissaria europea responsabile per la Società dell'informazione e i media, si è pronunciata a favore dell’introduzione della pratica del product placement come vantaggioso veicolo di pubblicità. Attualmente il product placement, che consiste nell’inserimento di un prodotto con un marchio ampiamente riconoscibile all’interno di un film o di una fiction, è permesso solo in America, in Cina e in Russia, ma non in Europa e, quindi, nemmeno in Italia. L’orientamento comunitario verso la promozione dei canali di pubblicità come forma di finanziamento alla produzione radiotelevisiva ha portato alla bocciatura del disegno di legge Gentiloni che, al contrario, puntava proprio alla riduzione dei redditi da pubblicità, l’ormai nota soglia del 45%, per impedire il formarsi di posizioni dominanti nel settore radiotelevisivo. Un altro veicolo di finanziamento pubblicitario che permette l’aumento della produzione audiovisiva è il branded entertainment, una nuova forma di comunicazione più efficace rispetto al classico spot di 30 secondi. Nel branded entertainment rientrano le forme di finanziamento che possono arrivare a coprire fino al 100% dei costi di produzione di un programma da parte di uno sponsor. Con il branded entertainment il produttore televisivo può stabilire un rapporto diretto a monte, al momento dell’ideazione del prodotto, con l’investitore pubblicitario e costruirsi una fonte di finanziamento alternativa al broadcaster, i distributori finali che per l’Italia sono essenzialmente Rai e Mediaset.
La realtà italiana è caratterizzata dalla presenza di due grandi operatori televisivi, Rai e Mediaset, che operano in regime di duopolio bilaterale. Il mercato televisivo in generale, sia quello italiano sia quello europeo, è un mercato segmentato dal punto di vista dell’offerta per via della modalità con cui le imprese generano i loro profitti. Gli operatori che appartengono all’offerta televisiva si distinguono a seconda che appartengano alla «free to air» o alla «pay-Tv». Pertanto l’offerta di spettacoli e contenuti televisivi può essere in via gratuita ai telespettatori, imponendo un prezzo ai soli inserzionisti pubblicitari che utilizzano gli spazi all’interno del palinsesto televisivo, oppure a pagamento. A questa segmentazione del mercato però non corrisponde una insostituibilità tra i prodotti televisivi. Il prodotto televisivo, infatti, a seconda che sia veicolato tramite il canale della free tv o della pay tv, è comunque in regime di concorrenza in quanto è sostituibile l’uno con l’altro. La segmentazione secondo free o pay non risulta, quindi, scevra di imperfezioni.
L’autority dell’antitrust ha optato per un’altra distinzione che sembra sia più aderente alla realtà economica televisiva italiana. Si distingue, infatti, in premium e non-premium, dove per premium si intendono i programmi capaci di attrarre un ampio audience, mentre i secondi sono quelli destinati ad un pubblico ristretto. Questa seconda definizione permette di identificare la segmentazione nel tipo di produzione a seconda della modalità di sfruttamento dei contenuti televisivi da parte delle imprese che operano a valle della filiera produttiva. Tali imprese sono pertanto in regime di concorrenza a monte della filiera produttiva, al momento dell’acquisto degli input, mentre a valle agisco in un ambiente segmentato.
Le imprese televisive acquistano i medesimi input. Ciò che le contraddistingue è il processo di trasformazione, che nell’audiovisivo consiste nella trasmissione del contenuto attraverso piattaforme tecnologiche, accessibili gratuitamente o a pagamento, in modo da consentire al telespettatore di accedere al medesimo contenuto. Per studiare a fondo il mercato televisivo occorre fare riferimento al contributo della teoria economia che prende il nome di multi-sided markets (mercati a due o più versanti) in quanto il mercato radiotelevisivo sfugge ai modelli tradizionali di elaborazione delle scelte di policy, in particolare quelli di politica della concorrenza. Esempi di multi-sided markets sono numerosi oggi: carte di credito, servizi di agenzie immobiliari, agenzie matrimoniali ecc. Tutte queste produzioni di servizi hanno in comune l’esistenza di una piattaforma attraverso la quale più gruppi di soggetti possono realizzare transazioni che altrimenti non potrebbero concludere direttamente a causa degli elevati costi. La piattaforma funge da luogo di incontro tra i diversi gruppi di soggetti. In questo caso, l’utilità di uno dei gruppi di utilizzatori appartenente a un versante dipende dalla numerosità degli altri gruppi degli altri versanti. Un operatore di un multi-sided market deve, quindi, sviluppare strategie di mercato che consentano di far partecipare alla piattaforma tutti i versanti del mercato. Tale operatore sceglierà il livello di prezzo e la struttura di prezzo, ovvero sceglierà quanto far pagare il servizio e a chi farlo pagare. Nell’ambito televisivo, i gruppi che entrano in contatto con la piattaforma sono di tre categorie. Da un lato ci sono i telespettatori, dall’altro ci sono i produttori di contenuti che hanno una esternalità positiva per i telespettatori (produttori di film, eventi sportivi, ecc.) e gli inserzionisti pubblicitari che hanno una esternalità negativa per i telespettatori. Le imprese televisive competono tra loro nell’affermare la propria piattaforma, attraendo i telespettatori con i contenuti più accattivanti.
