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    October 30

    Le «zone franche» per lo sviluppo economico delle aree depresse

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 ottobre 2009

    «Cresce il Mezzogiorno, cresce l'Italia». È questo lo slogan che è stato ispirato dalla politica del governo a sostegno delle zone depresse del Mezzogiorno. A breve distanza dalla progettazione della Banca del Mezzogiorno, arriva, pertanto, il via libera al progetto delle Zone Franche Urbane (ZFU), annunciato dal ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola nel corso della cerimonia per la firma dei contratti con i sindaci dei Comuni interessati. Con ZFU si intendono aree infra-comunali dove si concentrano programmi di defiscalizzazione per la creazione di piccole e microimprese. L'iniziativa si inserisce nell'ambito del piano straordinario del Governo per il Sud ed è volta a rilanciare i quartieri caratterizzati da degrado socio-economico e a stimolare la nascita di piccole e microimprese attraverso esenzioni fiscali e previdenziali per diversi anni, con l'intento di favorire per tale via la formazione di posti di lavoro. Il progetto nasce dalle esperienze di due paesi europei, l'Irlanda e la Francia (Zones urbaines), e degli Stati Uniti (Enterprise zones), che hanno avuto esiti positivi.

    Sono 22 i comuni interessati dal provvedimento delle Zone Franche, per un totale di 11 regioni coinvolte. Delle 22 ZFU ben 20 si trovano nelle regioni del Centro-Sud Italia e solamente 2 nel Nord. Seguendo un ordine geografico le ZFU sono: Catania, Gela ed Erice in Sicilia; Crotone, Rossano e Lamezia Terme in Calabria; Matera in Basilicata; Taranto, Lecce e Andria in Puglia; Napoli, Torre Annunziata e Mondragone in Campania; Campobasso in Molise; Cagliari, Iglesias e Quartu Sant'Elena in Sardegna; Velletri e Sora nel Lazio; Pescara in Abruzzo; Massa Carrara in Toscana; Ventimiglia in Liguria. La scelta è ricaduta su determinate aree che hanno presentato valori preoccupanti di un mix di indicatori (indice di disoccupazione, concentrazione giovanile, tasso di scolarizzazione).

    Dal prossimo gennaio per le aree disagiate saranno concesse agevolazioni fiscali e contributive (su Ires, Irap, Ici e contributi previdenziali) per la creazione di nuove attività economiche nelle piccole imprese (con meno di 50 addetti e fatturato annuo non superiore a 10 milioni di euro) e nelle microimprese (con meno di 10 addetti e un fatturato annuo non superiore a 2 milioni di euro) che appartengono ai settori della produzione e dei servizi alla produzione, con una dotazione finanziaria iniziale di 100 milioni di euro. Con l'autorizzazione della Commissione eeuropea, infatti, sono stati sbloccati i fondi necessari all'avvio del progetto. Secondo le stime del ministero dello Sviluppo economico il provvedimento riguarderà tra le 500 e le 1000 imprese nel primo biennio.

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     Resta da definire il meccanismo di selezione delle imprese che usufruiranno degli incentivi. È stato avviato un tavolo di discussione con le amministrazioni e i tecnici dello Sviluppo economico. Il ministero dell'Economia infine perfezionerà un decreto che esplichi i dettagli operativi. È intenzione del Governo quella di assicurare alle imprese di minore dimensione e scarsamente informatizzate un tempo sufficiente affinché possano presentare le proprie domande di accesso via telematica.

    La via delle agevolazioni fiscali seguita dal governo con l'istituzione delle ZFU si affianca ad altre iniziative dello stesso governo volte all'alleggerimento del peso delle imposte sulle imprese, specie se medio piccole, che soffrono del rallentamento dell'economia nazionale e internanzionale. È allo studio, infatti, un emendamento alla Finanziaria, seguendo le parole del relatore in Senato alla Finanziaria Maurizio Saia, che prevede un taglio dell'Irap per le imprese con meno di 50 dipendenti. L'agevolazione riguarderebbe la componente del costo del lavoro e potrebbe essere legata al mantenimento dei lavoratori in azienda. Avrebbe un impatto di 2-3 miliardi di euro e sarebbe comunque subordinata a una copertura derivante dai contestuali tagli alla spesa corrente. Intanto l'Agenzia delle entrate ha sbloccato i rimborsi dell'Irap integrali per quanto riguarda gli anni 2004 e 2005 e parziali per gli anni 2006 e 2007.


