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January 30 VENTI DI PROTEZIONISMOdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 gennaio 2009 Si rafforza di giorno in giorno il sospetto e con esso la preoccupazione che, con il procedere della crisi economica e con l'aumento della disoccupazione, gli stati nazionali possano predisporre piani di sostegno della produzione, non solo intervenendo direttamente nell'economia reale, ma anche ricorrendo a sistemi più o meno espliciti di protezionismo. È allarmante a questo proposito la mancanza di un piano internazionale concordato e, in particolare, in Europa. Anche negli Stati Uniti si avverte che le spinte protezionistiche possano prevalere con i provvedimenti del nuovo presidente a favore delle industrie automobilistiche. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, dal canto suo, ha invitato gli imprenditori a «non smarrire il filo del dialogo sociale» e, come contropartita delle misure di sostegno pubblico all'economia, ha posto l'impegno per gli imprenditori francesi a non delocalizzare all'estero. Tale appello è stato rivolto soprattutto alle case automobilistiche per le quali sono state previste misure di sostegno alle due principali case costruttrici, Renault e Psa, sotto forma di un prestito in due rate a un tasso dell'8%. Nelle intenzioni di Sarkozy vi è l'intento di sostenere l'industria automobilistica francese, affinché non sia svantaggiata rispetto ai concorrenti, soprattutto americani che hanno già usufruito e usufruiranno di ulteriori sostegni pubblici. Da anni prosegue una tradizionale guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea per alcuni prodotti agricoli (formaggi francesi, pomodoro italiano ecc.) e dell'allevamento (le carni americane sospettate di contenere ormoni non conformi alle normative europee) a dispetto di ogni regola del Wto. In questi giorni di gennaio è stata introdotta negli Usa una tassa sulle acque minerali italiane, che in America appartengono alla categoria dei prodotti di lusso e di nicchia. L'imposta produrrà immancabilmente il raddoppio del prezzo per il consumatore americano. Ulteriori provvedimenti tributari si attendono sui prodotti dell'industria dell'acciaieria europea ad opera sempre degli Stati Uniti. Riguardo all'insieme di questi provvedimenti il sottosegretario al commercio estero Adolfo Urso ha ottenuto il mandato dall'Unione europea di ricorrere in sede Wto. A queste iniziative, che appartengono alla più tradizionale politica protezionistica, si aggiunge un nuovo evento che può essere interpretato come un segnale di un imminente ricorso a ulteriori protezioni. Il nuovo ministro del tesoro americano Tim Geithner ha sostenuto a chiare note che il governo cinese sia colpevole di «manipolazione del cambio» della moneta nazionale, tenendolo basso per favorire le esportazioni e incamerare così valuta estera. Il flusso delle esportazioni cinesi, favorito dalla politica del cambio della valuta nazionale, ha generato un surplus di bilancia commerciale e quindi un afflusso di riserve valutarie che sono state investite in gran misura in questi anni nel debito pubblico americano. Gli avanzi di partite correnti riguardano anche altri paesi, in particolare Russia e Arabia Saudita, che come il paese asiatico finanziano con le loro riserve valutarie il debito pubblico americano. Vale la pena considerare che dalla fine di Bretton Woods, nell'agosto del 1971 sono stati soprattutto gli Stati Uniti in più occasioni a lasciare che il dollaro si deprezzasse a causa del della crescita del disavanzo pubblico. Nel contempo il deprezzamento facilitava le esportazioni. Dopo la pausa dell'amministrazione Reagan, il dollaro ha ripreso a deprezzarsi. In particolare, dal 2002 il deprezzamento si è accentuato, specie nei confronti dell'euro, e non ha sortito effetti positivi sul saldo delle partite correnti degli Usa, andate via via seriamente peggiorando, invece che migliorare, fatta eccezione per questi ultimi 2 mesi del 2008. Ciò non toglie che il peggioramento del disavanzo commerciale statunitense sia da ascrivere a una serie di cause endogene ed esogene al sistema economico statunitense. Tra le cause esogene si può considerare la concorrenza internazionale dei paesi emergenti e dei loro prodotti a basso costo, spesso realizzati in regime di dumping, favoriti anche dal basso valore del cambio della moneta nazionale, specialmente di quella cinese. È quindi presumibile pensare che la presa di posizione del ministro americano abbia lo scopo di richiedere senza ulteriori indugi un intervento del governo cinese per apprezzare o rivalutare adeguatamente il valore