Giova considerare, inoltre, la naturale tendenza del mercato televisivo alla concentrazione. Fenomeno quest’ultimo che è comune a tutti i maggiori paesi. Un’ampia letteratura conferma che la concentrazione del mercato radiotelevisivo non dipende da fattori tecnologici, nonostante la scarsità delle risorse trasmissive e, in particolare, dello spettro delle frequenze disponibili per la trasmissione analogica. Infatti, questo aspetto è stato superato dai nuovi canali trasmissivi: satellitare, digitale terrestre, web tv e internet, videofonini e telecomunicazione mobile, e via dicendo. Pertanto, oggi siamo di fronte ad una ampia disponibilità di nuove risorse trasmissive che fanno venir meno il vincolo tecnologico.
La tendenza alla concentrazione è, invece, ricollegabile a due fattori rilevanti. In primo luogo, è infatti interessante notare che la tecnologia televisiva permette la riproducibilità dei contenuti e, come naturale conseguenza, l’affermazione, da parte dei telespettatori, di una cultura comune, alimentata in special modo da un particolare tipo di entertaiment, quello di massa. In secondo luogo, le imprese audiovisive competono nella acquisizione di diritti di trasmissione insiti nella creazione di format o contenuti formattizzati. Vengono in tal modo generati dei costi fissi che non possono essere recuperati o venduti in mercati secondari, come invece avviene in altre tipologie di produzione. Queste due caratteristiche, la prima riconducibile alla presenza di esternalità di rete, la seconda riconducibile alla struttura di costi delle imprese audiovisive, fanno sì che le imprese, per poter competere, percorrano la via della concentrazione. Inoltre, quello televisivo è un caso di oligopolio naturale dati gli alti costi di accesso che costituiscono una grande barriera all’entrata. Il caso italiano, come già accennato, costituisce un caso particolare di oligopolio, un duopolio bilaterale nel quale agiscono 2 operatori, quello pubblico, la Rai, e quello privato, Mediaset.
SPESA IN RICERCA E SVILUPPO IN ITALIAConfronto deludente. Ne ha sofferto l’aumento della produttività
di Emanuela Melchiorre
Il nostro paese, noto anche perché patria, almeno un tempo, di geni, di ingegneri, di architetti, di musicisti, di navigatori e di poeti, è oggi uno dei paesi che al mondo che investe una percentuale irrisoria delle proprie risorse nella ricerca e nello sviluppo delle proprie potenzialità. È questa la sconfortante conclusione a cui si giunge dando semplicemente una occhiata alle tavole statistiche Ocse (Organizzazione mondiale per lo Sviluppo e la Cooperazione economica).
Da anni ormai impieghiamo poco più dell’uno per cento delle nostre risorse nazionali italiane nelle spese per la ricerca e lo sviluppo, tanto da essere appena al venticinquesimo posto nella graduatoria dei paesi Ocse. Il paese che destina il maggior numero di risorse alla ricerca è la Svezia, specialmente nell’ambito tecnologico con la Ericsson, seguita dalla diretta concorrente, la Finlandia, con la sua Nokia.
