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    January 28

    La qualità della vita degli Italiani

     

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.tocqueville-acton.org il 27 gennaio 2008

    L’incremento dei debiti e la contrazione dei risparmi delle famiglie italiane costituiscono indicatori importanti della loro condizione di disagio economico in questo periodo di economia quasi stagnante. Il disagio è dovuto, in primo luogo, alla perdita di potere di acquisto dei redditi, seguita all’introduzione dell’euro, che in molti casi ha quasi dimezzato il valore reale dei redditi degli Italiani. Allo stesso tempo, la politica monetaria della Banca centrale europea di alti tassi di interesse ha acuìto l’onere finanziario delle famiglie che hanno un mutuo immobiliare.

    Per poter mantenere il medesimo tenore di vita, le famiglie hanno reagito in primo luogo aumentando il credito al consumo, che costituisce per loro una maggiore voce di debito, ma, allo stesso tempo, un modo per disporre immediatamente di beni di consumo altrimenti non fruibili. In secondo luogo, e questo è un fenomeno di anni più recenti, hanno rinegoziato i propri mutui per allungarne la durata, al fine di mantenere inalterata la rata mensile. Ma questa seconda operazione costituisce anch’essa una maggiorazione del valore del debito.

    Tra mutui a tassi elevati e credito al consumo, quindi, aumentano i debiti degli Italiani che consumano più del loro reddito disponibile, mentre continuano ad assottigliarsi i loro risparmi. Soprattutto sembra che i risparmi dei giovani siano inesistenti. D’altra parte, i loro stipendi non sono adeguati ai nuovi prezzi lievitati sensibilmente per la spinta dell’inflazione. L'odierna riduzione del valore reale dei redditi da lavoro impone livelli qualitativi di vita sempre più bassi, a causa, infatti, dell’inflazione importata, dovuta all’alto prezzo dell’energia che, a dispetto di un euro forte, non accenna a ridursi. A questa si aggiunge l’inflazione endogena al sistema nazionale, dovuta al notevole aumento dei prezzi anche dei beni alimentari.

    Altro aspetto preoccupante è il tasso di disoccupazione che, secondo le rilevazioni dell’Istat, si attesta al 5,7% nel secondo trimestre del 2007, ben lontano dal livello del 3% circa proprio della disoccupazione frizionale, ovvero della piena occupazione, che può essere raggiunta solo grazie a un tasso di crescita dell’economia superiore al 3,5% del Pil e protratto per più anni, quindi maggiore dell’attuale 1% (stimato dalla Banca d’Italia per l’anno in corso nel suo bollettino economico di gennaio).

    La Finanziaria 2007, d’altra parte, ha avuto come effetto l’aumento della pressione fiscale e la riduzione del reddito prodotto e della crescita economica, che cominciava a mostrarsi timidamente nel 2006 e che è stata bruscamente soffocata. Le maggiori entrate, conseguenti all’inasprimento della stretta tributaria, non sono riuscite neppure a compensare le maggiori spese dell’attuale moribondo governo, né, a maggior ragione, a coprire parte del debito pregresso. La Finanziaria 2008, che non aveva riscosso alcun consenso a Strasburgo in occasione dell’Ecofin, ha innalzato ancora una volta la pressione fiscale, sia dal lato della produzione, sia dal lato del consumo.

    È questa la realtà con la quale gli Italiani devono fare i conti ogni giorno, sono queste le difficoltà e soprattutto le pessimistiche aspettative che essi nutrono per il futuro in un periodo di crescita molto lenta dell’economia. Ai giovani, anche quando escono dall’Università, si presenta la medesima possibilità di lavori precari e poco retribuiti dei loro coetanei meno qualificati, per lo più contratti a tempo determinato, presso call center, come segretari, ragionieri o come apprendisti, oppure, infine, per stage che prevedono orari lavorativi full time e retribuzioni non superiori ai 300-400 euro mensili. Tali soluzioni offrono scarsi margini di autonomia economica e non consentono né progetti, né ambizioni. Diventa impossibile iniziare un’esistenza indipendente dal nucleo familiare, magari in un appartamento in affitto. Ancor meno sembra possibile «metter su famiglia» o acquistare un’abitazione. Sembra, quindi, del tutto fuori luogo l’appellativo di «bamboccioni» usato dal ministro delle finanze Padoa Schioppa non molto tempo addietro.