del renminbi (la moneta cinese), evitando, si spera, di creare una tensione nei rapporti diplomatici tra i due paesi. Un adeguato apprezzamento della valuta cinese è chiesto anche dall'Europa, invasa da prodotti cinesi di bassa qualità e venduti in gran parte in dumping. In una fase come quella odierna di crisi economica e finanziaria profonda, l'apprezzamento potrebbe evitare ritorsioni protezionistiche. Di una simile politica ne farebbero le spese in un primo tempo il gran numero di aziende americane che hanno delocalizzato la loro produzione nel paese orientale. Un eventuale atteggiamento protezionistico americano nei confronti della Cina lederebbe soprattutto gli interessi delle stesse aziende statunitensi, almeno per il periodo necessario al loro ricollocamento in altri paesi o al loro rientro in patria. Se ciò avvenisse, con buona probabilità il deflusso degli investimenti stranieri in Cina, fenomeno che già in parte è cominciato a causa del rallentamento della domanda internazionale, comporterebbe una ulteriore contrazione della produzione interna e quindi contribuirebbe ad aumentare la disoccupazione cinese. Le industrie americane però, tornando in patria, concorrerebbero a risollevare le sorti dell'economia nazionale, aumentando investimenti e occupazione. January 23 CRISI ECONOMICA E MERCATO NEROPubblicato su www.ragionpolitica.it il 22 gennaio 2009 Mentre la crisi finanziaria e quella economica incalzano vi è una ampia fetta dell'economia nazionale che forse risente meno delle difficoltà odierne, poiché è costituita da una miriade di piccole entità che meglio di altre può operare non gravata dal peso dell'imposizione fiscale. Si tratta del cosiddetto «sommerso», ovvero dell'insieme di tutte le attività economiche del nostro paese che non passa per i canali formali e che, in questi ultimi tempi, sembra seguire un suo proprio andamento, quasi svincolato dalle difficoltà delle imprese censite (grafico).
Una recente stima del governo ha valutato il valore del «sommerso» nel 2007 addirittura al 22% della ricchezza totale nazionale. Tale stima è solo l'ultima in ordine di tempo che è emersa da uno studio del fenomeno da parte delle istituzioni e degli istituti di rilevazione statistica. Sembra, infatti, che dal 1992 al 2006, vale a dire nell'arco di 15 anni il «settore sommerso», se così lo si può chiamare, ha sperimentato una vigorosa espansione, addirittura del 98% del suo valore, fatta eccezione per due anni, il 1998 e il 2002, in cui pare si sia contratto anche se solamente di una piccola percentuale. Nel corso del 2007, inoltre, la percentuale annua di crescita, è stata pari a oltre il 20% del suo valore. Si tratta però di valori correnti, che andrebbero depurati del tasso di inflazione, che comunque a livello nazionale non è stato molto ampio. Naturalmente, poiché tali stime sono state fatte non ricorrendo alle rilevazioni ufficiali e a causa della precipua difficoltà nella rilevazione certa dei dati, occorre prendere le considerazioni fin qui esposte con il dovuto margine di tolleranza, proprio per via della soglia di discrezionalità insita nei calcoli statistici su basi non certe. Si può anche ipotizzare, infatti, che i calcoli relativi alle stime del mercato nero siano molto prudenziali, nel senso che possono essere comprensivi di un margine di sottovalutazione. Nel caso in cui fosse possibile far emergere il «mercato nero» italiano nella sua interezza sarebbe interessante constatare come la posizione di coda del nostro paese nella graduatoria dei quattro principali paesi europei varierebbe in virtù della maggiore ricchezza non censita. Se l'errore di valutazione della quota percentuale del sommerso sul Pil fosse intorno anche solo al 3% l'Italia potrebbe eguagliare, in termini di prodotto interno lordo pro-capite, quindi in termini di ricchezza individuale della popolazione, il livello francese e assottiglierebbe di molto la differenza con quello tedesco. Occorre poi considerare il fatto che l'Italia sembra essere meno esposta finanziariamente nei confronti dei cosiddetti titoli «tossici», almeno in rapporto alle esposizioni finanziarie della Francia, della Germania e a maggior ragione di quella del Regno Unito. Quando lo scoppio delle bolle speculative (dei subprime, del petrolio e dei generi alimentari) esplicherà il pieno dei suoi effetti e ciò avverrà con buona probabilità nel corso di tutto il 2009 la graduatoria europea del Pil pro-capite varierà, probabilmente a vantaggio del nostro paese. Come è noto, gli italiani sono più ricchi di quello che ufficialmente dichiariamo di essere e dispongono, quindi, di un maggiore margine di risparmio. Come