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    October 23

    IN EUROPA MENO IMPOSTE PER EVITARE LA DEPRESSIONE

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 ottobre 2008

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    Gli interventi a ripetizione dei vari governi in tutto il mondo hanno evitato fino ad ora che i fallimenti delle banche si ripetessero in serie e come in un gioco di domino portassero al collasso i settori bancari nazionali. Con ciò, purtroppo, la crisi finanziaria è ben lungi dall'essere superata e occorrerà molto tempo per assorbire l'eccesso di carta finanziaria speculativa creata in questi ultimi anni, complici le banche d'affari o banche universali. Molta carta speculativa andrà perduta, perché il suo valore sarà nullo, ovunque e specie in Asia e in Europa, coinvolte più degli Stati Uniti nella corsa al disastro. La crisi iniziata negli Stati Uniti si è diffusa alla velocità della luce fino in Estremo Oriente, ma nell'Europa sembra produca il maggiore impatto economico.

    In attesa degli sviluppi della crisi finanziaria i governi si sono preoccupati di evitare che gli effetti si abbattessero violentemente e repentinamente sui sistemi economici e, in particolare, sulle imprese e sulle famiglie. Con i provvedimenti presi e con quelli che saranno decisi nei prossimi giorni nelle varie sedi, tra cui il prossimo G8 allargato anche ai principali paesi emergenti, lo spettro della depressione sarà sicuramente fugato e quello della recessione sarà limitato nei suoi effetti più dirompenti (centinaia di milioni di disoccupati, con le rispettive famiglie gettate sul lastrico).

    Rispetto a quella del 1929-32, la crisi odierna è in tutti i suoi risvolti di dimensioni ben più ampie e, quindi, gli interventi governativi dovranno essere massicci e tempestivi. La prima misura da prendere riguarda la pressione fiscale, che in tutti i paesi dovrà essere abbassata di diversi punti. In Europa il ribasso dovrà essere più marcato rispetto al resto del mondo, essendo il Vecchio Continente molto più tartassato dalle imposte e dalle tasse rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti, dove la pressione fiscale incide per meno di 1/3 sul prodotto interno lordo. In Europa supera, invece, il 50% del Pil e in alcuni paesi arriva anche al 60%, tenendo conto dei vari balzelli. Il mondo occidentale, ossia quello che conta ai fini della crescita economica mondiale, ha un modello economico basato sulla dinamica della domanda globale, vale a dire sui consumi, che tirano l'offerta di beni e servizi. Pertanto, occorre impedire che i consumi ristagnino o, peggio ancora, cadano rapidamente fino a determinare la paralisi della produzione di beni e servizi. L'abbassamento della pressione fiscale ha il pregio di mettere a disposizione dei consumatori un potere di acquisto da spendere immediatamente, integrando il deficit di spesa prodotto dalla rincorsa dei prezzi da attribuire alla speculazione sui beni alimentari di base e sui carburanti, oltre che sulle abitazioni e relativi affitti.

    Nello stesso tempo, sarà giocoforza per i governi ricorrere alla leva degli investimenti pubblici, in primo luogo le abitazioni e i vari lavori pubblici, nonché i servizi fondamentali. I disavanzi pubblici dovranno aumentare, nonostante i tagli da apportare alla spesa corrente, centrale e locale (un settore, questo, fonte di sprechi in quei paesi, specie europei, dove la spesa pubblica corrente è elevata per un eccesso di statalismo). Sarà necessario emettere carta moneta e nello stesso tempo impedire che questa immissione inneschi una spirale inflazionistica. I governi dovranno indicare gli investimenti da finanziare e questo annuncio consentirà alle imprese di iniziare subito a produrre. Più breve sarà il lasso di tempo tra emissione di carta moneta e l'annuncio degli investimenti e minore sarà l'impatto sui prezzi, che poi si annullerà del tutto con l'inizio della produzione effettiva.

    Determinante sarà l'andamento del prezzo del petrolio e degli idrocarburi in generale. A questo proposito sarà bene che l'Opec sia coinvolta nei programmi antirecessione e che i cosiddetti «fondi sovrani» non siano impiegati a fini speculativi. È nell'interesse degli stessi paesi produttori di petrolio che l'economia mondiale non cada in recessione e che questa non si trasformi in depressione più o meno profonda, più o meno lunga. In questo malaugurato caso, la riduzione dell'estrazione di petrolio per mantenere alti i prezzi degli idrocarburi sarà un'arma a doppio taglio, perché, tra l'altro, accelererà i programmi di costruzione delle centrali atomiche di nuova generazione e si svilupperà la trazione elettrica dei vari autoveicoli, sia leggeri che pesanti. Esistono, inoltre, incalcolabili fonti di energia geotermica, che la tecnologia potrà sfruttare per sostituire il petrolio, dal quale appare più profittevole estrarre molte sostanze, anziché bruciarlo e produrre inquinamento.