    October 23

    Moratoria sui mutui per le famiglie in difficoltà

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 22 ottobre 2009

    Mentre si attendono ancora i risultati parziali della moratoria delle imprese, sottoscritta il 3 agosto scorso tra l'Abi e le associazioni datoriali, che saranno disponibili non prima della seconda metà di novembre, i banchieri hanno dato mandato all'Abi, l'associazione bancaria italiana, di predisporre tutte le operazioni necessarie affinché le famiglie in difficoltà a causa della crisi economica contingente possano avvalersi di una moratoria, ossia una sospensione di 12 mesi della rata dei mutui sottoscritti a partire da gennaio 2010.

    Il provvedimento riguarda 110 mila famiglie, secondo le stime preliminari, tra le quali quelle nelle quali uno dei componenti il nucleo familiare abbia perso il posto di lavoro (con contratto a tempo determinato e indeterminato), o al quale sia scaduto il contratto temporaneo (parasubordinato e assimilato), o sia in cassa integrazione, o altresì sia deceduto, venendo quindi meno un reddito familiare. L'insieme dei mutui soggetti alla moratoria dovrebbe aggirarsi intorno agli 8 miliardi di euro.

    Il provvedimento dell'Abi giunge alla fine di una fitta serie di interventi a favore dei mutuatari intentati dal governo da maggio dello scorso anno, quando ha sottoscritto l'accordo con l'Abi per la rinegoziazione dei mutui a tasso variabile. Si ricorderà che in seguito a tale accordo la rata di mutuo avrebbe dovuto essere bloccata al livello medio pagato due anni prima, ossia nel 2006, allungando il periodo di rimborso del debito ovvero saldando la differenza al termine del piano di ammortamento. Sfortunatamente però tale provvedimento ha visto forti resistenze da parte delle stesse banche che, in larga parte, non hanno concesso la rinegoziazione totale del mutuo ai propri clienti, ma solo di una percentuale dell'importo totale.

    Il governo è intervenuto nuovamente a favore delle famiglie in difficoltà con il provvedimento anticrisi a gennaio 2009, imponendo un tetto massimo (del 4%) al tasso di interesse variabile, ma ancora una volta vi è stata la denuncia corale da parte dei sottoscrittori secondo la quale le banche non avrebbero provveduto a rimborsare correttamente i propri clienti. Inoltre, in occasione del protocollo firmato dall'Abi sui Tremonti Bond, era prevista la sospensione della rata per i mutuatari cassaintegrati, o che avessero subito la perdita del posto di lavoro, per almeno 12 mesi fino al dicembre 2011. I Tbond sono stati sottoscritti solamente dal Banco Popolare, da Bpm e dal Mps. Pertanto quest'ultimo provvedimento ha avuto una portata limitata. Infine, in ordine di tempo, ad aprile di quest'anno, in seguito all'evento sismico che ha sconvolto l'Abruzzo, è stata imposta la sospensione del pagamento delle rate dei mutui per le abitazioni localizzate nei comuni colpiti dal terremoto fino al 31 luglio e in alcuni casi per tutto il 2009. Anche in quel caso però non tutte le banche aderenti all'accordo promosso dall'associazione bancaria italiana si sono conformate alla richiesta ed hanno richiesto ugualmente il pagamento degli interessi maturati nel periodo di sospensione.

    A differenza di quanto è stato fatto finora, l'attuale «Piano Famiglie» dell'Abi non si limita solamente alla sospensione delle rate dei mutui, ma esamina anche l'accesso al nuovo credito per sostenere alcuni consumi primari, la cassa integrazione guadagni per i disoccupazione ed le piccole attività imprenditoriali. Alcuni strumenti sono propri delle banche di cui possono disporre in via autonoma, come la portabilità e la sospensione dei mutui, altri nascono da accordi con il governo, gli enti locali e la Conferenza episcopale italiana, i quali hanno predisposto degli appositi fondi di garanzia.

    La moratoria arriva in un periodo in cui le richieste di credito sono decrescenti (grafico), le sofferenze sui bilanci delle banche crescono (ad agosto hanno raggiunto circa 52 miliardi di euro in crescita di 12 miliardi rispetto novembre del 2008) e in cui il 4,9% dell'intera popolazione italiana si trova nella condizione di povertà assoluta.

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    La moratoria ha quindi raccolto il plauso di tutte le associazioni dei consumatori, le quali hanno però richiesto l'estensione del periodo della sospensione da 12 a 18 mesi e delle tipologie di famiglie coinvolte. Senza alcuna estensione l'attuale piano famiglia prevede già il coinvolgimento, secondo le stime Adiconsum, di una famiglia su cinque.