si è visto con le bolle speculative, il risparmio non manca, ma purtroppo è stato investito in titoli tossici. Ora bisogna pensare agli investimenti pubblici, che potrebbero trovare un agevole finanziamento nel caso in cui venissero emesse obbligazioni garantite dallo Stato. L'emissioni dei privati e garantite dallo Stato hanno il duplice vantaggio di far partecipare alle operazioni di investimento gli operatori privati in qualità di investitori e di piccoli e grandi capitalisti, senza che nel bilancio pubblico ricada l'onere finanziario dell'investimento se non nel raro caso in cui la garanzia pubblica sia chiamata in causa. È, comunque, opportuno far emergere il sommerso, non solo per un più esatto computo della ricchezza, ma anche e soprattutto è importante agire sulle cause che sono all'origine del mercato nero per un motivo di ordine pubblico. Infatti, tale mercato è alimentato da molte voci relative non solo all'evasione fiscale ma anche e soprattutto allo sfruttamento dei lavoratori disagiati o clandestini, alla prostituzione, per non considerare poi i commerci illegali della malavita organizzata, ma anche dei piccoli contrabbandieri. January 16 LE PROMESSE E LE ASPETTATIVE DELL'AMMINISTRAZIONE OBAMAdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 gennaio 2009 Sono quasi 2,6 milioni i posti di lavoro persi nel 2008 negli Stati Uniti in seguito all'attuale crisi economica, la più ampia flessione dell'occupazione dal 1945, ossia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, anno in cui vi fu il rientro dei reduci di guerra e la necessità della riconversione della produzione industriale da economia di guerra a economia di pace. Il tasso di disoccupazione è salito al 7,2%, l'incidenza più elevata dal 1993. Sono questi alcuni dati della recessione dopo quelli relativi all'andamento del prodotto interno lordo Usa, che nel terzo trimestre scorso si è ridotto dello 0,5%. Il precipitare della situazione occupazionale prosegue nell'anno nuovo tra ondate di licenziamenti. In particolare, dopo il licenziamento di 4.500 addetti a dicembre del gigante aerospaziale Boeing, nei primi otto giorni del 2009 aziende quali Alcoa (alluminio) e Cigna (assicurazioni) hanno deciso riduzioni del personale rispettivamente del 4 e del 14,5%. In generale, le attese per il 2009 indicano una perdita di posti di lavoro compresa tra i due e i cinque milioni e un tasso di disoccupazione vicino al 10% in tutti i settori dell'economia, dall'industria alle costruzioni, ai servizi. Si tratta ovviamente di stime di larga massima per indicare la forchetta entro la quale la disoccupazione potrà oscillare. La creazione di posti di lavoro è stata invece limitata al settore pubblico, in particolare la sanità e l'istruzione, che seppur modesta ha creato 52 mila nuovi impieghi. La settimana lavorativa media si sarebbe ridotta ai bassi livelli del 1964. I salari sono aumentati di un modesto 0,3% in dicembre e del 3,7% nel corso del 2008. La disoccupazione dilagante è una delle difficili sfide che Barack Hussein Obama dovrà affrontare, partendo, in primo luogo, dal ridimensionamento delle promesse fatte in campagna elettorale, quando per catalizzare il voto delle classi meno abbienti, specialmente ispano-americane e afro-americane, il presidente eletto prometteva di tassare i ricchi e soprattutto i loro profitti da capitale per ridistribuire a favore dei più poveri. Il futuro presidente, che alcuni hanno definito novello Robin Hood, dovrà però fare i conti con le regole fondamentali dell'economia. Infatti, prima di pensare a ridistribuire il reddito nazionale è necessario provvedere alla sua produzione, pena altrimenti l'esaurimento di ogni risorsa. Tale elementare condizione è ancor più cogente in una situazione di crisi economica generalizzata, che non impegna solamente gli Stati Uniti, ma il mondo intero, sia i paesi industrializzati sia e, a maggior ragione, i paesi meno dotati, in cui la produzione ha subito una forte contrazione. Ancor più le promesse di Obama candidato difficilmente saranno applicate per filo e per segno da Obama presidente, poiché urge il sostegno pubblico ai settori economici in crisi, con massicce iniezione di dollari per sostenere il sistema bancario e i settori industriali. Tali programmi di sostegno, che, secondo sempre le parole del presidente eletto ammonteranno a 800 miliardi di dollari in due anni, con l'obiettivo di creare o salvare tre milioni di posti di lavoro, occorre che siano reperiti anche mediante il prelievo fiscale, visto che il debito pubblico americano ha da tempo raggiunto livelli astronomici (grafico) pari a circa il 65% del pil.