    La risposta ad un simile generale stato di disagio sta diventando sempre più il disimpegno, l’antipolitica, la rinuncia alla realizzazione dei propri progetti. Si pospongono nel tempo le scelte importanti della vita (una famiglia, una casa…). I più intraprendenti scelgono l’espatrio volontario verso paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, che offrono maggiori possibilità professionali e maggiore attenzione all’innovazione e alla ricerca. Le difficoltà economiche di chi resta invece non giovano alla serenità familiare. Molte famiglie, messe a dura prova da una esistenza economicamente difficile, finiscono col dividersi. Non stupisce, perciò, che sia aumentato il numero delle convivenze mentre, con il concorso di altre cause, come la divisione dei beni in caso di separazione, sono in calo i matrimoni. La precarietà economica rischia sempre più di tramutarsi in precarietà affettiva e familiare.

    La politica economica del binomio Prodi-Padoa Schioppa sta producendo dunque, cattivi frutti: crescita insostenibile della pressione fiscale (si calcola sia arrivata nel complesso al 46% del Pil), aumento della spesa corrente, riduzione degli investimenti, aumento dei prezzi, riduzione dei consumi. Il risultato complessivo, in una parola, è la «stagflazione».

    I rimedi proposti ad alcuni dei mali attuali sono, d’altra parte, semplicemente demagogici e sconcertano lo studioso e l’economista. Ad esempio, l’aumento dei prezzi non potrà essere contrastato dalla neo istituzione che è stata ideata a questo scopo, l’Autority sui prezzi. È notorio che i prezzi crescono, infatti, a causa della riduzione dell’offerta, del minore o nullo aumento della produttività e dell’inflazione importata, o per la combinazione delle tre cause. Se non si agisce sulle cause dell’inflazione, non si frena l’aumento prezzi. Una Autority che sia chiamata a vigilare sull’andamento dei prezzi, dimenticando che alla rilevazione provvede già l’Istat, non può non fare altro che lanciare l’allarme ogni volta che questi raggiungano una soglia massima, ma sicuramente non possiede alcuno strumento per agire positivamente sul mercato. È, in buona sostanza, un inutile «carrozzone», un ulteriore dispendio di risorse pubbliche, che non produrrà alcun effetto se non quello dell’incremento della spesa  pubblica corrente. Al contrario, la riduzione significativa dell’imposizione fiscale avvierebbe il processo inverso – quello dell’aumento della produzione, degli investimenti e della produttività del lavoro – e innescherebbe, in tal modo, il circolo virtuoso della crescita economica, aumentando il reddito e, quindi, la base sulla quale vengono calcolate le imposte. L’effetto ultimo sarebbe proprio quello di garantire maggiori entrate tributarie abbassando la percentuale di imposizione fiscale. Al tempo stesso, perseguirebbe l’obbiettivo dell’aumento dell’occupazione e dell’adeguamento degli stipendi al costo della vita.

    January 25

    Il lunedì nero delle borse

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it del 24 gennaio 2008

    Il 21 scorso è stato il lunedì nero delle borse di tutto il mondo, e martedì 22 è stato un altro giorno di pesanti perdite specialmente in oriente. In Occidente le gravi flessioni della mattina, tuttavia, sono state in parte recuperate per effetto della riduzione dello 0,75% del costo del denaro effettuata dalla Federal Reserve in corso di seduta, ossia a borse aperte. Questa è stata una novità che per ora ha funzionato. Ma l'evoluzione della crisi del mercato immobiliare, colpito dallo scoppio della inusitata precedente bolla speculativa è tuttora in corso. La crisi ha cominciato a produrre effetti negativi anche sulla produzione del reddito e si teme una recessione che, partendo dagli Stati Uniti, può estendersi al resto del mondo, con ripercussioni imprevedibili. Sta di fatto che ovunque si fermi l'edilizia ci si deve attendere una certa spinta alla recessione, a causa dell'elevato valore del moltiplicatore del reddito proprio di quel settore.