    La follia di creare ricchezza con la carta, se da un lato ha prodotto una crisi finanziaria di immani proporzioni, dall'altro lato, come dimostrano gli interventi dei vari governi, ha prodotto l'effetto, che sarà sempre più evidente, di rafforzare la cooperazione economica internazionale e più precisamente dei paesi industriali dalla crescita dei quali dipende in definitiva l'avanzamento della civiltà e l'accrescimento della ricchezza mondiale.

    October 19

    EVITARE LA RECESSIONE

    Di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 ottobre 2008

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    Quella appena trascorsa è stata una settimana di borsa con ampie oscillazioni, caratterizzata dall'alternanza tra perdite e profitti distribuiti in modo disomogeneo. Assisteremo ancora a lungo a simili settimane altalenanti, non solo per la mancanza di fiducia degli operatori nei confronti delle aziende e degli istituti bancari, ma anche e soprattutto perché questa situazione rappresenta un'allettante occasione per i detentori di capitale di acquistare quote di aziende, tramite l'acquisto di azioni, a prezzi inferiori - e spesso di molto inferiori - al valore effettivo aziendale. Le notizie allarmanti di eventuali scalate delle aziende e banche italiane ad opera dei fondi sovrani (Sovereign wealth funds, Swf), che si sono formati grazie ai proventi di petrolio e gas, specie nel sud-est asiatico (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Quasar, Burnei, Kuwait), hanno in questo contesto un fondamento di verità. Ma anche la Libia, che sembra preferire l'Italia, nonché Singapore e Norvegia hanno cospicui proventi per tentare scalate.

    Il caso italiano più eclatante di questi giorni è stato l'acquisto del 4,23% del capitale azionario di Unicredit da parte del fondo sovrano libico, tale che la Lybian Investment Authority è divenuto il secondo socio della banca italiana. Tale acquisizione ha permesso a Unicredit di recuperare valore in borsa (+6%), dopo una mattinata di perdite vertiginose (-13%). A tale proposito sarebbe controproducente se si impedisse ai capitali di affluire alle aziende in difficoltà. Chiudere del tutto le porte ai fondi sovrani stranieri è un lusso che nessuna nazione sull'orlo di una recessione si può permettere. Gli Stati Uniti, la Svizzera, la Gran Bretagna e l'India sono i paesi che attirano maggiormente l'attenzione dei fondi sovrani. Gli Usa e l'Australia hanno saputo porre un argine all'avanzata dei fondi sovrani, imponendo loro un tetto massimo di acquisto del capitale azionario di una impresa e il divieto di nominare gli amministratori.

    In seno all'Ue è stata avanzata l'ipotesi della costituzione di un fondo sovrano europeo. I fondi sovrani asiatici e mediorientali appartenenti ai paesi che hanno vocazione alla commercializzazione estera si alimentano grazie ai surplus delle bilance commerciali, ovvero grazie al valore delle esportazioni (prevalentemente prodotti energetici e materie prime), che superano ampiamente il valore delle importazioni, permettendo per tale via l'accumulo di valuta estera pregiata. L'Ue non si trova in una simile posizione privilegiata. Al contrario rappresenta il partner commerciale preferenziale proprio di quei paesi che hanno creato i fondi sovrani. Non sembra, quindi, che una simile ipotesi possa essere praticabile. Ben più interessante, invece, è la proposta di Tremonti di utilizzare la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) per sovvenzionare gli Stati europei che si trovano in difficoltà e per incrementare gli investimenti non solo nell'est europeo, ma in tutto il territorio dell'euro-zona.

    L'Italia si trova particolarmente esposta alle cosiddette «Opa ostili», ovvero le scalate al capitale azionario attraverso l'acquisizione di azioni di borsa, in misura maggiore rispetto agli altri paesi dell'Ue, per via della regola di «passività», ovvero quella regola secondo la quale gli amministratori delle società sotto scalata non possono porre in essere azioni contro la scalata senza il consenso dell'assemblea. Il governo si sta adoperando per porre rimedio a questa rigidità del sistema delle imprese, introducendo un emendamento al decreto «salvabanche» che ha cominciato l'iter parlamentare in commissione Finanze alla Camera.

    Un altro rischio insito in questa crisi finanziaria e che minaccia la struttura produttiva del nostro paese e delle altre nazioni dell'Unione europea è rappresentato dalla mancanza di fiducia all'interno della stessa rete delle banche, il cosiddetto «settore interbancario», che è essenziale per favorire la circolazione della liquidità. Le azioni che il governo italiano e l'Unione europea pongono in essere già da settimane sono volte a tutelare il sistema bancario e a restituire al sistema stesso quella dose di fiducia necessaria affinché possa funzionare in efficienza, in quanto il sistema bancario svolge un ruolo insostituibile all'interno del sistema produttivo: la banca raccoglie risparmio e lo presta a breve termine agli operatori economici, imprese e soggetti privati. Da alcuni decenni, a questa funzione principale, se ne sono aggiunte altre, grazie alla trasformazione della banca classica in «banca universale», ossia la banca che esercita il credito a breve termine e poi anche a medio e lungo termine, che prima era esercitato da istituti pubblici, ora soppressi. La banca universale, inoltre, ha stretto legami, prima proibiti perché pericolosi, con le assicurazioni, con le imprese, con i fondi pensione, con i fondi di investimento, con le società finanziarie, ecc... Naturale, quindi, che la banca universale speculasse in borsa, che a sua volta si è trasformata in una specie di «bisca», mentre dovrebbe essere il luogo di incontro tra risparmio e investimento, in base alle leggi del mercato, rischio compreso. La banca universale ha grosse responsabilità nell'odierna crisi finanziaria, all'esplosione della quale ha contribuito anche l'informatica, perché ha consentito anche al singolo risparmiatore di investire direttamente, senza passare cioè per le varie istituzioni di controllo, tra cui le banche centrali, gli organismi di controllo della borsa, ecc...