    October 21

    Il ruolo internazionale del dollaro

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 20 ottobre 2009

    Sul dollaro gravano oggi, come nel passato, grandi responsabilità. Gli Usa esprimono la leadership mondiale ed hanno l'obbligo di difendere la moneta internazionale dagli attacchi speculativi, poiché la speculazione causa sempre la disoccupazione e la miseria. Nei sedici anni delle due amministrazioni americane che hanno preceduto quella attuale di Obama, otto di Clinton e otto di Bush, si è assistito ad una crescita economica statunitense drogata da una selvaggia speculazione finanziaria. Ciò è comprovato dal fatto che ogni cambio di presidente è coinciso con una fase di vaste perdite di borsa. Ancor oggi, tuttavia, non c'è moneta nel mercato internazionale che possa sostituire il dollaro, che, pur indebolendosi, condiziona ogni altra moneta in circolazione.

    L'euro, moneta espressione di una banca centrale e non di un potere politico centrale, si apprezza sul mercato dei cambi per effetto della politica della Bce, la Banca Centrale Europea, che ha come unico scopo statutario quello di mantenere basso il livello di inflazione, e come velleità quella di contrastare il ruolo internazionale del dollaro e di sostituirsi ad esso. C'è chi dice che la moneta unica europea sia un marco tedesco mascherato. Si sostiene, infatti, che il desiderio di egemonia della Germania sull'Europa, che ha portato alle due grandi guerre del secolo scorso, sia stato appagato dall'unione economica e soprattutto dalla politica monetaria di cui è titolare la Bce indipendente, che, non a caso, ha sede a Francoforte. Comunque sia, le parole scritte dallo stesso Jean-Claude Trichet, governatore della Bce, nel rapporto The International Role Of The Euro di luglio 2009 («The review confirms the strong regional character of the international role of the euro») confermano che l'euro rimane una moneta sostanzialmente di carattere regionale.

    La gloriosa sterlina britannica, dal canto suo, ha fatto il suo tempo. L'Inghilterra, dopo le due guerre mondiali, ha perduto il suo impero commerciale e coloniale e, con la dichiarazione di indipendenza e di uguaglianza degli Stati membri alla corona inglese, si è giocata l'intero Commonwealth. La sua economia, inoltre, ha patito più di quella degli altri grandi paesi europei gli effetti devastanti della deflagrazione della bolla speculativa della scorsa estate, avendo convertito da anni la struttura economica del Regno a favore prevalentemente dei servizi finanziari e a discapito della produzione industriale. Per la moneta britannica ne è conseguita la perdita di più di un terzo del suo valore sul mercato dei cambi in pochi mesi.

    Lo yuan renminbi cinese e la rupia indiana sono strettamente dipendenti dal dollaro, tanto che l'avanzo commerciale dei due paesi è stato a lungo investito nel debito pubblico americano e tale tendenza non accenna a cambiare, nonostante la forte contrazione della domanda globale di prodotti cinesi e indiani e, quindi, il rallentamento della crescita delle loro riserve valutarie.

    Il rublo russo ha fallito il suo tentativo di imperare tra i paesi dell'Europa dell'est e la moneta di Medvedev e di Putin non è acquistata da nessuno per farne riserva valutaria.

    Non vi sono, allo stato attuale delle cose, monete che possano essere paragonate al dollaro, per importanza negli scambi e come riserva valutaria. Si può desumere, dalla lettura della poderosa opera in sette volumi edita dal Poligrafico e Zecca dello Stato La Moneta nella Storia, che solamente la moneta di un altro impero che ha svolto la funzione di valuta internazionale può essere assimilata al dollaro, fatte le dovute proporzioni in termini di volume degli scambi e di espansione geografica. Si tratta della moneta dell'impero romano che, dall'«asse di bronzo» di Servio Tullio del VI secolo a.C. per sette secoli e nei tre continenti allora conosciuti, governò gli scambi internazionali fino ad arrivare alla lontana Cina. È vero che anche altre monete hanno avuto un raggio internazionale, tra le quali il fiorino fiorentino d'oro, che per tre secoli e mezzo fu il dollaro del Medioevo. Ma il fiorino fu essenzialmente usato come strumento di pagamento nelle borse o nelle fiere e per le transazioni internazionali di vaste dimensioni. Solamente la moneta di Roma dominò incontrastata avvalendosi della forza economica e soprattutto militare dell'impero romano. Tuttavia, anche altri fattori incisero sulla espansione della moneta romana, quali la certezza del diritto e la pace interna all'impero. La moneta di Roma divenne moneta fiduciaria, quando con Augusto le venne attribuito un valore superiore a quello del metallo con cui era forgiata. In particolare, il continuo deprezzamento del denaro con valori via via crescenti impressi d'imperio sul dorso della moneta coincise con il declino dell'impero.