    Per fronteggiare la crisi dei mutui subprime, il presidente degli Stati Uniti ha varato un piano di aiuti di grandi dimensioni, del valore di 150 miliardi di dollari, al fine di stimolare l'economia statunitense dal lato dell'offerta e da quello della domanda. I progetti di George W. Bush prevedono la riduzione della pressione fiscale, per i produttori e i consumatori, fino ad arrivare a uno sgravio dell'1% del Pil. Il piano, in attesa del consenso del Congresso, che non potrà mancare, propone una politica di crescita economica di vastissime proporzioni. È del tutto simile a quella posta in essere nel 2001, in seguito alla crisi economica conseguente all'attacco di Al-Qaeda e al crollo delle torri gemelle.

    Il piano di rientro elaborato da George W. Bush, concertato con la politica monetaria di bassi tassi di interesse della Federal Reserve, sembra abbia accolto la fiducia degli operatori economici, che all'inizio avevano mostrato maggiore scetticismo sulla sua capacità di superare la crisi. Anche questa occasione ha mostrato quanto gli umori, quelli che il Keynes chiamava gli animal spirits, possano agire sui risultati economici. Il continuo discutere sulla situazione economica americana, i timori alquanto esagerati di una imminente recessione degli Stati Uniti, hanno sortito inizialmente effetti deleteri sulle aspettative, divenute in seguito meno pessimiste.

    Nella storia delle negoziazioni di borsa si è assistito già nel passato a episodi di grave crisi delle contrattazioni. La più nota è quella del 1929 che ha «fatto storia» e avrebbe dovuto anche «fare scuola». Si sarebbe dovuto imparare dall'esperienza che le bolle speculative, quando si formano, vanno sgonfiate tempestivamente. Non si sono fatti grandi progressi nell'identificazione delle bolle, mentre al momento dello scoppio si dispone oggi di strumenti economici, monetari e fiscali molto più sofisticati rispetto a quelli del passato. Va però precisato che oggi i mercati finanziari sono molto più reattivi, più variegati, più vasti e diffusi, grazie anche agli strumenti telematici ed alla "finanza creativa", che produce nuovi prodotti finanziari, con margini di rischio di difficile, se non difficilissima previsione.

    Allo stato attuale, sono in crescita altre due bolle speculative: del petrolio e dei sistemi di finanziamento ad alto rischio dei mercati emergenti. Quella delle risorse energetiche per l'alto prezzo del petrolio non ha alcuna giustificazione fisica ed economica giacché, come sostengono le più recenti ricerche, la Terra possiede riserve di idrocarburi pressoché inesauribili. Nei mercati emergenti sono in atto sistemi di finanziamento che presentano altissimi rischi, documentati da elevati, anzi inusitati, tassi di rendimento dei titoli immessi nel mercato. A causa di entrambe le bolle speculative è prevedibile che ulteriori episodi, come quello dello scorso lunedì, si ripresentino nuovamente nell'immediato futuro se non verranno affrontate in tempo e con provvedimenti efficaci.

    La via seguita fino ad ora dalle Banche centrali, ma soprattutto da quella americana, consiste nel tentare di sgonfiare gradualmente la bolla con le immissioni di liquidità. Ma questa è una strada lunga, che può rivelarsi anche insufficiente. La politica deve subentrare alle banche centrali, non essendo ormai una questione di semplice politica monetaria. Il mix di politiche economiche proposte dal presidente degli Stati Uniti sembra essere il più appropriato, con una giusta concertazione tra la politica fiscale espansiva e la politica monetaria di bassi tassi. È opportuno, però, tenere ben presente che occorrono soprattutto fattibili programmi di rilancio degli investimenti e dell'economia in generale.