Fonte: Ufficio del Debito Pubblico del Dipartimento del Tesoro americano (http://www.treasurydirect.gov/) Anche i piani per l'occupazione di Obama candidato dovranno essere accuratamente rivisti. Come si ricorderà, Obama aveva previsto la creazione di 4 milioni di posti di lavoro, in gran parte nel settore delle costruzioni. Entro il 2010, secondo i piani in parola, 700 mila posti di lavoro dovrebbero essere recuperati in virtù di nuovi lavori pubblici. Altri 600 mila dovrebbero essere creati o recuperati nel settore commerciale e altri 400 mila nell'industria. L'insieme delle misure a sostegno dell'occupazione comporterebbero una sostanziale lievitazione del deficit pubblico che, secondo le stime della Commissione Bilancio del Congresso, salirà a 1.186 miliardi di dollari, per poi scendere a 703 miliardi nel 2010. In concomitanza con tale dichiarazione, la commissione ha anche reso noto le sue stime sull'andamento della crescita economica statunitense pari a una contrazione del 2,2% del pil nel 2009 e a una sua modesta espansione dell'1,5% nel 2010. January 10 CRISI ECONOMICA, PROTEZIONISMO E CONFLITTIdi Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009 Durante gli anni Trenta, l'ostinata convinzione che le libere forze di mercato avrebbero aggiustato da sole gli effetti negativi prodotti dalla crisi di borsa del 1929-32 e che si potesse intraprendere rapidamente per tale via il sentiero virtuoso della ripresa economica portò all'immobilismo dei governi, mentre il libero mercato si avvitava su sé stesso, alimentando la depressione e la disoccupazione. Al presidente americano Hoover, del Partito Repubblicano, successe il democratico Roosevelt con le elezioni del novembre del 1932, e con lui prese il via, tra grandi difficoltà, nel 1933, il noto «new deal». Nel 1934 fu necessario svalutare del 40,9% il dollaro, conseguentemente alla fissazione del prezzo dell'oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino, come riportato dal professor Angiolo Forzoni nel suo recente articolo comparso su Finanza Italiana. Le riserve delle banche furono allora ricostituite in modo che gli istituti bancari potessero riprendere a erogare il credito commerciale, mentre il credito industriale e di lungo periodo era amministrato da istituti pubblici. Nel 1934 i valori della borsa di Chicago erano scesi al livello del 1924, anno in cui era iniziata la bolla speculativa, scoppiata nell'ottobre del 1929. L'opposizione alla politica di intervento statale portò, nel 1936, al giudizio di incostituzionalità del National Industrial Recovery Act e dell'Agricolture Adjustment Act espresso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti; questo comportò un calo degli indici di borsa fino alla fine del 1937. Anche nel resto del mondo i vari governi operarono per combattere la crisi. In particolare, in Europa alcuni paesi, e in primo luogo la Germania nazista, riattivarono l'economia con gli interventi all'industria pesante necessaria agli armamenti. Il mondo assistette - ricorda Forzoni - alla prima guerra italiana in Etiopia, già scoppiata nell'ottobre del 1935, con le note sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, cui seguì la guerra civile in Spagna, la guerra cino-giapponese e l'aggressione tedesca alla Polonia, il 1° settembre 1939, che segnò anche l'inizio della seconda guerra mondiale (Grafico 1). È da notare che dal 1936 al 1941 la borsa americana tese verso i valori del 1933-34.