    Il parallelo storico può essere allargato oltre la semplice espansione geografica e si può ipotizzare che, così come è avvenuto per la moneta romana e per il suo impero, anche per il dollaro Usa le fluttuazioni dei cambi possano condurre ad un indebolimento della sua economia, che si basa sulla crescita dei consumi interni superiore al flusso di nuova ricchezza annualmente prodotta, e soprattutto ad un aggravio dei costi sociali, in termini di disoccupazione e quindi di miseria. La moneta americana divenne del tutto fiduciaria nell'estate di metà agosto del 1971 quando Nixon sganciò il dollaro esterno dall'oro. Di lì a poco cadde l'accordo di Bretton Woods che aveva garantito stabilità e ordine al sistema monetario internazionale sconvolto da molte crisi economiche tra le due guerre mondiali. Il geniale meccanismo si basava sul rispetto del vincolo dell'equilibrio della bilancia dei pagamenti dei paesi aderenti, i quali avrebbero dovuto rientrare in tendenza dai disavanzi o dagli avanzi pena la svalutazione del cambio o la sua rivalutazione.

    L'accordo di Bretton Woods fu alla base della prosperità e della pace che si poterono godere negli anni Cinquanta e Sessanta in tutti i paesi democratici. Fu miopia dell'Europa opporsi al dollaro impostando i serpenti monetari e lo Sme invece di tornare ad un accordo internazionale sui cambi valutari. Fu grave invece per gli Stati Uniti volgersi con le prime aperture commerciali al mercato della Cina e dell'Oriente, con Nixon e con Kissinger, abbandonando l'ingrata Europa.

    È oggi interesse di tutti tornare al più presto ad un accordo sui cambi. Gli Stati Uniti, in particolare, non dovranno percorrere la strada seguita dall'Impero romano negli ultimi anni di esistenza, quando viveva da tempo al di sopra delle sue possibilità e quando la sua moneta era fortemente inflazionata in seguito alle riforme monetarie di Diocleziano e di Costantino. Al contrario, il paese che rappresenta la leadership mondiale ha la responsabilità e l'obbligo di difendere la moneta internazionale dagli attacchi della speculazione e di promuovere le misure atte alla costituzione, nuovamente, di un ordine monetario internazionale.

    October 18

    Al via la Banca per il Mezzogiorno

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 16 ottobre 2009

     

    In un contesto economico nazionale che non lascia tempo alle perplessità, in cui il Pil torna a crescere (+1% nel terzo trimestre sul trimestre precedente), ma in cui imprese marginali incapaci di coprire i propri costi rischiano di uscire dal mercato con un conseguente aumento della disoccupazione, nasce la Banca del Mezzogiorno alla cui guida della cabina di regia vi sarà il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, disegnata secondo un modello già sperimentato in Francia (Credit Agricole) e finalizzata al finanziamento delle infrastrutture di cui il Sud Italia ha un bisogno vitale.

    Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha presentato ieri a palazzo Chigi il disegno di legge che istituisce la Banca del Mezzogiorno. Secondo il disegno presentato, la Banca del Mezzogiorno è una banca di secondo livello, ossia non dotata di sportelli propri, ma che si avvarrà della rete distributiva delle banche di credito cooperativo, delle Poste e probabilmente anche delle banche popolari. Agirà in un contesto del credito alle imprese decrescente (grafici) mediante strumenti ad hoc.

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    La costituenda Banca del Mezzogiorno dovrà fare i conti con i vincoli imposti dal Trattato istitutivo dell'Ue sugli aiuti di stato e dalla Banca d'Italia in relazione al Testo unico bancario. Non solo. Essa dovrà fare i conti anche con una pesante eredità del passato, che non solamente vede, tra i maggiori attori, la Cassa per il Mezzogiorno, definito un «carrozzone» da Tremonti, ma anche le banche del Sud (in particolare il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia), che nel passato hanno agito nel contesto regionale e sono state poi o assorbite dalle banche del Nord o chiuse dall'Iri tra mille contestazioni.