    Emanuela Melchiorre

    January 23

    I Guardasigilli e la magistratura al tempo della seconda Repubblica

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 22 gennaio 2008

    Le recenti dimissioni del ministro della Giustizia Clemente Mastella in séguito all'arresto della moglie Sandra Lonardo ed alla notizia delle indagini giudiziarie a suo carico effettuate dalla procura di Santa Maria Capua Vetere hanno segnato una tappa, per il momento conclusiva, nella storia burrascosa di un dicastero. Essa era iniziata con la concessione di un indulto molto controverso, era proseguita con le polemiche tra il Guardasigilli e Antonio Di Pietro e con i contrasti legati al caso del Pm De Magistris.

    Entrare nel merito di una questione giudiziaria all'esame della magistratura è quanto meno prematuro e comporta il rischio, per qualsiasi commentatore estraneo al processo, di affermazioni avventate e parziali. Più opportuno appare, invece, anche al fine di interpretare il significato della vicenda attuale, ripercorrere rapidamente una lunga serie di avvenimenti che hanno caratterizzato - certamente in modo non edificante - i rapporti fra i diversi ministri di Grazia e Giustizia e la magistratura a partire da Tangentopoli e poi negli anni della seconda Repubblica.

    Nel febbraio del 1993, all'epoca del primo governo Amato, il ministro della giustizia Martelli, che si appresta a diventare segretario del decapitato Psi, è raggiunto da un avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta per il fallimento del Banco Ambrosiano; si dimette quindi da ministro, da parlamentare e lascia lo stesso partito socialista. Nel 1994, sotto il primo governo Berlusconi, il Guardasigilli Biondi, spinto dalla considerazione che l'azione della magistratura milanese aveva colpito soprattutto determinate formazioni politiche, avvia un'inchiesta ministeriale sul Pool di Mani Pulite. Il 4 maggio 1995, all'epoca del governo tecnico di Lamberto Dini, il ministro Mancuso promuove un'azione disciplinare nei confronti dei magistrati milanesi, sospettatti di partigianeria e/o di finalità politiche nel promuovere azioni giudiziarie; il presidente del Consiglio prende le distanze dal ministro e le forze di centrosinistra, sostenitrici ad oltranza della magistratura, chiedono le sue dimissioni; stante il rifiuto di Mancuso, il Senato vota una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti; Dini assume l'interim della Giustizia.

    Nel 1996, all'epoca del primo governo Prodi, il pubblico ministero Gherardo Colombo, della Procura di Milano, rilascia un'intervista scioccante al Corriere della Sera, con la quale da un lato sembra voler delegittimare i partiti, il parlamento e l'intero sistema, dall'altro mira a bloccare la riforma della giustizia preparata dalla Commissione bicamerale; il ministro Flick propone un'azione disciplinare nei suoi confronti. Il 2 gennaio 2000, durante il secondo governo D'Alema, con Oliviero Diliberto come Guardasigilli, numerosi magistrati, sostenuti dalla loro associazione nazionale, criticano il pacchetto di leggi che va sotto il nome di «giudice unico», nonché il decreto sul «giusto processo». Il 20 agosto 2001, sotto il secondo governo Berlusconi, il ministro Castelli, sùbito contrastato dai giudici, mette in dubbio l'imparzialità dei magistrati ed afferma che c'è la diffusa sensazione di giudizi non imparziali perché troppo ideologizzati.