    La crisi finanziaria ha cominciato ad intaccare i sistemi produttivi, ovvero si sta trasformando in crisi economica. I primi segnali di cedimento del sistema produttivo si avvertono in tutti i paesi e occorre reagire con l'intervento pubblico. Per fortuna oggi si sta facendo spazio l'opinione che in un periodo di crisi come quello attuale, vasto e imprevedibile, occorre che gli Stati si facciano carico delle sorti dell'economia nazionale e agiscano a tutela e a sostegno del sistema economico. I primi segni in tal senso sono stati la considerazione di introdurre margini di flessibilità nel Patto di Stabilità. Il passo successivo dovrà essere quello di rivedere il Trattato di Maastricht e il Patto di Stabilità, consentendo ai governi di riappropriarsi del loro ruolo di sostegno all'economia, mediante gli investimenti produttivi finanziati con i tagli di spesa corrente e improduttiva, e forse soprattutto con l'emissione di titoli di Stato.

    October 14

    TENERE ALTA LA GUARDIA

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 ottobre 2008

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    Il rimbalzo piuttosto elevato di tutte le borse verificatosi lunedì 13 ottobre, che sembra proseguire anche per la giornata di oggi, stando almeno alle aperture delle borse asiatiche, è dovuto alla rete di sicurezza contro il fallimento delle banche, stesa dai governi e dalle banche centrali dei paesi del G7 e da quelli dell'euro-zona. Si tratta di un importo di oltre 1.700 miliardi di euro solo per l'unione monetaria europea, da sommare alle cifre degli Stati Uniti, della Svizzera e degli altri paesi. C'è da sperare che non sia necessario impiegare queste somme e che, soprattutto, non vengano utilizzate per innescare nuove speculazioni.

    Al di là dei limiti d'intervento decisi dai vari governi, ciò che conta è la protezione pubblica alle banche, affinché possano continuare ad esercitare il credito a favore della clientela. Al conseguimento di questo risultato l'attivismo del governo italiano è stato encomiabile e il presidente del consiglio dei ministri Berlusconi si è posto all'attenzione mondiale alla pari e forse di più di Sarkozy, nella sua qualità di presidente di turno della comunità europea.

    Ciò premesso, è ancora presto per affermare che la crisi finanziaria, la più grande che il mondo abbia fino ad ora conosciuto, sia in via di soluzione rapida, tale comunque da evitare il contagio ai settori dell'economia reale, oggi in crescente affanno, specie il settore automobilistico e il suo indotto, mentre i consumi sono in rallentamento.

    Ma l'intervento a favore delle banche ha evitato che si ripetesse l'inerzia che caratterizzò la crisi dal 1929 al 1932. Allora, nessun governo e, in particolare, l'amministrazione statunitense del presidente Hoover, intervenne e l'economia, e non soltanto la borsa, si avvitò su se stessa in un crescendo di decine di milioni di disoccupati e di tensioni socio-politiche. Come è noto, soltanto a far data dal 1933-34 attraverso gli interventi pubblici negli Usa, in Germania, in Italia, in Russia e in altri paesi fu possibile iniziare a risalire la china, previ gli aggiustamenti monetari, tra cui la svalutazione del 40,9% del dollaro Usa, la ricostituzione delle riserve bancarie e la creazione di nuovi istituti, tra cui in Italia l'Iri (Istituto di Ricostruzione Industriale) e l'Imi (Istituto Mobiliare Italiano).

    Evitato, con i vari decreti dei governi, il fallimento delle banche e salvati i depositi e i conti correnti dei risparmiatori, è iniziato il tempo dell'accertamento delle responsabilità e dell'allontanamento dei dirigenti che hanno creato e alimentato la più selvaggia speculazione finanziaria, che ha contaminato tutto il mondo, nessun paese escluso. I valori della speculazione finanziaria sono astronomici, visto che l'insieme dei titoli speculativi è valutato dal massimo di 24 volte il prodotto lordo mondiale (Pil) al minimo di 12 volte. Se facciamo una media tra queste due grandezze, la cifra della carta speculativa è a molti zeri. Infatti, il prodotto lordo mondiale può essere stimato per il 2007 in 66.000 miliardi di dollari in parità di potere d'acquisto. Questo valore moltiplicato per 18, che è la media tra 24 e 12, da per risultato la cifra di 1.188.000.000.000.000 dollari Usa, ossia un milione e centottantotto mila miliardi di dollari, ossia ancora 1.188 bilioni di dollari, essendo il bilione, secondo la convenzione matematica internazionale, uguale all'unità seguita da dodici zeri. Ma anche moltiplicando per 10 anziché per 18 il Prodotto lordo mondiale, la carta finanziaria in circolazione assume sempre valori astronomici.