Non stupisce che le poche risorse che il nostro paese destina alla ricerca diano scarsi risultati. Sempre considerando un quadro mondiale si può osservare, infatti, che il primo paese che produce un maggior numero di brevetti sono gli Stati Uniti, con la sua Silicon Valley, dove è nata, tra l’altro, la società Google. Segue a ruota il Giappone. In Europa, la Germania è il paese che ha realizzato quasi sette mila brevetti l’anno nel quinquennio 2000-2004. È seguita, a grande distanza, dalla Francia e dal Regno Unito. L’Italia ha prodotto meno di mille brevetti l’anno (800 circa) come media di periodo considerato.
In particolare, per l’Italia, se consideriamo i classici settori di attività economiche che investono in ricerca e sviluppo, dai dati Istat risulta che le Pubbliche Amministrazioni, e in maggior misura proprio gli enti di ricerca, hanno ridotto le loro spese nell’attività R&S, seguendo un trend decrescente dal 2000 al 2004. Le imprese, al contrario, dopo un periodo di flessione negli investimenti in ricerca, hanno invertito il loro trend di spesa aumentandono notevolmente (circa del 7,5 per cento nel 2004 rispetto alle spese del 2003, e di un ulteriore 5 per cento circa nel 2005, rispetto al 2004).
La maggiore spesa delle imprese in ricerca si canalizza però solo in pochi settori di utilizzo. Nell’arco di tempo che va dal 2002 al 2003 (secondo i dati Istat disponibili) il settore della plastica e della gomma è quello che ha beneficiato di maggiori investimenti in R&S. Anche nei settore di alcuni servizi (banche, assicurazioni e intermediazione finanziaria ecc.) le imprese hanno investito più del 10per cento del totale delle spese R&S. L’informatica, al contrario, ha visto una caduta di più del 30 per cento delle spese da parte delle aziende nel settore . Sempre in Italia, il maggior numero degli occupati, nell’ambito della ricerca, si concentra nelle attività manifatturiere (circa il 70 per cento dell’intera occupazione del settore). Per contro, i ricercatori occupati nel manifatturiero si sono ridotti di circa il 5 per cento. I servizi finanziari e creditizi hanno visto aumentare l’interesse delle imprese nella ricerca di nuovi mezzi finanziari e creditizi, presentano anche un incremento occupazionale di ricercatori dal 2002 al 2003 di circa il 5 per cento. Ma il settore che mostra un incremento notevole nei due anni considerati è il comparto delle costruzioni.
Lo scarso impegno dell’Italia nell’ambito degli investimenti in R & S non è una questione dell’ultimo quinquennio, ma risale a molti anni indietro, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell’industria. Si può indicare, al riguardo, una tendenza al minor incremento della produttività in relazione sia al rallentamento dell’economia fin dall’inizio degli anni Ottanta, sia alle regole del Trattato di Maastricht che hanno costretto i vari paesi dell’unione a politiche di contenimento delle spese pubbliche in conto capitale e l’incapacità a contenere le spese correnti. Secondo Giancarlo Morcaldo (Una politica economica per la crescita, 2005), dalla metà degli anni Novanta, a fronte di un più ampio ricorso in termini di qualità e quantità di lavoro e capitale, non si sarebbero accompagnati avanzamenti significativi nel contesto esterno e negli assetti organizzativi delle imprese. «I limitati progressi realizzati non hanno consentito il pieno utilizzo delle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie produttive. Ne è derivato un aumento della c.d. X-inefficiency, cioè della distanza delle nostre imprese dalla frontiera dell’efficienza produttiva».