    In sintesi, è possibile rilevare che i rapporti tra magistartura e ministri della Giustizia sono stati troppo spesso, se non sempre, improntati a profonde polemiche e contrasti. Tutto ciò induce a ritenere che anche il caso attuale di Mastella sia influenzato più da motivi generali (una ideologia antagonista e rivoluzionaria, l'ostinata difesa delle proprie prerogative e dei propri privilegi) che non da singoli comportamenti eventualmente rilevanti dal punto di vista penale. Sembra quindi più che mai necessario meditare sulle cause che hanno condotto, durante la seconda Repubblica, ad una frattura apparentemente sempre più insanabile fra poteri dello Stato. A tal proposito sarebbe opportuno tornare ad un regime elettorale che non esasperi troppo le contrapposizioni fra le coalizioni politiche e le diverse ideologie. E sarebbe opportuno, infine, ripristinare qualche presidio a tutela dei poteri del parlamento e del governo, meno riparati, dopo l'abolizione dell'immunità parlamentare, rispetto ad un potere giudiziario completamente autonomo e sostanzialmente autoreferenziale.

    Emanuela Melchiorre

    January 16

    Il giusto mix di politiche economiche

    di Emanuela Melchiorre

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 gennaio 2008

    Sotto la pressione sia della bolla speculativa del prezzo dell'energia, con riflessi pesanti sui sistemi economici, sia della crisi dei mutui sub-prime e sia ancora dell'avanzare aggressivo dei mercati emergenti, dove lo sfruttamento dei lavoratori assume forme inusitate e inaccettabili, Bush e il governatore della Federal Reserve, Bernanke, agiscono congiuntamente su tre variabili chiave per evitare che il rallentamento del sistema economico sfoci in una crisi economica dell'economia statunitense, che coinvolgerebbe tutto il mondo iniziando dalla riduzione del commercio internazionale per estendersi alla produzione e all'occupazione e in generale all'offerta e alla domanda di beni e servizi. Le tre variabili chiave sono: le imposte, i tassi di interesse e quelli di cambio. La Fed diminuisce il tasso di interesse di riferimento della finanza federale, mentre Bush riduce le imposte e asseconda il deprezzamento del dollaro. Queste tre variabili, manovrate con giudizio, dovrebbero per ora mettere al riparo l'economia statunitense dalle conseguenze dell'aumento del tasso di inflazione causato da fattori esterni, in primo luogo l'aumento senza sosta dei prezzi dei prodotti energetici. Le variabili strutturali, quali i consumi e la produzione, dovrebbero rimanere sostanzialmente buone, così come lo è la fiducia del mondo produttivo e imprenditoriale americano.

    La riduzione delle imposte favorisce gli investimenti privati, le aspettative e, di conseguenza, la produttività e l'occupazione. Il tasso di interesse basso permette da un lato la progressiva maggiore sostenibilità dei costi dei mutui immobiliari e, quindi, aiuta i bilanci finanziari delle famiglie, ne incentiva il consumo e le aspettative per il futuro; dall'altro riduce il costo del capitale, che può essere in tal modo impiegato in investimenti produttivi. L'indebolimento strisciante del dollaro aiuta notevolmente le esportazioni e, quindi, la produzione e, ancora una volta, l'occupazione e con essa il reddito delle famiglie e i consumi. Sono variabili chiave che, se ben amministrate, possono sostenere il circolo virtuoso della ripresa, che ormai dura da alcuni anni.

    Alla luce di considerazioni analoghe è possibile esaminare anche la situazione economica italiana. L'Italia, in base alla firma del trattato di Maastricht, non amministra più la politica monetaria e quella del cambio valutario, e, come gli altri paesi dell'eurozona, le ha conferite interamente e incondizionatamente ad un organo indipendente, la Banca centrale europea, che è a capo del sistema di banche centrali. La Bce agisce non per gli interessi dei singoli paesi, ma per contrastare l'inflazione nell'intera euro-zona, indiscriminatamente e indipendentemente dall'andamento della congiuntura economica. Pertanto, poiché l'unico obbiettivo della Bce è perseguire una politica di bassi prezzi, essa impone aumenti progressivi del tasso di interesse di riferimento i quali, sebbene contrastino l'inflazione, certamente contrastano anche e sfortunatamente la formazione del Pil in tutta l'area dell'euro. Lo testimonia la modesta crescita del pil di tutti i paesi appartenenti all'euro-zona confrontata con la crescente formazione del reddito dei paesi, come l'Inghilterra e la Svezia, che fanno parte dell'Unione Europea, ma non dell'Unione monetaria.