    Questa mole di valori dei titoli emessi dalla speculazione è tale che l'economia globalizzata non può ammortizzarla se non in un lungo periodo di tempo, quasi secolare, senza considerare l'annullamento dei valori per i fallimenti delle imprese e per altre cause. Questa carta, in qualche modo, va sterilizzata al fine di impedire il collasso dei contribuenti, che invece si attendono giustamente un abbassamento non certo simbolico della pressione fiscale, del resto necessario per rimettere in moto l'economia industriale e i consumi.

    October 11

    Crisi finanziaria: è il momento delle scelte

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it l'11 ottobre 2008

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    La sera del 10 ottobre è terminata la settimana di passione delle borse, in tutto il mondo con perdite pesanti tanto da dimezzare i valori di capitalizzazione di un anno fa. Bene sarebbe stato aver chiuso le borse a metà settimana per dare modo ai partecipanti alla riunione annuale del Fondo Monetario internazionale a Washington e al G7 di prendere decisioni senza l'assillo del precipitare degli eventi. Occorre evitare che il mondo cada in un'immensa recessione internazionale, che i dirigenti del Fondo stesso hanno sbandierato innescando tensioni e timori che si sono scaricati sul mercato. Intanto si è chiuso il G7 con mere dichiarazioni di principio, che nessuno può contestare ma che hanno bisogno di tempo per essere calate nella realtà. Ormai è tardi per recriminare e occorre invece guardare in avanti per impedire che si ripetano gli errori fino ad ora commessi e precisamente a far data dall'amministrazione Clinton, con la new economy, per poi proseguire con l'amministrazione Bush, con la bolla immobiliare, seguita subito da quella delle materie prime - petrolio compreso - e dei generi alimentari.

    Gli altezzosi uomini della cosiddetta «finanza creativa» hanno prodotto un disastro che non ha precedenti nella storia economica e ora i governi, con le loro istituzioni preposte ai controlli, sono chiamati a impedire che la montagna di titoli speculativi produca una profonda recessione e crei quindi tensioni sociali inusitate. È da dare per certo che il mondo della finanza allegra e della speculazione selvaggia è finito e che le prossime due o tre generazioni vigileranno abbastanza per impedire che risorgano altri maghi illusionisti e profittatori. Oggi si volta pagina e si torna al vecchio sistema della separazione dei crediti. Releghiamo in soffitta la cosiddetta «banca universale», il tipo di banca cioè che opera a breve, a medio e a lungo termine, che diventa azionista delle imprese, che vende prodotti assicurativi e che finanzia allegramente la speculazione. Bene hanno fatto il governo Berlusconi e il ministro Tremonti a varare il decreto legge pubblicato già sulla Gazzetta Ufficiale, per tutelare sia i risparmiatori con la garanzia pubblica, in aggiunta a quella dell'apposito fondo interbancario per i depositi a risparmio, i conti correnti, sia i fondi pensione. Il decreto impedisce il fallimento delle banche e, di conseguenza, consente alle imprese di attingere al credito bancario. Occorre evitare  la paralisi del credito delle banche, senza però premiare i manager speculatori.

    Ciò detto, è bene che i governi, specie quelli dei paesi industrializzati, agiscano di concerto per impedire - giova ripeterlo - un tracollo di immane proporzione. Il problema che oggi incombe in tutta la sua gravità è l'accertamento di tutti i valori speculativi, in modo da assorbire la crisi senza provocare traumi nel tessuto economico nei vari paesi. Stime prudenziali indicano che a livello internazionale c'è una montagna di titoli speculativi pari a dodici volte il prodotto lordo interno mondiale, ossia il valore del flusso di nuova vera ricchezza creata in un anno in tutto il mondo. Altre stime indicano in ben venti volte il valore della carta finanziaria rispetto a quello del flusso di beni e servizi prodotto nell'ultimo anno. In un caso o nell'altro si tratta di valori da capogiro, che, non avendo a fronte nessun bene reale, sono destinati a diventare carta straccia, molta della quale sfugge ancora al controllo delle varie autorità nazionali e internazionali e ai governi. Il dilemma è se lasciare questo annullamento al mercato e sommergere nei prossimi giorni con un alto strato di macerie tutta l'economia mondiale e provocare quindi una recessione profonda e prolungata a livello planetario, con centinaia di milioni di disoccupati e con tensioni sociali che il mondo non ha mai conosciuto fino ad ora.

