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    January 30

    Il cinismo commerciale del Dragone

    di Emanuela Melchiorre - 30 gennaio 2007

    Un recente studio dell'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), China and India: What's in it for Africa? ha esaminato l'attuale fenomeno dell'influenza che la crescita economica del continente asiatico ha sullo sviluppo economico dell'Africa.

    Dalla fine degli anni Novanta ad oggi, infatti, la Cina e l'India hanno giocato un ruolo prima indiretto, oggi diretto e più importante, per la crescita economica del continente africano. L'Ocse ha individuato i canali di trasmissione di questo sviluppo economico, che passano per la pressione inflazionistica internazionale, il tasso di interesse internazionale e i prezzi delle materie prime. Lo sviluppo asiatico ha, infatti, contribuito a tenere bassi a livello mondiale i prezzi e i tassi di interesse, mentre ha influito sul rialzo dei prezzi dei materiali grezzi. Da ciò l'economia africana ha tratto giovamento, in quanto esportatrice di materie prime.

    La Cina e l'India, inoltre, sono ottimi mercati di sbocco per i prodotti africani, soprattutto quelli tessili. Reciprocamente, anche l'Africa costituisce un mercato di sbocco interessante per Pechino e per i suoi beni a basso costo. Gli scambi commerciali tra Cina e Africa sono decuplicati negli ultimi cinque anni e hanno raggiunto i 50 miliardi di dollari. Si prevede che raddoppino entro il 2010. La Cina controlla al momento circa il 10% degli scambi dell'intera Africa e non teme il confronto con i più lenti partners europei, ex coloniali (sempre al primo posto con il 32% degli scambi, ma in calo) e con gli Stati Uniti. In Africa sono presenti al momento almeno 800 aziende cinesi.

    Ciò che lo studio dell'OCSE non ha messo in evidenza, però, è che questa invasione commerciale cinese del continente nero comporta alcune ripercussioni politiche e diplomatiche molto rilevanti e dai risvolti futuri di difficile previsione. Il 6 novembre scorso, come si legge sul Sole 24 ore, ha avuto luogo il più importante vertice internazionale mai organizzato in Cina. Pechino ha accolto capi di stato, ministri e uomini d'affari provenienti da 48 Paesi africani, i quali hanno firmato una lunga serie di impegni e di importanti accordi economici. Le aziende cinesi e africane hanno siglato 14 intese per un valore stimato di 1,9 miliardi di dollari, tra le quali quelle relative a una rete telefonica nelle aree rurali in Ghana, una fabbrica di alluminio in Egitto e un'autostrada in Nigeria. Il presidente cinese Hu Jintao ha parlato, in quella occasione, dell'inizio di una «nuova era» nelle relazioni con l'Africa. Pechino metterà, infatti, a disposizione dei Paesi africani, nei prossimi tre anni, 5 miliardi di dollari in finanziamenti agevolati. Il Presidente cinese ha promesso anche di raddoppiare gli aiuti allo sviluppo e di cancellare la quota di debito relativa ad alcuni paesi africani.

    L'obiettivo del vertice cinese era quello di rafforzare la partnership commerciale, già peraltro prospera, in cambio di petrolio, minerali, cotone, materie prime, di cui la Cina necessita in vastissime quantità. Quello dell'interscambio di risorse lungo la rotta Pechino-Africa si sta rivelando un vero e proprio boom economico, che presto supererà, in valore, l'insieme dei finanziamenti che la World Bank (la Banca Mondiale) destina all'intero continente africano per la lotta alla povertà. Il prossimo 30 gennaio Hu Jintao volerà di nuovo in Africa per continuare la sua missione diplomatica, che terminerà il 10 febbraio, e visiterà otto paesi africani, il Cameroun, la Liberia, il Sudan, lo Zambia, la Namibia, il Sudafrica, il Mozambico e le Seychelles.