    Passando al disegno «tremontiano», che raccoglie le idee e le aspirazioni pluriennali del ministro (pare che abbia già proposto una simile iniziativa quattro anni orsono), la banca sarà strutturata come segue:

    • lo Stato sarà il socio fondatore, ma con una partecipazione al capitale però minoritaria e solo per i primi cinque anni. Dopodiché uscirà dal capitale e la banca diverrà a tutti gli effetti una banca privata, per rispettare i principi europei;

    • l'istituto sarà di secondo livello e agirà attraverso le banche che aderiscono all'iniziativa e gli sportelli postali;

    • la banca potrà emettere obbligazioni assistite da garanzia dello Stato e usufruire del fondo di garanzia; in particolare i «Bond per il sud» avranno una durata non inferiore ai 18 mesi e saranno sottoscritti da persone fisiche, mentre da un punto di vista fiscale saranno soggetti ad una tassazione agevolata del 5%;

    Il ddl istituisce il comitato promotore della banca, che sarà composto da 15 membri, di cui 5 banche e un rappresentante di Poste Italiane. Il comitato selezionerà i fondatori privati, definirà le regole di governance e gli importi minimi di capitale dei soci. Gli azionisti e i soci fondatori privati potranno essere istituti di credito che operano nel Sud Italia, imprenditori, associazioni di imprenditori, società a partecipazione pubblica.

    La banca avrà una mission simile a quella della banca etica. Chi deciderà di depositarvi i propri risparmi saprà che metterà a disposizione mezzi finanziari per la realizzazione di investimenti e di infrastrutture, per promuovere credito per le piccole e medie imprese del Sud e per la nascita di nuove banche locali. L'obbiettivo ultimo dichiarato è quello di rendere le piccole imprese più grandi e coese, più internazionali e capaci di offrire maggiori opportunità di impiego a livello locale. A tal fine la Banca per il Mezzogiorno offrirà anche il servizio di consulenza e potrà acquistare mutui dai soci.

    L'ulteriore iter da seguire affinché la banca possa essere istituita prevede un passaggio necessario al Parlamento per la conversione del ddl in legge, preferibilmente in tempi brevi, usufruendo di una «corsia preferenziale», che sta a significare la priorità che il governo attribuisce all'emergenza dello sviluppo del Mezzogiorno. In seguito, il ministro dell'Economia dovrà redigere il decreto sui criteri e i costi della garanzia di Stato e del Sud-Bond. Il Ministro della Sviluppo economico redigerà, dal canto suo, il decreto relativo ai criteri e ai costi del fondo di garanzia. Il comitato promotore presenterà la sua relazione al Tesoro entro tre mesi dall'entrata in vigore della legge. Infine, si dovranno attendere i responsi favorevoli di Bankitalia e di Bruxelles.

    La scommessa di istituire una banca etica per il Sud, che oltre a finanziare gli investimenti fornirà anche un servizio di consulenza alle piccole banche locali nella gestione del credito, è impegnativa e andrà gestita con grande attenzione. In particolare, il numero degli sportelli a disposizione della banca dovrà essere adeguato in relazione a quello totale presente sul territorio e la banca stessa non dovrà intaccare il fragile equilibrio stabilito dagli operatori locali già attivi. Alcuni aspetti sono ancora in procinto di essere valutati, quali il ruolo delle Poste, che in tal modo rafforzerà le sue funzioni di distribuzione di prodotti finanziari, il sistema di raccolta del risparmio, che tramite i Sud-bond sarà soggetto con buona probabilità a forti sviluppi e il ruolo dello stato nel predisporre il fondo di garanzia. Sarà la disamina in Parlamento a definirne i particolari, mentre il giudizio finale spetterà alla Commissione europea.

    October 14

    1999 -2009: dieci anni di moneta unica

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 ottobre 2009

    L'anno in corso conclude il primo decennale della moneta unica europea, l'euro. È questo l'anno in cui si può tracciare un primo bilancio per comprendere se e quanto l'introduzione dell'euro abbia giovato all'economia dei paesi membri dell'Unione monetaria europea, prima fra tutte a quella del nostro Paese. In questi dieci anni, a cavallo dell'inizio del nuovo millennio, si è assistito allo scoppio di due bolle speculative i cui effetti hanno avuto drammatici risvolti sulle economie industrializzate ed hanno aggravato la difficilissima situazione dei paesi economicamente più svantaggiati ed erroneamente chiamati del Sud del mondo.