    L'alternativa a questo scenario consiste nel congelare questa mole di carta speculativa per il tempo necessario, affinché si crei tanta nuova ricchezza da poter assorbire i titoli sospesi. In breve, si tratta di rimandare nel tempo la loro liquidazione al verificarsi di nuova ricchezza disponibile. Si impone inoltre una nuova disciplina internazionale sul funzionamento delle borse, in modo che il reperimento dei capitali freschi, funzione propria della borsa, avvenga nei limiti di rischi propri dell'attività imprenditoriale. La borsa non deve fungere da bisca autorizzata, perché funzionano da tempo i cosiddetti «casinò», dove chi gioca rischia del suo senza coinvolgere i contribuenti. Senza entrare in particolari, si può comunque raccomandare la proibizione delle vendite allo scoperto e l'introduzione di un deposito previo per i contratti, come i futures, quando sono di mera speculazione.

    October 09

    Guardare alla crisi con lucidità

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 ottobre 2008

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    Mentre infuria la crisi finanziaria, ormai globalizzata e senza precedenti nella storia economica moderna e contemporanea, il provvedimento più saggio da prendere sarebbe quello di chiudere le borse valori in tutto il mondo per almeno cinque o sei giorni, per dare modo ai governi e alle banche centrali di avere il tempo necessario per prendere le dovute decisioni. Ciò premesso, nel rincorrersi delle notizie, specie quelle del crollo dei listini, che in breve tempo sono superate, è opportuno fare una sorta di analisi della crisi dopo aver accennato agli ultimi avvenimenti di ieri, 8 ottobre, dopo la chiusura della borsa di Tokio con la perdita del 9,4%. Nel corso della mattinata le borse europee hanno perduto molti punti inducendo le banche centrali a ribassare di mezzo punto (misura del tutto insufficiente) il tasso degli interessi. Sempre nella mattinata le autorità monetarie inglesi avevano stanziato 50 miliardi di sterline (pari a circa 88 miliardi di euro) per aiutare otto grosse banche sull'orlo del fallimento. Durante il marasma il presidente Bush ha invocato una riunione urgente dei paesi del G8, che molto probabilmente potrebbe svolgersi presso il Fondo Monetario Internazionale sabato prossimo, quando le borse saranno chiuse per il fine settimana.

    Per quanto riguarda l'Europa, al centro delle discussioni di questi giorni vi è stato il tentativo di costituzione di un fondo comune per affrontare la crisi. Tra una riunione e l'altra (summit a 4 di Parigi e Ecofin di Lussemburgo), tutto quello che è stato possibile approntare, nonostante gli sforzi di Berlusconi e di Sarkozy, è stata una garanzia sui depositi al risparmio limitata a 50 mila euro. Questa somma è la metà circa di quella in essere, ad esempio, in Italia, dove il fondo apposito di garanzia dei depositi copre 103.291,38 euro per singolo intestatario del conto di deposito o conto corrente, per cui per un conto cointestato a due persone la garanzia sale a circa 200 mila euro. Questa garanzia, che non sembra in assoluto elevata, è però sufficiente, perché nella corsa speculativa sono poche le persone che hanno tenuto per cifre considerevoli i loro risparmi in conto corrente presso le banche e hanno rinunciato quindi ai guadagni speculativi. D'altra parte, le banche hanno sempre sollecitato i risparmiatori a investire nei vari titoli consigliati dai promotori finanziari.

    Ma, oltre a questo, occorre intervenire sulle banche al fine di evitare il loro fallimento, perché, in un malaugurato caso di insolvenza generalizzato, si andrebbe incontro alla paralisi delle attività economiche. Le imprese di qualunque tipo e dimensione non avrebbero la liquidità per pagare gli stipendi e l'accredito in conto corrente, come avviene oggi nella maggior parte dei casi, non produrrebbe liquidità per la spesa in consumi indispensabili. La difesa per le banche, data la gravità della crisi, sarà impegnativa e le risorse fino ad ora approntate sembrano del tutto insufficienti, compreso il piano degli Stati Uniti. Occorrerà pertanto potenziare l'intervento pubblico nella misura necessaria, dichiarando da parte di tutti i governi la difesa ad oltranza. Ciò detto, bisogna precisare che il salvataggio non comporta, non deve comportare la copertura della speculazione, il più delle volte selvaggia, che le banche hanno finanziato. Senza il finanziamento bancario la speculazione avrebbe avuto vita breve, mentre ha potuto diffondersi e prosperare come una metastasi in tutti i sistemi economici a far data dall'inizio dell'amministrazione Clinton, proseguendo negli otto anni successivi dell'amministrazione Bush. Si impone per ogni banca salvata la nomina di un commissario ad hoc, lo scioglimento degli organi statutari e il congelamento delle prebende degli amministratori e dei dirigenti responsabili.

    Ma per affrontare la crisi e per impedire che si tramuti in recessione globalizzata è necessario ritornare alla separazione dei crediti, distinguendo quello commerciale o a breve termine da quelli a medio e a lungo termine, che debbono essere gestiti dal settore pubblico. È finita la cosiddetta «banca universale» che ha portato alla crisi a causa dell'intreccio sempre più stretto ed estremamente pericoloso tra banca e industria e il settore immobiliare. Una lezione, questa, che ha appreso la stessa Goldman Sachs, tramutandosi in banca commerciale. Nell'ambito dell'eurozona si impone, inoltre, la sospensione immediata del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità, dando così modo ai singoli Stati di intervenire con i crediti speciali, ossia con i crediti agli investimenti. In altri termini, si tratta di rivedere le norme che impongono il tetto del disavanzo pubblico distinguendo quello dovuto alle spese correnti, che vanno ridotte, da quello dovuto agli investimenti, che invece debbono essere incentivati.