Oggi la storia sembrerebbe ripetersi, almeno per quanto riguarda le quotazioni di borsa. Speriamo che non si ripeta circa la durata della depressione e circa lo sbocco degli interventi pubblici. L'andamento odierno della borsa valori mondiale segue lo stesso andamento della borsa americana degli anni Trenta (Grafico 2), fatte le debite distinzioni in termini di indici e di limiti geografici.
È curioso constatare come le bolle speculative tendano a scoppiare in autunno. Così accadde nel '29. Altrettanto è successo con lo scoppio dell'ultima bolla speculativa, causa dell'attuale crisi finanziaria, che per vastità non ha eguali nella storia economica. Per contrastare gli effetti negativi sull'economia reale che hanno già portato alla recessione planetaria, i governi si sono mossi, sia pure in modo non coordinato a livello internazionale, per salvare le banche e le assicurazioni tramite massicci interventi pubblici. Forzoni dice che la politica ha preso in mano il timone togliendolo ai finanzieri. Ma tutti i settori produttivi hanno subìto ingenti perdite in termini di capitalizzazione di borsa, sia in Europa, sia negli Stati Uniti (Grafico 3).
Sono stati pertanto necessari vasti interventi pubblici, che per ora hanno interessato i colossi statunitensi e giapponesi dell'automobile. Con buona probabilità, toccherà a breve anche ad altre classi di industria, per finire alla moda, al turismo, all'agricoltura e al settore alimentare. Altrettanto occorrerà fare per l'edilizia residenziale, con il suo crescente invenduto, la cui recessione rischia di comportare il fallimento di molte piccole imprese e la crisi del suo indotto. Se poi gli intereventi saranno, come sembra, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, sarà possibile limitare la durata della depressione a pochi mesi, evitando così la disoccupazione di milioni e milioni di lavoratori. Ma senza un piano programmatico internazionale - giova ripetere - il mondo corre molti rischi. Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell'industria non si rivelino una forma di «protezionismo non tariffario», ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell'imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione. Non è quindi peregrina la possibilità che si inneschi, per tale via, una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, che non ha mai sortito effetti positivi nella storia. Il più delle volte, anzi, le «guerre commerciali» sfociano in eventi bellici veri e propri. I primi effetti della tendenza al protezionismo si sono già manifestati riguardo alcuni prodotti cinesi che, realizzati in regime di dumping, sono stati ritenuti, almeno con riferimento a quelli alimentari, pericolosi per il consumatore europeo. Ora preme combattere la recessione per non cadere in una lunga depressione e nel contempo occorre evitare che gli Stati diventino azionisti di imprese insolventi e pagate per buone, come spesso è accaduto in passato in Italia e altrove. Data la profondità e l'ampiezza della crisi, oltre agli aiuti pubblici, sarà necessario intervenire, come già ha annunciato Barack Obama, con l'abbassamento, sia pure graduale, della pressione fiscale in modo generalizzato, in tutti i paesi dell'aera dell'euro. L'intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe sùbito l'effetto di rimettere in moto la domanda da cui dipende l'andamento dell'offerta di beni e servizi. Lavoratori e imprese potrebbero avere, tramite la riduzione della pressione fiscale, maggiore potere d'acquisto immediatamente spendibile. In Europa si è evitato di detassare le tredicesime, perché sembrava più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica. Il mondo corre un altro rischio: quello dell'inflazione planetaria se occorrerà stampare moneta per salvare, senza risanamento, imprese sull'orlo del fallimento e senza produrre reddito sufficiente ad ammortizzare la quantità aggiuntiva di moneta. A questo proposito, la leva da manovrare sùbito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito. In Italia, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, come più volte si è letto negli articoli di Geronimo su Il Giornale. I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste. Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale. Anche sotto questo aspetto gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell'economia mondiale. Tutto il mondo, anche la Cina, l'India, il Brasile e la stessa Russia, è nelle mani dei paesi ricchi. Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli. È nell'interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale, che sarebbe bene fondare su un sistema di cambi valutari fissi. Occorre evitare di cadere nel disordine valutario come accadde negli anni Trenta. La caduta della sterlina è un segnale allarmante. Come appare dal grafico 4, in soli due mesi la valuta britannica ha subito una perdita netta di circa il 30% del suo valore.