November 03 Tutti parlano di ambiente...di Emanuela Melchiorre - 3 novembre 2007 Dagli anni Settanta, in particolare dalla pubblicazione nel discutibile Rapporto del Club di Roma «I limiti dello sviluppo», molti parlano di ambiente in pericolo, di crisi energetica e di imminente fine delle scorte degli idrocarburi. Scene tragiche che presentano deboli, per non dire infondati, argomenti scientifici, ma che occupano spazio sui media e tra i tavoli dei forum internazionali. Si è espresso a favore dei temi «verdi» più in voga, con grande sorpresa di tutti, compresi gli ambientalisti stessi, anche il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che alla Conferenza nazionale sulle tematiche dell'ambiente e dei cambiamenti climatici ha parlato di Ogm, gas serra, pesticidi. Si è espresso a favore del rispetto dell'accordo di Kyoto e di tassa sulle emissioni di gas serra (la carbon tax), di conversione dei trasporti da gomma a rotaia ad alta velocità, di eolico e di fotovoltaico. Ma il presidente francese ha parlato dal suo pulpito di prima Nazione che soddisfa il suo fabbisogno energetico con il nucleare. Occorre considerare però anche il fatto che, tra tante parole vacue care alla lobby ecologista e che riempiono i discorsi di esponenti dei governi o di persone in vista (tanto per fare un esempio, il documentario «Una scomoda verità» è valso addirittura un premio Nobel ad Al Gore), qualche concetto a nostro avviso di rottura dei classici schemi ecologisti c'è stato. Nonostante le premesse «verdi» tradizionali, Sarkozy ha ribadito - come sopra accennato - il ruolo principale del nucleare come fonte energetica nazionale. La Francia produce infatti il 78% del suo fabbisogno energetico grazie ai 58 impianti nucleari che ha sul suo territorio. In Italia, dai sondaggi d'opinione portati avanti da alcuni periodici di visione liberale, si riscontra un cambiamento radicale di tendenza rispetto al dannoso referendum del 1987. Lo stesso ministro Bersani ha trovato il tempo di occuparsi, oltre che di fallimentari liberalizzazioni, anche di fonti alternative, considerando il nucleare come parte integrante delle varie alternative al petrolio, ma solo nel lungo periodo. Attualmente la ricerca scientifica internazionale sul nucleare, alla quale partecipa pure - anche se in misura minore - l'Italia, è stata oggetto di censura da parte dei media. È stato infatti piuttosto difficile reperire informazioni aggiornate e attendibili sugli effettivi progressi scientifici che hanno permesso la realizzazione di numerose alternative di reattori. Sono allo studio sei tipi di sistemi di reattori di quarta generazione. Tre sono reattori termici (a temperatura molto alta, ad acqua supercritica e sali fusi), tre sono reattori veloci autofertilizzanti, refrigerati a gas elio, a sodio, a metallo liquido e a piombo. Tutti questi reattori riducono notevolmente il pericolo di scorie radioattive. Per quanto concerne l'altra fonte alternativa, il gas naturale, nel nostro Paese sono finalmente avviati verso il compimento dell'iter burocratico per la costruzione alcuni rigassificatori, tra cui quello di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. L'Enel ha infatti avuto in questi giorni il via libera alla costruzione di un rigassificatore: per la prima volta le comunità locali non si sono opposte alla realizzazione di una infrastruttura utile all'economia della Sicilia e, attraverso lo Stretto, dell'Italia peninsulare. L'Enel ha comunicato che investirà nel progetto di Porto Empedocle 600 milioni di euro e che la conclusione dei lavori per l'implementazione è prevista per il 2011. Oltre ai vantaggi in termini di approvvigionamento energetico tale impianto, secondo le previsioni, darà un posto di lavoro a circa 200 addetti, senza considerare l'impiego di personale per la costruzione stessa. Se questo impianto, come si spera, farà parte di un compiuto sistema di rigassificatori, l'Italia potrebbe diventare anche una Nazione esportatrice di gas naturale importando via mare dai luoghi dove il metano costa di meno e immettendo l'eccedenza del consumo interno nella rete dei gasdotti. La notizia del rigassificatore siciliano è confortante specie in seguito alla vicenda del corrispondente impianto brindisino. Si ricorderà infatti che a Brindisi, dopo l'ottenimento di tutti i permessi per la realizzazione di un rigassificatore ad opera della britannica British Gas, e in seguito all'investimento di ben 200 milioni di euro, i lavori sono stati bloccati, facendo «perdere la faccia» all'Italia nei confronti degli investitori stranieri. In questi giorni tutti parlano di ambiente, e oltre agli ecologisti di moda ci sono quelli che rompono gli schemi tradizionali e puntano sul nucleare come fonte energetica più pulita. Si auspica che questo nuovo approccio al nucleare possa comportare per l'Italia una imminente svolta nella produzione nazionale di energia, con l'ausilio, entro un periodo di tempo non molto lungo, di rigassificatori e di reattori nucleari di 4° generazione nel territorio nazionale, con grande risparmio nelle importazioni. Emanuela Melchiorre |
|
|