    Se si vuole superare la crisi è necessario seguire ancora una volta il tracciato di Keynes, indicato nell'opera Occupazione, interesse e moneta del 1936, che teorizzò l'intervento pubblico e il deficit spending per sostenere e incentivare gli investimenti. Qualcuno suggerisce di smobilizzare l'oro delle banche centrali europee per superare la crisi, ma si tratta di un'idea che il banchiere centrale europeo considera come una eresia. Occorre però rilevare che il solo annuncio a vendere farebbe calare il prezzo dell'oro e quindi contribuirebbe a ridurre le attese inflazionistiche. Va da sé che il ricorso all'oro dovrebbe favorire gli investimenti e non dovrebbe servire per acquistare l'enorme massa di carta speculativa, della quale nessuno ha una idea precisa, che si avvia a divenire carta straccia, con gravi perdite di chi, piccolo o grande, ha seguito i consigli dei guru della speculazione.

    October 08

    LA RISPOSTA EUROPEA ALLA CRISI FINANZIARIA

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 ottobre 2008

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    In un clima di apprensione per le sorti del sistema bancario americano ed europeo, la scorsa settimana il presidente francese Nicolas Sarkozy ha formulato la proposta di istituire un fondo di garanzia europeo, in risposta al piano Paulson approvato sabato negli Usa. Proprio nella giornata di sabato la proposta francese non ha trovato accoglimento in occasione dell'incontro dei quattro partner europei del G4 (Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia). Erano presenti anche il presidente della Commissione Europea José Manuel Durão Barroso, il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Junker e il presidente della Banca Centrale europea Jean-Claude Trichet. La proposta aveva incontrato le prime ostilità già la settimana scorsa da parte della Germania, che si era dichiarata contraria all'istituzione di un fondo comune a tutti i paesi dell'euro-zona, sostenendo che le banche europee si trovano in situazioni differenti le une dalle altre. Il portavoce del ministro delle Finanze tedesco Christine Lagarde aveva sostenuto, in tale occasione, che sarebbe stato più opportuno procedere con interventi ad hoc, man mano che le difficoltà dell'una o dell'altra banca si presentavano, così come è avvenuto fino ad ora con interventi diversi da paese a paese.

    In questi mesi di crisi finanziaria, infatti, i governi europei hanno agito differentemente gli uni dagli altri per contrastare gli effetti della crisi nei loro sistemi bancari nazionali. Il caso più eclatante è stato quello irlandese. L'Irlanda ha deciso di garantire interamente i depositi delle banche e i debiti degli istituti di credito locali (le passività che sono state in tal modo coperte ammontano a circa 400 miliardi di euro, più del doppio del Pil irlandese). Questo provvedimento ha sollevato molte critiche da parte degli altri maggiori partner europei, che hanno letto in un tale intervento una forma di protezionismo e di concorrenza sleale del governo irlandese. La Francia, il Belgio, l'Olanda e il Lussemburgo hanno posto in essere, invece, un'azione congiunta per nazionalizzare i due colossi bancari multinazionali: la belga-olandese Fortis (con un impiego complessivo di 11,2 miliardi di euro) e la franco-belga Dexia (6,7 miliardi di euro). La Gran Bretagna, in febbraio, aveva nazionalizzato la Northern Rock, il colosso del credito ipotecario, investendo molte decine di miliardi di euro. Nei giorni scorsi il governo inglese ha, inoltre, rilevato 91 miliardi di dollari di mutui ipotecari della Bradford &Bringley. Il salvataggio della tedesca Hypo Re, che avrebbe dovuto prevedere la garanzia dei mutui ipotecari emessi dall'istituto per 35 miliardi di euro, ha trovato invece grandi difficoltà. La Danimarca e l'Islanda, infine, sono intervenute per nazionalizzare la banca danese Roskilde Bank (con un costo di un miliardo di euro circa) e l'islandese Glitrin (con un esborso di 600 milioni di euro). Nell'insieme, tali provvedimenti sono costati più di 100 miliardi di euro, tra nazionalizzazioni e aiuti di Stato a pioggia.

    È prevalsa pertanto l'impostazione tedesca alla crisi e il risultato del vertice del G4 è stato quello di elaborare una strategia comune tra i grandi paesi europei, che conserveranno la loro autonomia nelle decisioni da prendere riguardo ai casi di salvataggio delle banche nazionali. Tali provvedimenti, però, saranno soggetti a un coordinamento europeo, nell'ottica di tutelare in prima analisi i risparmi dei correntisti e per diffondere fiducia nel sistema finanziario e bancario. È prevalsa, inoltre, l'idea del «chi sbaglia paga». Infatti, il premier Silvio Berlusconi ha più volte sottolineato l'importanza di introdurre nuove regole etiche nella gestione finanziaria, che prediligano gli investitori e selezionino e puniscano gli speculatori, mediante una riforma del sistema delle retribuzioni dei dirigenti. Non è peregrina la tesi di nominare un commissario ad hoc per ogni banca che ha speculato oltre ogni limite prudenziale. Ma servono anche nuove regole per la borsa. In particolare, occorre rendere permanente il divieto di vendere allo scoperto.