    La prima bolla speculativa del nuovo millennio è stata quella della new economy, iniziata sotto l'amministrazione Clinton e coincisa con il crollo delle Torri gemelle l'11 settembre 2001 causato da Al Qaeda. La seconda bolla speculativa ha cominciato a sgonfiarsi negli Usa approssimativamente nella seconda metà del 2006, quando il mercato immobiliare statunitense ha subìto il crollo dei prezzi degli immobili e molti titolari di mutui cosiddetti subprime sono divenuti insolventi. L'escalation della crisi è continuata fino al suo culmine, nel bimestre settembre-ottobre 2008, quando sono entrate in crisi le banche d'affari più note (il 15 settembre 2008 è fallita la Lehman Brothers e il 22 settembre Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno rinunciato al loro status di banche d'affari e sono diventate banche di deposito). Gli effetti della crisi economica attuale sono evidenti (recessione, disoccupazione e deflazione), mentre la speculazione non ha mai interrotto la sua azione devastatrice (a titolo di esempio basta registrare il prezzo dell'oro di stamane quotato sul mercato e pari a 1049 dollari Usa per oncia).

    La domanda che si pone all'attenzione dei commentatori più accorti è se la moneta unica, l'euro, abbia riparato, almeno in parte, i paesi dell'unione monetaria dalle fluttuazioni cicliche dell'economia mondiale e dagli shock esterni al ciclo o se piuttosto non si sia rivelata una chimera, se non un fattore aggravante. La risposta può essere trovata più agevolmente osservando la storia e leggendo in essa le tendenze e le contraddizioni delle scelte passate. Un aspetto non trascurabile della nostra moneta sta nel fatto che, alla fine del 1995, l'introduzione della moneta unica è stata fatta proseguendo una strada intrapresa di una unione monetaria priva di una integrazione economica e soprattutto politica. Questa carenza aveva portato già al fallimento del primo Serpente monetario europeo, quello introdotto nel 1972 in seguito alla fine del sistema dei cambi monetari fissi decretata con la decisione unilaterale di Nixon di abolire la convertibilità esterna del dollaro, e al fallimento del secondo serpente monetario e dello Sme (Sistema monetario europeo), con il suo «ecu» travolto dalla crisi valutaria del 1992.

    È noto che nel 1995 il Consiglio europeo di Madrid trasformò lo scudo europeo in euro e fu decisa sia la sua introduzione nei conti comunitari, a far data dal 1999, sia il conio delle banconote e delle monete metalliche e la loro circolazione, entro i due anni successivi. Nel giugno 1997 il Consiglio europeo approvò il Patto di Stabilità monetaria e nel maggio dell'anno seguente certificò che in Austria, in Belgio, in Finlandia, in Francia, in Germania, in Irlanda, in Italia, in Lussemburgo, in Olanda, in Portogallo e in Spagna sussistevano le condizioni affinché tali paesi potessero entrare a far parte dell'euro-zona. Nel 1999 furono fissati i tassi irrevocabili di conversione delle monete partecipanti alla zona dell'euro (per la lira fu fissato tasso di conversione piuttosto sfavorevole e pari a 1936,27 lire per ogni euro). Per decisione della Banca centrale europea il regime di doppia circolazione monetaria lira-euro fu limitato a soli due mesi, mentre sarebbe stato saggio allungare tale periodo di transizione fino a due anni, affinché i consumatori potessero essere liberi di usufruire di entrambe le monete e di percepire prontamente l'innalzamento dei prezzi conseguente alla conversione della moneta, modificare di conseguenza le proprie decisioni di spesa e calmierare in parte l'impennata dei prezzi. Invece, la repentina sostituzione della moneta nazionale con quella comunitaria, voluta in tempi brevi dalla Bce, timorosa che la nuova moneta non si affermasse, ha prodotto una riduzione del potere reale della moneta entro i confini nazionali, tale che in poco tempo ciò che costava mille è venuto a costare duemila e gli stipendi e le pensioni hanno dimezzato il loro valore reale.

    Un altro madornale errore fu compiuto al momento della creazione di una banca europea indipendente e della stesura dello statuto della Banca centrale europea che non volle imitare lo statuto della Fed, la Riserva federale degli Stati Uniti, nel quale è scritto che la difesa della moneta deve essere in funzione non del prestigio, ma dell'occupazione, ossia il contrasto all'inflazione non è fine a se stesso, ma in funzione del ciclo economico.