    Le imprese occidentali, europee e americane, a causa della debolezza e della corruzione dei governi, nonché delle frequenti guerre, considerano molto rischioso investire nei paesi africani ai quali la Cina si rivolge. Molti governi di questi paesi a cui si rivolge la Cina sono banditi dal commercio internazionale a causa delle violazioni dei diritti umani di cui si sono resi colpevoli. La Cina, invece, non si pone questioni di etica commerciale, non si cura di dover rispondere all'opinione pubblica internazionale, né si pone il problema di una opinione interna. L'obiettivo è solamente quello di disporre di materie prime (petrolio, diamanti, oro, platino, ferro, ma anche cotone e tabacco), per cui cerca mercati per le sue merci ed esporta anche forza lavoro e competenze tecniche, con crescenti effetti politici. Si legge su AsiaNews che il fiorente commercio ha recentemente provocato numerose dispute nei paesi del continente nero, dove i lavoratori africani hanno protestato contro le pessime condizioni di lavoro e le misere paghe delle aziende cinesi, nonché contro le ondate di lavoratori cinesi che «rubano» loro il lavoro. La Cina, infatti, fornisce finanziamenti per realizzare infrastrutture: ferrovie, strade, edifici, linee elettriche e telefoniche, prospezioni minerarie e raffinerie petrolifere. In cambio, però, chiede spesso che le opere siano eseguite da ditte cinesi. Ottiene anche influenza politica, che ritiene necessaria per tutelare i propri interessi economici. In Sudan, dove lavorano oltre 10 mila cinesi, AsiaNews sostiene che Pechino, per «proteggere» i propri pozzi di petrolio, ha dato aiuti economici e militari al governo durante la guerra civile e il genocidio in Darfur. In Angola gli aiuti cinesi hanno consentito al governo di rifiutare la proposta del Fondo monetario internazionale che, in cambio di prestiti, chiedeva una verifica internazionale sui contratti petroliferi e una riforma del corrotto sistema di potere.

    Asia News denuncia poi che nel periodo tra il 1998 e il 2000 Pechino ha venduto armi per 1 miliardo di dollari sia all'Eritrea che all'Etiopia durante una guerra tra i due Paesi che ha visto decine di migliaia di morti. Inoltre, Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, che ha subito l'isolamento dei Paesi occidentali per questioni di etica commerciale e tutela dei diritti umani, si è rivolto alla Cina la quale, nel 2004, ha investito 600 milioni di dollari nel Paese africano e ha fornito equipaggiamenti radio militari usati per bloccare le trasmissioni dei partiti d'opposizione. Pechino ha fornito elicotteri a Mali e Angola, armi a Namibia e Sierra Leone, uniformi per l'esercito al Mozambico.

    Gli esempi di quello che è stato definito «cinismo commerciale» cinese costituiscono un problema internazionale di vaste dimensioni. Di esso i paesi occidentali stentano a prendere coscienza. Ancora più lenta è la loro volontà di affrontarlo con provvedimenti di qualche efficacia.

    Emanuela Melchiorre

    January 27

    Lasciamo perdere l'energia rinnovabile

    di Emanuela Melchiorre - 27 gennaio 2007

    Il Secolo XX ha avuto tre grandi catastrofi. Il Nazismo, il Comunismo e l'Ecologismo. Della prima ce ne siamo liberati, della seconda (mi auguro) ce ne libereremo presto, della terza c'è il pericolo di non liberarsene mai. Ne è una riprova il fatto che si parla oggi di fonti rinnovabili come di una valida alternativa alla produzione di energia di tipo tradizionale. È dello stesso avviso anche l'Unione europea la quale promuoverà, dal prossimo 29 gennaio, la «settimana dell'energia sostenibile».

    In primo luogo, è utile dare una commisurazione all'uso di fonti alternative nella produzione mondiale di energia per poter rendere palese quanta futile importanza viene data a questo fenomeno. Nel mix mondiale di fonti di energia, le fonti c.d. «alternative» costituiscono appena il 6 % del totale. Tra queste la produzione idroelettrica è l'unica realmente alternativa, in quanto costituisce la fonte più utilizzata e l'unica, fra le rinnovabili, a dare una buona resa con costi contenuti.

    Uno sguardo rapido alla struttura dei costi di produzione e alla effettiva resa di tali fonti, inoltre, è sufficiente per dissipare ogni dubbio sulla effettiva validità di una simile alternativa. Prendiamo ad esempio l'energia eolica, alla quale il nostro premier pare tenga particolarmente, tanto da inserirla nel «programma dell'Unione», alla quale tengono anche 10 ministri e anche 10 senatori della Margherita, dei Verdi e dei comunisti di varia estrazione. Ebbene, a tali signori forse occorre spiegare che non si può ordinare al vento di soffiare ininterrottamente. Una centrale eolica, per poter funzionare a regime e fornire elettricità a grandi utenti in modo continuo e affidabile, infatti, deve essere supportata da altri impianti, di tipo tradizionale, che siano efficienti e pronti ad entrare in funzione nell'istante in cui ci sia una caduta a picco della potenza eolica, al fine di evitare quei fastidiosi black out di cui siamo stati di recente spettatori e vittime (quello del 4 novembre scorso e quello del 28 settembre 2003, solo per citarne alcuni).