    La crisi finanziaria non ha agevolato la situazione economica già difficile dei paesi dell'eurozona, che si sono dovuti barcamenare in una congiuntura difficile. Mentre l'economia Usa è in rallentamento e il tasso di disoccupazione aumenta, l'Europa e, in particolare, l'eurozona, è in situazione di stallo con tendenza alla recessione. Le ultime previsioni ipotizzano un tasso di crescita per il 2008 tra l'1 e l'1,7% e tra lo 0,6 e l'1,5 per il 2009. Occorre però osservare che si tratta di stime del luglio scorso, quando ancora la crisi finanziaria non era esplosa. Ormai l'economia internazionale è in forte rallentamento ed è probabile che tutto il mondo conosca la crescita zero nel prossimo anno.

    In questo frangente vi è la politica della Banca Centrale europea, bloccata dal suo statuto in una eventuale azione di sostegno diversa da quella semplicistica di iniettare liquidità alle banche e a costi onerosi a causa degli alti tassi di interesse. Per tali motivi il G4 ha dichiarato di voler adeguare il Patto di stabilità affinché possa riflettere le circostanze sfavorevoli contingenti. In altre parole, ciò significa che il rientro del deficit di bilancio passa in secondo ordine. Seguirà a breve l'incontro dell'Ecofin in Lussemburgo per proseguire il lavoro iniziato dal vertice di Parigi. Il documento finale, che sarà redatto da Gordon Brown, sarà infine discusso in seno al Consiglio europeo e alla Bce. Il vertice di Parigi ha invocato la costituzione di un nuovo ordine  monetario internazionale, una nuova Bretton Woods, che dovrà essere discussa in occasione del futuro G8 della Maddalena nel 2009, presieduto da Silvio Berlusconi. In quella occasione saranno invitati anche India, Cina, Brasile, Messico, Egitto e il Sud Africa. I paesi partecipanti rappresenteranno così l'80% dell'economia mondiale.

    La Banca europea degli investimenti, intanto, ha stanziato 30 miliardi di euro per l'accesso al credito per le piccole e medie imprese. Si attende, ora, che anche la Banca Centrale europea faccia la sua parte, riducendo i tassi di interesse e, quindi, il differenziale con quelli americani, così come viene chiesto da tempo e con maggiore insistenza a mano a mano che la crisi finanziaria si aggrava. Per tale via si concederebbe un margine di liquidità al sistema economico e un ricorso agli investimenti meno oneroso. Ma il banchiere centrale fino ad ora è rimasto sordo alle richieste degli imprenditori europei. Ormai però è tempo di intervenire iniziando dal ribasso dei tassi d'interesse e dal finanziamento degli investimenti, senza pretendere il rispetto del Trattato di Maastricht e del successivo Patto di Stabilità.

    Nel frattempo le borse continuano ad accusare perdite vistose; la Merkel è tornata sui suoi passi e ha garantito al 100% i depositi e i conti correnti bancari. Era una misura necessaria, che l'Italia ha preso da tempo, ma che non sarà sufficiente a fermare la caduta delle borse, perché esistono ancora troppi titoli che ormai hanno valore pressoché nullo.

    October 03

    Crisi finanziaria, urge un intervento

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 2 ottobre 2008

    rp

    Nei prossimi giorni il piano Bush approntato per fronteggiare la crisi finanziaria - della quale non si hanno ancora le esatte dimensioni, giacché la proliferazione dei titoli, compresi quelli cosiddetti «spazzatura», è stata immensa - sarà sicuramente approvato con gli aggiustamenti necessari per correggere l'impostazione data dal ministro del tesoro statunitense Paulson, ex presidende della Goldman Sachs, che lo aveva elaborato con troppa fretta, dando l'impressione di voler salvare gli amici. Posti al riparo i fondi pensione con il salvataggio di Aig, presso il Congresso è prevalso il criterio di ripulire il mercato dalla speculazione selvaggia.

    Nei prossimi giorni il nuovo piano, che ha superato il vaglio del Senato e che è stato rivisto sulla base degli emendamenti introdotti introdotti, fortemente protesi verso la middle class (con sgravi fiscali per i contribuenti e per le piccole medie imprese, sarà sicuramente approvato venerdì anche alla Camera, perché è indispensabile intervenire per affrontare e soprattutto per risolvere la crisi, senza provocare un disastro ben più vasto e più profondo di quello conseguente allo scoppio della bolla speculativa del 1929. Allora era presidente degli Stati Uniti il repubblicano H. C. Hoover, che a suo tempo era stato commissario della Società delle Nazioni in Siberia, nell'intento di studiare i soccorsi in favore della popolazione affamata. I suoi telegrammi parlavano di alcuni milioni di morti per fame a causa della rivoluzione bolscevica. Hoover, per la durata del suo mandato, non volle intervenire e anche durante la campagna elettorale del 1932 sosteneva, in stridente contrasto con la situazione economica, caratterizzata, tra l'altro, da più di 14 milioni di disoccupati, che all'epoca era una cifra astronomica, che la ripresa era dietro l'angolo e che il mercato avrebbe aggiustato ogni cosa. Proprio il libero mercato dimostrava, invece, la sua vera natura di far lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile, vale a dire lasciando inoperosi i fattori abbondanti, tra cui il lavoro, rispetto al capitale, sempre scarso.