    La scelta che la banca centrale europea è chiamata a fare, date tali premesse, è sostanzialmente tra l'inflazione o la recessione. Le scelte del banchiere centrale hanno comportato fino ad ora l'incremento di tutti i tassi di interesse bancari e, quindi, un incremento del c.d. «prezzo del capitale», che incide sulle scelte del mondo imprenditoriale in due modi: riduce la propensione all'investimento, perché il capitale risulta essere progressivamente più caro; influisce negativamente sulle aspettative degli imprenditori che prevedono in futuro ulteriori aumenti dei tassi di interesse. La politica di alti tassi, quindi, non incentiva gli investimenti e con essi la produttività e la produzione. Le conseguenze immediate sono un ristagno, se non una riduzione, dell'occupazione, minori disponibilità finanziarie dei consumatori che, di conseguenza, spendono di meno e frenano l'economia. Dal lato delle esportazioni, la politica di alti tassi comporta un apprezzamento dell'euro, specie nei confronti del dollaro, ma anche delle altre valute, che riduce le esportazioni in quanto progressivamente sempre più care, e al tempo stesso non riesce a compensare l'aumento del prezzo del petrolio che fa lievitare i prezzi di tutti i prodotti energetici, e non solo. Quindi, ancora una volta una economia che ristagna.

    Le considerazioni ultime che si possono fare riguardano proprio l'inflazione, quella variabile che la Bce vuole governare a spese della crescita economica. È sconfortante constatare che le costose politiche monetarie che Trichet porta avanti non sortiscano nemmeno i risultati da lui sperati. Sono due le variabili importanti, visto che incidono molto sul paniere della spesa e oggi provocano l'inflazione: energia e beni alimentari, i cui prezzi crescono a ritmi sostenuti a causa della lunga catena della speculazione. Una crescita del prezzo di queste due variabili incide, data la propensione al consumo decrescente all'aumentare del reddito, in modo differenziato: di più sulla popolazione a basso reddito e in misura minore sulla popolazione ad alto reddito. Ma tutti vengono colpiti, perché si avvia il circolo perverso dell'economia, dal quale non si esce con la redistribuzione, ma migliorando l'offerta di beni e servizi, attraverso, in primo luogo, l'aumento della produttività del lavoro.

    Emanuela Melchiorre

    January 04

    Parola d'ordine: «Va tutto bene!»

    di Emanuela Melchiorre

    comparso su www.ragionpolitica.it il 3 gennaio 2008

    Chiunque abbia visto il noto film di Mathieu Kassovitz «L'odio», ricorderà la storia di quell'uomo che per disgrazia cade da un piano molto alto di un grattacielo ed è, quindi, destinato a schiantarsi al suolo senza alcuna salvezza. Quest'uomo però, per non morire di infarto prima dello schianto, ad ogni piano che supera e che lo separa da una fine certa, dice a se stesso «Fin qui tutto bene! Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio». La fine di un anno è sempre un'occasione per fare un bilancio di quanto sia successo e di quanto si sarebbe potuto fare per raggiungere migliori risultati. Non è incoraggiante constatare che anche per l'Italia, come per lo sfortunato protagonista del film di Kassovitz, l'espressione più ricorrente sia «Va tutto bene!» mentre, a ogni mese che passa, lo schianto sembra più vicino.

    Fatti internazionali di crisi economica e di cronaca nera hanno segnato l'anno appena trascorso. Nel mese di agosto la crisi del mercato immobiliare americano e l'effetto «eco» delle cartolarizzazioni hanno fatto registrare cali delle borse di tutto il mondo, bruciato enormi risorse finanziarie, richiesto gli interventi urgenti di immissione di liquidità da parte delle maggiori banche centrali. Gli effetti economici sono ancora in atto e saranno più evidenti nell'anno appena iniziato.