January 07 UN ANNO DI BORSA E FINANZApubblicato da Emanuela Melchiorre su www.ragionpolitica.it il 5 gennaio 2008 Il primo gennaio del 2009, se ha portato via con sé l'anno vecchio per lasciarci in compagnia del nuovo anno, non spazzerà però via anche gli effetti della crisi finanziaria che sono venuti in essere soprattutto nell'autunno scorso nelle borse valori di tutto il mondo, seguendo a ruota lo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare mondiale.
Certo è che il presidente eletto Barack Hussein Obama, che s'insedierà alla Casa Bianca in questo mese di gennaio, dovrà affrontare una crisi di enormi proporzioni che ha colpito il suo paese più di ogni altro. La perdita di capitalizzazione nell'anno appena concluso è stata, negli Stati Uniti, di oltre 3.600 miliardi di euro per i titoli quotati nell'indice S&P 500, oltre i 1000 miliardi per i titoli del Dow Jones e oltre 700 miliardi per quelli Nasdaq. Nel complesso si tratta di cifre imponenti, suscettibili inoltre di aumentare e non di diminuire. Le perdite in Asia sono state altresì rilevanti. In particolare la borsa giapponese ha perso 1.100 miliardi di euro e la Cina ha perso 1.000 miliardi, sempre di euro. In Europa, la nazione che più di ogni altra ha sentito gli effetti della crisi, sempre limitatamente all'indice di capitalizzazione delle borse valori, è stata la Francia (576 miliardi di euro), seguita a breve distanza dalla Russia (544), dalla Gran Bretagna (515) e dalla Germania (407). Un moderato risultato positivo può essere colto se si guarda all'Italia, che si trova all'ultimo posto della classifica delle principali borse mondiali, con una perdita di 133 miliardi di euro, anche se ciò ha significato una contrazione del mercato borsistico di quasi il 50% del suo valore in capitalizzazione.
Come è ormai noto, la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi economica, che ha colpito oltre alle banche anche il settore dell'auto in tutti i paesi, compreso il Giappone. Per ora la crisi sembra aver colpito in misura molto pesante gli Stati Uniti, visto che ha portato sulla soglia del fallimento le tre grandi aziende americane, dette le «Tre Sorelle» (General Motors, Ford e Chrysler), e che avrà i suoi effetti su tutto l'indotto. Anche il prezzo del petrolio non si è sottratto quest'anno alle attenzioni della speculazione e ha visto una impennata del suo valore quotato a luglio 2008, superando i 140 dollari al barile, per poi sgonfiarsi rapidamente fino ad un terzo del suo livello, a dimostrazione che l'aumento delle quotazioni era meramente speculativo, con tutte le conseguenze che lo scoppio della bolla speculativa lascia sul terreno della macroeconomia. Tra l'altro, occorre notare che se gli incrementi del prezzo del petrolio si ripercuotono rapidamente, rialzando a catena tutti i prezzi della filiera produttiva, non altrettanto si può dire per le variazioni del prezzo di segno inverso. Infatti, al rapido ridimensionamento delle quotazioni del petrolio non è corrisposta una riduzione proporzionale del costo delle bollette. Analogo discorso andrebbe fatto per i generi alimentari. Lo scoppio delle bolle speculative ha prodotto enormi danni anche nell'ambito monetario. In questo settore merita rilevare due aspetti: il crollo della sterlina inglese e l'apprezzamento dell'euro. Circa la sterlina si può osservare che a ottobre del 2008 valeva 1,30 euro ed è poi crollata al valore di sostanziale parità nello scorso mese di dicembre. La causa principale è da individuare nel ruolo della City nell'ambito delle speculazioni finanziarie. Sembra che la Gran Bretagna abbia quasi abbandonato a se stessa l'attività produttiva dei beni per privilegiare la finanza speculativa. Circa l'apprezzamento dell'euro, occorre osservare il suo aspetto deleterio proprio in questo momento: penalizza il settore trainante, cioè l'export dei paesi dell'Unione monetaria, allargatasi a 16 paesi con l'ingresso della Slovacchia. January 05 IL PREZZO DEL PETROLIO E' DESTINATO A STABILIZZARSI SU VALORI DI LUNGO PERIODO
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