    Come noto, toccò a Roosevelt, vincitore delle elezioni del 1932, elaborare l'intervento con il famoso New Deal, che, seppur fortemente osteggiato, alla fine prevalse e consentì, attraverso la svalutazione del dollaro nella misura del 40,9 per cento e la ricostituzione delle riserve bancarie azzerate dalla crisi, di riprendere il cammino. Era il 1934 e i valori di borsa erano ritornati al livello del 1924, allorché la speculazione aveva preso l'avvio in seguito all'afflusso continuo di capitali verso gli Stati Uniti che fuggivano dall'Europa per il timore del comunismo. La Federal Riserve, creata pochi anni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, non aveva ancora sufficiente esperienza e si limitava a controllare la circolazione metallica e cartacea, mentre ormai gli speculatori operavano con gli assegni. Così la curva dei valori di borsa crebbe continuamente fino al 1929, allorché ebbe inizio il ramo discendente della parabola, che ebbe un andamento per così dire a sega, ossia cadute seguite da rimbalzi in un trend discendente.   

    Oltre al Piano di Bush, occorre che anche l'Europa tutta partecipi al salvataggio. In particolare, impegni precipui attendono la Banca centrale europea, come quello di adeguamento del suo Statuto a quello della Riserva Federale Usa, di difendere il potere di acquisto della moneta in funzione anche della congiuntura, ossia dell'occupazione. Lo statuto della Bce guarda, invece, alla moneta fine a se stessa, con il risultato che oggi resiste un euro assurdamente caro, mentre l'economia dell'euro-zona langue. Non sussistono ragioni economiche e politiche in base alle quali l'euro debba valere poco meno di un dollaro e mezzo, mentre dovrebbe posizionarsi sotto la parità, ossia un dollaro dovrebbe valere un euro e un quarto, stando almeno ai rispettivi flussi di reddito e di esportazioni.

    Nel piano di manovra che dovrà coinvolgere i paesi industrializzati e i paesi emergenti (in particolare Russia, Cina, India e Brasile) dovranno essere ben delineate le linee di salvataggio, previo azzeramento dei valori speculativi. Più che parlare di nazionalizzazione delle banche, come qualche frettoloso commentatore ha visto gli interventi della Fed per salvare, tra l'altro le due cosiddette «terribili sorelle», Fannie Mae e Freddi Mec, nonché l'Aig, occorre discorrere di salvataggio delle banche commerciali, la cui operatività è necessaria per assicurare i flussi di credito a breve termine alle attività economiche. Una particolare organizzazione dovrà essere approntata, inoltre, per i crediti speciali, settore nel quale in tutti questi anni ha operato in modo assurdo la speculazione. Altri particolari interventi dovranno riguardare i fondi pensione, il cui avvenire turba oggi i sonni degli americani. Il problema riguarda anche i fondi pensione italiani, che debbono essere sottoposti a particolari controlli in modo che la solidarietà sia completa nell'eventualità del dissesto di un fondo e soprattutto in modo che i fondi siano protetti dai tentativi di speculazione sui mercati mobiliare e immobiliare. Per la migliore tutela dovrebbe essere obbligatorio investire le giacenze nel comparto dei titoli di stato.

    Va da sé che gli inevitabili interventi debbono fare pulizia degli speculatori. In particolare, i vertici delle banche e degli istituti che hanno speculato debbono saltare e le loro liquidazioni devono essere congelate e versate in un fondo per risarcire i piccoli risparmiatori ingannati.

    In generale, alla luce di quanto successo e di quanto dovrà accadere, si impone l'abbandono della banca universale che anche in Italia è stata caldeggiata per non dire imposta, facendo cadere la riforma bancaria del 1936 che aveva rigidamente separato il credito commerciale dal credito mobiliare e da quello immobiliare e fondiario. Come è noto, la riforma bancaria del 1936 fu approntata per impedire il ripetersi della speculazione che portò allo scoppio della bolla nell'ottobre del 1929. Occorre anche tornare al sano principio della specializzazione: il banchiere faccia il banchiere e non anche l'assicuratore e lo speculatore, ossia il finanziere; le poste curino la posta e non anche gli operatori turistici e i finanziari, mentre il risparmio postale deve servire agli enti locali per i loro investimenti; la borsa deve essere il luogo di reperimento di capitali freschi e non fungere da bisca legalizzata. Per svolgere questa funzione sono sufficienti i «casinò» autorizzati.