    In Pakistan è stata assassinata Benazir Bhutto, leader dell'opposizione all'attuale governo militare. Il Paese è nel caos e ciò ha segnato l'inizio di una crisi del centro Asia che sembra destinata a volgere al peggio, con conseguenze prevedibilmente negative anche per l'Europa. Le borse di tutto il mondo hanno reagito anche a questo evento sfavorevolmente, il prezzo del petrolio è salito, superando i 96 $ al barile, mentre le bollette di gas e luce cresceranno in Italia rispettivamente del 3,4 e del 3,8%. Nonostante tutto, qualcuno sostiene che fin qui «Va tutto bene!».

    Il Fmi (Fondo Monetario Internazionale) ha criticato la Finanziaria 2008 del governo Prodi, definendola per metà aderente alle politiche della legislatura precedente, quella del governo Berlusconi, e per la restante parte «priva di ogni coraggio». In seguito, probabilmente per non urtare l'esecutivo italiano, ha ritrattato le sue affermazioni. Ma fin qui «Va tutto bene!».

    Le stime di crescita dell'economia italiana per il 2008, secondo il Csc (Centro Studi di Confindustria) sono dell'1% annuo, le grandi opere nel 2007 (per numero di bandi di gara) sono diminuite del 12% in media su tutto il territorio italiano rispetto al 2006, mentre al Sud il calo degli investimenti in infrastrutture è stato addirittura del 20,1%. Ma fin qui «Va tutto bene!».

    Il New York Times definisce gli italiani, ammorbati da una economia priva di slanci, come un popolo triste, vecchio e senza aspirazioni per il futuro; il Rapporto Bnl-Einaudi del 20 dicembre 2007 afferma che una famiglia italiana su due non riesce a risparmiare, mentre secondo l'Isae (Istituto di Studi e Analisi Economica) l'indice di fiducia delle imprese ha toccato a dicembre il minimo degli ultimi due anni. Ma fin qui «Va tutto bene!».

    Gli stipendi degli italiani sono oggi del 30-40% inferiori rispetto a quelli della Francia, della Germania e del Regno Unito, mentre secondo le più recenti stime della Banca d'Italia quasi la metà della popolazione giovanile italiana vive in questi anni un'esperienza lavorativa di precariato prolungato.

    Le famiglie, per mantenere il proprio tenore di vita costante, dovranno spendere l'anno prossimo 1.700 euro in più rispetto al 2007 per via dei rincari che a gennaio riguarderanno molti beni e servizi essenziali, a cominciare dagli alimentari, per continuare con i trasporti e, come già detto, con le bollette energetiche. Il presidente del Consiglio promette l'abbattimento delle imposte per l'anno prossimo e il ministro dell'Economia lo smentisce categoricamente, poiché le risorse sono state impiegate per colmare le accresciute spese correnti della Pubblica Amministrazione, e ancora meno disponibili lo saranno per l'anno appena iniziato, date le deludenti previsioni di crescita del Pil. Ma fin qui ci viene ancora detto: «Va tutto bene!».

    Questo tormentone che ascoltiamo ogni giorno dalla bocca di Prodi e dei suoi ministri, questo ritornello continuo secondo cui in Italia «va tutto bene» non fa altro che rafforzare la convinzione dei cittadini, compresi quelli che per questo governo avevano votato, che il momento dello schianto si stia sempre più avvicinando. Infatti, come diceva il protagonista del film che ha ispirato queste riflessioni, «il problema non è la caduta, ma l'atterraggio!». Ebbene, la domanda che si pone è se l'anno appena iniziato sarà un anno di ulteriori cadute o se invece si potrà giungere al rimedio più naturale in un Paese democratico: quello delle elezioni. Gli italiani hanno infatti in tutti i modi manifestato nel 2007 la loro insoddisfazione, specie ai gazebo di Forza Italia, e hanno affermato a chiare lettere che non nutrono più alcuna fiducia nell'attuale governo.

    Emanuela Melchiorre