    È stato calcolato che, per garantire ogni margine di sicurezza nella costanza delle forniture e per evitare i black out, 18 GW eolici non consentono di sostituire nemmeno 1 GW di tipo convenzionale. Occorrono, invece, fino a 24 GW eolici, quindi 24.000 turbine eoliche, per sostituire un gigawatt di potenza nucleare. Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, sostiene, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro. Un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre un gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro. Il sistema eolico non è, quindi, economicamente sostenibile.

    Occorre, infine, considerare anche altri aspetti che depongono a sfavore di una industria del vento impiantata sul territorio del nostro Paese. In primo luogo, l'Italia, con il suo aspetto morfologico allungato, estremamente montuosa ed al centro dell'area mediterranea, presenta, infatti, degli ostacoli naturali al flusso del vento e può contare solo su pochi venti che hanno una buona intensità: il maestrale, la tramontana, lo scirocco e il libeccio, quando però soffiano e ciò accade per brevi periodi. Questi aerogeneratori però, seppur rispettano in rari casi i rigori tecnici per il loro corretto funzionamento, di certo non rispettano l'integrità del paesaggio. Infatti, soluzioni che sono esaltate come eco-sostenibili, sono al contrario paesaggisticamente deturpanti.

    È necessario a questo punto chiedersi come mai il professore ci tenga tanto all'impianto di centrali eoliche sul territorio nazionale se, in effetti, non producono secondo criteri di efficienza e al contrario deturpano l'ambiente. Si sarà forse posto il problema della tutela dei redditi dei commercianti di turbine eoliche, a danno però di tutti i contribuenti? La stessa domanda può esser fatta ad Alfonso Pecoraro Scanio. Anche a lui possiamo chiedere come mai sostiene a gran voce l'impianto di pannelli fotovoltaici, tanto da proporre a ben 8000 sindaci di impiantarne, spontaneamente o coercitivamente, su tutti gli edifici pubblici da loro amministrati. Sarà anche Scanio preoccupato per i redditi dei commercianti di pannelli solari? O piuttosto non si sarà anche lui «messo in affari»? Infatti, come per l'energia eolica, anche per l'energia fotovoltaica si possono fare le medesime considerazioni di inopportunità economica. E forse a maggior ragione, visto che quest'ultima fonte di energia è ancora più cara della precedente e la resa, in termini di produzione energetica, è molto più ridotta. Per produrre un gigawatt di potenza elettrica pari al 2% del fabbisogno italiano occorre spendere 50 miliardi di euro se fotovoltaico, 0,5 miliardi se a gas, un miliardo se a carbone e due miliardi se nucleare. Occorre anche osservare che per avere un gigawatt di energia fotovoltaica occorrono 50 milioni di metri quadrati di specchi, che almeno due volte al mese debbono essere lavati e lucidati. Si può, infine, osservare che per ragioni dovute al sole un impianto fotovoltaico richiede il mantenimento in funzione l'impianto di tipo tradizionale di pari potenza. Il fotovoltaico, quindi, come l'eolico, non libera un paese dall'uso degli impianti tradizionali. Energia derivante dal sole o dal vento è un palliativo eccessivamente costoso tanto da essere fallimentare.

    La dipendenza dall'estero per i nostri consumi di energia è senza dubbio un limite allo sviluppo del Paese, come lo è per lo sviluppo di tutta l'Europa unita. È corretto il tentativo di variare il mix di fonti di produzione di energia per aumentare la produzione interna e ridurre quindi la dipendenza dall'estero, specie perché i fornitori internazionali appartengono ad aree politicamente instabili. Ma è follia pensare che le fonti rinnovabili, eoliche e fotovoltaiche in testa, possano costituire una valida alternativa alle fonti tradizionali. L'Italia e l'Europa possono colmare le proprie lacune nelle politiche di sviluppo energetico soltanto ricorrendo al potenziamento delle fonti tradizionali e soprattutto del nucleare, che garantiscono costi sostenibili in rapporto alla produttività. Inoltre, è della massima importanza installare i rigassificatori, che consentirebbero, da un lato, la diversificazione dei rifornimenti di gas, e, dall'altro lato, l'esportazione di gas verso altri paesi.

    Emanuela Melchiorre