    A tal riguardo la storia conferma un insegnamento, che noi europei dovremmo cogliere. Mai nessun governo o potere centrale ha rinunciato a batter moneta, salvo l'esempio della Repubblica di Weimar e quello della Banca centrale europea. La creazione di una banca centrale indipendente si ravvisa proprio nell'esperienza della Repubblica di Weimar, che nel 1924 consegnò i pieni poteri alla banca centrale, rinunciando al potere della moneta. Il risultato della gestione monetaria della banca centrale fu un'iperinflazione e la disoccupazione per milioni di lavoratori. Ne risultò l'ascesa al potere di Adolf Hitler e l'accentramento, nuovamente, di tutti i poteri, compreso quello monetario. Il dittatore ordinò al banchiere centrale di emettere moneta, che servì al governo per finanziare i lavori pubblici (le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali). Per finanziare tutte queste opere e per far riaprire le fabbriche furono emessi i Certificati Lavorativi del Tesoro, detti anche «cambiali del lavoro», scontate dalla banca centrale. Alla fine del 1935, quindi nell'arco di appena due anni, la disoccupazione era vinta e iniziava l'afflusso di manodopera straniera. L'immissione di liquidità nel sistema mediante l'emissione di moneta non aveva provocato l'inflazione; al contrario, aveva permesso di aumentare la produzione di beni e servizi grazie al fatto che la produzione aveva in tal modo potuto usufruire di risorse finanziarie senza accendere alcun debito e quindi prive di un costo per interessi. È necessario sottolineare che da tale politica di risanamento dell'economia tedesca prese il via anche la politica degli armamenti, che sfociò poi nella seconda guerra mondiale, ma il principio di fondo rimane: la moneta deve servire a far lavorare le genti.

    Dal canto suo l'eurozona è stata sempre in ritardo rispetto alle altre economie, ad esempio rispetto a quella degli Stati Uniti, del Giappone e del Regno Unito. Uno sguardo all'evoluzione del reddito pro-capite dei paesi quali la Francia, la Germania e l'Italia a confronto con quello degli altri stati citati (grafico) è sufficiente per provare la validità di tale affermazione.

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    La causa principale del rallentamento dell'economia dei Paesi dell'euro è da individuare nei parametri di Maastricht e nella politica monetaria, la cui moneta non fa lavorare, perché è scarsa e fortemente sopravvalutata. Non esistono motivi economici in base ai quali l'euro debba essere fortemente sopravvalutato, specie nei confronti del dollaro Usa. È il risultato di politiche monetarie restrittive della Banca centrale europea indipendente.

    I tempi sono, invece, maturi per pensare ad un ordine monetario che ridimensioni il ruolo dei banchieri centrali e dei loro strumenti inadeguati per far fronte alle fluttuazioni cicliche dell'economia. Si sa che la moneta è come una corda, che può essere solo tirata (aumentando il tasso ufficiale di sconto), e non spinta. Abbassando i tassi di interesse al di sotto di certi livelli, infatti, non si provocano meccanicamente conseguenze di stimolo all'economia. Oltretutto il tasso di interesse non può essere abbassato al di sotto di una certa soglia, pena la riduzione del risparmio.

    Occorrerebbe considerare nuovamente il vincolo della bilancia dei pagamenti come meccanismo fondamentale per la stabilità monetaria, replicando i risultati positivi dell'accordo di Bretton Woods. Sarebbe indispensabile modificare lo statuto della Bce, considerando anche le conseguenze di ordine economico e occupazionale su tutti i Paesi membri delle scelte del suo governatore. Ancor più sarebbe necessario ripensare tutto il quadro istituzionale Ue, attribuendo un ruolo politico al Parlamento europeo e ridimensionando il ruolo della Commissione di Bruxelles, composta esclusivamente da tecnici e non da politici, e confinandolo al ruolo di consulente dell'organo politico centrale. Affinché l'Europa unita diventi uno Stato sovrano occorre una unione politica secondo la forma di una confederazione di Stati, come la storia di altri Paesi (Stati Uniti, Svizzera e Germania) ha insegnato. Solo in tal modo potrebbero essere perseguite politiche economiche importanti, come quelle riguardanti il fisco, l'occupazione, l'energia e l'immigrazione. Solo così l'Europa potrebbe partecipare a pieno titolo alla soluzione dei problemi internazionali più importanti.

    October 09

    Tremonti illustra la Finanziaria 2010

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'8 ottobre 2009

    Prudenza. È questa la parola che più delle altre è stata pronunciata dal ministro Tremonti in occasione della presentazione al Senato, il 6 ottobre, della Finanziaria, della relazione previsionale e programmatica per il 2010 e l'aggiornamento del Dpef. La prudenza è intesa nel senso che la ripresa economica non sarà gravata di ulteriori tasse e imposte al fine di aumentare il gettito. Occorre evidenziare comunque che sulla scorta dei dati pubblicati dalla Banca d'Italia nel documento dal titolo «Statistiche di finanza pubblica nei paesi dell'Unione Europea», in Italia la pressione fiscale è diminuita: dal 43,1% del 2007 (si ricorderanno le Finanziarie firmate dalla coppia Padoa Schioppa-Visco), è scesa al 42,8% nel 2008. La prudenza è altresì intesa nel senso che se il maggior gettito si realizzerà per effetto della crescita del Pil, quindi della base imponibile, tale maggior introito fiscale sarà destinato «al sociale», ossia per la ricostruzione di L'Aquila, di Messina, per finanziare gli ammortizzatori sociali, la sanità e via dicendo. A tal proposito, il documento Bankitalia citato ha evidenziato che il nostro Paese è stato il sesto in graduatoria europea per la dimensione della spesa pubblica, con la quota del 48% del Pil, non molto distante dalla media europea del 46,3%.

    Le condizioni economiche del nostro Paese dall'inizio dell'anno sono migliorate, seguendo le parole del ministro. Anche le previsioni della Commissione europea sembrano essere in linea con tale analisi ottimistica del governo (tabella). Come ha affermato Tremonti, la decrescita del Pil è rallentata nel secondo trimestre di quest'anno. Inoltre, il terzo trimestre, stando alle previsioni prudenziali e provvisorie della Commissione, potrebbe addirittura far registrare un valore positivo.

    Le convinzioni del ministro nascono dal confronto con i rappresentanti dell'economia degli altri paesi europei e non solo incontrati in questi giorni. Le occasioni sono state quelle dei lavori del Fondo Monetario internazionale di Istanbul, della riunione dei ministri finanziari del G7 e del Monetary and Financial Committee del Fmi.

     

    Le stime del Ministero dell'Economia e delle Finanze, sulla base dei dati del Fondo Monetario internazionale, consentono di affermare che il debito pubblico italiano è destinato a crescere ancora nel prossimo futuro, ma che la sua «velocità di accrescimento», misurata dalla variazione percentuale dell'accrescimento cumulato del debito (grafico), è ampiamente inferiore a quella degli altri grandi paesi europei, Francia, Germania e Regno Unito, e a quella degli Usa e del Giappone. L'atteggiamento prudenziale impone, come sostiene il ministro, di perseguire politiche di indebitamento che non consentano il superamento della soglia del 5%. Resta il fatto che la performance dei conti pubblici italiani, in concomitanza con il peggior momento di crisi economica dal 1929, è stata la migliore sia nel contesto europeo sia in quello internazionale.

     

     

    Passando all'analisi degli indicatori economici, il ministro intravede segnali incoraggianti (aumento della fiducia delle imprese e dei consumatori, del traffico autostradale e postale). Segnali positivi sono anche insiti nell'andamento del gettito fiscale proveniente dall'imposta del valore aggiunto, che «al netto della componente sulle importazioni», secondo quanto ha detto il ministro «ha mostrato, per la prima volta nell'anno, un andamento positivo rispetto all'andamento precedente».

     

    Il momento è ancora difficile. I dati a disposizione del ministro consentono di prevedere un rimbalzo dell'economia, ossia una sua ricrescita, tra la seconda metà dell'anno in corso e l'inizio del 2010, anche se il tasso di crescita rimane incerto. Il ministro ha denunciato il fatto che manca ancora una posizione comune in seno all'Unione europea per elaborare una strategia di uscita dalla crisi che sia coerente in tutti i paesi membri e che il periodo di transizione, definito «terra incognita», non permette politiche di alti debiti. Comunque l'andamento dell'inflazione che si attesta ancora a valori piuttosto bassi nel nostro paese e in quelli europei e internazionali permette di sperare in una ripresa dei consumi e della domanda internazionale che possa sostenere l'export. La politica di bassi tassi di interesse portata avanti da Trichet, governatore della Banca centrale europea, inoltre, non contrasta con la politica di sostegno all'economia, mentre l'afflusso di capitali dall'estero per effetto dello scudo fiscale dovrebbe incidere positivamente sui primi germogli di ripresa.